ma davvero è tutto determinato e scontato?

Ma davvero è tutto determinato e scontato, per cui al più è possibile solo mutare qualche piccolo particolare che ci riguarda, mentre tutto il resto è vincolato? Se così fosse, ovvero non vi fossero alternative, e neppure miglioramenti, questo sarebbe il mondo delle libertà presunte e virtuali, delle democrazie senza contenuto, da inguaribile romantico mi permetto di non crederci. Qui può finire la lettura, le considerazioni seguenti riguarderanno il mio modo di vedere quanto sta accadendo in questi giorni in Italia.

Il governo Monti procede secondo le proprie priorità e convinzioni nell’azione di “risanamento” del Paese. In un’analisi certamente né equa, né serena, colgo l’allungamento delle età pensionabili per tutti, per le donne di più, addirittura sette anni, vedo un innalzamento dell’iva, un inasprimento delle tasse sulla casa, liberalizzazioni molto contenute o inesistenti per professioni, taxisti, farmacie, ben rappresentate in parlamento, nessuna vera tassa sui grandi patrimoni, il miserevole recupero dell’1.5% sui capitali scudati (e le banche dicono che è difficile, per motivi di anonimato, anche se è una minima parte di quanto richiesto per lo stesso motivo dagli altri paesi liberali), nessun intervento sulle banche e sulla stretta del credito, un rinvio che non promette bene sulla vergognosa cessione gratuita delle frequenze, e un altrettanto grave rinvio sul problema della governance della Rai. Certamente tralascio qualcosa, non dimentico lo scorporo delle reti gas, e ho presagi non positivi sulle reti acqua e sulle reti Rfi. Ma io sono di parte, chi mi conosce sa che ho una storia di sinistra, che ho avuto l’occasione di vivere dal di dentro la politica e che quindi posso capire, ma non sono obbiettivo. Come sarebbe giusto che ciascuno fosse di parte, almeno la sua, rispettoso delle idee altrui, ma naturalmente portato a contrastare ciò che non ritiene giusto. Bene, per me non è giusto quanto sta avvenendo, si incide sulla carne reale delle persone senza che ci sia un equilibrio nei sacrifici, i deboli pagano moltissimo, i forti nulla. Si è generata l’idea che i colpevoli della crisi del paese siano i lavoratori, le donne, i pensionati, si è sventolata una lettera della BCE, come i comandamenti che permettevano di restare all’interno della chiesa della finanza,  ben sapendo che la stessa BCE è in buona parte impotente rispetto alla speculazione e succube della volontà della Germania. Si è agitata la Grecia come spettro del disastro incombente, vero, ma si è evitato di dire come si genera e si sostiene il debito italiano, quanto realmente pesa l’illegalità e quanto è diversa la situazione italiana rispetto alla Grecia e al Portogallo. Si è considerata la speculazione come un fattore di mercato senza aggettivi negativi e componente ineliminabile dal capitalismo e dai governi democratici. E si è superata la stessa lettera della BCE con la riforma di un articolo dello statuto dei lavoratori che nessuno aveva chiesto, ovvero l’articolo 18.

Si è deviata l’attenzione dalle domande vere della crisi, ovvero come superarla e creare nuova occupazione, come generare nuove professioni e lavori, come sostenere le imprese che siano adeguate ad un protagonismo italiano nel mercato globalizzato. L’attenzione del governo si è incentrata sullo statuto dei lavoratori, cavallo di battaglia dell’ex ministro Sacconi,  e pur riconoscendo che deve essere riformato l’accesso al lavoro dei giovani non è rendendo più facile l’espulsione di quelli più anziani che si risolve il problema. Comunque vorrei sottolineare che non è l’articolo 18 il problema dell’Italia, è un problema marginale, fortemente caricato di valenza ideologica e non riesco a capire perché a fronte della disponibilità del sindacato di voler convergere sul modello tedesco perché si sia scelta la rottura e la divisione. Anzi un motivo mi viene in testa, ovvero che per dare patente di riforma a ciò che alla fine non creerà lavoro aggiuntivo, si sia scelta la prova di forza e se la CGIL non approva allora significa che è davvero una riforma. Come se la sinistra, la CGIL, il Pd fossero la parte reazionaria del paese e invece la modernità risiedesse nelle politiche liberiste. Ecco, questa è un’altra delle mistificazioni che non mi piacciono, tanto da coinvolgere la gestione della flessibilità in uscita tedesca, troppo sociale sembra, per la nuova interpretazione del mercato del lavoro. Meglio il modello americano dove le tutele praticamente non esistono, e non c’è neppure il sistema di wellfare che esiste in Europa.

Non mi piace che nessuno spieghi perché il lavoro dipendente paga l’80% delle tasse a fronte del fatto che possiede il 50% della ricchezza prodotta. Le domande a cui un governo tecnico dovrebbe rispondere sono: che fine fanno i soldi, chi paga chi, perché questo paese non cresce. Senza essere millenaristici è da tempo che il sistema di produzione basato sulla crescita dei consumi porta con sé il proprio declino e tracollo, questo è il problema che dovrebbe essere analizzato e risolto, anche affrontando nuove solidarietà di mercato. Non  sono tra quelli che pensano che si possa uscire dal sistema, che è meglio fallire anziché pagare, solo che capisco che la cura adottata sta ammazzando il cavallo. Lo stanno facendo in Grecia e in Portogallo ed ora anche in Italia, perché nei prossimi mesi, le famiglie verranno ulteriormente impoverite, e magari i lavoratori occupati resisteranno, ma chi non ha lavoro o l’ha perduto, che farà?

Ho l’impressione che in una situazione come quella che vive l’economia italiana ovvero uno stato di recessione con una crisi strutturale in atto che sta cambiando il nostro modo di produrre e creare reddito nel manifatturiero, una minore arroganza e una volontà di trovare soluzioni, non sia consociativismo, ma la necessità di condividere, con chi sta pagando la crisi che non ha, in gran parte, generato, le soluzioni per rilanciare l’economia. Con lo scontro e l’arroganza, è facile non vedere le parti buone della riforma, ma viene anche da pensare che il lavoro irregolare e nero, aumenterà, visti i controlli esigui, che le aziende assumeranno il minimo ed utilizzeranno, finché possono, gli straordinari per le punte di produzione, generando un mercato asfittico basato sulla sopravvivenza anzichè sulla crescita.

Si è detto in questi giorni che bisogna attrarre capitali e nuove imprese, fino ad oggi, in Italia, c’è una flessibilità, che significa precarietà, elevata, un’area di illegalità importante eppure questo non ha attirato capitali e lavorazioni, anzi anche le imprese delle aree dove più si è cresciuto e si cresce, anziché restare sono, o stanno emigrando verso paesi in cui non c’è nessuna tutela. Quindi non è questa la vera ragione della crisi. Il fatto è che questo è un paese economicamente vecchio, dove il costo della burocrazia e dell’illegalità è elevato per chi sta alle regole, è il paese in cui si sono vendute gran parte delle filiere complete di prodotto, la chimica, i treni, gli aerei, fra poco l’auto, si resta sui mercati con nicchie di prodotto, con il made in Italy, contando di non essere raggiunti e superati. Al posto di favorire la nascita di nuove produzioni, viene invece proposta maggiore libertà di impresa, il che significa lavoro meno tutelato e possibilità di espellere gli elementi di disturbo, basterà pagare. Vediamo l’esempio Marchionne, quanti investimenti ha generato? Quanti lavoratori in mobilità sono rientrati in azienda, rispetto a quelli programmati? Dove sono i nuovi modelli di auto? Il problema è proprio questo, non ci sono prodotti e la produttività ristagna da anni per mancanza di tecnologie più che per la capacità di lavoro e di sacrificio degli operai. Se oggi gli stabilimenti Fiat, o quelli delle altre migliaia di fabbriche in cassa integrazione avessero più produttività, avrebbero i magazzini pieni per mancanza di mercato. 

La modernizzazione è una parola contenitore, ognuno ci mette quello che vuole, ma senza pensare a soluzioni impossibili, cambiare si può, magari condividendolo anziché imporlo a chi protesta poco, e comunque agire con meno arroganza. Soprattutto se non si è mai stati eletti da nessuno. Meno emozioni televisive e più cuore per ascoltare il Paese, che poi è quello che la carretta la deve tirare davvero.


l’età dei sogni

Ho vissuto dentro due sogni, li ho sognati con passione ed abbandono, credendoci, poi sono cambiato con loro che cessavano man mano di essere gli stessi sogni, od almeno così mi pareva. Ma i colori, la forza rimanevano. Sono una persona fortunata, mi piace il futuro, non vivo di rendita su ciò che è stato, ma ho potuto sognare e ancora mi succede. Chi ha avuto un amore è ricco, chi ne ha troppi, a volte, è confuso. I miei sogni giovani erano nati poco prima del ’68, così c’ho creduto subito e ho amato quei giorni, mi pareva d’essere all’interno di qualcosa che mutava il mondo. Mi pareva, anche perché vivevo quel sogno, mi modificava la vita ed io accettavo lo facesse. Mi pareva d’essere situazionista e qualche anno dopo, diventai comunista. Non era un sogno d’accatto, di serie b, era la prosecuzione all’interno di una struttura di pensiero ordinata, del sogno di cambiare il mondo. Forse è difficile adesso spiegare cosa siano stati quegli anni prima del terrorismo, ma c’era l’idea che il mondo potesse mutare profondamente, che parole come eguaglianza, pace, solidarietà, libertà potessero essere attuate appieno. Si discuteva molto, di tutto, si muoveva la vita dal personale al sociale e poi questa tornava indietro, in un flusso circolare che non finiva, ma si arricchiva, ingrossava in continuazione di idee. Molte scelte di vita furono fatte in quegli anni, qualcuno dei compagni più radicali nel cambiare la vita, ancora lo vedo, realizzato nel suo essere davvero alternativo.

Il 3 febbraio del 1991, Achille Ochetto, ultimo segretario del PCI, scioglieva il partito. Era tempo, doveva accadere, ma non si scioglievano le idee, si scioglieva la loro attuazione, la struttura, si cambiavano i fini. Un partito è un’organizzazione con scopi e obbiettivi, in un partito ideologico i fini coincidono con obbiettivi molto alti di cambiamento sociale e individuale.  Bisognava chiarire quello che sarebbe rimasto dei sogni, non fu fatto e ciò che è nato dopo è stato un insieme di tentativi che, partendo dal conosciuto, puntavano su qualcosa che non si capiva bene cosa fosse, la cosa fu per molto tempo il vero nome di quello che non poteva più essere un sogno. Parlare di quei giorni non è facile a chi non li ha vissuti, percorrevo il territorio, partecipavo come relatore di mozione ai congressi, ero occhettiano, mi pareva fosse la prosecuzione del pensiero di Berlinguer, un uomo che avevo amato per la coincidenza tra parola e vita, e volevo cambiare per non rinunciare ai sogni. Ma le lacrime, gli interventi appassionati, le rotture di chi non condivideva, non li ho scordati, erano di persone che non ho smesso di apprezzare e difendere, persone che quasi sempre avevano dedicato la vita ad una idea di cambiamento, di giustizia sociale. Adesso è difficile pensare che qualcuno sia disposto a sacrificare molto per un’idea politica, piegare una vita per difendere un principio, una legge di libertà, opporsi in una città in preda alla malavita, difendere una fabbrica e i suoi lavoratori. Allora accadeva, anche se non si era di quella città, di quella fabbrica, anche se la legge non l’avremmo mai applicata su noi stessi. Significa che i sogni finiscono all’alba, che siamo nel giorno e quindi nella realtà, oppure che ci sarà spazio per tornare a sognare? Io punto sulla speranza che l’uomo non finisca di credere che si può mutare il mondo, essere uguali, avere giustizia. Certo non posso pensare che sarà Monti a farmi sognare, non vedo leader che possano, con la forza della convinzione e dell’analisi suscitare passioni grandi. In fondo anche i tecnici sono lo specchio di questo sonno senza sogni. Però magari un po’ per volta, qualcuno comincerà a parlare del grande inganno che si consuma a carico dei giovani e dei deboli, qualche professore si rifiuterà di essere tranquillizzante con gli allievi, qualche docente universitario ascolterà la miseria giovanile e parlerà diversamente. Non rassicurerà sul merito, non spaccerà la cultura come fattore di successo, ma riporterà le cose nella realtà, ovvero dirà: studiate per capire, ma prendete in mano la società, rendetela più giusta, più eguale, più libera. Fatelo voi, dirà ai giovani, noi ci saremo.

Se saranno molti questi disvelatori della realtà, e se li cacceranno, e qualcuno comincerà a difenderli, allora il mondo tornerà ad essere reale.

E il sogno riprenderà, perché della realtà hanno bisogno i sogni. 

taxis

Mi piace l’idea che i nostri tassisti prendano nome dai Thurn und Taxis, che oltre a fare gli esattori e i principi (e ospitare Rilke a Duino), gestivano il servizio postale nei paesi del sacro romano impero. Mi piace perché un’ascendenza nobile giustifica l’attaccamento al passato, ai privilegi, mentre il mondo cambia e mette i villani nei castelli. Ma in realtà non è così, e le regole che valgono nel nostro paese, buone o cattive che siano, non sono assolute. Nel paese in cui ero sino a qualche giorno fa, il Senegal,  i taxi erano tantissimi e scalcinati. Si contrattava il prezzo prima di salire, il tempo per arrivare era un problema del tassista. Tutto questo in un traffico caotico, con pochissime norme, e pieno di eccezioni: bastava non farsi male. Questa è una liberalizzazione selvaggia, non priva di fascino devo dire, perché se uno ha i soldi e vuole la macchina bella, chiama un’agenzia specifica, altrimenti tutti uguali nel traffico. Lo stesso sistema non l’ho visto solo in Africa, ma in sud America, in Cina, in medio oriente, nei paesi dell’Est, ecc. ecc.  E non significa nulla, se non che i sistemi non sono immutabili e nessuno è perfetto. Così vengo a casa nostra, premetto che ho conoscenza delle cose come stanno, e quindi mi sono formato un’opinione, che non è più autorevole, ma si può fare. Bene, mi pare sbagliato che una licenza pubblica possa essere oggetto di eredità senza un limite, questo vale per uno stabilimento balneare, per un suolo con diritto di superficie, per un plateatico, ecc. ecc. quindi essa dovrebbe avere una durata, essere onerosamente rinnovata, decadere con il mancato esercizio da parte del titolare, stabilendo casomai, una prelazione nella continuità dell’attività, e così via. E’ troppo difficile? Mah, non credo, se si esce dall’età di mezzo in cui c’erano sì i privilegi regi o papali, ma anche i ducati venivano riconcessi alla morte del duca. Se una persona compra una licenza è per usarla, non per rivenderla. Magari questo principio avrà bisogno di gradualità, e questo va bene, facciamo 5 anni? Poi tutti alla pari e quando l’ esercizio della concessione cessa, farmacie comprese, si va a concorso, magari ricomprendendo una buonauscita per chi cessa l’attività. In realtà quello che non si vuole smantellare è un mercato drogato dove si vende qualcosa che ha un valore fittizio, e per mantenere il quale bisogna che cessi il libero mercato e la concorrenza. Ma se non c’è un cambiamento tangibile, in un tempo certo, come lo spieghiamo a quelli che dovevano andare in pensione quest’anno e ci andranno, forse, tra cinque anni? In realtà alcune categorie, non persone, difendono se stesse a prescindere, oltre il merito e il momento, però credo anche che generalizzare non faccia mai bene, molti tassisti non hanno redditi da professionisti, e casomai bisognerebbe cercare tra gli orafi, i bar, i ristoranti, ecc. ecc. qualche tesoro nascosto. Devo anche dire che i tassisti non hanno fatto molto per far  essere simpaticamente ligi: cosa sono quegli straccetti di carta pubblicitaria, magari di night club, che mi vengono dati per ricevuta? Più di una volta ho dovuto protestare perché non si capiva nulla, oltre l’importo, anzi un abusivo mi ha dato una ricevuta di un’altro taxi, e mica si capiva, il taxi era eguale agli altri,  poi cercando il mio telefonino smarrito ho scoperto che era abusivo. Poi perché il metodo per tariffare una corsa è il tempo e non il percorso? Perché devo pagare l’inefficienza del comune nel regolare il traffico, che è anche quello che mi impone la tariffa. Doppia beffa. E’ ora di stabilire che nessun mercato è privilegiato, che i monopoli non esistono e che gli utenti devono poter contrattare i servizi. Quanto questo costi in termini elettorali ce lo potrebbe spiegare il sindaco Alemanno, ma se i tassisti, i farmacisti, i tabaccai, gli edicolanti, i baristi, i notai, gli avvocati, i commercialisti, ecc. ecc.  sono un’eccezione intoccabile, alla fine sappiamo bene chi resta. Pagassero almeno le tasse fino in fondo, ma neppure questo è concesso verso chi ogni mese scopre che lo stipendio si decurta ed ha il rischio assoluto del licenziamento. Bisogna mettere mano al sistema delle caste, non perché questo ci porterà fuori dalla crisi, ma perché lo stato, le regole, il lavoro, i pesi e i diritti devono essere uguali, altrimenti ogni efficienza, ogni cambiamento sarà impossibile, e la gestione della cosa pubblica dovrà procedere per eccezioni. E sulle eccezioni si reggeva il sistema feudale, non lo stato democratico.

p.s. leggo che nel provvedimento del CdM i taxi sono stati tolti e demandati all’autorità sui trasporti. Tutti bravi a bastonare chi lavora a reddito fisso.

chi non paga?

Per dare un giudizio sulla manovra del governo, è poco interessante sapere chi paga, è invece, molto più illuminante capire chi non paga.

Essenzialmente non paga chi ha creato il problema, gli stessi che rivendicano, coattivamente, il principio solidaristico, ovvero dicono che tutti siamo sulla stessa barca, anche se non sulla stessa classe di viaggio.

Faccio alcuni esempi: non paga chi vende in nero. Non pagano gli evasori totali e parziali. Non pagano quelli che hanno violato le quote latte per anni, sapendo che facevano un illecito. Non pagano i ricchi, gli straricchi, generalmente il 10% della popolazione che ha in mano il 50% della ricchezza del paese. Non paga la chiesa sugli immobili adibiti ad attività commerciali. Non pagano i privilegiati, i nominati, i reggicoda, i faccendieri della politica. Non pagano gli occupanti abusivi del paese, quelli che hanno residenza altrove e rendite in Italia. Non paga chi ha sprecato, tangentato, costituito fondi neri, corrotto e neppure paga chi ha ricevuto, alterato, occultato, eluso. Non paga chi si è arricchito nel paese di bengodi senza alcun merito. Non pagano i grandi patrimoni, le banche che hanno lucrato, i detentori di monopoli. 

Sono solo esempi, voi cercate i vostri, però soprattutto non paga chi ha incarnato la politica, principale responsabile della guida della nave.

Pagano gli elettori che avevano creduto, pagano anche quelli che non hanno mai creduto, pagano i giovani e i vecchi, pagano le donne che a 60 anni si troveranno con meno forze a gestire due lavori, pagano le categorie di lavoratori che dopo 40 anni di lavoro non ce la fanno più, insomma paga la terza classe, che pure aveva già pagato il biglietto e che adesso si sente dire che ci sono gli iceberg, che il mare è infido, che dio è morto, che il capitano non si sente bene e che è meglio mettere il pilota automatico.

Domani vi dirò che l’Italia siamo noi, oggi no, almeno 24 ore per imparare a nuotare.

la democrazia non è buona

I partiti sono strutture di pace che non funzionano in tempo di guerra e questo e’ un tempo di guerra che si esercita su un sistema crudele. Chi l’ha detto che la democrazia e’ buona? Non e’, né misericordiosa né giusta, è solo, sinora, il miglior compromesso elaborato per non divorare una minoranza. E questo suo fraintendimento iniziale (in aggiunta, per sua natura, è incline al conservare ciò che esiste) funziona ancor meno nei tempi d’ eccezione. Credo che tutti noi vorremmo una democrazia più giusta, ma passando ai fatti: quali sono oggi le nostre idee per uscire dalla crisi e far ripartire un paese?

Non ho aderito al liberismo come panacea dei mali degli uomini, non mi sono iscritto al partito di Merkel e Sarkozy, se devo stare zitto ed accettare che non parteciperò al mio presente ed al mio futuro, non ho bisogno di un partito. Ma io un partito ce l’ho, finché dura e se capisco la solitudine del suo gruppo dirigente, se capisco molto di molto, ho anche colleghi che resteranno senza lavoro e senza pensione a sessant’anni. Facile dire a una persona riciclati, lavora, scegli il nuovo, ma se non funziona a trenta, come funzionerà a sessanta. Per avere un poca d’equità, bisognerebbe almeno avere delle norme in deroga che tutelino i licenziati anziani, accompagnarli fuori dal lavoro dignitosamente. Credo che un sottosegretario al lavoro che abbia lavorato in fabbrica, farebbe bene ad un governo di persone  che, quando vanno in pensione a 75 anni, pensano d’ aver subito un sopruso. Sono lavori diversi, ma penso alle donne che verranno tenute a forza nei posti di lavoro, oltre i 40 anni di contributi, oltre i sessant’anni. E’ l’Europa si dice, ma altrove ci sono strutture ed accessi multipli al lavoro talmente diversi da dare libertà sconosdciute in Italia. Se si pensa che le donne assommano normalmente l’attività di cura al lavoro, a 60 anni, lasciamo loro almeno la scelta. Per chi lavora due volte qualche pensiero si dovrebbe pur fare nel senso dell’equità.

Penso poi a come si pagherà la crisi della finanza, non parlo per me, sto bene senza particolari ricchezze, pagherò, ma in assenza di una patrimoniale vera, senza un sequestro dei beni degli evasori, in questo momento, dov’è l’ equità nei confronti delle persone che si vedono ritirare il fido, ridiscutere il mutuo, vendere la casa per debiti?

Non e’ un problema solo italiano, dicono. E’ vero, ma noi abbiamo fatto di più e meglio nel debito e nella crisi, e per restare tra quelli che contano adesso ci viene detto, che in due mesi si devono recuperare 10 anni, che l’Italia deve salvare se stessa e l’euro. Mi pare un compito immane e senza solidarietà non so che Europa verrà fuori, di certo, pensando a quale Italia pagherà il costo del salvataggio, ne uscirà un paese stremato, diviso, incattivito. Possiamo dire che queste sono le ricette e le richieste della destra, dei mercati finanziari,  allora ciò che m’ impressiona è la carenza di elaborazione alternativa. Il riformismo occidentale tace e non dice nulla sulla sua ragione fondante, ovvero come pensa di assicurare diritti, tutelare i deboli, creare una società più giusta e partecipata. Non parla di come verra’ affrontato il problema del lavoro e dei giovani nel mercato globalizzato. La terza via di Blair e’ fallita, anche quella di Zapatero ha fatto una fine ingloriosa, Obama, non ha una via liberal per uscire dalla crisi e delude, dipendendo troppo da regole che non riesce a scrivere, ciò significa che il riformismo, senza una propria visione della società che comprenda eguaglianza e giustizia, termini che significano disciplina e leggi di governo dei mercati, non esiste. Sistemi economici, sovrastrutture si scontrano. Oggi sul mercato c’è una massa di denaro pari a 6 volte il pil mondiale, che compra la democrazia, impone governi e dittatori, piega aziende e mercati delle merci, condiziona le vite, i desideri, i bisogni dell’intera umanità. La finanza non è al servizio dell’homo faber, ma a servizio di se stessa. Pensare che la produzione, il benessere degli uomini, il pianeta siano governabili in queste condizioni, senza regole, è demenziale. Cosa racconteremo, noi che siamo di sinistra, che siamo riformisti, o semplicemete ci rendiamo conto di ciò che sta accadendo, che questo mondo e’  irriformabile? Nel redivivo Candide, interpreteremo il Pangloss della situazione, sostenendo che questo e’ il migliore dei mondi possibili?

Dei tre diritti fondamentali, la democrazia così interpretata, ma ancor più il riformismo, e’ in grado di assicurare solo la libertà di pensiero e di parola. Per questo è necessario, impellente farsi domande, esserci. Voglio essere ottimista e pensare che nel dopo Berlusconi si apra una grande stagione di confronto, in Italia, sull’idea di modernizzazione e di futuro, che venga individuata una strada per portare il paese in Europa, verso una unione di fatto e di diritto, che finiscano le pagliacciate sui secessionismi e le piccole patrie senza luogo, che nel confronto tra destra e sinistra ci sia la consapevolezza che l’intero edificio è un valore.

Ma nell’attesa, vorrei anche partecipare al presente, avere la possibilità di discutere della crisi dell’economia e dei partiti, cioè dei due vincoli che governano la mia vita, non essere in una democrazia di guerra che zittisce. I presupposti su cui sono nati i partiti maggiori in Italia erano diversi. Non solo i partiti non servono in guerra, ma è la situazione in cui sono nati che non prevedeva tale e tanta gravita’ e cambiamento. Francamente nessuno oggi, anche se lo spera, vuole sentirsi raccontare di non preoccuparsi, che passera’ e che tutto sarà come prima. Per questo credo che, nel ribollire delle urgenze, ci sia uno statu nascendi da creare, che l’equità immediata sia necessaria come la privazione, che l’abbattimento del privilegio, porti a nuove regole di pulizia nell’essere sociale. Nell’attuale, incredibile situazione di democrazia alterata, è compito di chi vorrà governare poi, dire subito cosa accadrà, dare un senso ai sacrifici, stipulare patti vincolanti, introdurre la comprensione della realtà accanto alla tensione dell’orizzonte verso cui si vuole andare.

Ricostruire regole e convivenza, spazzare via il vecchio che ha portato a questa situazione, riprendere in mano il proprio destino, non ci può essere solo accettazione supina, questo lo deve sapere il corpaccione vecchio della politica, e lo deve sapere anche il governo dei tecnici a cui è chiesto, non di fare ciò che altri non ha avuto il coraggio di fare, ma di trovare strade nuove e poi lasciare il campo perché è finita l’epoca del governo dei generali e torna la normalità.

La democrazia non è buona, ma la dittatura della finanza è peggio.

classe media

Forse dovremmo dire una cosa semplice semplice: un quarto del lavoro in Italia, è fatto di lavoro autonomo. Accanto a difficoltà enormi per molti di questi lavoratori, ci sono aree in cui l’arricchimento personale, non aziendale, sfugge a qualsiasi contribuzione che rispetti l’obbligo di equità. In quest’area si annida un voto conservatore che alimenta tutte le resistenze alla modernizzazione del paese. Questo è un pezzo di classe media non riconosciuta da quella storica, fatta di insegnanti e impiegati. Ma non c’è dubbio che per reddito, e consumi sia tale e far emergere questa anomalia è una sfida per l’ Italia, che può influenzare non poco l’altra sfida, ovvero quella dei mercati. Le mia testa pensa in termini egualitari, e l’equità non si separa dall’eguaglianza, quindi il privilegio è un nemico dell’eguaglianza e della sua possibilità pratica di cambiare la società.

Combattere i privilegi, dare origine ad una nuova classe media che divenga il nucleo fondante del cambiamento politico e sociale, del paese, è un obbiettivo che si colloca fuori dalla politica. E’ società civile, rivendicazione di differenza e identità. Non posso chiedere al liberale, liberista, Monti di fare questo lavoro al mio posto. Egli, come tutti i borghesi liberali, potrà comprendere e cercare un confine comune, nuovo, tra queste tensioni diverse nella società. Due mesi fa, sostenne a Cernobbio che una buona soluzione per ricomporre il paese, era arretrare i confini dei contendenti, di fatto creando una terra di nessuno in cui l’ideologia lasciasse il posto ai provvedimenti economici. Questo significa toccare pensioni, rendite finanziarie, patrimoni, ecc. Ma non basta per un cambiamento modernizzatore del Paese e anche i sacrifici sarebbero possibili, se emergesse lampante l’equità. Credo serva una nuova classe media, che riprenda il controllo del cambiamento e del paese. Tocca a questa società civile, proporre uno scambio generazionale e socio-economico di ricomposizione dello spread, questo sì determinante, tra ricchi e poveri nel Paese. Un annullamento dello spread (sto violentando questa parola su altri significati non economici, con gusto, ma l’abbandonerò dopo questa piccola soddisfazione) del futuro attuale, che è ben diverso tra quello della classe media e quello delle aree di privilegio. La classe media è trainante nella mobilità sociale, consente a chi è economicamente sotto di essa, di assumerla come obbiettivo compatibile. Un grande disastro di questi anni è stato il diffondersi dell’idea che si potesse saltare, dalla povertà alla ricchezza senza limiti, dal bisogno alla dissipazione. Entrare nella classe media non è solo un fattore economico, ma soprattutto un fattore culturale, ovvero quello che è più facilmente a disposizione come risorsa  di massa in questa società. Se l’idea della classe media diviene stabilmente conservatrice, la società è più ingiusta, ma il primo obbiettivo dell’ingiustizia diventa il corpo non reattivo della società, ovvero la stessa classe media e credo che una delle parti più importanti di quella che un tempo fu classe media, ovvero gli insegnanti, molto avrebbe da dire al riguardo. Quella classe media, maggioranza più o meno silenziosa, ebbe non poche colpe nella incapacità di autogovernare la propria idea di orizzonte sociale collettivo. E uno degli errori importanti della politica di centro e di sinistra è stato quello di confondere il consenso elettorale, che veniva da questa parte della società, con una presunta strutturazione stabile ed evolutiva di idee forza, che semplicemente non c’erano. C’erano sensibilità, attenzioni, rivendicazioni, ma un corpo forte e autocosciente non c’era, questo errore non ha permesso di far evolvere l’attenzione politica verso la liberazione della classe media dagli stereotipi, mentre il lavoro individuale, intanto, creava un paese economicamente parallelo, dove esso diventava il detentore della capacità economica. La classe media che evade non può essere egualitaria e tanto meno un motore di cambiamento, al più sarà conservatrice, più spesso pujadista e antipolitica, fino ad essere antisociale. Ma non è la maggioranza di questa classe media e mi chiedo cosa pensino gli altri che invece pagano tutto, impoveriscono e non hanno orizzonti. La scelta del presente e del futuro della maggioranza del paese è qui, nel riconoscere la propria capacità di cambiamento, di interesse alla cosa comune, di essere la parte creativa e riflessiva. In una parola: fare una scelta egualitaria per crescere.

caro Presidente Napolitano

Caro Presidente Napolitano,

il senso delle istituzioni e il rispetto per gli elettori, che Lei ha espresso in questi anni, è fuori discussione, e con la Sua azione, coerenza e presenza istituzionale, ha mantenuto alta l’opinione degli italiani e degli stranieri sul nostro Paese. In questi giorni, Lei sarà tirato per la giacca da decine di interessi che il mutamento della guida del Paese mette in pericolo. Non avrà problemi a respingerli e scegliere per il meglio. Credo che molti in Italia pensino che Lei non è un notaio, e che la Sua opera è garanzia, che si trovi una strada per uscire dal vicolo cieco in cui siamo finiti. Mai come ora la Sua solitudine, è la solitudine degli italiani che vogliono fare qualcosa per salvare e salvarsi. E’ tempo di decidere signor Presidente, anche lanciando un appello alla politica, che si assuma la responsabilità di fare. Non credo che la decisione del come e quando andare alle urne spetti al presidente del Consiglio, sfiduciato dal parlamento, non credo valga la sola burocrazia delle regole interpretabili, fatte per tempi in cui non era in pericolo la stabilità economica e sociale del Paese, lo sforzo, adesso, è quello di avere un Paese coeso ed impegnato a fare quanto può. La politica non può e non deve far di meno. Un governo di persone autorevoli, fuori dalla politica attiva può assumere le decisioni di politica economica a breve, fare una legge elettorale che riporti la scelta agli elettori, far capire alla speculazione che non passerà, perché l’Italia e gli italiani esistono.

Decida presto signor Presidente, in questo momento non solo la parte economica dell’Italia è a rischio, ma la stessa concezione del rapporto governo-governati che è stato una delle grandi conquiste di democrazia dopo il fascismo ad essere in pericolo.

Il sostegno del Paese non le mancherà signor Presidente ed in questi giorni difficili le migliori energie saranno disponibili, proprio come quelle di quei ragazzi che, nel fango di Genova, e degli altri luoghi alluvionati, stanno in questi giorni affiancando le istituzioni per rendere la vita possibile nel disastro e non chiedono a quale parte si appartenga, ma cosa ci sia da fare. 

Attendiamo con fiducia le sue decisioni Signor Presidente, noi ci siamo.

le stranezze della “democrazia”

Certo che la democrazia è una bestia strana, viene evocata ogni volta che le cose non vanno nel senso del desiderio in politica. E ancora deve essere un po’ puttana, se cambia così spesso amanti per restare a galla. Poi pare, abbia lasciato da tempo la sua compagna: la responsabilità. Anzi quest’ultima viene evocata quando si sta annegando e preferibilmente chi dovrebbe esercitarla è all’opposizione. Questa della responsabilità di chi non ha proprio “la responsabilità” di governare è una cosa curiosa, molto cattolica (nel senso che la santità degli altri serve ai peccatori), che pare piaccia a quelli che hanno dubbi sul loro consenso e rielezione e ai mercati, che notoriamente sono molto responsabili.

Questa democrazia, pare consideri un optional l’oggetto per cui dovrebbe esercitarsi, ovvero il bene dei cittadini e del Paese. Cioè quando i principi sono andati in dissoluzione (dovrei dire a puttane, ma chissà cosa pensereste), pare sia il meccanismo democratico ad essere il principale interesse della democrazia. E quindi andremo a votare con una legge antidemocratica per avere la democrazia. Oppure, in nome della democrazia, si eviterà di fare un governo di transizione che permetta di affrontare la crisi e le regole comuni di convivenza, perché c’è convenienza nel limitare il danno elettorale sui disastri già compiuti. Insomma di stranezze la democrazia si circonda, ci vive, si alimenta, e magari è il migliore dei compromessi possibili, ma se almeno la vedessimo per come è, forse non verrebbe caricata di responsabilità che non ha e che dipendono, mai come in questo caso, dagli uomini che evocandone il nome, in realtà hanno fatto passare ben altre concezioni dell’esercizio del potere. 

disciolto

Disciolto è il risultato dell’azione di un solvente nei confronti di un composto solubile. Il solvente non bada a chi ha davanti, ma solo alla sua attitudine ad essere sciolto, impiega tempo, e continua la sua azione. Viviamo in un paese che si sta disciogliendo. Dissoluto e dissolvere hanno la stessa radice, ma indicano due azioni diverse, la prima si concentra su di sé, una sorta di autosoluzione e mostra il risultato agli altri, la seconda è l’azione violenta che muta un composto cambiandone natura anche senza un solvente. Portate nel sociale, queste accezioni diventano negative e il loro lato oscuro è che non resterà significativa traccia dei tempi e delle persone, se non per gli effetti di ciò che è avvenuto. E basterà un aggettivo per definire questo tempo fatto di dissoluzione, ma del buono, non resterà che il nostro vissuto. E’ questione di tempo, speriamo sia poco e che un atto sciolga il prodotto creato dal convergere di una stagione in cui nessuno ha fatto ciò che doveva. Nessuno di quelli che contavano, intendo. Il berlusconismo non è stato un accidente, ma la risposta ad un bisogno, investigare questo bisogno consentirebbe di trovare la radice di molti malesseri, ed anche le terapie necessarie, ma come diceva Gaber non è la paura di Berlusconi che deve condizionare chi non la pensa come lui, ma piuttosto la ricerca del berlusconismo che ci portiamo dentro. Come dire che non sempre l’arma è nella mano dell’aggressore, ma a volte è nelle nostre mani. Una strada la indicò molti anni or sono, dopo la morte di Falcone e Borsellino, il giudice Caponnetto, insegnando che la battaglia per la legalità, ovvero per il rispetto comune, cominciava con i piccoli atti: pagando l’autobus, evitando le furbizie che erano piccole ruberie, le sopraffazioni, le alterazioni del giusto. Da lì dovremo ripartire per ricondensare il paese, tanto più oggi che una coesione interna vale nei mercati internazionali più di una manovra economica. Ricacciare il lato oscuro e far emergere il buono. Credo servirà pazienza, costanza, un uso intelligente del ricordo, perché ricordare è premessa per il giusto. E non premiare oltremodo i transfughi, perché questo sarebbe un altro germe di futura dissoluzione. Il programma del nuovo governo dovrebbe essere: risaniamo noi stessi, cominciamo dalla giustizia come pratica, rimettiamo assieme le persone per un progetto comune. Un progetto per qualcosa e non contro qualcuno.

Basta far evaporare il liquido, perché dalla soluzione si possa tornare al solido. Non la stessa forma, ma la sostanza, quella buona che non evapora, c’è ancora.

p.s. nella interpretazione del cambiamento, spesso ci si imbatte nel giudizio di valore: è cambiamento il ritornare ai principi o è conservazione. Credo che senza una solida base condivisa di regole non ci possa essere cambiamento e progresso e la riconquista cosciente delle regole comuni sia la vera rivoluzione che in questo momento possiamo fare.

sogno anarchico

Sogno la violenza del silenzio, della riprovazione, della presenza muta che tolga il sonno al potere cieco.

Sogno la consapevolezza che porta l’amore altrove, lo schierarsi senza reticenza e senza passaporto, l’esserci perché non si tollera più la distruzione del presente e del futuro.

Sogno la forza anarchica della risata, che confina nella solitudine del ridicolo i potenti.

Sogno la fuga dal servilismo, l’ostentazione muta del diritto violato.

Non meritano le nostre canzoni, i nostri slogan, gli danno forza, e allora silenzio, rifiuto di collaborare, non violenza. Ogni giorno finche’ non cambia.

P.s. Metto la locomotiva di Guccini speriamo che Sacconi non si preoccupi.