sulla facilità di dire amore

<<Sì, vero: sono innamorata del comandante Schettino>>

E così irrompe la parola amore nel naufragio. E’ un dettaglio, bisogna dargli il posto che gli spetta e spero scompaia nel privato. Se non è stato causa di qualche dimostrazione d’incoscienza, questo amore è già mutato nell’abbandono della nave. Consumato. E non occorre immaginare troppo per capire che per Schettino nulla sarà come prima, anche nelle sue vicende personali e familiari. Ma ciò che non riguarda i fatti, si copra, è inutile a tutti.

S’ inciampa continuamente nella parola amore, anche nella cronaca, come fosse un badge che permette di aprire chissà quali porte comuni. Invece è questione tra persone, tra cui è già molto difficile che ci sia coincidenza di significati sulla parola, chissà poi con gli altri di cosa davvero si parla con questa parola.

L’amore dei sedici anni è lo stesso del travagliato rapporto maturo? Domanda pleonastica, naturalmente no, in questa parola contenitore si mettono stili di vita, faticosi compromessi, sfrenate voglie, comportamenti non confessabili, languori inattesi, perdite del reale, fantasie sferraglianti, abbandoni, tutto costruito con il vivere e non insieme di dotazione. E nell’enumerare gli effetti dell’amore, ognuno ha la propria interpretazione della parola, proprio nel momento in cui la pronuncia: è questo di cui parliamo, quando parliamo d’amore? Forse per averne confine bisognerebbe chiedersi quale processo investe la testa dell’amante, quando fa un passo indietro, si ritira dall’amore possibile perché avverte la differenza di sentire con l’altro e quindi l’impossibilità di un progetto. Quindi partire dalla fine per trovare il bandolo che porta all’inizio. Fatica mal spesa, farsi domande senza risposta è un esercizio poco utile, e se parliamo d’amore, parliamo della fotografia di noi, noi siamo quello che sentiamo in amore, anche quando questo non c’è, ed è impossibile osservare/ci senza modificare la percezione e quindi è impossibile definire/ci. E’ un’affermazione lapidaria, ma rispettosa che non scompongo, se non per dire che i nostri comportamenti sono quello che deriva da questa immagine. Nulla è così rivelatore quanto la gestione dei sentimenti, il sentimento principe è l’emblema di tutti, vale a dire che ogni storia è a sé, come il ritratto di ciascuno,e  che l’ igiene mentale a volte, serve per preservare l’integrità della persona, e che la morale nella sua generalità, è una norma semplificatrice, ma poco o nulla ha a che fare con quanto uno sente davvero.

Parliamo d’amore, se l’obbiettivo è la collezione di uomini o di donne? come si fa a parlare d’amore senza soggetto che condivide ? Se la pulsione è tutto, se il sesso è il legame prevalente possiamo meravigliarci della noia, dell’assuefazione ? Ecco torno alle domande, e non va bene, nell’educazione ai sentimenti, il sentire ha una sua persistenza. E’ una asserzione semplice, persistere significa accedere al ricordo, persistere significa avere terreno solido per un qualsiasi progetto, persistere significa essere sullo stesso piano della sensazione, dopo che l’uno o l’altra è prevalso, ha attratto l’attenzione, ha usato il fascino del vedere e del mostrare qualcosa che non è percepibile da altri ed ora comunica tra pari. Per questo collego il sentire all’amore, cioè quanto di più individuale vi possa essere, eppure non ne è condizione sufficiente, ma necessaria lo è di certo.

Ci sono frasi, parole che si possono estrarre da un discorso, perché ci definiscono in maniera netta, è quando l’io sono diventa l’importante di noi. La signorina era innamorata, sentiva, il capitano sentiva, era cosa loro, e tale rimanga se non ha provocato un disastro esterno.

Basta il loro personale come problema.

p.s. se Schettino doveva tornare a casa, il comandante De Falco glielo avrebbe detto: Comandante Schettino torni a casa, cazzo!

cose facili

Molti anni fa ho conosciuto un monaco teologo, molto particolare, fondatore di una comunità. Molti di voi, certamente lo conoscono. Questa persona mi colpiva, pur non essendo io credente, per la forza che emanava. Mi raccontava la sua vita impossibile, fatta di viaggi continui e con poco sonno, masticando peperoncino per tenersi sveglio Lo faceva con molta serenità ed un pizzico di compiacimento. Come fosse una condizione raggiunta da cui partire per fare altro. Ma non parlava della risorsa della meditazione, della passione, dell’approfondimento, e dello studio applicato su di sé, le considerava, cosa che non è, cose intrinseche all’uomo. Serio, diceva che ai 40 anni non ci arrivava, ma che era un misurarsi con la propria resistenza per una buona causa. E’ ancora vivo vegeto e importante per sé e per gli altri, segno che le passioni forti non consumano, ma in tutti questi anni, ha usato la lentezza per spaccare la roccia del pregiudizio. L’ ha usata su di sé e sugli altri per entrare davvero in profondità. Lo fa costantemente con articoli, libri, interviste e cambia il modo di vedere. E’ una persona che ha trovato una ragione forte ed il suo sereno vivere, applica su di sé l’univocità tra pensiero, parola, azione. L’unico segreto che consente una vita libera e davvero mobile nel mondo, perché priva di paura.

La parte interiore conta molto, allinea a livelli più alti i bisogni e soprattutto li soddisfa. Non è questione di quantità, anche la qualità diviene priva di senso, perché non si tratta di misura, ma di adesione a sé.

Ho pensato spesso, in questi anni, ai percorsi di chi come me non ha fede nell’ aldila’,eppure prova il bisogno di misurarsi su terreni più elevati della semplice soddisfazione dei desideri. Che sia la meditazione, oppure lo yoga, o ancora la ricomposizione della mente e del corpo, le discipline orientali, e molto d’altro come via laica alla serenità interiore, ne ho sentito parlare con dileggio, come rinuncia, oppure minore esperienza, perdita rispetto alla vita fatta di desiderio/soddisfazione.  In realtà questo aspetto non è per nulla assente solo che non si rinuncia né al corpo né alla mente, anzi, ma la ricerca si articola nel trovare cose che durano, acquisizioni permanenti. Per questo non riesco ad essere indifferente di fronte alla banalizzazione di chi cerca sé stesso. In questi casi, ascoltare e non condividere non mi riesce, e queste voci mi danno fastidio. Come mi infastidisce chi pensa che ogni star bene dipenda sempre e solo dalla nostra volontà. Guarisci, sembra l’invito-promessa che ogni uomo rivolge a sé stesso e agli altri, che poi significa: non disturbare. E cosa c’è da guarire, la normalità inesistente? La medietà che non infastidisce? Oppure guarire è solo star bene e questa risorsa bisogna cercarla dentro, ma anche fuori di sé ?

Domande.

La leggerezza è ancora lontana, e che la strada è lunga come la vita.

il senso delle cose

Qualche anno fa pensavo ad un bimbo seduto su una tonda camera d’aria bucata, che rideva per l’aria che usciva e lo solleticava. A modo mio ne scrissi, ma qualcosa mi sfuggiva, e non era l’aria, era il senso dei miei pensieri, come se il pensare dovesse sempre essere utile o compiuto e non un’oziare che guarda attorno ed accumula, dialoga, connette. Nulla di nuovo in tutto questo, dall’Ulysses in poi, il dialogo interiore diventa parte integrante della vicenda umana raccontata, dilatandone il tempo all’infinito.

Se questo dire messo tra dentro e fuori, e non tutto dentro, come il linguaggio che sente, e non tutto fuori come il raccontare ciò che si osserva, è la mia modalità di comunicare, qual’è la sua utilità?

Nessuna.

Non c’è un senso compiuto, perché ho superato la necessità di concludere e la definitività dell’asserzione. Non esprimo tesi e teoremi, ho la sensazione di vivere all’interno di un flusso che si chiama occidente, che ha interessi politici, economici, ma ben di più sociali e personali. E quando si è all’interno di un flusso non si scrive la parola fine, ma al massimo si ragiona e sente con la particella a fianco, si traggono delle conseguenze che valgono per le sensazioni che sollevano: più giuste=sensazione di benessere, meno giuste=sensazione di disagio.

Quindi se le cose hanno senso per ciò che sono e provocano e non unicamente, per la loro utilità, lo scrivere, come il guardare, come il pensare e l’essere sono attività contemplative socializzabili, comunicabili. Non c’è un senso alle cose, perché noi siamo il senso delle cose per come le lasciamo dire, ci facciamo sentire, ci lasciamo amare. 

Mi fa piacere essere letto, ma in conto c’è anche il non essere capito, il non essere condiviso, proprio perché non c’è una tesi finale. Solo un fluire e sul fluire non c’è tantissimo da dire se non la direzione: se non interessa, si cambia flusso, si va altrove.

Per quanto mi riguarda il limite e l’opportunità dello scrivere su un blog si racchiude in due canoni:

1. lo scritto è necessariamente breve e può essere denso, o banalissimo, ma almeno dura poco. Solleva e non analizza, si conclude e passa ad altro. 

2. ciò che si comunica può essere l’allenamento, la prova, per altro di più compiuto e con un senso maggiore. Ovvero mentre ricostruire una persona attraverso un blog è una operazione che assomiglia a fare un puzzle, la stessa persona se vuole raccontare qualcosa che sia più complesso e compiuto può usare un contenitore unitario: un saggio, un romanzo, un poema, un racconto.

Conclusione: non cercateci troppo senso nelle cose che leggete, guardate le cose, il senso è proprio nel riuscire a vedere.

una tonda, nera gomma

Sulla tonda, nera, gomma, bucata,

tra polvere gialla e pezzi d’asfalto,

un bimbo rimbalza, e ride: per il gioco

e per l’aria ch’ esce e gli solletica la pelle.

E’ notte,

arrivata presto, oltremisura:

tra pensieri e passi, si spegne l’ansia,

i giorni troppo lunghi, le decisioni in fila tumultuosa,

come anatre, che però sanno dove andare.

Un sospiro fondo sparge nell’asfalto, le sensazioni

di questo buio volo

che non finisce e non ha sonno.

Guardo,

il davanzale troppo basso,

il vicolo, la strada gialla,

i lampioni pretenziosi.

Oltre.

Nel sole

il bimbo gioca ancora,

fa argine al nero che monta e invade,

traccia segni di polvere

e ride, mostrando labbra e denti al cielo:

ci è dato ricevere ed

inspiegabilmente leggere, cose

che la sabbia dei giorni non trattiene.

la parola della settimana: Siria

In questi giorni penso spesso alla Siria, alle persone conosciute, ai luoghi. Il profumo dolce dei narghilé alla mela, i forni, i suk, le pietre dorate, il deserto. Mi torna in mente la sensazione del colore, quella radiazione rossa che emana dappertutto e rende vividi gli altri colori. Il verde e il nero, in particolare. Penso all’imbarazzo coperto di parole ed alle rassicurazioni di Hassan, alle frasi senza punto, ai tre puntini di sospensione come modo per chiudere ogni domanda diretta. Internet sull’ i-phone, non funzionava, più dopo la frontiera giordana, già arrivando a Deraa e da allora non ha più funzionato. Serve internet? Moltissimo e pochissimo, dipende dalla tesi che si ha in testa. A me sfuggiva – e sfugge- molto, non bastava l’informazione. Dalla tv capivo che la situazione era molto più complicata del conto dei morti e della repressione. Anche da quello che vedevo gli elementi da incasellare in un quadro non erano chiari. La sensazione è rimasta, troppe le variabili in gioco e se le rivolte apparentemente semplificano, distinguono i buoni dai cattivi, quello che accade durante e poi, è dissonante rispetto alle premesse. Gli strumenti che ha un occidentale sono limitati, c’è una barriera culturale da superare, un rispetto da mantenere sul sistema sociale complessivo. Ma anche l’abbandono delle scale di valori e di giudizio, perché non adeguate ai codici che dovrebbero interpretare e collocare. E come potrebbero, senza molta conoscenza e umiltà?  Anche dalla BBC o dalle tv arabe in lingua inglese si capiva poco oltre le notizie. C’era il disagio sociale, la rivendicazione di libertà (quali?), la richiesta di deposizione per il presidente-dittatore, ma oltre i pensieri limpidi, quali fossero i retropensieri, le lotte, le aspirazioni individuali e collettive non si capiva. Come interagiranno Curdi, Sunniti, Sciti e poi Ebrei, Cristiani, cosa effettivamente vorranno di comune a tutti. In Siria le religioni pesano, ma per ora convivono. Anzi convivono da millenni e poi?

Comunque sia, ci sono oltre 550 morti, governa un regime, sia pure laico. Non ci sono elezioni libere e democrazia, la protesta continua, le concessioni che verranno fatte, non basteranno. Può accadere qualsiasi cosa e l’occidente sembra impreparato.

Gestire la transizione, facilitare i processi di democrazia, questo dovrebbe fare l’occidente. Sapendo che la democrazia occidentale non è la stessa che nasce ad oriente o in altre parti del mondo, che coincidono i nomi, ma la sostanza è differente.  Che la stabilità delle istituzioni dipende dai parlamenti, ma anche dai giudici, dalla polizia, dall’esercito e soprattutto dai cittadini. E che questi ultimi pensano cose semplici ed impossibili quando fanno le rivoluzioni.

Si troverà una via di mezzo. Succede sempre così. Poi il ciclo ricomincerà e ciò che era stabile diventerà instabile, La ricerca della stabilità è una costante del pensiero politico sociale del mondo.

Poco più di quindici giorni fa ero ancora in Siria, vorrei sapere come stanno e cosa pensano le persone conosciute, come vivono questo momento, cosa sperano. Non quello che spero io o come penso che dovrebbero vivere.  Vorrei saperlo oltre le notizie, ascoltare e basta. 

 

urlicht

L’altra sera si discuteva di Libia e mediterraneo, di tricolore, di aerei e democrazia, di pacifismo presente e passato. Si parlava anche del “fascista” del piano di sopra che metteva il tricolore quando c’era la bandiera della pace e che adesso era spiazzato e confuso. Non eravamo tutti d’accordo, succede spesso tra amici,  e il magone dell’essere nel mondo sbagliato ci accomunava.

ma non c’era altro modo?” ripeteva I. sconsolata. Ed io sapevo che ora, in sostanza, non c’era altro modo, che non governavamo noi e che comunque queste decisioni nascondevano altre cose eloquenti e non dette del tipo: qui sì e lì non importa.  Che ci sarebbero stati modi diversi, volendo, ma che costavano fatica continua. Adesso le cose non fatte, avrebbero pesato sulla coscienza dell’occidente, ma poi si sarebbe dimenticato presto, annegando il tutto nella ragion di stato. 

Pensavo che si sarebbe ripetuto di nuovo, all’infinito, e che le volevo ancora più bene di sempre per questo suo interrogarsi costante, con la voglia di cambiare davvero.

Oggi possiamo cambiare idea sul tricolore, sulla guerra, sul giusto e l’ingiusto, che sono sempre merci relative, ma…
Ecco credo che su quel ma, ci giochiamo lo star bene con noi stessi e gli altri. Anche i principi che non sono veri, ci giochiamo su quel ma. Perché quel ma contiene un mondo possibile, diverso da utopia ed invece praticabile.

Anche l’amore ci giochiamo più o meno per lo stesso motivo. L’amore che è un sistema binario drogato, non ama troppo le sfumature per star davvero bene.

Nuotare contro l’entropia

Poi, rapido come una sciabolata di cosacco, accade. E ciò che sembrava solido, magari discutibile, e pronto ad evolvere col ragionamento, disgrega. Se andiamo alle ragioni meno apparenti, una crepa trascurata emerge. Di lì è iniziato. Ma ancora le dinamiche non sono chiare. E neppure le positività del futuro che si preannuncia. Insomma, si è avviati verso qualcosa di ineluttabile partendo da un segno marginale e debole.

Perché questa viscosità progressiva e poco motivata? Le ragioni si sentono appiccicate, la consequienzialità fa difetto. Non è un ragionamento lampante, non si illumina nessuna verità. Era, ed è, una possibilità che potrebbe essere ed anche non essere. Anzi, le ragioni perché non sia, sono più giuste e più forti. Perché allora, prevale il debole, l’ingiusto? Forse perché non è debole, forse perché nell’arroganza della ragione, dell’ evidente, si trascurano le entropie. Si pensa che il mondo evolva, il nostro piccolo mondo, sulla forza delle ragioni, dei numeri. E si attribuisce un’ oggettività a tutto ciò, come fosse il reale. L’unico reale. C’è chi sposa la terra perché è solida, tangibile, e non è fatta di questo interrogarsi e neppure di possibilità. Accetta la legge del più forte e stronca il debole. Od almeno pensa di farlo. Ma debole non è sinonimo di giusto, è debole che vuol diventare forte e per questo è disponibile all’ingiusto, all’alterazione della realtà. Vuole in sostanza che prevalga la sua realtà. Non è sempre così. In amore ad esempio si accetta il rischio, si fa e si sa che probabilmente si sbaglierà, ma lì funzionano i sentimenti, non è questo il caso. Qui parliamo di lavoro, di imprese, di persone.

Il terreno si è eroso, le possibilità diminuiscono. Ci si interroga sugli errori. Nessuno sembra così forte, i numeri danno ragione, ma non basta. Quel “preferirei di no” è diventato incoercibile resistenza. Adesso le difese sono arretrate e si deve decidere se morire od andarsene. Si capisce cosa prova con tragedia ben maggiore, chi si sente in trappola. Può essere una scacchiera, un amore finito, un conto aziendale pieno di speranza non condivisa con la banca, un progetto che s’ infrange, una vita chiusa, un fortino che non vede arrivare rinforzi. Andarsene, ricominciare altrove non elimina il senso della sconfitta e pone il tema del come uscire.

Bisogna andarsene quando ancora mancheremo, non quando saremo messi alla porta. Ho sempre creduto a questo assioma del ricordo positivo. Ma il momento vero dell’andarsene è colpo da maestri, intuito del guadagno vero, che non è quello economico, ma quello dello star bene. Ci dibattiamo sempre tra compatibilità, pensiamo di essere liberi nei nostri atti di disposizione eppure non corriamo nel bosco, ma su un sentiero con bivi e svolte ed in continuazione valutiamo convenienze, possibilità. La parola atto è così povera, sembra non racchiudere che la concretezza, ma quanto di immateriale si muove dietro quell’atto, la sciabolata dell’incipit, scompare. Preferirei che fosse gesto, parola che ha la tenerezza che ci dobbiamo, ed è comunicazione complessa. Ma queste sono mie fantasie, contano gli atti, non i gesti, i numeri che ti vengono rivoltati contro. Hai mai pensato a quanto fallaci siano le interpretazioni dei numeri? Ciò che per te è fatica, per chi sta a guardare diviene insufficiente, marginale, risibile. Eppure c’è il contesto, il mercato che schianta querce piene d’anni di lavoro. Non conta. Non conta nulla, perché il numero deve aiutare la teoria del debole che già si sente forte. Cos’è bastevole? Qual’è il limite oltre il quale inizia il successo incontrovertibile? Ed allora scopri che la crepa era dentro di te, che la tua sottovalutazione della debolezza altrui era sottovalutazione della tua debolezza. Servirà per il futuro? Non credo perché nella logica del vincere, l’errore è consustanziale ed il corollario è non fare prigionieri, non avere testimoni. Ogni errore piccolo o grande deve ridurre i testimoni, introdurre il dubbio sulla sua esistenza, fino a diventare verità. Non ci può essere dubbio. Ma tu non sei fatto così, l’hai sempre coltivato il dubbio, hai rafforzato la passione per conservare il dubbio, la generosità del gesto gratuito. Non serve se non a te, negli altri ti si è ritorto contro, ma non avevi alternative. Non perché tu sia migliore o più bravo, nessuno meglio di te conosce i limiti che ti porti dentro e dietro, ma perché pensi che fare senza un ritorno esplicito, valga per vivere. Ecco dove sbagli, ma non cambierai, continuerai così.

Il tempo comincia ad andare all’indietro, quando subentrerà lo scoramento, il senso dell’inutilità?  Bisogna eliminarlo, prima che accada andarsene, nel frattempo lottare. C’è ancora la possibilità di rovesciare il corso che sembra determinato. Giocare all’attacco, non in difesa, non subire e poi andarsene.

E’ l’ora di contrapporre iterazioni deboli a iterazioni che si credono forti. Un problema deterministico, in cui assumere la necessità dei livelli d’energia come stato del vivere. Ridursi a particella e fare il proprio lavoro. E’ allegra l’idea di una particella che decide e va per proprio conto, incanalata nei sentieri della coscienza di sé e delle forze che la circondano. Un vagare per lo spazio in cerca di comunicazione energetica non sottrattiva, nuotando contro l’entropia.   

A testimonianza che non basta la percezione della crepa per prevederne l’esito, ricordo, ma non sapevo.

https://willyco.wordpress.com/2007/08/20/increspatura/

 

 

nimby

… se si vuole restituire una dimensione umana, comunitaria,ecologica alla nostra vita, se si vuole restituire una dimensione, umana, comunitaria, ecologica, non tanto in senso ambientale quanto psicologico esistenziale, alla nostra vita, se si vuole sfuggire a quello che ho chiamato il “ modello paranoico” che ci costringe a consumare per produrre a livelli sempre più insostenibili, a competizioni sempre più stressanti e ci priva del vero valore dell’esistenza, il tempo, non c’è “bio”, “ecocompatibile”, “we”, “sviluppo sostenibile” che tengano, il solo modo di tornare a “un’economia di sussistenza”, vale a dire, sia pure in modo graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e autoconsumo che passano necessariamente per un recupero della terra e un ridimensionamento drastico dell’apparato industriale, finanziario e virtuale…
Massimo Fini ne “ il fatto quotidiano “ del 20-11-2010


Per un mio quasi coetaneo, benestante, realizzato e inquieto può essere facile dire “ torniamo ad un’economia di sussistenza”, in fondo l’aggettivo graduale non inficia né il tenore di vita, né le opportunità residue, e neppure le abitudini vengono sostanzialmente toccate. Le priorità di valori, le necessità si alterano con l’età e si invertono quando si esprimono salendo sulla scala delle possibilità economiche, vale a dire che a seconda di dove ci si trova nello spazio tempo-sociale si hanno bisogni differenti. Ma ciò non toglie che quanto dice Massimo Fini mi trova consenziente, purché non sia un lusso occidentale. Il n.i.m.b.y che sposta altrove le nostre difficoltà, senza rinunciare a nulla. La strada dell’alternativa a questo modello di vivere non può essere indolore, bisogna perdere, rinunciare per avere. Se penso alla mia esperienza di lavoro che cerca di proporre una compatibilità incrementante dell’uso del territorio, una riduzione progressiva dell’impatto, ma che nel farlo, non conosco la velocità del degrado complessivo e che devo, per eccesso di variabili, assumere che alterando di meno comunque miglioro l’ ambiente, mi resta il dubbio, che oltre alle parole, vendo un sottointeso, un inganno. E che il solo motivo per cui vengo creduto è nella parola compatibile, e che la mia proposta non altera desideri, attese, abitudini, ma semplicemente le condisce della speranza di non essere in un treno lanciato verso una catastrofe. E che anche una catastrofe non fa paura, perché si pensa che qualcuno si salverà, e questo saranno tra i più forti non tra i più deboli. Meglio quindi appartenere comunque ai primi. La carne da cannone non è mai morta definitivamente e si riproduce ovunque, al ritmo necessario per il suo consumo da parte delle élites. Se si diviene consapevoli di tutto ciò, cosa se trae se non la percezione delle proprie contraddizioni ed inanità. E per sfuggire all’apatia o alla disperazione del fare, quale strada resta a disposizione? Trascurando i cambiamenti repentini da catastrofe, resta la via del cambiamento progressivo delle coscienze, il proporre, l’essere conseguenti e l’attuare stili diversi di vita. Rifiutare per resistere, praticare ciò che è compatibile con sé stessi, approfondire le analisi e le compatibilità con il vivere, ma resistere alla suasion che modifica, approva, rende compartecipi dei magnifici destini del comportamento prevalente, della moda dei consumi, della scienza orientata a trovare soluzioni a ciò che si altera in un percorso infinito di rottura e riparazione. Resistere significa essere conseguenti, maturare consapevolezze allegre, essere progressivamente innervati di priorità diverse, di cultura che conosce l’altra faccia della realtà e non ne ha paura, ma cambia in conseguenza. Resistere significa avere i giovani dalla propria parte, senza la maggioranza dei giovani non si cambia e non si vince. Ma i giovani sono la parte più difficile da convincere perché devono ancora consumare, temono di perdere possibilità in una concezione del mondo che appare “pauperista”, meno ricca di opportunità di star bene, di avere. Restare in un ragionamento riduzionista  è castrante, riconduce a gruppi piccoli, religiosi, mentre serve una laicità del crescere differente che evidenzi la crescita, che si alimenti di selezione e non tolga possibilità, anzi aggiunga incessantemente e con evidenza, qualità al vivere. Non è facile, anzi, la deriva moralistica, il vedere la propria necessità diventare norma, toglie la capacità di cogliere i problemi, le difficoltà del mutare abitudini, le implicazioni di un modello che si basa su una libertà di scelta apparente, ma sostanziale. Rinunciare all’auto per andare a lavorare a piedi a 3 km di distanza non è una grande fatica, ma se il lavoro fosse a 30 km? E in una società basata sulla sussistenza ci sarebbe lavoro per tutti, e con quali garanzie ? L’industria ha creato lo stato sociale, l’agricoltura non era in grado di farlo. Il commercio mette in relazione il mondo, ma ha bisogno di una moneta comune non del baratto. Immaginate un mondo in cui gran parte delle cose che fate, avete, usate, non abbiano più significato comune, un mondo artigiano in cui la tecnologia non ha serialità, una tecnologia resa solo funzionale, quasi domestica. Il progresso che rallenta perché non servono in continuazione nuove “release” di software o di hardware. Immaginate un mondo con il manifatturiero ridotto, un mercato basato praticamente sull’uso e non sul possesso. Immaginate che questo commercio svuoti le scelte  nelle vetrine e nelle bancarelle. Immaginatelo questo mondo che colloca le persone e le cose al centro del loro significato quotidiano, esisterà una via aurea per combinarlo con questo mondo senza critica in cui viviamo. La domanda che si pone è : ma davvero vogliamo questa via e questo mondo e cosa siamo disponibili a pagare per averlo?

volontà d’impotenza

La signora Libby Latrina, in una mail molto professional, mi propone l’Oxicodone a 191,70 $. Mi pare una proposta intrigante (che schifo di parola), l’oxicodone per un maschio attempato dev’essere il massimo, toglie ogni tipo di dolore, è un oppiaceo sintetico con un nome arrapante (userei priapico, ma chissà che si pensa) da esibire: sai, ho l’oxicodone, ne vuoi? Dà quel fascino dark da dipendenza alla dottor House. Forse fa pure claudicare. Mi piacerebbe andare in giro, pensando che ho un oxicodone adeguato allo standard americano e che la signora Libby è contenta di me e del mio oxicodone. La farmaceutica aiuta già con le parole e le assonanze, impone una visione guarita della vita e della sessualità adulta, di qua aiutina (voce del verbo aiutinare, se serve chiedere alla signora Daddario),  di là mette il dolore alla porta, rende consapevoli delle proprie prestazioni illimitate, della giovinezza che non finisce.

Già, ed invece io penso che il dolore abbia un senso, che si debba confinare quando non se ne può fare a meno, che la prestazione non si esaurisca in sé. Penso che molto si faccia senza una ragione forte, che il perché venga accantonato a favore dell’esistere (scópo dunque sono), che il significato si dissolva nella dimostrazione di potenza.  Non è questo il modello proposto per il successo? Il maschio dev’ essere adeguato alla funzione che aveva a 20 anni, così esaurisce il genere. Eppoi quanta intelligenza si risparmia in una dimostrazione di potenza, quante domande in meno sui rapporti, sui perché delle relazioni, sul comunicare tra persone. Fatta questa si passa alla prossima, con il mio oxicodone and friends, posso andare ovunque. La mia è, invece, volontà d’impotenza, di acquisizione dell’essere, oltre i limiti della chimica. Del provare senza cilicio, non per mortificare ma per capire me oltreché l’altro. Forse è segno di un’età avanzata pensare che altrimenti non m’interessa, che le domande che mi vengono fatte non sono prive di effetto profondo, che del piacere individuale, già Tommaso d’ Aquino aveva tracciato il limite, sostenendo che l’uomo/donna è autosufficiente a sé. A sé per l’appunto non all’essere davvero con altri.

P.s. La signora Libby Latrina potrebbe usufruire di un pratico servizio anagrafico in Italia che consente di modificare i nomi che possono arrecare nocumento all’immagine. Mi pare che quel Libby sia francamente eccessivo, un po’ osceno, puzza di rifatto e si presta a denigrare la qualità di quanto propone. Chissà quanti lazzi avrà dovuto sopportare la poveretta per quel nome così esplicito. Lo cambi, signora, quel Libby e si tenga la Latrina; quella serve sempre.

P.s.1 adesso che ho lanciato un messaggio subliminale di impotenza per scelta, mi sono giocato la carriera ? 🙂

 

Ma un’educazione al lasciarsi, no?

Ho paura di me di Massimo Gramellini da La Stampa del 14 luglio 2010
 
   
Ancora una donna uccisa dall’ex, in questa estate del nostro scontento che perseguita a colpi di spranga e di coltello chi ha l’unica colpa di volersi sganciare dal proprio passato. Li chiamano delitti passionali, rievocando il frasario degli omicidi d’onore. Ma la passione è un’altra cosa: per non parlare dell’onore. Non cerchiamo pseudonimi alla bestialità. Oltre a un senso primitivo del possesso, negli ex che uccidono e si uccidono (come l’altra sera a Ceva) in nome dell’amore sfuggito c’è l’incapacità maschile di reggere il distacco, l’abbandono che mima la morte. La prima volta che venni lasciato da una ragazza riconobbi subito la morsa allo stomaco: l’avevo provata per la scomparsa di mia madre. Lo stesso senso di smarrimento e di ingiustizia: adesso che ne sarà di lei, di me, di lei che può fare a meno di me?L’orfano precoce rappresenta un caso estremo. Ma ogni storia che finisce rinnova il trauma primordiale del maschio, quello sganciarsi dal grembo della donna che lo induce a sentirsi abbandonato anziché creato. E’ una forma disperata di dipendenza che si nutre di falso orgoglio ed egoismo autentico. Per guarire serve lo scatto di coscienza che trasforma una marionetta di muscoli in un uomo. Io la chiamo Difesa della Sconfitta: la capacità di sopportare lo strappo del cuore senza smarrire il rispetto di sé. Saper perdere è la premessa di ogni educazione sentimentale. Si applica in amore come nello sport, in politica come nella vita. Ma non la pratica quasi nessuno, perché nella civiltà delle emozioni isteriche e rancorose quasi nessuno riesce ancora a farsi invadere dalla calma forte di un sentimento.

 

Se mi lasci non vale
   
LIETTA TORNABUONI da La Stampa del 15 luglio 2010 
Se in questo periodo mariti, ex mariti o amanti ammazzano una donna al giorno (perlopiù a coltellate), i pragmatici dicono che è colpa del grande caldo che scatena furori o fa sprofondare nelle depressioni, che lascia sentire con maggiore strazio la solitudine estiva e fa desiderare con più struggimento un poco di felicità.Gli psicologi facili dicono che la morte è la secolare risposta degli uomini all’abbandono; che se a venire lasciati sono i mariti, insieme con la moglie perdono la casa, i figli, i pasti cucinati, l’assistenza in caso di malattia, la condivisione della vita, le camicie pulite, e non sanno come fare.Secondo gli studiosi di sociologia, questa epidemia di sangue dipende dalla nuova fragilità maschile, da una ipersensibilità da adolescenti perenni, da una frustrazione che non permette loro di sopportare il vedersi rifiutati, il dover considerare un fallimento tutto ciò che avevano costruito magari con sacrificio.Per i moralisti cattolici, la colpa degli assassinii sta nella leggerezza con cui viene vissuto il rapporto donna-uomo, nel matrimonio o in altro tipo di relazione. Per gli analisti laici, gli uomini colpevoli di assassinio sono bruti che hanno capito nulla, che non si sono resi conto dei cambiamenti avvenuti negli anni, del diverso atteggiamento di libertà delle donne.Forse è tutto vero. Ma forse nessuna di queste ipotesi è vera. Si valutano infatti gli avvenimenti della cronaca con un’ottica deteriore: se accadono fatti tra loro simili, non si tratta per niente d’un fenomeno sociale, benché gli elementi esteriori sembrino analoghi.Sarebbe interessante se gli episodi consentissero un giudizio comune: darebbe l’occasione di prevenire ed evitare i fatti di sangue, con grande vantaggio individuale e collettivo.Però non è così: è da bambini fare della psicologia spicciola su gente che non s’è mai vista né si conosce, mentre ogni fatto occulta le proprie motivazioni, le ragioni per cui accade, il carattere dei diversi protagonisti, le pulsioni respinte o quelle a cui ci si abbandona. E, soprattutto, non si continuerebbe a definire i gesti di morte delitti passionali.

Il nostro male quotidiano

Lidia Ravera da L’Unità del 15 luglio 2010

Un triste copione che si ripete? Un allarmante incrudelirsi della violenza di genere? Un sintomo della degenerazione delle relazioni affettive? Un segnale ulteriore delle rabbiosa debolezza di un animale morente, l’io maschile? Domande. Soltanto con una dolorosa scarica di domande si può commentare la crescita esponenziale dei crimini contro le donne. Accoltellata perché “lo voleva lasciare”. Sgozzata per gelosia. Massacrata a sprangate perché non aveva intenzione di passare da una storia virtuale a una reale. Bruciata viva perché non lo amava più. Sono giorni di spavento, a leggere i giornali. La cronaca politica parla soltanto di malavita: sottosegretari, senatori, ministri inquisiti, condannati. Ormai non si registra che un accenno di nausea: toh, pure questo, guarda! Ce n’è altri due. Hai visto? Dell’Utri sta anche in questo inguacchio… è lo stesso di ieri, o è un altro? Sembra cronaca nera, la pagina politica. La puoi leggere come un romanzo criminale.
Seguendo le trame, scordando la trama. Tanto non cambia niente. I malvagi, male che vada, si dimettono. Nessuna catarsi, nessun risarcimento ai buoni. Stanchi, proviamo a leggere la cronaca nera come se fosse politica. Cerchiamo di dare una spiegazione al sangue, un colore al dolore. Che cosa sta succedendo? La gelosia è un sentimento che ha radici lontane, ma quando trasforma in assassini due, tre, dieci uomini in pochi giorni, la sensazione è che sia in corso una modificazione profonda: le donne sono cose di proprietà, sono funzione del desiderio altrui, non sono persone, titolari di diritti, di desideri, di libertà. Bastonarle a morte è male, ma, nel grande disordine morale in cui siamo immersi, il discrimine fra ciò che è bene e ciò che è male impallidisce impercettibilmente ogni giorno.

 

 

Ho riportato questi tre articoli, tra i tanti di questi giorni, sul tema della violenza nel lasciarsi. Due omicidi/suicidi nel veneto, in tre giorni, ma dappertutto ne stanno accadendo. E’ solo violenza oppure qualcosa di più. Perchè non c’è un’educazione al lasciarsi, che venga impartita sin da piccoli. Perchè le risposte religiose, sociali, tendono a rafforzare l’idea che sia meglio comunque non rompere, sopportare, coartare se stessi?

Accanto al diritto di famiglia e ai suoi aspetti economici/sociali, accanto alla perdita di status dovrebbero esserci le buone pratiche del chiudere i rapporti, del permettere che la persona si senta sicura nel proseguire la vita affettiva. Troppa enfasi sull’amore appartenenza, troppi messaggi contraddittori sulla libertà sessuale e sull’esclusività. Il singolo viene lasciato solo ad apprendere come trattare forze interiori immani e cui gli è stato inculcato attribuire carattere di definitività eliminando la vita e il suo evolvere. Se venisse insegnata l’idea del flusso della vita, della necessità di essere prima di tutto se stessi e poi relazionarci con gli altri, forse la visione di morte che accompagna l’amore verrebbe mutata in qualcosa di più positivo e meno definitivo.

la verità e la repubblica

La verità vive per suo conto, con i suoi tempi, usa mezzi e persone imprevedibili ed emerge quando vuole.

E’ meno verità quando è scomoda, se parla attraverso ladri ed assassini, quando comunque non verrà creduta e lascerà tutto come prima?

Ed allora la repubblica cosa festeggerà?

A proposito di Falcone, di pentiti e collaboratori di giustizia, di parlamentari e giudici, di architetti e faccendieri.