l’odore di casa

Mi piace l’odore della mia casa. E’ odore di legno stagionato, di carta, di inchiostri e matite, di sole e di vetro. 

E’ odore di me e delle essenze che amo.

C’è poco odore di cibo, appena d’alcool e di vino, un leggero sentore di dolce. Traccia delle abitudini piacevoli e del mio eccedere nella golosità.

Si avvertono le spezie portate dall’Africa, gli agrumi, la lavanda, il caffé, il ginger, lo zenzero.

Nei barattoli, gocce d’incenso, della mirra, baccelli di vaniglia, il pepe e gli infusi: i thé, anice, Karkadé, la menta, misture strane create con le aromatiche di casa. 

Mi piace. E’ l’odore della mia casa, è l’odore di me quando sto bene.

 

 

c’era già estate in febbraio

Ormai le giornate s’allungavano, il tempo della luce era in equilibrio con l’ombra.

Tu conti per me, ma io conto per te?

Era questo crescere equilibrato che spegneva le domande, che trovava conferma nel tempo, nella luce, nell’aria già tiepida tra due poli di freschezza. I picchetti del limite del giorno, tra luce e ombra, zona di transito tra una condizione e l’altra, tra sonno e veglia, desiderio d’altrove e lavoro. Sarebbe accaduto qualcosa che confermava il contare e l’equilibrio e la vita già rimessa in moto avrebbe riempito i vuoti, messo alla giusta distanza ciò che non era importante. Non più così tanto, almeno.

La bella estate già mandava capsule del suo odore, e stringendo tra pollice e indice i polloni verdi si sentiva un umore che appiccicava sensualmente le dita. Intuizioni di ciò che sarebbe arrivato. Arrivato, non giunto, come una folla che scende da una nave e frastornata saluta, arriva, ma è piena di energia nuova, di scoperte che certo arriveranno, conscia che questa che tocca può essere una patria non un luogo. Ed ancora saggia la terra e già sceglie senza pensare, travolta dalla meraviglia, mentre si riempie di quell’aria che dentro di sé porta il nuovo che accade.

Appena fuori la città c’era una prateria che presto diventava steppa. L’erba era già nuova. La capanna degli attrezzi sembrava una yurta, certo animata di donne e di bambini, che magari c’erano davvero, ma dormivano adesso, ed un cane, sembrava, anzi era un cavallo, finalmente libero da padroni. E correva nel blù che si scioglieva nel verde e non guardava indietro, e sapeva dove andare, anche se procedeva per larghi giri, felice di esistere. Allora la voglia di andare via spariva in quel cane che sembrava un cavallo e che correva, e sentendo l’aria e il fumo di legna veniva una voglia forte di stendersi bocconi su quell’erba, di sentire la terra che è donna e di lasciare che in silenzio ti baciasse. Ed era ancora febbraio, ma già estate per il cuore.

Fuori dei portici la pioggia lavava asfalto, pietre, rotaie di tram, sporco di colombi e d’uomini e lenta una carta d’inverno, scivolava sul rivolo d’acqua verso un chiusino.

C’era già estate in febbraio, bastava sentirla e farla entrare sotto il cappotto aperto. Dolce come un abbraccio d’amore per la vita.


saturazione

Il silenzio interiore non è pratica facile, ma è : 

Terapia, per sanare le ferite ricevute o provocate.

Meditazione per lasciar entrare qualche consapevolezza.

Riposo dopo i si e i nò che costano fatica.

Coesione per rabberciare quello che tende a disperdersi.

Espiazione per lasciare che i rimproveri interiori emergano.

Allegria per ri trovare le ragioni del sorriso.

Attesa per lasciare che decanti il rumore ed emerga il suono.

Bene per non dire ciò che non si pensa.

 

Il silenzio interiore è il vuoto scelto consapevolmente.

 

 

 

tornerò

Tornerò a dormir poco la notte,

per l’attesa di me che non arrivo,

voraci pensieri verranno  a rubare il sonno,

mentre tra il tiepido alleverò un mattino

stanco

e vuoto, come ogni anno che si succede,

prigioniero di me, senza speranza.

Genero i miei giorni, li consumo,

ma le mie notti sono prede che offrono la gola.

 

l’ebbrezza del falco

Credo che a tutti accada di vedere le cose dall’alto. Di percepire i minuti angoli del presepe del mondo. E di guardarlo stupito nei dettagli mentre si muove.

Credo che a tutti accada di sentirsi falco, lasciarsi cadere come sasso e già, nella vertigine, percepire l’odore della preda, pensando che essere bersaglio sia il suo destino.

Credo che a tutti accada di sentire che i riconoscimenti, che pure fanno piacere, sono aggiuntivi e non bastano per motivare uno sforzo, un talento, una volontà di volare che ha giustificazione solo con sé.

Credo che a tutti accada di capire che il fine di tutto questo: il bersaglio, il cadere, la volontà, l’intelligenza, il presente esaustivo ed il futuro, nulla sono, se non un pezzo della propria imperfezione e del perenne confronto tra l’ebbrezza dell’osare e la soave serenità del volo.

Tutte parti dell’unicità che si è, e dell’ insoddisfazione che non si esprimerà mai appieno. Neppure a sé, e tantomeno ad altri. Oltre ogni proprio dire e meno del proprio pensare.

Ecco che se ne può fare degli apprezzamenti, il falco.

 

il senso della crisi

Credere non basta più.

Facciamo finire il tempo senza nomi,

le comodità del già pensato,

torniamo alla conseguenza del vedere,

del sentire,

al valore del gratuito.


permissivo

D’un rigoroso rigore vedo cospargere amicizie, incontri, possibilità. Anche il tempo del Campari non sfugge alle violenze di stagione: non parli ammodo, hai la testa altrove, non dici nulla di te.  E’ pur sempre vero che di stagione si tratta, quando dopo le unghie si morde la carne. In questi tempi poco magri, sentire è un eccesso, credere una vacua follia di seta, agire un optional da pagare a giusto prezzo. Tra odori di stoffe, rifiuto il pret a porter e scelgo il rigore a maglie larghe, fatto di principi solidi e senza sbarre che imprigionino la mente.

Esulare permissivo, che accoglie il pensiero  rappreso. Accarezzo con l’unghia, una scia di sangue grigio, complimentando il buon indice di coagulazione. Basta non prendersi troppo sul serio e poi in certe notti si guarisce.

E non era scontato.

 

bach alle 6

Per tutta la vita duelliamo con la morte, ansando altrove perché nascondere le paure è fatica. Da bimbi non c’è misura dell’abisso, si vive nel tutto ineluttabile, ma c’è posto e limite alla disperazione. E’ appena dopo quell’età, che la morte si trasforma, diviene un mare carsico che entra sotto la roccia, assumendo altri nomi. A volte è solitudine, immagine del non essere in relazione a qualcosa, qualcuno, e l’essere soli non ha correttivi. Non è la solitudine affollata del bastarsi, ma l’assenza assoluta, la voragine del non amore.

In quei momenti basterebbe una persona amata al telefono per deviare un fiume di pensieri, quelli che il moto della mano scaccia, come animali inesistenti. Sono i ricordi, le discussioni che, per fortuna, infransero la cristalleria interiore,  ora unite al sentimento immemore di sé.

Ferito, ri-marginato, ri-tagliato, senza chirurgia plastica e anestesia: tutto per non essere solo. Basta saperlo.

Oggi il discrimine è il silenzio conquistato, ma quello non pesa, non ha a che fare con l’imago della morte, anzi sostiene che la storia ha pagine da scrivere e penne bene intinte, che c’è solo un momento a cui dare ragion pratica, l’ attesa di un nonsissacché, che vive di suoi tempi.

Quiete alle 6 del pomeriggio, dove attendere è il contrario della solitudine.

domani

Arriva il momento in cui il lavoro diventa una stanza stretta e ti chiedi perchè lo fai.

Arriva il momento in cui ti accorgi che quello che scrivi è per te e per qualche amico benevolo.

Arriva il momento in cui parlare non ti entusiasma più e il vuoto ingoia le tue parole.

Arriva il momento in cui ti annoiano quelli che frequenti per passare il tempo e anche tu ti annoi.

Arriva il momento in cui le cose che hai intorno diventano trasparenti e ti guardi le mani in cerca di contenuto.

Arriva il momento guardando indietro vedi la scia d’una corsa infinita e sei stanco di stelle nere.

Arriva il momento in cui la conquista perde di significato.

Arriva il momento in cui progettare è fatica e vivi giorno per giorno.

Arriva il momento in cui non ti sottrai dalla battaglia, ma provi simpatia per il tuo avversario.

Arriva il momento in cui non hai più da insegnare niente e quello che hai dentro è solo tuo.

Arriva il momento in cui ti senti pulito perchè dai e sporco perchè nella vita hai combinato guai.

Arriva il momento in cui capisci che non avrai mai quello che ti meritavi e non ti importa niente.

Arriva il momento in cui se qualcuno chiede, gli metti in mano quello che hai in tasca e lo guardi senza capire.

Arriva il momento in cui restano poche cose in cui credere e non ti sai spiegare i tuoi entusiasmi.

Arriva il momento in cui la memoria è un abito di piombo che impedisce di guardarti dentro.

Arriva il momento in cui giochi e non ti interessa perdere e neppure il gioco.

Arriva il momento in cui vuoi stare solo, ma cerchi la compagnia perchè non ti sopporti.

Arriva il momento in cui capisci che non sarai mai un musicista e devi solo ascoltare.

Arriva il momento in cui darai agli altri il coraggio che hai, restando indifeso.

Arriva il momento in cui ti sentirai solo, ma così solo, che tutti i tuoi peccati saranno veniali.

Arriva il momento in cui tutti i sogni, sono già sognati e devi sognare quelli vecchi.

Arriva il momento in cui ascolterai soltanto e farai parlare i tuoi occhi sperando che capiscano.

Arriva il momento in cui sarai felice, sapendo perchè ed essere triste non ti peserà.

Arriva il momento in cui ti sentirai più alto e camminerai senza una direzione.

Arriva il momento di dare senza attendere.

Arriva il momento di cercare senza sapere dove.

Arriva il momento in cui ridi e piangi e salti e non ti ricordi quanti anni hai e cosa hai fatto e quali peccati hai commesso e come è andata e chi c’era e ci credi che ricomincerà.

E non è mai finita.