Nomi antichi come le abitudini e i modi di chi li porta. In queste persone c’è la cortesia sottile del rispetto conscio d’essere. Efisio, Franca, Costantino, Maria, Pietro, Tore: nomi che accompagnano cognomi solidi, pezzi di storia. Anche se le famiglie sciamano nel mondo, si conservano radici, come le viti di questa terra: profonde e penetranti nella roccia. Anche gli alberi hanno identità precise e condivise, vengono scelti per restare nelle case: ho visto travi contorte, solide come acciaio e vecchie di secoli, messe a reggere passi e persone di cui non c’è memoria. Nel grande caminio dell’agriturismo dove dormo, c’è fuoco sin dal mattino, odore di legna e saluti semplici, diretti. I consigli sul percorso sono pochi, c’è abitudine all’autosufficienza e alla discrezione. Cammino nella pioggia, che rende questi colli simili alla Scozia, pascolo brado, cavalli che corrono liberi da cavalieri, molto verde. Anche a casa di Maria, la madre del mio ospite, c’è il camino acceso e un dolce appena fatto. E’ il dolce per sant’Antonio, un mix calorico di pasta, miele, frutta secca da gustare piano. Il tempo c’è e si parla poco. In questa parte del paese, d’estate, venivano i ragazzi Berlinguer, in una casa dei Siglienti. Hanno continuato a venire anche da grandi. Capisco, perchè mi piace la barbagia, la sua natura antica e scabra, i silenzi degli abitanti e dei luoghi. Le emozioni lunghe, che diventano sensazioni, esperienza. Bisogna avere tempo, per camminare e per ascoltare, rendendole attività sincrone. I sensi sono mobilitati, la testa verrà saturata con lentezza e l’emozione resterà. La meraviglia la riservo al mare, alla costa difficile dove si mescolano nidi di uccelli e rifugi di pastori. Un gregge scende verso l’acqua, ogni pecora ha un suono diverso, accordato e il pastore conosce le pecore una ad una. Come duemila anni fa: il tempo a volte guasta la conoscenza.
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laicità
La visita di Benedetto 16° alla Sapienza, è stata annullata dal Vaticano. Resta la questione della laicità in Italia.
dogmi e università
La presenza del papa alla inaugurazione dell’anno accademico della università della Sapienza a Roma, è una ulteriore confusione nella indispensabile, separazione tra stato e chiesa. Separazione davvero poco perseguita negli ultimi anni in Italia. C’è, infatti, una sorta di vassallaggio da parte di chi dovrebbe essere laico, in politica e nella società, una ricerca di consenso a priori con sottomissione annessa. Ma mentre per la gerarchia cattolica, è connaturato ritenersi depositari della verità e quindi sovraordinati a chiunque altro, questo non è vero nella laica società di eguali dove conta l’essere uomini per avere diritti, dove il pensiero o il credo non sono fonti di diseguaglianza. Non ho credo religioso, ma anche se l’ avessi, sarei ancora più convinto del principio basilare di laicità dello stato. Invece in Italia non è così, il mio essere laico, agnostico mi colloca in una sfera inferiore al sentire religioso. Non discuto la bontà dei casi di coscienza, nè politici, nè morali, sostengo solo che lo stato non vive di casi di coscienza ma di una legge comune che vincola (cioè mette assieme), tutti allo stesso modo. L’ingerenza del papa e dei vescovi in Italia, è grande e non è nel fatto che esprimano le loro opinioni, ma che esercitino una pressione continua, palese e surrettizia, perchè queste diventino legge per l’intero paese. E la classe politica piega la schiena pensando di portare a casa consensi. In ambito scientifico la differenza è ancora più marcata: la religione cattolica oltre a dire di essere l’unica vera fede e quindi in sè stessa immodificabile, si esprime sui principi della morale e del vivere umano dogmaticamente ed esonda nella scienza. E’ lo stesso schema che ha mandato al rogo, per molto tempo, quelli che la pensavano diversamente o che usavano il dubbio, anzichè la fede, nell’interpretare il mondo. Per questo la presenza del papa all’inaugurazione della Sapienza è incongrua. Ininfluente dal punto di vista scientifico e inopportuna in una istituzione che persegue la scienza attraverso il contradditorio e l’analisi del reale. Diverso sarebbe se ciò avvenisse in una discussione tra sistemi confrontabili alla pari. La mia impressione è che, per diversi motivi, la visita all’università convenga al rettore, che può esibire una presenza illustre e al papa che può ribadire il diktat morale in una sede naturalmente antidogmatica. L’effetto mediatico è già enorme, il sentire laico viene ridotto al silenzio, prosegue la marcia verso uno stato confessionale. Siamo tutti più poveri.
operai
L’operaio è stato ormai rimosso dal lessico: sembra una funzione del passato e i bambini non sanno più chi fa le cose che maneggiano. Prima c’era stata la de-ideologizzazione nella sinistra, passata dagli eccessi operaistici al progressivo uscire di moda dell’operaio. Non più classe, non più cultura, non più presenza politica negli eletti. Ma la rimozione non ha riguardato solo la sinistra, nel Veneto, gli operai, pur prevalentemente democristiani, non avevano dubbi di identità e rappresentanza, ma anche qui, senza un grido, sono scomparsi dalla scena sociale e politica. Eppure esistono, non sono folclore industriale, sono qualificati, spesso ricercati, necessari all’ impresa e agli imprenditori. La strage della tyssen li ha fatti riemergere, con i loro sogni, problemi, identità, indispensabilità. Ma non può essere una tragedia che riporta il lavoro all’attenzione politica e sociale, con la sua molteplicità e centralità nella vita dell’individuo e della società. L’ammininistratore della Fiat, Marchionne, sembra non sia andato ai funerali per evitare strumentalizzazioni, ma che, cosciente di quale valore abbia il lavoro e la vita degli operai, volesse esserci. Sarebbe stato bello che la più grande azienda manifatturiera italiana fosse stata presente con il suo massimo esponente, perchè c’è un corretto sentire in fabbrica, che unisce la dignità di chi lavora con quella di chi dirige. E le aziende che hanno questo rapporto portano avanti se stesse e l’Italia. Però il problema non si risolve solo nella fabbrica: la sinistra e l’intero paese ha bisogno di guardarsi impietosamente allo specchio e chiedersi cos’è successo. Non è necessario santificare una funzione, una categoria, ma farla emergere dall’invisibile per capire dove sta andando questo paese e la sua economia. Qualcuno ha pensato che si possono far lavorare solo i paesi emergenti, che l’Italia può essere un paese di bottegari e di griffe, ma chi darà il reddito per acquistare le merci, chi sosterrà il paese se non c’è più produzione. Nella fabbrica automatizzata, la presenza umana è competenza e capacità crescente. Non è possibile gestire una macchina complessa e un processo senza avere processi logici chiari e suscettibili di continuo apprendimento. Questa comprensione è solo in parte ripetitiva e implica sempre una relazione con l’ambiente in cui si svolge. Nella testa di chi ha la mia età, l’operaio è ancora fordista, nella testa delle generazioni più giovani, semplicemente non c’è, non esiste più: mi chiedo dove si è persa un pezzo di realtà?
repubblica
leggete l’articolo di Ezio Mauro su La Repubblica di oggi, che parla degli operai della tyssen. Lo farei leggere nelle scuole pubbliche. Tutte. E commentare. Magari domani ne parliamo. parliamo
barbagia
nei prossimi giorni sarò in barbagia: mi attendo lavoro, gli amici, il vino buono, la poesia del monte e l’emozione del mare.
furore e fare
Dal mio esame di coscienza risulta che le mie furie sono quelle dell’uomo pacifico. E’ la collera dei buoni, terribile in sè perchè non passa facilmente e nasce dall’evidenza dell’ingiusto. Non l’anomalia sottile, quasi pm10, ma quella evidente che si seppellisce facilmente nel tanto è sempre stato così, sono tutti uguali, cambia tutto per non cambiare nulla. Poichè questo è un pensiero cinico che non mi appartiene e che considero scorciatoia per non farsi coinvolgere, devo però dare un senso alla furia, altrimenti la spossatezza seguente mi trasformerà in praticante del mogugno. Da questo deriva l’impegno come una condizione dell’esserci, del non delegare ad altri la mia vita e felicità. Una militanza del vivere, trasformata in fare, secondo necessità e possibilità e senza verità in tasca. Per me, che praticavo l’agire politico, è urgente il partito dei laici. Che chissà se sarà mai rappresentato dal partito democratico. Ma adesso c’è, comunque, bisogno di una formazione politica che persegua la normalità della giustizia e dell’equità, che rispetti il diverso e il debole, che promuova le opportunità individuali e le trasformi in patrimonio comune. Partendo da problemi concreti, ad esempio, dalle spazzature e dal lavoro anomalo e continuando sui diritti e smantellando le caste. Tutto, per quanto normalmente possibile e come pratica quotidiana, senza eccezionalità. L’essere in tanti scontenti che si chiudono nella loro piccola risorsa-riserva non mi basta più.
vaniloquio
Le mani: rapaci di note sulla tastiera, il ripetuto del terzo movimento, deciso. Le dita scavano musica a ribattere con l’orchestra, il solista si impone, come deve essere, ma poi il dialogo con il cello. Battere di ciglia, innamoramento di strumenti. Piano, perdio, piano sul tasto, archetto docile, cantabile a seguire. Nel quarto movimento fluxus di musica, basta lasciarsi trasportare. Il direttore è corpulento, occlude la vista dei timpani, nulla di ieratico. Il gesto è importante, ma danza sul podio. Bravo. Il bravo gridato non sembra neppure rivolto a lui, così grosso nel frac. Sorride e ascolta, conduce serio, si diverte, si vede. Mi ricorda il ballerino di una milongheria di Buenos Aires: basso, pesante da fermo, ma quando ballava diventava una stella della pista. Fluttuava sulla musica e la teneva a terra, fendendola con movimenti essenziali. Un passo sghembo, sfrontato: le donne, bellissime, se lo contendevano bellicose. La musica è enorme, non si racchiude, si vive e basta. Dimenticavo: Brahms a Ferrara, concerto per pianoforte e orchestra n.2 op.83, sinfonia Varsovia, dirigeva Peter Csaba e al pianoforte c’era Serghei Edelmann. C’era e in testa, nel mio giorno, c’è ancora.
spreco
Una visita tra amici, al museo nazionale, tra i cosa fai, la consapevolezza dello spreco immane che si consuma nel nostro paese. Situazioni ripetute in miriadi di altre situazioni pubbliche: questi sono archeologi con laurea, dottorato, specializzazione, ricerche. Sono arrivati a 40 anni, di cui 8/9 passati a dare gratis il lavoro e finora sono stati precari. Le loro prospettive sono nell’assunzione a tempo parziale.
Come ricercatori, archeologi, conservatori?
Eh no, miei cari, correranno per il livello della carriera dei custodi e forse ne assumeranno la metà. Come a dire che questi bamboccioni continueranno a fare ricerca, mostre e conservazione, ma che saranno malpagati facendo finta che facciano un mestiere diverso.
Se la stessa cosa fosse fatta da un imprenditore privato cosa succederebbe?
Sono questi i giovani di cui parla Padoa Schioppa , ma il ministro sa che lo stato paga 800/900 euro al mese?
E non c’è evasione contributiva e retributiva del datore di lavoro pubblico quando non si paga il giusto a chi lavora?
Tenete conto che parliamo di strutture in turno, che chiudono 2 (due) giorni all’anno, che sono il biglietto da visita dell’Italia verso gli stranieri e che danno immagine e sostanza del nostro passato e identità. Ma lo stesso ragionamento sullo sfruttamento pubblico, si potrebbe ripetere per i precari degli ospedali che tengono aperti i pronto soccorsi, per i ricercatori universitari, per i precari a vita nella scuola e nel sociale e per tutti gli altri innominati dispersi. Uno spreco immane di intelligenze, entusiasmi, capacità, qualificazioni che lentamente si spengono nella disillusione e si arrangiano per vivere. Poi l’età farà aggio e ciò che si è perduto non si troverà più, anzi la sfiducia avrà creato argini immani da superare.
Allora non è troppo chiedere allo stato di rispettare la legge eliminando il precariato improprio, di essere esigente e selettivo nell’assumere, di licenziare, se è il caso, ma di erogare servizi adeguati, di conservare e accrescere l’entusiasmo di lavoratori competitivi e certi del loro futuro.
Il futuro positivo, caro presidente Napolitano, è anche questo e la fine dello spreco dei giovani e dell’intelligenza, è un obbiettivo di cambiamento dell’ Italia.
primo maggio
quest’anno comincia con il primo maggio e finisce con la stessa data e gli auguri cominciano con il lavoro: quello che c’è e che non deve uccidere, quello desiderato e che non è un privilegio, quello che ci fa sentire uomini perchè dà dignità. Gli auguri vanno alle donne, alla loro meraviglia, alle loro passioni che ci travolgono e cambiano, ai loro occhi che vedono la storia con amore. Auguri a noi che viviamo adesso, annusando futuro e non ci accontentiamo e non ci lamentiamo. Auguri all’Italia perchè è tutti noi e se non ci piace bisognerà cambiarla: con tranquillità e forza, solo per necessità.