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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

pittsburgh lied

Voci suadenti, ora minacciose, mai convincenti, m’ hanno suggerito d’essere acciaio. Superficie polita in cui far scorrere tutte le lacrime e i sorrisi. E invece ne è nata una vita per pennellate successive, aspettando che la pioggia dell’oblio dilavi e impedisca di essere crosta. Se si mettono in fila tutte le mancanze di coraggio, le  incapacità nate nella broda dell’abitudine, avere la forza e la lucentezza non basta: bisogna uccidere i dubbi come i punti neri.

E tenersi una immagine giusta e segreta di sè.

incauti

Chi glielo ha detto alla quercia, al leccio di spingersi sino alla riva del mare?

Sono cresciuti incuranti del salso, delle mareggiate d’inverno, del sole che toglie umori e dissecca le radici e per convincerli a retrocedere, il vento li ha accarezzati e percossi senza ritegno.

Inutile fatica.

Finchè due anni fa, una tempesta d’agosto, impaurì e spezzò rami grossi come corpi. Nessuno si ferì e fu fortuna. Constatati i danni la vita riprese arricchita dei racconti di ciascuno. Ma per le querce e i lecci, non era mai cessata.

Chi glielo ha detto alla quercia e al leccio di spingersi sino alla riva del mare?

fantasma

Fantasma è ciò che torna, ma che non è mai stato. Poteva essere, però qualcosa ha interrotto la possibilità ed ora torna a chiedere conto. In questo essere sostanza del non stato è la paura del fantasma, molto più pungente di ciò che era reale del passato e s’è digerito.

udite, udite, o rustici

Emergono da vecchie riviste e depliants gli stati dell’arte:  la grafica di Atari, db3 per i data base, mathcad4, programmi di scrittura, modellizzazione, giochi. Tutto è stato insuperabile per pochi mesi, poi cancellato dalle nuove meraviglie e scordato. Penso a chi ha lavorato in questo campo, come in altri, dove la corsa non si ferma ed accelera all’infinito. A come si sono sentiti ogni volta, alle notti insonni, alla soddisfazione o alla delusione del gioco dell’oca dei risultati, poi la consegna al marketing, le presentazioni in pompa magna, i gadgets, la corsa all’acquisto. Tutto esaurito in pochi mesi.

Avete presente uno spruzzo di gas freddo nell’aria? Una nebbiolina che si dissolve e lascia un lieve sentore di fresco. Ecco ciò che resta dello stato dell’arte.

l’universo del pressapoco

Per far collimare desiderio e realtà, manca sempre qualcosa. Un pezzo di software, un cacciavite a stella, la penna giusta per le parole sottili. La nostra vita è fatta di incompletezze, del pressapoco come condizione mentre si anela all’assoluto. Grandi amori, alzate d’ingegno, parole e note definitive, intelligenze senza sbavature. Ed invece viviamo nel mondo di Murphy.

Chi è intelligente al punto giusto accetta e si trasforma in orologiaio, con pazienza assicura tempo equilibrato al meccanismo. Il proprio meccanismo.

 Gli altri intelligenti soffrono e lo stupido non capisce.

un violino

 

 Un violino italiano, per fattura, foggia, leggerezza, è abbandonato sul panno rosso. La mano sinistra lo prende con delicatezza d’amante. E’ una mano sottile, di donna curata, stupisce che prenda e non accarezzi. E’ una mano ardita con dita forti e morbide, mobili come pupille. Sullo sfondo un televisore silente, mostra un bianco e nero sgranato. La mano sorregge e percorre le corde, l’archetto scivola, maschio come le immagini notturne che scorrono sullo schermo. La musica è onda, avvolge e risucchia, parla d’una terra fredda, dove gli uomini conservano il calore ben sotto la pelle dei pensieri. Gli occhi ora seguono eventi lenti ed incomprensibili: un uomo immerso nella tuta scende una scaletta. Si ferma. La musica dell’ardire umano è in quelle dita, con il calore e il rigore, la consapevolezza e la sventatezza. Un ultimo gradino, l’indecisione e un saltello, poi lo sbuffo d’una polvere che non vuol cadere e d’una nota che non vuol finire.

E il silenzio degli anni che verranno…

 http://tv.repubblica.it/copertina/apollo-11-nuovo-video/35235?video

 

 

follie

Le follie ridiventeranno tali e non sembrerà d’essere stati gli autori di tanta insensatezza.

Forse a questo non ci rassegnamo: all’insensatezza senza oggetto nè soddisfazione.

pensiero lineare

Avviso ai naviganti: astenetevi dal leggere, fa caldo, ci sono cose importanti che girano per l’aere e se continuate lo stesso non ditemi che non vi avevo avvisati.

Comincia con qualcosa che suona bene, dev’essere un pensiero solido, un pezzo di ossidiana senza dubbi, ad esempio: polemos è padre di tutte le cose…  Messo li, senza oggetto, il pensiero è un soprammobile, carino, ma inefficiente. Cerchiamo allora di appiccicarlo a  qualcosa che accade. Se il pensiero è generico, è come l’elastico del tanga: esiste, ma non c’entra col contenuto, se invece si lavora con un pensiero specifico, allora non tutto va bene. Rapido giro in testa per capire a cosa serve questo pensiero contenitore, finchè s’accende la luce verde: la crisi attuale dell’economia. Qui la cosa si complica, perchè dal retrobottega emergono considerazioni sul pensiero marxista, che aveva previsto la crisi come elemento intrinseco al capitalismo ed aveva mutuato da Smith, il collasso. Fin qui bene, ma da questa crisi, come da quella del ’29, il trionfo del proletariato non emerge ed allora il pensiero lineare caccia queste nubi che oscurano il sole del pensiero madre: Marx non c’entra, ovvero c’entra, ma è meno solido di quanto appariva. Diciamo che il vero che non è uguale a quello che pensava lui per un inezia, e se l’alienazione c’è, la merce e il suo tronfo pure, l’uomo è sempre più economicus e materialista, è il proletariato che si ribella alla possibilità di essere egemone. D’altronde mica mona ‘sto proletariato, è una fatica essere egemoni: meglio servi che padroni.

Polemos, è questo ora il disinfettante della sinistra? Polemos che è una guerra vera, combattuta con altre armi, che non sono gli eserciti e neppure la diplomazia. Polemos che si propone in nuovi teatri dicendo che i conflitti veri dei giornali sono poca cosa rispetto alla sua nuova guerra. Il pensiero sdrucciola sui segnali, ad esempio il pil a -5.5 e i consumi a – 2.5, la vita quotidiana si finanzia con i risparmi precedenti. E’ un’economia di guerra, ma non ci sono morti visibili, nè scontri apparenti. Gli stati stanno finanziando chi ha provocato il disastro con il debito pubblico e stampando moneta, ma chi produce e consuma viene lasciato a se stesso. E’ una economia di guerra. Conta vincere, non contano i debiti, le perdite, chi resterà per strada, pagheranno i nipoti che esisteranno solo se vinciamo  altrimenti saremo preda del disastro. E polemos spazza via tutto, ma a modo suo con cocci di bottiglia disseminati ovunque. Quel poveretto del pensiero lineare ripiega sulla visione di un immenso Maelstrom che inghiotte uomini, navi, pesci e li porta negli abissi per risputarli su una spiaggia della Cina o dell’India. Detriti sulla spiaggia senza vacanze che verranno raccolti e riutilizzati oppure trasformati in concime da mani diverse. E’ in questo l’essere padre di polemos?

E noi?  Noi siamo dove si separa la calma dalla battaglia, l’orlo del caos. Guardiamo polemos che farà nascere un nuovo ordine, dove Marx avrà un poca di ragione, il capitalismo si vestirà di nuovi abiti luccicanti, il consumo e la produzione dialogheranno con parole nuove, le case continueranno a riempirsi di oggetti inutilmente complicati e poco costosi.

Da queste considerazioni il pensiero lineare si rapprende in un grumo di consapevolezza: si salvi chi può, solo chi resterà vivo avrà un futuro.

E sommessamente da un angolo della testa emergerà un’appendice di pensiero: la qualità di quel futuro sarà ancora una volta il prodotto del caso per l’attitudine con il segno conseguente.