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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

A1

Ho fissato al tavolo mezzo metroquadro di bianco. E’ il suggerimento inconscio di un’amica arrabbiata: tracciare una mappa su 594×841 mm, fatta di pensieri, frasi, colore, senza vincoli. Carta ruvida, 170 gr/mq, un mare di possibilità e la prima paura è quella di sporcare tutto quel bianco con un pensiero stentato. L’inizio dell’opra. Ricordate la lotta con il primo quaderno, quelle pagine su cui scrivere dominando una penna riottosa alle curve morbide, alle dimensioni regolari, alla regimentazione tra righe. Per me che ho cominciato con pennino ed inchiostro, in fondo quella battaglia non si è mai conclusa, neppure ora che ostento sicurezza e caratteri regolari. Anzi l’odore dell’inchiostro, la cedevolezza del pennino è ancora una sensazione che mi dà piacere in sè. E così le matite colorate che sanno di legno di cedro, la grafite tenera di una mina B4, la china. Provate che significa sporgersi sul foglio e scrivere senza regole geometriche di colore, righe o senso predeterminato. La scrittura come libertà. ( era di questo che parlavi, rimproverandomi un rigore che non ho )  Tracciare caratteri e parole, disegnini a bordo pagina pensando ad altro, far spuntare l’attimo che parlotta tra sè.

Vorrei ritrovarmi in queste tracce apparentemente senza senso, guardarmi da distante e dire questo sono io. Con benevolenza accogliere macchie, sbavature e pensieri a mezzo, poi appiccicare al muro i segni di qualche mese oppure farne una barca da affidare alla prima pioggia d’autunno. Comunque più leggero da questa estate troppo densa di comunicazione obbligata.

contributi

da l’unità di oggi 04/08/2009

 

 

La libertà di scegliere di Concita De Gregorio

Sarebbe meglio, in generale, sapere di cosa si parla. Certo: gli schieramenti, le «prese di posizione», i fronti avversi, gli indiani e i cow boy. Naturalmente la posizione del Vaticano che in questo paese, anche geograficamente, sta dentro, al centro, nel corpo di ogni cosa. Non per sottrarsi al quotidiano scintillante confronto di intelligenze ma per dargli corpo e senso, semmai, abbiamo scelto oggi di affrontare il tema della pillola RU486 (che rischia o promette, dipende dai gusti, di diventare la nuova battaglia d’autunno al pari di quella che fu in primavera la contesa ideologica sul testamento biologico) abbiamo scelto dicevo di raccontare una storia. È una giovane donna che parla, Eleonora Guerini. «Mettete la firma, non ho niente di cui vergognarmi», ci ha detto. Racconta: madre di un figlio, ha rinunciato al secondo per le ragioni che illustra, nel modo che spiega. È successo a Torino, nel centro delle Molinette che conduce la sperimentazione sulla pillola. Secondo la legge. È una storia che vale la pena di leggere prima di ricominciare a tuonare e incrociare le spade. Dario Franceschini annuncia che se ci sarà un tentativo da parte del governo di avviare una nuova crociata l’opposizione sarà fermissima. È la posizione di tutti i candidati alla guida del Pd, ci dice Maria Zegarelli che ha sentito le donne della politica, anche, la cui voce si fa sempre più flebile. Tuttavia non stiamo parlando di una battaglia fra partiti né fra pensatori, ma della vita di ciascuno. Della vita, sì, anche quando si nega. Della libera scelta di riprodurla. Di uomini e di donne. Di donne, soprattutto. Di dolore, anche, che nel corpo e nell’anima è delle donne il compagno più fedele.

 

Don Filippo Di Giacomo,[/TITOBOLD] che da qualche giorno ha avviato la sua collaborazione con questo giornale e che salutiamo come benvenuto, scrive che «l’altra faccia della scomunica è costituita dal grave dovere di spalancare il cuore per dialogare, usando le categorie della carità, con coloro che sono incorsi in questa condizione di distacco». La scomunica è una porta che si chiude, una sconfitta per chi vuole e deve accogliere, comprendere, con-sentire…

 

La storia di E: «Ho abortito con la pillola Ru486»

di Eleonora Guerini

La teorizzazione della vita, di quella vissuta intendo, mi è sempre sembrata nefasta. Un uomo che parla di aborto è un ossimoro e un insulto all’intelligenza. Quella vera, che passa tra le maglie del sentire. Un uomo che crede di poter stabilire cosa è giusto e cosa non lo è parlando di aborto è un uomo che vive nella presunzione di sapere ciò che invece solo la compassione, che richiede il tentativo di comprendere e non di giudicare, permette. Un uomo che conduce una guerra. Una guerra definita culturale contro l’aborto e che invece è la guerra dell’uomo contro la donna, contro la libertà di poter scegliere. Contro la maternità come scelta d’amore e non come imposizione culturale.

«Il piacere sessuale scardinato da qualunque amore» di cui parla Ferrara sul Foglio di ieri mi sembra, oltre che una banale adesione al più misero dei moralismi, qualcosa che ha storicamente più a che fare con gli uomini che con le donne. Essendo un maschio, «il godimento libertino» di cui scrive non ha certo quell’accento così violentemente accusatorio che tocca a noi femmine, in fondo un po’ puttane.

Ho 36 anni, vivo a Roma, e tre anni fa, nel marzo del 2006, ho abortito utilizzando la RU486. Ho avuto il mio primo rapporto sessuale a 16 anni. Fino a 25 anni, quando con il mio compagno abbiamo deciso di avere un figlio, ho fatto molto l’amore, a volte per amore, a volte per piacere, convinta che il piacere debba far parte della nostra vita. Non sono rimasta incinta prima perché sono responsabile e ho sempre usato la pillola. Fino a quando, per problemi ormonali, non ho più potuto. Dopo un calvario che mi ha costretta a sperimentare diversi metodi anticoncezionali sono approdata al meno invasivo, per niente sicuro, ma tanto caldeggiato dalla Chiesa, «Persona». Sono rimasta incinta.

Avevo 33 anni. E per quanto amassi l’uomo con cui avevo una relazione non pensavo che avere un secondo figlio con lui fosse una cosa giusta. Perché non basta l’amore tra due persone per fare un figlio. Perché un figlio è una scelta di vita, una scelta d’amore. Condivisa e voluta. Perché con un figlio la tua vita cambia e il cambiamento deve essere sorretto da una decisione ferma, consapevole, d’amore. Non dalla retorica del diritto alla vita. Perché senza amore poi non è vita. Perché la maternità è una condizione totalizzante che non può essere il frutto di uno sbaglio. Ma l’essere umano, non certo Ferrara, sbaglia. E di fronte allo sbaglio bisogna avere la forza e il coraggio di prendere una decisione che tenga conto di tutti i fattori.

Si può amare un uomo e pensare che non sarebbe il padre che vorresti per i tuoi figli. E si può decidere che un figlio, con quell’uomo, non lo si vuole avere. Così è stato per me. Quando ho capito di essere incinta ero alla quinta settimana. Un amico di Torino mi suggerì di telefonare a Viale, al Sant’Anna di Torino, dove era in corso la sperimentazione sulla Ru486. Gli raccontai l’accaduto, gli dissi che un figlio frutto di «Persona» non lo volevo, che non volevo soffrire più a lungo, inutilmente, che pensavo di avere diritto alla vita. La mia di vita. Che non potevo sopportare l’idea di vomitare per due mesi senza una giusta ragione. Che non volevo odiare il mio compagno, responsabile quanto me eppure non interessato, nei fatti, praticamente, dalle conseguenze.

Mi ascoltò. Mi disse «prenda il primo aereo. Vediamo di quante settimane è». Presi l’aereo il giorno dopo. Ero nei tempi e Viale accettò una richiesta che mi resi conto si sommava a tante, tantissime altre. Quell’uomo capì il mio dolore e decise di aiutarmi a soffrire di meno. Di certo non a non soffrire perché abortire è una sofferenza. Ma fece sì che la mia sofferenza non si prolungasse per altre settimane, inutilmente. Tornai a Roma il giorno dopo e la settimana successiva di nuovo ero a Torino.

Arrivai prestissimo al Sant’Anna, mi diedero una pastiglia, mi chiesero se preferissi restare per la notte in ospedale. Firmai per uscire. Poco distante mi aspettava una casa amica dove passare quelle ore infernali. E diversi numeri di telefono da chiamare per eventuali complicazioni. Non ci furono complicazioni. Non ce n’è quasi mai, di certo non più che in un aborto chirurgico. Ma non è stata una passeggiata. Un senso di greve malessere, una nausea incalzante, un mal di testa incessante, implacabile. Se bisognava pagare per aver scelto di non fare nascere un bambino non voluto io dico che ho pagato il giusto.

Il giorno dopo sono tornata in ospedale. Mi è stata data un’altra pillola e mi hanno messo a letto. Dopo qualche ora tutto era finito. Per un attimo mi è sembrato che anche l’Italia fosse un paese civile. Ma è stato breve. Di civile lì c’erano Viale e la sua equipe, accolti da una città laica che ogni tanto ricorda di avere un’anima sabauda. Sono tornata a Torino altre due volte, per i controlli, uno dei quali obbligatori, che la procedura prevede. Non è stata una passeggiata, mi sono accorta di tutto quello che accadeva e non è stato per niente piacevole. Ma sono contenta di averlo fatto e di averlo fatto lì, sostenuta da intelligenza e competenza. E da vera compassione.

04 agosto 2009
Essere laico per me significa avere opinioni ed ascoltare quelle degli altri, essere liberale mi impone il rispetto e la difesa dell’altrui libertà per conservare la mia, l’essere socialista mi chiede di condividere e credere che davvero chi mi è vicino o lontano sia eguale.

dizionario interiore: intento

Il giornale spiegato, il corpo proteso, le mani sulla pagina con le dita aperte che brancicano carta, parole, comprensione profonda. Quando gli occhi si alzano impiegano tempo per avvolgere l’interlocutore.  Ed anche il caffè si è freddato senza attenzione, in disparte. La parola scritta e lo sguardo che ascolta; l’attenzione sovrappone pensiero e lettura.

Intento è l’abbraccio tra il sè e l’oggetto che trasfigura in immagini, concetti. 

E il particolare occupa intero lo spazio,

il corpo,

la mente.

 

Dopo l’immergersi nel libro, alzando la testa, il volto era in fiamme, e l’aria sulle guance,  svegliava in una realtà povera di suoni e immagini. Sembrava triste il mondo, misero e grigio. Così nei pomeriggi che non volevano chiudere il libro e chiedevano ancora un capitolo, una pagina. E ancora un’altra, cacciando nell’angolo quei doveri ch’erano solo limitazione di libertà. Libertà d’essere e immaginare, libertà di vivere altro. Libertà di crescere. 

semplificazioni

In fondo di molto posso fare a meno,

ciò che sembra necessario è un lampo: 

il trastullo d’una idea,

la possibilità-saetta che illumina e si spegne

mentre io resto,

e incostante risolvo equazioni a somma zero.

connivenza

Privilegio di una minoranza, il capitalismo è impensabile senza la complicità della società…

E’ necessario che, in un modo o nell’altro, l’intera società ne accetti, più o meno consapevolmente, i valori.

Fernand Braudel: La dinamica del capitalismo

Emma Bonino su L’unità.it

Vogliono colpire i diritti delle donne

di Emma Bonino

E se si fosse trattato di un farmaco innovativo per la cura della prostata anziché della RU486, avremmo avuto tutto questo fuoco di sbarramento? Credo proprio di no. Ma quando si tratta della donna, allora predomina ancora una cultura che impone per noi dolore e sofferenza fisica. Come nel caso dell’aborto, nonostante la legge 194 già prevedesse per gli enti ospedalieri di tener conto del progresso tecnologico e delle nuove tecniche meno intrusive e violente.

L’Italia è davvero un paese bizzarro. La politica entra in settori che non dovrebbero riguardarla. Ed infatti questo farmaco è stato vietato in Italia proprio per veti della politica di stampo più clericale, quella che si arroga il diritto per esempio di stabilire se si possono e devono impiantare 3 o 5 ovociti, se idratazione e alimentazione forzata siano un intervento sanitario o meno… In questo caso, per condizionare l’Agenzia del farmaco si è risorti pure ad una discutibile contabilità dei morti, la cui “presunta connessione” con la RU486 sembra valere solo in Italia. In nessun altro paese questo ha rappresentato un ostacolo alla registrazione del farmaco e il dossier completo è noto da tempo.

Insomma invece di limitarsi a stabilire il quadro normativo, la politica entra nel merito delle cure o delle terapie, normalmente nel tentativo di svuotarne i contenuti e comunque di limitare la libertà di scelta delle persone e delle donne in particolare.
Il risultato di tante interferenze politiche, e non, è che il via libera alla RU486 arriva in Italia con venti anni di ritardo rispetto a Francia, Svezia e Regno Unito, con dieci rispetto agli Usa. L’EMEA, l’Agenzia europea del farmaco, ha approvato già nel 2007 la nuova scheda tecnica della RU486: a questo punto la decisione dell’Aifa è al limite un atto dovuto.

Se si vuole ridurre davvero il ricorso all’aborto allora la strada maestra è quella di promuovere la contraccezione e i metodi per la procreazione responsabile, realizzando specifiche campagne informative e pubblicitarie.

Certo, se poi c’è chi si oppone anche a questo, compresa la pillola del giorno dopo, allora la strada diventa tutta in salita.
Insomma ogni giorno peggio, scomunica compresa. Bisogna quindi reagire riprendendo con forza le battaglie laiche (e per questo profondamente religiose) per la libertà di scelta delle persone compresa quella di cura e di terapia. A partire dall’imminente passaggio alla Camera dell’ incredibile testo “etico” varato dal Senato. O si appresta il PD a ripetere le contorsioni già viste in base all’ “opinione prevalente” delegando ai radicali un’appassionata e netta battaglia parlamentare?

31 luglio 2009

ignazio marino su L’unità.it

Marino: «Ho visto le donne morire di infezioni. La pillola abortiva è sicura»

…

Il tema che tiene banco oggi però è quello della pillola abortiva. Gliene domandano a Napoli. Marino è cattolico. Il Vaticano ha annunciato la scomunica per chi ne farà uso. Cosa pensa? «Sono stato studente di medicina negli anni 70, ricordo giovani donne con l’utero perforato dagli aghi delle mammane. Non dimentico il volto delle ragazze morte per infezione. Da credente penso che uno stato laico debba avere una legge sull’aborto. La 194 è una legge equilibrata. L’aborto è un dramma che solo una donna può capire fino in fondo. Da medico dico che quando la decisione è presa spetta al medico ascoltare la donna: se per qualche motivo non può subire interventi, non può essere sottoposta ad anestesia il medico deve illustrarle le possibilità che la medicina offre. Ci sono 39 trials internazionali con studi Cochraine sulle due molecole che producono effetti abortivi. Ne confermano la sicurezza. La pillola ha avuto l’approvazione della Food and drugs adm. Che si è basata su 500mila casi clinici in 12 paesi. Gli ‘eventi avversi’ – l’esito tragico – sono 607 su 500 mila, tutti dovuti ad infezioni ed emorragie avvenute in condizioni logistiche e igieniche diverse da quelle che prescrive la legge italiana. A casa, per esempio, e dipende da dove hai casa. Dunque il farmaco può essere somministrato con sicurezza a due condizioni: che sia il medico a prescriverlo, che il decorso sia controllato in ambiente clinico appropriato. Altre considerazioni non dovrebbero aver luogo».

31 luglio 2009

livres de poche

Accolgo la sollecitazione di Tereza (http://tereza.splinder.com/) sui 5 libri per la mia estate, sperando non siano solo questi, ma devo dire che limito a fatica l’ ingordigia che mi prende in libreria:

Luca Rastello: Piove all’insù
boringhieri
Un libro “cuore” degli anni ’70, ovvero l’apprendistato ad arrivare alle delusioni dell’oggi. Scrittura bella, a tratti sorprendente.

 
Michela Marzano: Estensione del dominio della manipolazione
mondadori
a dispetto del titolo, è un libro che prende, gradevole e profondo, non a caso la “ragazza” è annoverata tra i 50 pensatori oggi più influenti in Francia. E farebbe bene assai anche in Italia pensare a ciò che dice.

Javier Marìas: il tuo volto domani
einaudi
Marias fa bene alla testa, ti prende per mano, ti fa guardare oltre il dito e non ti lascia solo davanti alle parole.

Dino Buzzati: il meglio dei racconti
mondadori
non ho aggettivi, mi spiace solo che ci scordiamo del patrimonio che abbiamo senza meritarlo.

 
Erich Berne:A che gioco giochiamo
bompiani
Riprenderlo in mano aiuta a correggere le traiettorie dell’abitudine, non risolve, ma conforta.

Per ora questi, potrei aggiungere Stabat Mater di Scarpa, o Achille Campanile, titoli vari, ma avremo tempo di riparlarne.

cronaca

Stamattina ci siamo ritrovati. Le altre volte era per mangiare e ridere assieme; con i racconti di sempre, con la presunzione di conoscerci, con gli allegri capri espiatori che tengono assieme i ricordi e il presente.

Ma le vite sono altra cosa dal lavoro.

Molte persone immerse in un caldo allucinante, quel figlio cresciuto, il marito, i parenti. E noi con i nostri pezzetti di ricordo e di vita. La domanda sul perchè, neppure affiora: è talmente incongrua da non essere articolata. Durante i saluti, mi sono distaccato in cerca d’ombra e da lontano vi ho visto: un gruppo legato che sbanda sotto il sole, porta parole imbarazzate a zonzo, addolorato profondamente, sorride e con discrezione fa capire che la vita continua.

L. mi ha detto che ha sofferto tutto quello che c’era da soffrire, che gli sono stati vicini. E ancora quella domanda incespica sulle labbra e si spegne, perchè non c’è risposta e la solitudine prende alla gola.
Ma non avrebbe voluto e per quanto conta c’eravamo. A Lei così discreta, questo pensiero d’averci, se l’ha fatto, forse ha fatto bene.

bianco è il colore della morte ingiusta

Si cammina su un filo di cotone colorato: un equilibrio precario dove l’intelligenza non aiuta. Se non basta più essere dotati di senso dell’humor, tranquilli ed apparentemente sereni, cosa potrà motivare il vivere? La sostanza degli affetti? No, perchè biglietti accorati accompagnano il gesto d’impotenza del vivere. Si muore per stanchezza, per ansia da richieste incessanti, per il silenzio che accompagna vite vicine ed eguali. Non occorre essere disperati, basta non avere speranza di cambiamento.

Questa è una pessima estate che affianca l’ingiustizia esercitata su chi non può più vivere a quella del fato che colpisce chi vorrebbe avere futuro.  Un ragazzo che avevo assunto, una amica d’ anni di lavoro, una notizia che acquista senso, ricordo, volto, mentre rifletto.

Bianco è il colore della morte ingiusta. E non si dismette, anche se a volte s’accantona.

http://www.corriere.it/esteri/09_luglio_29/suicida_tamigi_avvocato_supermamma_f45a6a80-7c28-11de-bec1-00144f02aabc.shtml