struscio dell’anima

Si muovono prevedibili i corpi impagliati nei gesti,

nella fannullona convinzione del consueto

attraversano vie pedonali,

si fermano davanti a vetrine,

sostano seduti,

sorseggiano abitudini liquide.

E parlano e sorridono forte

cacciando le tristezze in agguato,

bastano dei passi da soli, un silenzio più lungo

per mostrare sui visi la violenza

delle solitudini incerte.

Non c’è nulla di nuovo in questo ronzare di pensieri zippati,

è vuoto di futuro il luccicante frigidaire

che allinea il giorno,

e pure la notte.

Non c’è brivido nel torpore d’attese,  

nelle passioni d’un attimo,

nei tacitati ideali:

l’avversario s’è ridotto alla fatica

di  tenere vivere e andare.

Dove e quando osare,

per cosa, per chi?

Più in alto 

è l’incompresa fatica dell’esplorar salendo,

del ritrovare sé nella passione d’esistere

magari ancora più soli,

ma noi, non d’altri,

noi.

la teoria del lavaggio

Quando si doveva purificare qualcosa in laboratorio di chimica analitica, si lavorava con i solventi. Lì ho incontrato la teoria del lavaggio, che aldilà delle formule, si spiegava con un esempio semplice: per togliere più sporco ci si deve lavare più volte con poco sapone piuttosto che una volta con molto sapone. Il motivo è che lo sporco si toglie in percentuale e non muta se c’è tanto o poco detersivo, solo se si opera ripetutamente andrà via un po’ per volta e diventerà infinitesimo, invece con una sola volta si toglie l’apparenza, ma la sostanza resta.

Siccome ero un allievo farfallone, più che la teoria del lavaggio e il risultato dell’analisi, mi colpiva l’idea della purezza originaria che emergeva quando ci si incasinava la vita, con la conseguenza che ogni volta si voleva far immediato ordine e pulizia, salvo poi ricascarci con le stesse modalità di lì a poco.   

Questo, ed altro, mi ha fatto fare il chimico per poco, però la teoria del lavaggio me la sono portata nella vita e anche oggi penso che:

nella corruzione in politica a poco vale colpirne uno, con un gran dispiego di forze se poi il resto del marciume resta intatto, bisogna lavare in continuazione per pulire il tessuto sano dalla corruttela,

nell’insofferenza per quello che non funziona nella società e in noi, non contano tanto i cambiamenti repentini che poi tornano sui propri passi quanto il ripetere l’azione che cambia come si sta nel mondo,

nel mostrare la sostanza di ciò che si è, non conta un no ogni tanto, ma il dire costantemente ciò che si pensa e si vuole, 

nel disordine che si sente nella vita, buttare via tutto quello che viene a tiro una volta, conta poco se si lascia intatto quello che riprodurrà la stessa condizione di lì a poco.

E, parte più difficile, se nei sentimenti c’è bisogno di mutare davvero la sostanza, meglio arrivare alla pulizia profonda piuttosto che accontentarsi del primo strato e cioè dire davvero ciò che si sente e non la parte compatibile con l’altro.

Tutto questo mi ha fatto vivere meglio? Non posso saperlo, anche perché ho derogato parecchio e se pensavo, allora, che la sostanza pura era un mito dell’alchimia, perché faceva coincidere il soggetto con l’anima, non è necessario tanto nella vita, bastava l’approssimazione. Però se lo sporco fa soffrire bisogna lavare a fondo, e ripetutamente. Qualcosa di indesiderato (?) resterà sempre, però imperfetti, ma abbastanza puliti è meglio. Eccola la teoria del lavaggio.

accidia operosa, ovvero contro il tempo

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Poi alla fine ci si stanca un po’ di tutto, o quasi. Dello stesso bar, della stessa strada, dei colori di un negozio, del giornale quotidiano, delle amicizie che sono rimaste in superficie. Ciò che era nuovo, promettente, invecchia, acquista una patina che è unto di tempo, smog di parole e pensieri, e risa e solitudini usate, vita che si è svolta e scivolata oltre. E’ stato scritto un tema (a proposito di vite letterarie) tra gli oggetti e le cose che riconosciamo, non di rado sugli stessi corpi, e alla fine è sembrato che non ci fosse più nulla da dire. Può sembrare una considerazione amara, invece è solo il crivello di sé che trattiene ciò che davvero conta e il resto lo tiene come passato. Ed è pure la spinta del vivere che agisce, oltre alle abitudini, alle ricerche che erano desideri da raggiungere, mostrandoci altro che si apre e si offre a noi. Nel cercare non è la stessa strada che percorriamo che ci porta al nuovo, ma quello scarto della testa che ci fa vedere vecchio tutto quello che abbiamo fatto fino a quel momento e ci spinge ad uscirne, ad imboccare un cammino che sia conforme a noi, come siamo adesso. E’ un progresso di quell’indagare profondo che ci ha fatto capire qualcosa in più di quello che ci riguarda. Non sono forse i superficiali, i supponenti che non vogliono mai mutare il loro modo di guardare il mondo? E quella stanchezza di cui parlavo all’inizio, non è forse il disvelamento che altro attendiamo da noi, che le felicità non si sono consumate e che neppure la vita si ripete, se non quando vuole sottrarci il tempo con il suo scandire di pendolo.

Omnia vulnera ultima nexit vale per quanti seguono i riti che sembrano scorciatoie, i modi di pensare e di cercare che non evolvono, il guardare privo di vedere. Sembra una questione di sensi, di cose da provare, una ricerca del nuovo come inaudito, e invece accanto a queste modalità che si esauriscono con la facilità d’un fuoco d’artificio, ci sono tracce nuove che esigono pazienza e uscire dal tempo cronologico. Magari non si concluderanno, il tema non avrà una frase che lo finisca, e non sarà perché il tempo ci ha rubato qualcosa, magari una sensazione in più,  perché una fine che doveva pur essere scritta e vissuta. No, sarà perché era davvero il percorrere la strada il vivere e il suo gioirne per il nuovo che si depositava in noi camminando. In questo essere in cammino, che non è andare, la stanchezza per i percorsi che si ripetono è salutare, spinge a verificare dentro una direzione. E allora tutto quello che sembrava necessario per tenere in piedi una giornata, non regge a una domanda: perché lo faccio? Così diventa accessorio e marginale. Resta ciò che conta, e ciò che saremo, non quello che siamo stati. Per questo il tempo cronologico diventa finzione, un limite che ci si pone per dire che è tardi e così arginare la voglia di esplorare, di percorrere, di vivere.  Altra stanchezza, altro modo di generare una noia da cui non si esce. Non a caso quel tempo, non il kairos o altri concetti di tempo, è stato scelto dalla civiltà dei consumi, dal possedere, dall’essere in quanto numero di ciò che si vale in un mercato dove tutto si compra. Per quel tempo è sempre troppo tardi, e tutto deve essere superficiale, combusto non assaporato, gettato per essere sostituito e non superato. Non dobbiamo coincidere con il tempo, ma con noi stessi, sembra facile, eppure non lo è, costa la fatica delle domande, del mutare. Ci si può provare.

dizionario personale: spocchia

La spocchia, anche se ricorda una malattia della pelle, e quindi un vizio di apparenza, va nel profondo ed è una vecchia conoscenza della sinistra. Quante volte abbiamo detto che il problema è altro, non capite. Ma non si ferma alla politica, esonda ovunque, diventa modo di distinguersi : non avete le mie esperienze, non potete capire.

La spocchia è l’altra faccia della necessità di tenersi insieme, di confermare che le scelte fatte sono giuste, che non si ha mortalmente sbagliato. Così la spocchia scioglie i dubbi nell’acido e si tiene a galla, riducendo il liquido perchè ha capito che il rischio di affogare è parte della vita.

La spocchia fa dire che siamo diversi, ma non giustifica la diversità, che include la pluralità, la confonde, invece, con la superiorità. E’ vero siamo diversi, ma non superiori e tracciare confini in cui chiudere gli amici, isola dal mondo, crea ulteriore infelicità. Lo spocchioso vede il mondo esterno come inutilmente complicato e affannato: basterebbe fare come dice e tutto sarebbe in ordine. E ciò che lui fa è il modo giusto di fare e di intendere.

La spocchia è un bisogno e come tale va trattato, e si guarisce con ironia e senso del relativo. 

n.b. forse anche questo post è spocchioso, e pensare che non la sopporto la spocchia…

dizionario personale: l’educazione

L’educazione è cosa d’altri tempi. Basti pensare che mette al centro l’interlocutore non il tempo a disposizione, che guarda con rispetto, si cura di… L’educazione è un argine alle sciocchezze, non una convenzione vuota.  L’educazione fa sentire un uomo importante e una donna gradevole, senza gli obblighi della seduzione. Nella terra in cui sono nato, educazione distingueva  tra i poveri, accoglieva e faceva grande un popolo, oggi perduto nella tracotanza leghista. Già e se è cambiato il modo di rapportarsi, le armi a disposizioni non sono poi tante per quelli della mia generazione. Certamente non la maleducazione, non ci viene bene, sarebbe senza senso. Resta il marcare la differenza: oggi non ho stretto una mano, per me conta molto, per l’altro sarà nulla, ma non siamo eguali e tanto basta.

 

dizionario interiore: i comunisti

I comunisti erano carichi di speranza, volevano cambiare il mondo e cominciavano da ciò che stava loro attorno: sè stessi, i rapporti nel lavoro, il cortile di casa, il quartiere, il comune dove abitavano. Pensavano in grande, nel contesto internazionale, come si diveva allora, ma facevano nel territorio. Pensavano per certezze perchè la fede e la speranza non si nutrono di dubbi e relatività. E per capire dovevano leggere, studiare con armi della critica spuntate dai destini più alti dell’idea che metteva da parte i dubbi e le evidenze. L’Unità, diffusa la domenica mattina, ha compitato il pensiero di milioni d’italiani, li ha costretti ad uscire dal semi analfabetismo imperante, vera arma del fascismo e della destra e li ha tolti dal mutismo. Al bar, in piazza si poteva alzare la voce e dire noi, ed avere ragioni insperate, una dignità prima negata. Così le imprese del socialismo erano le imprese di tutti, la dimostrazione pratica che quella era la strada giusta. Solo un problema fu evitato da chi sapeva, ed era la necessità di accettare un confronto che facesse crescere anche l’avversario, che portasse l’intero paese su basi comuni da cui non retrocedere.

 

Non è accaduto e una parte degli allora comunisti, hanno ristretto il  noi al territorio, alla lingua, al povero benessere senza contenuti, nè felicità.