Pianto solide palizzate, mi isolo tra libri e musica, incontro per necessità e piacere, progressivamente scelgo dentro me quello che serve davvero. Attendo muti e che la fatica dell’erigere barriere riveli la sua inconsistenza. Stamattina tra il vapore dello specchio ho cercato, senza trovarle, le tracce d’allora. Di quando passavano i venti in questa casa.
Sei cambiato m’hanno detto, in peggio, hanno aggiunto. Ma che peggio ci può essere nel futuro, quando si cammina?
In questi giorni ricorre l’anniversario dei 70 anni dalla guerra di Spagna. Quello che accadde in quel paese infiammò il mondo, ma allora vedere il nazismo all’opera non bastò per evitare la 2 guerra mondiale. In questi giorni mi capita di leggere la parola anarchico come un modo d’essere un po’ snob, schifato della politica e dei politici. Il giudizio spesso è motivato da come si è ridotta la politica italiana, ma l’anarchia è altra cosa, è un modo d’essere che esige ideali ed animi forti. Non è faccenda da signorine, nè tantomeno da opinioni da salotto. Non sono anarchico, ma rispetto il pensiero utopico che sorresse vite ed impegno. Leggo caricature di qualunquismo fatte passare per rifiuto dello stato, sento attribuire aloni romantici agli ozi dell’intelletto e della critica senza oggetto. Non è questa l’anarchia, non è questo il rifiuto dello stato che trae origine dall’idea di eguaglianza, libertà e fratellanza. In Spagna si provò ad applicare politicamente l’anarchia e chi la soffocò furono le brigate comuniste fedeli a Stalin ben più di Franco. Sembra strano parlarne oggi: tutto così lontano, eppure per chi è stato comunista molti anni dopo, quella è ancora una ferita aperta nei propri ideali di eguaglianza e libertà.
C’è un film che amo e che parla di queste cose, ed è Terra e libertà di Ken Loach. E’ un film di parte, come sono di parte la libertà e l’eguaglianza, e non credo possa essere altrimenti, se le vite si modellano su questi ideali. Per molti di voi tutto questo è distante da questo mondo ed invece credo che la risposta a come vorremmo stare assieme ed essere governati passi proprio da queste parole così comuni e così banali, riconiugate e riportate nelle persone finchè non trovano applicazione quotidiana.
Le luci dei semafori brillano impudiche in questa notte troppo scura: costruite per il buio temperato, violano stupite, l’armonia della notte. Da qualche parte un circuito ha ceduto, un interruttore, una disattenzione e la mia parte di città affoga nella pubblica oscurità. Solo vetrine, assieme a qualche luce gialla dei piani bassi rischiarano persone frettolose. Piccole inquietudini tradotte in passettini, trajettorie verso luci decise, caldo, volti e voci conosciute. Anche il bar bologna ha chiuso anzitempo, così si è vuotata la piazza e solo i russi/rumeni, pernoituttiuguali, del giardinetto continuano a parlare e fumare. Le città dell’est sono spesso così, la luce si riserva alle persone non alla pietra. E come si potrebbe altrimenti, con 100 dollari al mese, la luce è un lusso anche per le città.
Rallento il passo, mi piace la città che respira ravvoltolata su sè stessa come un gatto. I negozi verso il prato, stanno chiudendo e le commesse salutano a voce più alta, bisogna pur aggrapparsi a qualcosa prima di scivolare nella notte. Le pozze di nero ritmano i portici, fuori, dentro, fuori, come un mare che si coccola. Per radio danno musica di Brahms, prima il concerto per violino e orchestra op.77 e poi la seconda sinfonia. Dio, che meraviglia mettere alla porta i pensieri, ora solo note, buio, respiro e il leggero fresco di una primavera che canta con il terzo movimento: allegretto grazioso (quasi andantino).
Ho contravvenuto al 1° principio della termodinamica individuale: non aumentare la tua entropia attraverso il giro dei canali televisivi. E sono finito su Ballarò. Non ho resistito molto, ma ho avuto tempo di sentir ripetere, da D’Alema, che mostrava una nota alle Regioni della Presidenza del consiglio, puntualmente smentita oggi: in quale paese ? La risposta è che questo è il mio paese e sono stanco di rispondermi, stupito di questa domanda, come sono stanco di pensare che questo possa essere un paese normale. Anche perchè la normalità esige la coerenza e la responsabilità, mentre lo sport principale del paese è la ritrattazione e la precisazione e comunque l’attribuzione delle colpe ad altri. Perfino il caso è stato invocato sui comportamenti degli elettori, ricordate il destino cinico e baro di saragattiana memoria? Ormai ho più risposte che domande e soprattutto mi chiedo perchè questo paese sia così. Non val la pena di pensare che se non si parte da questa percezione di distacco dal sogno, nulla verrà mai capito? e che avere una immagine diversa in testa non serve, se non si agisce caparbiamente di conseguenza? Questo è un paese anormale che desidera essere normale senza pagare il dazio.
Tutte quelle pagine di carta patinata, dove non si menava il can per l’aia e nei caratteri sottili l’autore infliggeva al lettore, la stessa pena a suo tempo subita, mi respingevano. Non c’era comunicazione, insegnamento, solo formule, teoremi, scarsi esempi, chè per capire o ci si arrivava oppure s’era sbagliato mestiere. L’autore non si preoccupava dell’illuminazione che aveva investito un cervello, (per trovare la gioia che stava dietro ad una intuizione dimostrata, dovetti arrivare a Wertheimer), non c’era una mappa del capire: la scienza era così e basta. Ed allora erano le parole a dover rispondere del misfatto cognitivo, come se spremendo da ogni singola lettera il significato questo, assomato, diventasse il mantra della comprensione. Altri imparavano a memoria e si fermavano alla linea del voto, facendo coincidere l’intelligere con il risultato. Tra questi, uno pratico disse: non devi capire, devi sapere, poi la vita farà il resto. Ed io che pensavo fosse vero esattamente l’inverso, di quei libri, deposito del sapere, sottolineati a più colori, e commentati a margine, restava il peso e il rimprovero. Come fossero una galleria di antenati che, disgustati dal prodotto dei loro amori, scuotevano il capo senza non accorgersi che così facendo cadeva polvere.