ginnasta

Sono tre volte che la vedo in palestra.  Non è bellissima, per strada sarebbe graziosa. Qui si trasforma quando si mette in un angolo, prende il tappetino, estrae un asciugamano giallo dalla borsa, si stende e comincia. Allora nascono una serie di movimenti lenti, aggraziati, lunghi e stupefacenti. Magari è la normalità d’ una ginnasta, ma la cura e la sensazione di equilibrio che emana mi sembrano fuori d’ordinario. Le gambe sono dove non dovrebbero essere, in spaccata oppure dietro un orecchio, piegate in angoli impossibili per il mio corpo. Le braccia le seguono, il corpo si trasfoma in angoli e cavità inconsuete, che poi ritornano alla normalità. E’ la mia età a fare da aggio, oppure è davvero brava? Credo siano vere entrambe le cose. Comunque ciò che trasmette è una sensazione del poter modellare il proprio corpo, di trasferire su di sé una disciplina profonda che unisce pensiero e fare. Lavora solo sul corpo, seguendo una musica in auricolare, il tutto dura due ore. Com’è arrivata, se ne va, sembra non conoscere nessuno. Chissà com’è la sua vita, se studia, oppure è in un ufficio per l’intera giornata, qual’è la sua famiglia, gli amori, gli amici? Servirebbe la Szymborska per dirci che il caso non è il caso, che le vite sono continuum reali, non solo fatti significativi.  Le domande sui pensieri, sulla vita delle persone che attirano la nostra attenzione, costruiscono vite ipotetiche che finiscono nel chiedersi come ci vedono. Sarà per questo che distolgo lo sguardo, ho altri pensieri attraenti, ma mi pare una presenza rasserenante in un mondo di sudori solitari, di corse sul posto. Dovrebbero pagarla perché ha reso più umana la sala.

 

 

il tempo accessorio

Esiste un tempo che serve solo quando lo si consuma. Assomiglia a quel tempo d’un altro fuso orario: la vita dov’è casa continua, le cose hanno i loro moti, le abitudini succedono a sé stesse. Ma altrove, fusi orari prima o dopo, dove si è fisicamente, qualcosa di diverso accade. La presenza può essere reale oppure aliena, la vita può essere vissuta o prestata. Questo tempo è accessorio solo a noi, è nella nostra disponibilità di vita, accadrà senza interferire se non lo vorremo. In alcuni orologi, si mostra il doppio tempo, il qui e l’altrove, e quello che gli orologiai svizzeri non hanno mai capito è che i due tempi non sono uguali; che nel bilancio d’una vita, il tempo accessorio è spesso più importante. Basta prendere un treno per scoprirlo.

 

la sindrome Hoepli

Appartengo alla generazione di coda del ‘900, quella che basta un manuale Hoepli e costruisci una nave spaziale, piastrelli il bagno o distilli in casa profumi e grappe. Eravamo gli ultimi devoti alla potenza dello scritto, alla trasmissione del sapere codificato. Pensavamo che da qualche parte ci doveva pur essere, nell’antico Egitto, una lunga sequela di geroglifici che, oltre ai soliti salamelecchi scaramantici, descrivevano minutamente come costruire una piramide in casa. Leonardo non faceva forse così? E tutti prima e dopo di lui, scrivevano come si faceva, cosa serviva, quindi questa era la civiltà. Ikea ha avuto successo perché è l’evoluzione pratica della generazione del manuale, ha aggiunto i pezzi di legno, la scatola di montaggio ed un sapere volatile che si butta con il manuale.

Adesso You tube mostra come si fa, la rete mostra come si fa, B. non mostra come si fa, ma lo fa intuire. Però vuoi mettere la sicurezza di un libro che sonnecchia pronto ad essere agguantato d’entusiasmo. Anche se poi sbollirà il tutto, già l’acquistarlo è il preannuncio del piacere dell’oggetto. Con il mio capo d’un tempo, abbiamo fiaccato commessi di librerie per avere manuali con disegni grandi come un appartamento, era il necessario grafico per costruire un gozzo, oppure una deriva. Il bello è che lui l’ha costruito davvero; alla fine gli sarà costato tre volte quello che poteva acquistare in un cantiere navale, ma per due anni ha piallato, graffato, saldato, avvitato, bestemmiato, infine varato, e poi venduto. Perché in fondo mica gli interessava tanto quella barca, voleva solo capire se era capace di farla.

E il sapere pratico si sedimentava nelle dita. Una conoscenza del fare, figlia della società dell’uso. Se penso ai danni fisici, ai tagli da scalpello, alle scottature da stagno, ai cacciaviti on ice che puntavano alle dita, ai fili con corrente, ma non l’avevo staccata, comunque non prendo la scossa, che stecca! ecc. ecc. E il manuale stava lì, consolante e solido, enigmatico nei casi concreti, ma faceva parte dell’intelligenza in fieri, quella che sarebbe arrivata con la piena comprensione del come si fa. Tutto travolto dalla società dei consumi, oggi fare non è più necessario, basta avere denaro per comprare, anche far di conto o scrivere non è più necessario, neppure imparare una lingua. Basta un traduttore, una calcolatrice, un correttore di testi.

Basta? Sono un dinosauro, me ne rendo conto.

 

la parola della settimana: indecente

 

 

Credo di sapere qual’è il sogno dell’indecente: avere tutto per essere.

Un’indecente non è un poeta, non è Mastroianni, non è Fellini, è solo un potente che paga. 

E ‘ uno, quando vorrebbe essere l’uno e la sua condanna è proprio la banalità dell’essere pensiero medio-basso.

 

leggo

Ci pensavo oggi, sollecitato da un tuo testo, alla passione insana dello scrivere. Insana perché pretende di farsi leggere da altri, insana perché non distingue il limite del lecito, ovvero quando le parole si spezzano per troppa usura. Pensavo a me stesso, conscio come sono dei miei limiti e dell’uso che faccio della penna. Vera o virtuale che sia. La coscienza d’essere ignorante non scusa nulla, tantomeno l’indolenza passata, o il pensare allora d’altro. E’ come dire che non s’è mai capito di matematica e vantarsene. Della mia ignoranza posso aver coscienza, ma come posso gloriarmene? E così delle parole, anche quando assumono per me forma di verso, ne vedo il limite e la funzione, non faccio confusioni con la poesia. Scrivere è una fatica solo per chi non ne ha voglia, per gli altri è un piacere. La libertà che in questi luoghi ci è data, ma anche in libreria, è dire che qualcosa non ci piace. Tu lo sai bene dove si perde tempo inutilmente. Si evita, si getta, per un poco il narcisismo di scambio funziona, ma perché mentire, basta semplicemente non passare più, gettare in disparte per non perdere il meglio che aspetta. Il fatto che le cose si facciano per diletto non esclude il giudizio, anzi. Leggo anch’io testi troppo pieni di parole d’altri, digestioni mal digerite, esposizione di saperi senza vita. Mi stupisce sempre l’ambiente accademico, perché si trovano conoscenze che scavano talmente da fare delle ali di un coleottero ragioni di vita. almeno per un poco. E’ come un avvitarsi lungo una spirale che accumula conoscenze e scopre del nuovo, ma non esaurisce. Forse per questo gli eroi moderni sono spesso fisici che semplificano l’universo, oppure medici o scrittori che mostrano come guarire l’uomo. Da sè soprattutto. Lo scrivere sembra essere il genio a portata di mano, un’immagine diventa la verità scavata che rende grande un poeta. Lo sai? Otto milioni di poeti ci sono in Italia. E vuoi che non venga l’idea che qualcosa che suona bene non faccia credere d’aver aperto il cuore dell’uomo? Basta sapere cosa si sa e cosa si scrive. Aver coscienza che questo serve, ma soprattutto a noi e a chi trova qualcosa di rilevante in quello che pensiamo. Ma non basta perché mi passi per la testa d’essere scrittore. E se lo si capisce per tempo, allora la forza terapeutica dello scrivere può dispiegarsi, farà bene anzitutto a noi, e a chi è curioso di noi, o ci vuol bene. Scoprire un’affinità è gran cosa in questo tempo dove anche i bar non sono più caffè e per trovare un tavolino dove fermarci bisogna aver conoscenze non da poco. Mi pare d’aver sempre scritto, forse come fuga alla necessità dei linguaggi che dovevo adoperare per lavoro, forse per bisogno per capirmi meglio, forse per leggerlo ad alta voce e sentire se suonava con la musica che avevo dentro. Forse per narcisismo e il Narciso parla prima con sé stesso, forse per vedere se sapevo far di meglio, forse per presunzione o eccesso di fiducia. Forse … Ma non ho ho smesso di conoscere il mio limite e se parlo molto con me è proprio perché qui sono ad armi pari. Dalle altre parti che frequento (bella libertà davvero) trovo i pensieri che m’affascinano e stupiscono, le parole che vorrei aver pensato e scritto. Ma io lo so che non le avrei pensate e questo è il mio limite e la mia piccola felicità.  

 

ciò che avvenne

Ciò che avvenne quel pomeriggio non fu predeterminato,

gli astri non sapevano, semmai guardavano curiosi,

eppure qualcosa si congiunse, smottando frane piccole di luce,

così fu possibile quello che non era proprio chiaro.

Poteva essere un rivolo di note,

una suite cresciuta poco a poco,così mai ascoltata,

oppure, era quel profumo torrefatto, uscito da una porta a vetri,

comunque sia, fu certo, che le pietre assunsero una lucentezza urgente,

ma di questo ci si rese conto dopo,

quando il cellulare pur essendo leggero e complice di colore,

richiamava la voglia di dire, ascoltare, respirare,

togliendo aria e tempo a tutto il resto.

Quei passi così svagati e calmi, diventati circolari,

erano un non andare che cercava calma, un non andare di capire, assimilare,

un non andare a controllare quella crepa sorprendente. 

Ed invece, prima a fiotti, poi con suadente flusso dilagando,

l’ondata si distese, senza minacce come un gatto al sole.

Pensandoci, col senno che intuisce, sembrava un golfo che mentre dà riposo,

respira e cresce e muta secondo placidi suoi disegni.

Nell’accogliere l’inatteso, il giorno stanco s’era messo a far di suo, mutando

e il tempo, improvvisamente nuovo necessitava solo dell’irragionevole per riprendere il suo corso,

facendo ciò che usualmente si sarebbe messo, senza pensarci un attimo, in disparte.

 

sabato pomeriggio

 

Sabato pomeriggio, direzione del Pd. Nonostante la scelta tafazziana di tempo e luogo, la sala è gremita. Si parla di giovani, di costituzione, di intelligenza (ovvero come capire) della realtà. C’è attenzione vera. Mirafiori emerge negli interventi, non verrà rimossa, ci sono opinioni differenti. Dietro il tavolo della presidenza, scorrono ogni tanto dei corti. Spezzoni di film, commenti raccolti tra la gente. Il cinema ha già toccato la realtà, l’ha mostrata ed anestetizzata agli occhi di chi può, e poteva, intervenire. Come bastasse parlarne, essere coscienti ogni tanto. Interviene una liceale, dice il disagio; non racconta, dice. Parla della sensazione di caduta d’orizzonte generata dalla Gelmini, dell’abbandono esterno che si sente nella scuola. E’ calma, parla di ciò che conosce. Non siamo ancora al lavoro, alla sua tragica mancanza, ma la privazione della speranza comincia prima. Già nella scuola c’è l’odore dei rifiuti che questi ragazzi si sentiranno ripetere. Una colpa enorme non potrà essere perdonata a Berlusconi e a noi che non ci muoviamo per sconfiggerlo, ed è l’aver privato della speranza una generazione. I nostri figli.

L’assemblea continua. Tentativi di proposta, poi l’uscita organizzativa. Fare è lo sbocco per misurare un impegno, un possibile obbiettivo. Si costituiscono i luoghi del capire. Un posto dove discutere e programmare, non è ancora un sentiero, ma almeno è un argine alla frana. Non solo parole, speriamo che il capire generi forza, volontà, caparbietà di fare. I corti continuano ad essere proiettati, sono discreti e ben costruiti. Documentano una realtà inadatta ai riti, agli schemi del passato, c’è la rabbia di insufficienza propria, sentore di inanità. Però. In un’assemblea di sinistra dopo l’analisi del reale c’è sempre un però che svolta a 180° gradi, ma qui ci sta perché questo non è un luogo di morte. C’è tristezza, ma c’è anche speranza. Magari le idee non sono chiarissime, e non perché  manchi il materiale, anzi ce n’è troppo. Manca piuttosto un’unitarietà di pensiero, una trama forte che riunisca, ricucia il tutto in un progetto forte e leggibile con leggerezza e semplicità. Si sa dove si può stare, altrove sarebbe impossibile, ma non basta. E’ uno dei problemi irrisolti dopo la caduta delle ideologie, quando ci sono visioni diverse, la sintesi è il vero salto di qualità della politica che vuole incidere. Come un mantra da ripetere senza paura, forte come un’equazione fondamentale: l’eguaglianza, i diritti inalienabili, l’onestà e il bene di tutti, i sì e i no che non mutano in funzione delle alleanze. Senza deroghe. Una mappa per uscire dal presente e puntare sul futuro. La speranza nasce dal fatto che di questo oggi c’era coscienza e volontà.

Portiamo questo Paese fuori dalla tristezza limacciosa in cui è precipitato. Non andiamo via.

 

il poeta assente

 

Manca il poeta visionario e concreto.

L’uomo che scardina la pietra dei nostri cuori con la forza dell’acqua che disseta.

Colui che sente il futuro e vive la differenza nel presente.

Il Pasolini d’oggi, che ci mostra come siamo, come saremo, come potremmo essere.

Senza paura di vivere.

 

la parola della settimana : Mirafiori

Mirafiori: parola composita che mette assieme oggetto e soggetto esterno. Come ad un cimitero.

Troppa responsabilità a Mirafiori, troppi interventi a gamba tesa, troppe domande inevase. E tutto sulle spalle dei 5500 lavoratori che non decidono su qualcosa di astratto, ma sul loro futuro. Questa è la prima ingiustizia creata dagli ignavi.

Troppe presenze interessate da altro a Mirafiori, Berlusconi che giustifica quello che nessun leader di destra mai giustificherebbe, ovvero il depauperamento industriale del paese, Vendola che non capisce che il suo posto è altrove e soprattutto che non è Berlinguer, Chiamparino che fa il sindaco, non il segretario del Pd e dovrebbe dirlo, Bossi che tace  come se la Fiat risiedesse ad Algeri, ma lui l’avrebbe fatta fallire 2 anni fa, Renzi che parla di cose opinabili come fossero verità rivelate e fa capire che non tutti i rottamatori sono eguali, Bersani che non è presente e si sente, gli industriali che aspettano che passi il referendum per applicarlo nelle loro aziende senza farlo, ecc.ecc.

Mirafiori non ha mai portato bene e la domanda se per la Fiat di Marchionne, Torino sia la sede di uno stabilimento sussidiario del gruppo oppure la sede dell’intelligenza e della forza di crescita della società, è evitata. Ovvero la risposta c’è ed è negativa: la Fiat non è più italiana e non ha più sede in Italia. Allora Mirafiori è un luogo in cui si può perdere, ma dipende cosa: la guerra, la battaglia, la dignità.

Troppo carico su 5500 persone, che non sono pupi, che sono uomini, famiglie, futuro.

Troppi furbi a Mirafiori, davanti a Mirafiori, non dentro a Mirafiori.

p.s. se non si fosse capito sono con la Fiom, e se si lascia solo un sindacato non ne verrà bene.