chissà

 

chi sa, taccia

Sussurravi una carezza tra i ricci, 

e pensavo parlassi di quelle dita,

troppo spesso rade, ma sempre tenere

e impreviste

e chiare.

Ascoltavo quel respiro che quietava, senza sottointesi:

chi sa, taccia

si faceva strada, morbido di consapevolezza.

Nel pensiero d’allora,

rinchiudo scatole e cose,

sigillo bocche, e cancello lampi agli occhi,

solo i pensieri tintinnano riottosi.

Così leggo,

le sintassi che si spengono sulle frasi senza senso:

una virgola qua, un punto senza parole, l’apostrofo disperso;

mozziconi nervosi spenti su pozze d’interrogazione,

ma le mie labbra si serrano, ed attraversano gli occhi,

non ci sarà traccia, che tu nuova non sappia già

o non si veda, tra i fiati sospesi,

eppure ti sforzerai di capire se il sorriso aveva qualità.

o indifferenza.

 

6×3

Guardo il sorriso della ragazza sul tabellone 6×3

E’ ora di cena, l’autoradio parla dello scontro Fini-Berlusconi.

Il ragazzo in bici si affianca al manifesto, alza il braccio e cerca nella cornice bassa, sotto il sorriso.

Una, due, tre volte. E’ un po’ nervoso. Riprova.

Niente.

Cerca ancora, trova e mette in tasca.

Se ne va.

Lo strappo Fini-Berlusconi è diventato rumore.

La ragazza sorride ed è ora di cena.

Da qualche parte.

le ragioni del male

Quali sono le ragioni del male?

Mercoledì sera ero a Roma e ho scelto di andare a cena in ghetto. Non è stata una scelta casuale.

Faccio una premessa: provo un fastidio fisico per le celebrazioni, in particolare quelle che durano un giorno e scaricano la coscienza. Quando penso all’olocausto, mi viene da pensare alle stragi che continuano, a quelle senza attenzione nè addirittura nome. Morire per nulla è il massimo del disprezzo per la vita.

Mercoledì mi piaceva l’idea di andare in posto conosciuto ed ascoltare. Laicamente ascoltare.  Anche il silenzio, la banalità, la ripetizione, ma ascoltare, ed invece la cosa è andata altrimenti.

Il posto ha una sua identità non pretenziosa, si mangia bene una cucina Kosher, romana, fatta di fritti e concia. Il cibo è ruvido di profumi e ricorda le voci scambiate tra case, dialetto e identità, la sensazione di essere ciò che si è in qualunque posto.

Mangiavo e ascoltavo, anche i miei pensieri ascoltavo, finchè da un tavolo vicino, un mio coetaneo sconosciuto, ha smesso di parlare con la sua compagna e si è rivolto a me chiedendo da dove venivo. Sempre ognuno al suo tavolo si è parlato di età, ’68, politica, evoluzione e diversità biologica e culturale, PioXII, storia, diritti, Rom, ecc. Il tutto con una partecipazione crescente dai tavoli vicini, finchè l’intera sala interloquiva. Una scena incredibile!

Naturalmente è emersa la shoah, ma con un assunto diverso: per capire ciò che è accaduto e continua ad accadere bisogna pensare dalla parte dei carnefici. Solo se ci pone nella logica del male, nella sua banalità alla Arendt, ma anche nella sua intelligenza, si entra nella stanza buia dove sentimenti, cultura, sensibilità, connotati come buoni, convivono assieme al male assoluto che annienta il diverso proprio perchè eguale.

Ci continuo a pensare e sento che lì è il problema, ma quali sono le ragioni del male?

 

 

mormorio

 

 

Senza fede, io posso parlare di te,

chiedere ragione di ciò che accade

e ancor più

di ciò che non accade.

Posso chiederti ragione

dello specchio che non riflette,

della luce che non basta,

del cibo impudico gettato,

degli abbracci vuoti,

della sera ch’ è già notte.

Troppo facile sarebbe,

e di tutto questo mi farei ragione,

ma ciò che pesa è la stanchezza,

l’aria che s’incolla addosso,

che  incauta entra nel sangue

ed avvelena, e trasuda

fino ai vestiti,

sempre inadatti al luogo,

al tempo,

all’incontro.

E’ come non aver bocca al tempo dei baci

e vivere nel desiderio,

scisso

dal presente, dal vero.

Quel vero che non è creato,

ma fatto,

(a Nicea queste finezze intendevano),

e scritto

nei giorni pergamena

con mani e penne

inadatte,

contando sull’estro,

sulle poche cose che ci portiamo appresso.

Ma quanto fragile è l’estro,

che non ha l’intelligenza cedevole dell’erba

e punge,

trafigge, stupido giudice severo,

senza appello, nè misericordia.

E come allora giustificare ciò che siamo,

come riportarlo tra sponde

tranquille del vorremmo,

sostenute da respiri, aria

e sabbie accoglienti?

Di questo chiedo ragione

a te che hai risposte,

e non hai domande,

ed io so che non è vero

e questa consapevolezza

sparge tristezza libera

e solitudine

lasciandomi esposto ad ogni vento

senza nome.

chissà cos’è?

Per quanto lontano tu vada, i confini dell’anima non li scoprirai, neanche se percorri tutte le vie: così profondo è il suo logos.    Eraclito

Credo di averla, ma non so cosa sia e mi sfugge una definizione che non la sovrapponga alla capacità di provare sentimenti e quindi genera gioia e dolore filtrati dalla testa e non solo dal corpo. Nella mia immaginazione assomiglia ad un contenitore dalle pareti indefinite, una sorta di cesta dei giochi, ricca di rimasticature e giochi già giocati; la novità è nel ricomporli e vederci qualcosa di nuovo. Credo cresca di dimensioni, quand’ ero piccolo aveva altri contenuti, ora sembra una discarica di pezzi di vita. Non so se esista, con cosa si confonda, ma qualcosa c’è e coicide con la mia cifra segreta, il modo di vedere il mondo. E’ un buon strumento che anche se non conosco, mi accompagna silente e non mi molla mai. Tra l’altro non si colloca ad un livello superiore, anzi va in sofferenza quando meno me l’aspetto e ciò che mi sorprende è il suo essere dipendente dal corpo: si deprime o si allarga con l’umore.

Credo che Eraclito abbia ragione: i suoi confini sono per noi illimitati, ma per la nostra limitatezza e coraggio.

solidão

 Tutto quello che si fa, quindi, lo si fa per paura della solitudine? E’ per questo che rinunciamo a tutte le cose di cui ci rammaricheremo alla fine della vita? E’ questo il motivo per cui diciamo raramente ciò che pensiamo? Per quale altra ragione ci abbarbichiamo a tutti questi matrimoni in frantumi, alle false amicizie, ai noiosi pranzi di compleanno? Che cosa avverrebbe se rompessimo con tutto questo, se ponessimo fine al ricatto strisciante e prendessimo partito per noi stessi?…                    Pascal Mercier  Treno di notte per Lisbona

Ed esiste un’ ulteriore solitudine che brucia le navi, che si spinge sempre innanzi cercando quel pezzo di sè che manca e che non c’è mai stato. Alle risposte bisogna pure trovare una domanda convincente. Anche la scrittura è una risposta, anche il lavoro è una risposta, fino alla deprivazione di sè e allo scavare nel posto sbagliato, perchè scavare è comunque una attività che occupa tempo e genera speranza.  

E la stagione continua tiepida, favorevole ai percorsi tra case calde, raccoglie parole dai libri, dalla radio che sussurra senza obbligo di verifica, accende le luci, mette musica su giradischi e lettori cd, lancia richiami: a dopo, sì,… ci si vede.

Ed una paletta da croupier allontana la solitudine oltre il tavolo verde. Ma non preoccupatevi, tornerà in gioco ed ogni volta la posta sarà più alta: rien ne va plus, si vince, si perde, fate il vostro gioco, Signori. 

 

la gentilezza sia con voi

Non sopporto l’esibizione della forza, gli arroganti, le trasmissioni televisive urlate, la competizione che non si cura dell’avversario.

Oggi è la giornata della gentilezza, che è un modo di agire singolare e rivoluzionario nella società. Essere gentili fa star bene gli altri, ma ancor prima se stessi, sorprende, abbassa voci e pretese.

La gentilezza è ben più di un tratto di stile, è un modo di vivere il mondo e di curarsi di ciò che abbiamo ricevuto e vorremmo condividere. La gentilezza è diversa dalla cortesia, non ha regole fisse, proviene da dentro e apre il cuore verso il bisogno dell’altro. E’ per sua natura forte e calda dell’ umano che possediamo, non scivola sulla superficie e lascia traccia. In altri anni hanno cercato di convincermi che questo modo d’essere impediva il pensiero critico, ma non è così: guardare il mondo con amore, evidenzia le storture e le anomalie, fa risaltare le ingiustizie, perchè la gentilezza dice ciò che sente e non pretende nulla in cambio. 

Vi auguro che la gentilezza sia con Voi, vi accompagni e faccia sentire la sua forza dirompente. Arrabbiarsi per gentilezza è un’esperienza che non si dimentica.

Essere gentili fa vedere le positività.

Essere gentili apre il cuore ad esperienze migliori.

Essere gentili assicura felicità da consumare subito.

Essere gentili non costa, ma vale moltissimo.

Essere gentili è contagioso.

 

udito e tatto

 

Ausculto i segni,

zampette di desideri,

vaghi, come l’odor di dolce dei negozi chiusi.

Di notte,

il silenzio si stende a pennellate larghe,

con briciole di luce

e fotoni dispersi

che urgono, già spenti.

Di notte

il silenzio si posa ai bordi del letto,

agita lenzuola di seta,

slega la veglia dai  piccoli pensieri.

A te penso un poco,

non ti basterà

quello che per me

nel bujo, è troppo.

Questo silenzio lo sento

che sciacqua le rive delle case,

e sale e scende

sino ad affogare il sonno.

Accolgo i piccoli rumori

preziosi sul tetto,

contro il vetro,

e la bava di vento

con atomi d’erba

crepitante e secca:

è notte, ancora,

da bere a sorsi piccoli,

ancora.

esigere

Le piccole abitudini la sono prigione del tempo e dei miei gesti. I luoghi comuni, tanto vissuti con insofferenza in altri, costellano  la presunzione d’un vivere originale, fatto di mancate verifiche, imprecisioni, ricordi solidificati. E’ la differenza dell’esigere, vissuta e temuta.

Guardando le  vuote vite d’ altri si cerca di dar senso alla propria e vedendo quel vuoto di gesti ripetuti, per riflesso lo presumiamo vuoto di pensieri, passioni, atti singolari. Così il guardare si muta in incomprensione: chissà che pensa la portatrice di passi veloci in vestitino Gucci e borsa in tono? Chissà dov’è il suo tempo memorabile e l’attenzione per sè, e dove la porteranno le sue abitudini e le sue diete? Dirà che il tempo passa senza lasciar traccia se non sul viso o il corpo? Quante cose sconosciute e d’eccezione le saranno accadute, tanto da dire: in quel giorno, in quell’anno… Da percettibili gesti potrei collegare l’altezza d’un tacco ad un amante difficile, il tavolino d’ un bar al concludersi d’una passione, un vestitino leggero all’attesa che la vita giri col vento sulla pelle. Di alcuni percepisco il vuoto e la sofferenza, ma il loro vuoto è il calice del tempo che riempirei altrimenti. E a loro sono grato perchè mi danno sollievo dal non vedere il mio tempo gettato e il vuoto delle mie abitudini.

Le abitudini sono stile, contagiano le vite, le connotano e soprattutto le svuotano dell’obbligo d’essere sempre originali. E ci sono abitudini di destra e di sinistra. Parlo di quelle che conosco: caffè e discussioni in ambienti fumosi, thè e chiacchere tra amiche dense d’intelletto, esperienze da rubare alla ricerca di posti alternativi, veglie da intellettuale con lavoro manuale in attesa al mattino, il tirar tardi perchè la discussione prende. Questi sono alcuni, tra i tanti, tempi gettati di sinistra, che non rifuggono dai vuoti del dire con l’assistenza delle armi della critica, che serpeggiano di domande abissali e sfociano nella catatonia dell’esigere troppo.

Abitudini, per l’appunto.

libertà felice e solitudine del comunicare

Perchè non si accetta il cambiamento, il mutare delle passioni? Dovrebbe essere bello che il movimento fosse l’interesse e la novità di chi mantiene la comunicazione con noi. Ed invece viene preferita l’immobilità, la cristallizzazione degli interessi. Come se vi fosse una saldezza nel ricordo ed invece il presente costasse fatica, dolore, incomprensione, mentre è nello scambio che la corsa continua e lascia intatta l’unica possibilità che abbiamo di essere vivi: la libertà.

Di questa libertà, della sua assennatezza, ovvero dell’altra e cioè la libertà sconsiderata e senza calcoli, è la cifra che mettiamo gradualmente a disposizione. Farsi capire, anche poco, è fatica, condividere assume il rischio della banalizzazione dell’interesse, dell’essere ricondotti al conosciuto. Tu mi vedi e puoi ridere di me, del mio mutare, perchè conosci l’antefatto, ma in ciò ti sbagli perchè non conosci il futuro che sto maturando. Un rischio, quello della banalizzazione del sè che solo a volte può essere corso. La condizione vera è la solitudine temperata dalla generosità egoista del comunicare senza calcolo e la libertà è rifuggire dall’obbligo del dire ciò che agita, entusiasma, prende.       Se non a volte, quando la vita lo chiede imperiosa e senza alternative. E solo in questo rischio c’è la possibilità di una libertà felice.