Improvvisamente la luce se n’è andata. Si sono accese le luci d’emergenza all’esterno. Il frigo, la caldaia, la pompa dell’acqua hanno taciuto. Così è cominciata l’attesa. Nell’oscurità si capisce che il tempo è soggettivo, rallenta, rarefa quando l’attesa di qualcosa d’imminente diventa il pensiero principale. I gesti quotidiani, le sequenze preordinate, così automatiche, diventano difficili. Capisco perché nelle difficoltà le persone s’aggrappano alle abitudini, invertono le priorità, si dedicano al marginale. Mettere a posto un orologio, sistemare una cosa fuori posto, cercare un oggetto, il tutto per rifugiarsi in uno spazio a-temporale dove non accade ciò che sta accadendo. L’ho visto nei momenti di pericolo, e mi torna in mente adesso, mentre cerco di capire che fare al buio. Il cellulare funziona, ci scambiamo notizie, ma la luce non torna. Comincia a far freddo. Il buio non governato è nemico, oppure bisogna accettarlo senza correzione, e non ho a disposizione un gesto di volontà che lo rischiari come vorrei. Accendo una candela. La sfera di luce genera ombre, rassicura, ma non permette di fare nulla di quanto programmato. Attendo. Mi siedo e lascio che il tempo rimodelli quanto dovevo fare, sposto appuntamenti. Spengo il cellulare. Attendo e mi adatto al tempo. Penso. Quietamente penso. Un tempo era sempre così ed il mondo si muoveva con questo ritmo, sotterraneo e silente.
Verrà l’ooooh liberatorio dal vicolo, ma adesso non ho fretta. Quasi mi dispiace, è diventato prezioso questo spazio.
Ogni mia penna stilografica ha una personalità. Ci adattiamo entrambi ai rispettivi caratteri, e se voglio cambiarla quando non mi segue, la devo trattare con dolcezza. Alla fine so che lei sarà l’impronta della mia mano. Per imparare a convivere bisogna sperimentare assieme gli aggettivi, le parole obese di vocali che aiutano i repentini cambi di tratto. Chi scrive con una biro non sente che la mano accompagna le anse, le curvature. Con la stilografica e ancor più con il pennino intinto, è come usare un pennello, bisogna dosare la forza per trovare la giusta dimensione del segno. Quando giocavo a biliardo qualcuno mi spiegò che per essere bravi, bisognava avere la geometria e la fisica dentro, la mia testa immaginava traiettorie, la mano seguiva effetti, il braccio misurava la forza ed i risultati erano spesso deludenti. Solo quando lasciavo che la mia parte zen prendesse il sopravvento, subentrava lo stato di grazia e le palle seguivano il fine trascurando i mezzi. E allora la partita non m’importava più, m’interessava il gesto armonico con il risultato e il momento diventava l’assoluto. Così mi accadeva con la scrittura: riconquistavo i pennini senza averli mai davvero abbandonati come se gli anni della prevalenza della biro fossero stati un interludio dettato dalle competizioni che regolarmente perdevo. Continuava a vivere quella parte di me che si ostinava a conservare i ricordi, che metteva da parte la comodità. Anche se ne posseggo diverse non ho l’animo del collezionista di penne stilografiche e di strumenti di scrittura, semplicemente ho il senso dell’inchiostro. Delle carte che assorbono ed amplificano il pensiero, dei pennini che sono al servizio delle parole. Viaggio quando scrivo e scrivo quando viaggio e mi piace viaggiare, scegliere il mezzo. Ci sarà pure una corrispondenza tra il mio piacere nel camminare e nello scrivere con la stilografica. E come tutti quelli che amano qualcosa, ho preferenze, non mi piacciono le personalità facili in ciò che comunica con me, alcune penne le usa da 40 anni, di loro conosco tutto, ma quelle che mi sfidano sono quelle che non hanno ancora un’impronta. Pennini aristocratici troppo duri e pieni di sé, con tratti indecisi per scarsa fluidità, oppure pennini senza personalità, macchine da consumo che non vogliono dire chi sono. Con questi scrivo, trascuro la tastiera, faccio doppie scritture, guardo la pagina alla fine, cercando di cogliere l’ordine complessivo. Il testo sono io, ma anche le righe, i caratteri. Lì si nota una stanchezza, qui un furore, le t non sono state tagliate, le asole delle g trascurate, gli accenti si confondono con i punti.
Devo confrontare due pagine, nell’una il mare di caratteri si è gonfiato, ha preso la mano, è scorso mentre le guance s’arrossavano. La scrittura ordinata si è mossa con folate di vento interiore che la spostavano, per confluire in un golfo, dove si è quietata. E’ rimasta in attesa, non conclusa dopo il punto. Pronta a ripartire. Segno che il pensiero dipanato ha evocato altro e sollecitato nuove curiosità. Nell’altro foglio la scrittura è fluita, ma trattenuta. Si vede che pensieri laterali l’attraggono. Deve conservare un ordine, portarsi verso una conclusione. Potrebbe essere una relazione o un racconto a tema, il suo percorso è circolare, punteggiato di pensieri, i caratteri si staccano netti come se le parole fossero funzionali e non creature guizzanti. Guardando da distante, i fogli senza rigatura rivelano ordini diversi. Cerco il senso degli spazi, i silenzi che alimentano il mistero. Nel primo foglio gli spazi sono irregolari, in alcuni punti la scrittura si è arrampicata di lato per non passare alla pagina successiva. Dei rimandi interpolano le parole, ma gli spazi evidenziano una crepa che segna il foglio dall’alto verso il basso, come una discesa nel proprio deimos. Nell’altro foglio gli spazi sono più larghi, silenzi direzionati per raccogliere le forze verso il passo successivo. Come per le nuvole si può leggere una faccia, un animale, un sogno: era quello che veniva tenuto a bada e che esce come può.
Gli inchiostri diversi hanno marcato la differenza iniziale, il nero blù per la scrittura a tema, il tabacco per quella più libera. Il tempo ossiderà entrambi e scivoleranno verso quel grigio che mi piace così tanto ed è il colore del ricordo leggibile, ma che non pesa.
La plastica esiste sul serio da 50 anni, prima c’era la bachelite, la celluloide, quelle che oggi sono plastiche da gourmet, di cui i vecchi conservano memoria e qualche vecchia azienda adopera per penne stilografiche di pregio. Quello che è nato a partire dagli anni 50 è stato, invece, usato per fare qualsiasi cosa e deriva essenzialmente dal petrolio. Pensate alla singolarità di questo miscuglio di catene di carbonio, ossigeno ed idrogeno che, nato da vegetali ed animali variamente combinati dalla pressione e dalla temperatura, viene estratto liquido, in parte bruciato ed in parte ricombinato a formare prodotti assolutamente nuovi e mai visti in natura, ma talmente stabili che la plastica prodotta, è quasi tutta ancora in ambiente. Residuo del benessere e dell’opulenza, è in gran parte negli oceani e forma enormi distese di detriti che le correnti concentrano a profondità diverse. E siccome la natura non sta ferma a guardare, dai microorganismi sino ai grandi mammiferi, tutti si stanno dando da fare per capire se questi oggetti multicolori sono commestibili, immettendola plastica nella catena alimentare. Un ciclo che torna all’ inventore, che piano piano se la divora, nel sushi, nel pesce, nella carne alimentata con farine di pesce, nell’acqua con microparticelle in sospensione, nel latte, nei formaggi, ecc. ecc. Le catene dei polimeri si rompono sotto l’azione della luce, formano polimeri più piccoli, anche se, per ora, non si arriva facilmente ai monomeri, e questo è un freno all’irrompere massiccio nei corpi degli animali e dell’uomo, ma non durerà. Si calcola che sinora siano state immesse in ambiente un miliardo di tonnellate di plastiche varie, polimeriche. Considerato che non si è decomposto quasi nulla, ne abbiamo già per i secoli futuri. In qualche laboratorio si allevano microorganismi disponibili e voraci, in grado di aggredire le lunghe catene chimiche, ma quale effetto avranno queste bestioline sulle catene alimentari e sull’ambiente in generale, non è dato conoscere. Troppe variabili, troppa ignoranza, troppo distacco tra apprendisti stregoni e l’interconnessione che regola il pianeta. Si assume un atteggiamento fatalista, ci si ripete che in fondo è proprio la stabilità della plastica a salvarci, certo non è lo stesso con i pigmenti così mutageni e cancerogeni, e neppure per le molecole ad alta tossicità, ma per ora quelle fanno parte di una vita statisticamente più lunga e quindi tanto male non faranno. Con questi pensieri si lascia passare un effetto di mitridatizzazione che dovrebbe abituare gli organismi, ma non sappiamo se tutto questo diffondersi di ignoto genererà qualche mostro. La paura si arresta davanti alle oltre 6000 nuove molecole chimiche prodotte ogni anno e destinate a finire in ambiente. Cosa faranno? Non c’è risposta. Sarà un male sbilanciato, oppure le nostre cellule troveranno un bene che le equilibri. Chissà; è un ignoto talmente grande che ” il cor …si spaura “, ma non cessa di battere, semplicemente si distrae e quando non si sa, si rimuove e si spera.
Analizzare i rifiuti racconta tante cose. L’imprevidenza, la prodigalità, il tenore di vita, le abitudini, i vizi, le buone pratiche. In un’epoca apparentemente senza classi, i rifiuti definiscono i confini sociali. Hanno cominciato gli americani in sociologia, a scavare nei cassonetti per anni, prima per definire la middle class, e poi per fornire i dati alle aziende, oltreché alla comunità scientifica. Le abitudini e la capacità di reddito hanno un notevole valore nel programmare i consumi di massa ed i livelli di accesso al censo. Ma la plastica è trasversale, non definisce un confine di classe o di censo. Le borse di Vuitton dei cassonetti sono quelle napoletane o cinesi e non si era prevista la Cina, il vero re della plastica e dei nuovi consumi di massa. La plastica conformerà gli uomini, il mondo lo sta già conformando. E sarà un mondo fatto di plastica cinese, di bassa qualità, imprevedibile nella sua decomposizione e nella sua azione sugli organismi viventi. Ma in fondo a noi non è mai importato troppo degli organismi viventi e tantomeno dell’ambiente. E in fondo a Gea non è mai importato molto dell’uomo. I prossimi 50 anni saranno interessanti da questo punto di vista, ma in questa progressiva riconduzione degli individui dal sociale al personale ognuno se la vedrà da solo. Al massimo si medicalizzerà anche la plastica, non i comportamenti o la produzione. Solo la fine del petrolio permetterà un argine, ma manca ancora molto a questa svolta e quello che si produce, intanto finirà negli oceani, ad attendere, sornione, il morso del primo pesce o che il plancton lo ingoi senza decomporlo. E’ una spirale che con un balzo d’ingegno si ricondurrà all’inizio e ad ogni giro ciò che troverà sarà mutato. Ma nessuno ci pensa troppo, non sono gli anni di plastica questi? Facciamoci un Campari, và…
Questo silenzio è tumulto sanguinoso, allegro solo a tratti, come le guerre dei bambini. Dentro bolle tra concetti densi, brezze trasversali di significati, leggiadrie che s’appendono ad un picciolo di foglia.
E tutto tacitato prima della gola.
Costruire tra il clangore, silenzi dalle rive solide, nutrirli di sicurezza per farli scorrere tranquilli. Fino all’autunno ed alla furia quieta che smotta e dilaga oltre ogni argine pensato. Silenzi accompagnati col gesto amico della mano, un’assenza dinamica che olezzi sulle stagioni. Silenzi da far scendere prima d’ un bacio tra la nebbia. L’autunno avrà il rito del profumo di castagna, del tepore solitario che spinge l’ alito sul vetro, dei muti simboli con cui scrivere di te. Che poi è di me, di queste parole rattenute, d’ una polvere di ciprea, d’ un fumo di troppo oltre il sonno.
E’ tempo di nuotare nei significati, darli con parsimonia montanara, ma lasciare l’uscio aperto con la lama di luce accesa.
Nel flusso di quest’aria troppo calda, oleggi e non cercarti dove non ti troverai.
Il passato è un film già visto: si sa come va a finire. E’ amato, sopravvalutato, raramente emozionante, serve a poco nel non sbagliare. I ricordi sono episodi di ripasso di questo heimat personale in cui ci siamo conosciuti/riconosciuti. I ricordi servono, sono importanti, grattatina al gatto, ma finisce lì. Fanno buona compagnia, quando non c’è di meglio da fare (come grattare questo gatto), ma finisce lì. I ricordi hanno la funzione di certificare che siamo stati, che abbiamo vissuto in qualche buco di mondo guardando fuori, che abbiamo provato e riprovato, conoscendo il caso e l’intelletto, ma finisce lì. Il gatto s’è stancato e se n’è andato.
Il futuro è altra cosa. Una cosetta infiammabile -il futuro- da maneggiare con sconsideratezza e curiosità. Se si guarda al passato si sa già come andrà a finire. I ricordi, allora, devono stare al loro posto, con una memoria discreta si può raccontare, con una memoria sensuale si può divagare su odori, sensazioni, suoni. Ma la prossima cena sarà la migliore, comunque diversa, ma non sarà il suo ricordo ad impedire il desiderio del nuovo: l’unica cosa che davvero si ripete.
Bei ricordi è come dire bella vita, quella passata aiuta comunque, quella futura è affascinante e ci appartiene.
Per tutta la vita duelliamo con la morte, ansando altrove perché nascondere le paure è fatica. Da bimbi non c’è misura dell’abisso, si vive nel tutto ineluttabile, ma c’è posto e limite alla disperazione. E’ appena dopo quell’età, che la morte si trasforma, diviene un mare carsico che entra sotto la roccia, assumendo altri nomi. A volte è solitudine, immagine del non essere in relazione a qualcosa, qualcuno, e l’essere soli non ha correttivi. Non è la solitudine affollata del bastarsi, ma l’assenza assoluta, la voragine del non amore.
In quei momenti basterebbe una persona amata al telefono per deviare un fiume di pensieri, quelli che il moto della mano scaccia, come animali inesistenti. Sono i ricordi, le discussioni che, per fortuna, infransero la cristalleria interiore, ora unite al sentimento immemore di sé.
Ferito, ri-marginato, ri-tagliato, senza chirurgia plastica e anestesia: tutto per non essere solo. Basta saperlo.
Oggi il discrimine è il silenzio conquistato, ma quello non pesa, non ha a che fare con l’imago della morte, anzi sostiene che la storia ha pagine da scrivere e penne bene intinte, che c’è solo un momento a cui dare ragion pratica, l’ attesa di un nonsissacché, che vive di suoi tempi.
Quiete alle 6 del pomeriggio, dove attendere è il contrario della solitudine.
L’odore della Cina, è l’odore della necessità. Promana dagli abiti a pochi euro, dalle plastiche dei giocattoli e degli utensili. E’ l’odore del riciclo mal fatto, dell’apparenza mal riuscita. L’etichetta dice 70% seta, 30% cotone, ma nè il cotone, nè la seta hanno questo odore. L’ho trovato ovunque in europa, questo odore della necessità. Nei mercatini moldavi o polacchi, in paesini dove il fango si toglie sulla soglia di casa con i ferri infissi sulla soglia. Mi ha inseguito in Francia e in Germania, tra formaggi, salumi e birra cruda nelle bancarelle delle sagre. L’ho sentito in sardegna e in puglia, in negozi immersi in luci vivide, talmente spogli e pieni di merci accatastate da respingere il cliente.
Rifiuto questo odore, non il pensiero di ciò che ci sta dietro. Capisco che tra i pochi benefici della globalizzazione, c’è la crescita di chi moriva di fame, ciclicamente, a milioni, ma questo odore è il marchio della povertà che ci insegue dentro le case.
Il vero salto di qualità per il mondo dell’economia, del denaro, quello che da sempre non puzza, sarà togliere l’odore da ciò che si compra, riconsegnare la merce alla sua dignità di manufatto dell’uomo per l’uomo.