storie: uno

Io che scrivo di notte, non sempre ho le idee chiare, e quanto ho scritto è lungo e neppure finito, quindi arriverà a puntate, e chi avrà pazienza, memoria e intuito rimetterà assieme il tutto. Forse.

La comincia così: avevo quasi 10 anni, li avrei compiuti dopo poco. I miei (le donne dovrei dire), mi lasciavano andare da solo ai giardini grandi. Quelli dell’arena, dove c’è Giotto. Io c’ho giocato in quella chiesa, voglio dire dentro, tra gli affreschi, e anche tra le rovine degli Eremitani dove era andato a pezzi il Mantegna, c’ho giocato per anni, ma questa è un’altra storia. Lungo la mia strada per arrivare ai giardini, c’era un palazzo nuovo che aveva sostituito una fila di case basse. Erano case belle, lungo il canale, come la mia, ma vecchie ed ormai fuori dell’idea di città che nasceva. Questo nuovo, era un palazzo alto, con un portico grande, pretenzioso. Il pavimento del portico era a tessere di mosaico multicolori. Nessuno aveva un pavimento così all’esterno e non era possibile giocarci evitando le commessure e neppure scriverci col gesso, ma si poteva correre e poi scivolare sulle suole e pensare all’estate che già invadeva la fine del maggio. Tutto era così nuovo, la libertà di andare, il primo caldo, la città che mutava, che si poteva lanciare il pensiero assieme alle gambe. Anche a quel fratello che era più grande e si prendeva tutte le palle che ti venivano regalate, oppure agli amici che avresti trovato ai giardini, alle corse, al sole nuovo nuovo, al compleanno. alla scuola che finiva. Si poteva pensare che i giochi del pomeriggio erano ancora intonsi, nuovi da scartare, come il panino in tasca. E si poteva cantare. E stavo cantando, cambiando le parole, mentre scivolavo sul pavimento a tessere multicolori fino a fermarmi di colpo. Un pensiero nuovo si era fatto strada e non assomigliava a nulla di pensato prima: ero felice per tutto quello che sarebbe successo, ma era finita la mia fanciullezza. Non ero più un bambino e la vita non sarebbe più stata solo giochi, piccoli doveri, amore dei miei, coccole e ceffoni. Sarebbe stata altro che allora non capivo, sentivo però che era finita e il dopo avrebbe avuto più peso, più responsabilità. Questa consapevolezza non mi avrebbe più abbandonato e il gioco fantasia/responsabilità avrebbe visto una natura prevalere sull’altra. Successivamente a questo ci sarebbero stati almeno altri quattro momenti altrettanto importanti e ogni volta la stessa consapevolezza che qualcosa finiva mentre altro iniziava. La differenza rispetto a quel primo momento fu che i successivi non sarebbe avvenuti perché era ora, ma perché altro li avrebbe determinati. Ma questo lo capii poi.

In quel pomeriggio di sole, sotto quel portico che percorro ancora, ci fu un bivio ed io presi una strada, che con tutte le sue svolte non è mai tornata indietro e non ha mai avuto altro bisogno se non il riconoscerla come propria. Ma quel roberto, allegro e ricco di immaginazione, che pure c’era ed era ben lieto di uscire allo scoperto non era chi pensava di essere in quel momento. C’era, era una parte, ma non era tutto e così ho accettato di divenire un cantiere, una costruzione con due nature. In fondo tutti assomigliamo a palazzi importanti, così è per noi almeno, con una facciata che dice chi siamo a quasi tutti gli altri ed un cortile in cui far riposare carrozze e cavalli e che ci parla di noi a noi stessi. L’importante è che la distanza tra queste due nature non sia troppo grande, che l’una non racconti cose che l’altra non tollera. E qui mi fermo, la storia continuerà, divagando e senza pretese di obbiettività.

la dolce tirannia delle parole

Dovevo incastrare le parole nella testa, tenere il minimo lasco tra le immagini, le sensazioni che si accumulavano via via, con le parole che conoscevo, la sintassi, gli accostamenti. Le parole che conoscevo erano il mio mezzo per andare oltre la superficie, far transitare il mio significato. Non con il pretesto di stupire, ma perché era lo sfrido tra parole e senso, il guinzaglio con cui ci si portava a spasso, che doveva essere posto in tensione per ricreare in piccola parte quella tensione-sensazione che si voleva comunicare. Questo comportava tagliare le scorciatoie, i luoghi comuni propri, saturare un modo di pensare e poi abbandonarlo, come se si gettassero via i proverbi, le citazioni troppo usate, pezzi di poesie troppo frequentate ed ormai sterilizzate, gli incipit dei libri, tutto per tenere con gelosia ciò che era stato formazione per metterlo in discussione e farlo lievitare in qualcosa che fosse nuovo e vecchio assieme. Sentivo -e sento- che solo cercando il piacere del significato potevo portarmi vicino a ciò che mi passava per la testa e che altrimenti, lì sarebbe rimasto confinato con il risultato di pullulare, generare circuiti ridondanti, una prigionia interiore senza grido liberatorio. Che poco di quello che pensavo fosse interessante o nuovo, certamente lo sapevo, anzi lo scoprire che qualcosa nato nella mia testa, era anche nato altrove, che le coincidenze fossero così sorprendenti da far pensare una sovrapposizione di teste per un attimo, mi stupiva così tanto da essere ancora più meravigliosa del nuovo. Sentivo di far parte di un tutto più grande, di una comunità che, pur senza conoscersi, da condizioni diverse arrivava allo stesso punto. E che fosse accaduto in passato e così si ripetesse la magia dello stesso pensiero che arrivava alla stessa consapevolezza era altrettanto meraviglioso. Che questo accadesse nella ricerca scientifica mi sembrava naturale, l’oggetto da scoprire era lo stesso e il fatto che gruppi di ricerca ci arrivassero assieme era possibile, anzi quasi una sorta di equità degli sforzi convergenti, ma io trattavo di cose personali, sui sensi che tutti possediamo, senza una particolare intelligenza. Lavoravo sulla mia stranezza, che stranezza per me non era, ma per altri poteva essere e non dovevo mimetizzarla troppo, ma viverla usando più piani comunicativi, uno del lavoro, delle comunicazioni di servizio, e l’altro riservato al mio tempo -che magari libero non era-  ritagliando oasi di significato, di comunicazione profonda verbali o scritte per me stesso e ciò che sentivo. Era inevitabile che i piani si mescolassero e che nel fondersi, le parole diventassero improprie e necessitassero di altre parole per essere spiegate, finché ho accettato che prevalesse proprio il significato e che chi aveva voglia e tempo, capisse e gli altri lasciassero perdere. In questo mi sento un apprendista calligrafo virtuale, che non consegna scartafacci di parole ordinate o di stili, ma che è, a mio modo, l’evoluzione di questo, ovvero colui che usa la parola come un segno che contiene, e il significato, per quanto possibile, coincida con il segno e diventi un ideogramma. Mettere assieme ciò che sento e il contenitore, costringe ad una approssimazione, ma anche ad un ragionamento, ad una scelta che scarta, in continuazione, ciò che meno si avvicina, oppure se il sinonimo non soddisfa doverlo circoscrivere portandolo, verso un nuovo significato, spiegarlo e possedere una nuova parola da usare con circospezione, ma effettivamente nuova. Con queste premesse è evidente che non si poteva parlare sempre a tutti e che il limite del comunicare era chiaro a me, prima che allo sbadiglio degli altri. Ci si fa una ragione di tutto ciò e parlare a chi ascolta, diventa naturale, accettando i pochi. Anche il silenzio accettando, perché è un atto di piccola violenza, il voler comunicare ciò che si sente e non ritenere che per accoglierlo, dall’altra parte ci sia meno, che un gesto di lieve amore, di interesse, di accettazione di un confronto. 

incapacità strutturali

Non credo di avere tra i miei vizi, l’invidia. Non è un merito, non mi viene, ma questo mi rende incapace di riconoscerla prima che mi faccia danno. E ogni volta che mi colpisce toglie il respiro per la sensazione d’errore commesso. Non ne vedo la ragione, non la comprendo. Mi faccio l’esame dei comportamenti, del modo di vivere, qualche errore certamente lo faccio, ma non ostento, sto al mio posto perché ci sto bene, non cerco onori, quello che ho fatto di pubblico l’ho fatto. Eppure la sferzata arriva e colpisce in viso. Me la prendo con me, con il mio dar fiducia, con l’incapacità di capire per tempo, ma non basta.

L’invidia è qualcosa che toglie qualsiasi luce in un rapporto, quando si capisce che è in azione non c’è più possibilità di comunicare profondamente. Anche la stima ed il bene se vanno e, quello che ancor più mi addolora, è che questo era messo in conto, che nel rapporto era stata contemplata la sua dissoluzione. 

Non posso lamentarmi, dipende da me, da una mia incapacità strutturale e credo che neppure mi servirà molto star male, nel senso che non imparo. Starò attento per un poco, mi chiuderò di più, ma poi il dare fiducia sarà nuovamente la base dei rapporti. Fino alla prossima e poi nuovamente ricomincerà il ciclo: incredulità, dispiacere, ripensamento.

ri comporre

Ricomporre, ripeto la parola ad alta voce, ascolto il significato e il suono che è già legante. La sento come il mastice che rovescia la sindrome di Pandora.

Quanto è stato mobilitato in noi, per rompere un vaso stretto al suo contenuto e quanti equilibri sono, inopinatamente, finiti nella fornace dell’esperienza?

Ricomporre è la conquista dell’interezza, non di un’età dell’oro mai esistita, ma il rimettere assieme i pezzi che erano stati dispersi, ceduti ad altri, dimenticati. 

Ricomporre. Vedo un tavolo, di quelli da lavoro. Solido, grande, ed affidabile, allineo i pezzi che man mano si ritrovano e cominciano a dare idea dell’insieme.

C’è una sensazione bella, molto interiore: prendere in mano, saggiare gli incastri, sentire la solidità del combaciare, chiedersi dove sia finito quello che manca e ricordare. C’è una fisicità nel ricomporre interiore, il senso ulteriore che glorifica tutti gli altri sensi, che accarezza con i palmi le rotondità ritrovate e quelle nuove che si sono formate con l’esperienza.

Ricomporre l’esperienza ritrovandone la dolcezza del senso. Non velocità e consumo, ma essere di più, provare con la libertà della lentezza, la gioia della leggerezza.

Non manca nulla e il lavoro procede, qui un pensiero, lì un ricordo, qua un desiderio, ancora una pulsione che aveva spinto ad essere, fare, osare e che ora diventa legante per altro.

Ricomporre come opera alchemica che oltrepassa il tangibile e modifica chi la compie.

Ricomporre  per arare, seminare, e raccogliere con rispetto, equilibrio, gioia d’essere che si prolunga.

coazione a ripetere

Gli errori non sono mai gli stessi, siamo noi che cambiando poco, nell’onnipotenza nostra, pensiamo che il mondo si conformi a noi. Non credo alla coazione a ripetere, ma piuttosto all’eccesso di fiducia nel proprio intuito. E quando questo si rivela fallace subentra la delusione, ogni volta nuova, verso noi stessi. Ci comportiamo come vi fosse una razionalità nell’intuito, stupendoci poi del contrario.

Parlo al plurale perché penso sia una condizione comune a molti che ogni volta, dopo la delusione, si mangerebbero le dita, morderebbero la lingua. Questo punirsi, sempre rivolto a sé, non è casuale, è il riconoscere il proprio errore di valutazione: l’altro non era che se stesso, noi abbiamo sbagliato e questo brucia. Però passa, e se non sfocia nel cinismo, che demolisce l’intuito negando il rapporto positivo tra persone, la delusione, l’insuccesso, qualche volta ci cambia. Appena dopo, il senso di fallimento, rende circospetti nel concedere fiducia, nel sospendere l’impressione positiva verso chi ha relazioni con noi, ma se una persona è fiduciosa, tutta questa cautela non dura e la propensione a credere negli altri riemergerà, sbaglierà ancora, ancora si pentirà. Tanto vale collocare tutto questo alternarsi di apertura e delusione, nel flusso del vivere, educandosi al possibile e difendendo la propria differenza, riconoscendone il valore e tenendola ben protetta.

Dopo ogni delusione, non si rinuncia agli altri, ma è necessario trovare i motivi per star bene, partendo da sé stessi, e dai punti fermi del proprio vivere. Quelli che con fatica, abbiamo costruito come educazione ai sentimenti, alla relazione.

Capire le ragioni dell’altro è necessario, anche concedere credito e nuove chances è importante, ma quante volte? E non dovremmo, a noi stessi concedere quella comprensione che diamo agli altri?

Se si viene presi a pesci in faccia una, due, enne volte, ad un certo momento è giusto, per noi farci delle domande su dove sbagliamo, ma anche trarre delle conclusioni. Non è cosa ed è ora di finire, altrimenti davvero, diventa coazione a ripetere. E’ la parte speculare e buona, della delusione, quella che fa vedere ciò che altrimenti si perderebbe, inaridendo i nostri rapporti. Nel kairos si coglie l’occasione, ma non si ha certezza del buon fine. E’ un’occasione, per l’appunto, e il bello di questo tempo è che questa si ripresenta, riportando fiducia in sé e nel futuro. 

Zanzotto, Jobs e Amartya Sen

Zanzotto continuerà a parlare. Con le sue poesie, e con il suo messaggio sociale e civile per la difesa del territorio, della bellezza, della dignità del vivere e non dell’avere. In questo progresso scorsoio, una intervista pochi anni fa, ma anche nel dialogo con Paolini, c’è la visione del poeta che vive di realtà, denuncia il rischio, combatte l’imbarbarimento. La lega e l’uso distorto del dialetto è stato un suo obbiettivo, non il principale, ma quello evidente, che faceva notizia quando la definiva una peste. In realtà nella brutalità degli appetiti portati a norma, coglieva la distorsione delle parti migliori di una civiltà fatta di secoli di contaminazione e accoglienza, di apertura e battaglie per i valori comuni, tutto sacrificato su slogan che diventavano modo di pensare e arretravano tutti anziché far crescere. Zanzotto parlava così forte dei rischi della nostra crescita cieca di futuro e umanità, sui rischi del profitto senza il bene comune, che si rischiava di perdere l’altissima poesia fatta di penetrazione nelle cose, di assonanza tra civiltà, uomo e parola.

Pensando a lui, mi è venuto da riflettere su quanto è stato detto su Steve Jobs in questi giorni, dopo la sua morte. Grande è il suo contributo al cambiamento del modo di vivere, una svolta impensabile se letta nei paradigmi dell’informatica degli anni ’60 e ’70. Ho lavorato per molti anni in quel settore ed è difficile spiegare a chi non ha vissuto in quegli anni, cos’era un mainframe, quale fosse la distanza sacrale che esisteva tra i centri di calcolo e le altre parti dell’azienda. Il dato, l’informazione in quegli anni esplicava un valore dirompente, come ci fosse davvero la possibilità del governo e della manipolazione del tutto. Il gruppo che costruì il primo portatile rivoluzionò il concetto gerarchico dell’informazione, la rese portatile e la tradusse in un’ attività non specialistica. Il computer come macchina personale, da usare senza sapere come funziona. Un elettrodomestico.

In quegli anni la parola parlata aveva preso il sopravvento su quella scritta, il telefono era davvero la tua voce, come diceva uno slogan, ma il p.c. rovesciò le priorità, ritornò al centro lo scrivere. Noi stessi siamo parte di quella rivoluzione e di quello che ne seguì. Quindi Jobs fu geniale, nell’intuire e nel mettere assieme competenze, che singolarmente non producevano nulla se non curiosità, in un oggetto talmente innovativo da scardinare modi di vivere. Fin qui il suo grande talento ed abilità. E non parlo del marketing, certamente anche quello fu centrale, ma fa parte del genio averlo così tanto enfatizzato e reso protagonista. Quello che passa in ombra è come questi oggetti meravigliosi vengono prodotti, quanto conculcano gli uomini che li fanno materialmente, quanta sofferenza racchiudano quei profitti. Questo è il lato oscuro di Jobs. Sapeva, ma questo non era eticamente contrario ai suoi principi, tutto si svolgeva in una transazione dove ciascuna delle parti massimizzava, non importa come, il profitto.

E qui vengo ad Amantya Sen quando sostiene che è fondamentale per l’uomo non essere succube dei valori e della propria storia, ma agire dialetticamente con essi, chiedersi se, pur nel rispetto di essi, ci saranno conseguenze sociali nel proprio agire. In questo l’economia crea mostri etici perché la fedeltà ai principi toglie domande ai depositari della fiducia degli azionisti, giustifica l’ingiustificabile semplicemente non considerandolo un problema proprio. Questo permette, in nome del profitto di alterare l’ambiente, imporre condizioni dure alla vita di chi lavora, toglie diritti reali dicendo: è il mercato, baby. 

Zanzotto questi problemi se li poneva e sollecitava una via umana alla crescita. Ogni volta che prendo in mano il mio portatile dovrei pormi una domanda sulla crescita tecnologica e quella umana. C’è stato un momento in cui andavano assieme, adesso non è più così e la prima si inerpica mentre la seconda arretra. Gli effetti sono intorno a noi, ed una riflessione sull’economia del benessere è quantomai attuale. Andrea Zanzotto ci ha aiutato in questo, lo farà anche in futuro.

la caverna di platone

Il giorno dopo si deplora, si stigmatizza, si strumentalizza. In fondo le cose sono semplici: da una parte una stragrande maggioranza di ragioni, di diritti violati, di negazioni quotidiane, quindi una legittima protesta. Dall’altra una volontà di distruggere, di rompere cose e simboli senza nome. Ogni domenica in molti stadi la stessa voglia si manifesta e viene arginata, controllata, ricondotta ad evento marginale. Qui ci si potrebbe chiedere perché i black blok  nostrani non vengano trattati come gli ultras più esagitati, ovvero arginati, ricondotti in alveo di violenza controllata, separati dal resto dello scorrere sociale. Forse si tratta di cultura dell’ordine pubblico, non perché i carabinieri o la polizia non ce l’abbiano, ma perché dopo “masse e potere” e una letteratura socio-analitica che ha scandagliato il fenomeno, la violenza non può solo essere esecrata, e quindi accantonata, esiste e deve essere riportata in in gestione sociale. A questo serve la legge e certamente la tecnica dell’uso della forza. Non ho nulla da insegnare, neppure ho retropensieri, l’uso della disinformazione e della violenza coinvolge tutti, ci siano o meno pupari e pupi, certo è che la violenza non cancella l’evento. Epifenomeno del diritto violato. 

Chi era in piazza ed erano tantissimi, confinati dalla violenza e dalle cariche, è stato testimone di molta dissenatezza ieri pomeriggio. Chissà cosa ne pensavano, ieri sera mi è stato detto: succede. E’ vero succede e, com’ è successo, riaccadrà, ma è naturale essere preoccupati, proprio per l’ inesistente violenza della stragrande maggioranza di loro, per l’incapacità della maggioranza dei giovani di offendere dopo aver riconosciuto l’offesa che ricevono. E’ questa caratteristica che dovrebbe portarci dentro le cose e che dovrebbe essere evidenziata dalla stampa, dai telegiornali: sono giovani che patiscono e non sono violenti, altrimenti non vivremmo tranquilli nelle nostre case, non attenderemmo che qualcuno risolva, metta mano al disagio che ora è sofferenza, dolore. Ieri non potevo essere alla manifestazione, per un evento non rinviabile,ma ero là con la testa, perché mi considero parte della comprensione di quanto accade. Ed andrò alle prossime manifestazioni, come continuerò a guardare, analizzare, pensare e dire che siamo dentro un evento, dove il termine storico, finalmente non viene sprecato. Si ricorderanno le aperture dei telegiornali. Accadde in altri momenti della storia planetaria,  e se l’Italia verrà derubricata, come accade troppo spesso, dovremmo chiederci perché, ma il problema esiste e troverà un suo sbocco. Dovremmo avere la coscienza di vivere, non in un fatto marginale, ma in una situazione che riguarda le nostre vite e che ha solo una soluzione: cambiare le condizioni di accesso al lavoro, modificare il meccanismo di rapina legale delle risorse comuni, riportare regole vere di crescita sociale collettiva. Non mi interessano gli individui, non sono la soluzione del problema, gli stessi potenti sono in-potenti, perché possono innescare soluzioni, ma non determinarle. Siamo in un reattore, una pentola in cui ogni variabile produce effetti e la prima azione è diminuire temperatura e pressione. Lo faranno?

Le ragioni sono talmente evidenti che è impossibile negarle, lo stanno facendo uomini di destra e di sinistra, solo qualche imbecille tenta di utilizzare ciò che accade a suo vantaggio, perché dev’essere chiaro che ciò attualmente governa in Italia o nel mondo, ma anche la struttura ossificata della politica non riuscirà a trarre vantaggio da quanto ha sinora ignorato e contribuito a creare. La mia sensazione, e questo riguarda anche e soprattutto l’area politica a cui aderisco, è che si vedano le ombre, si immagini una realtà e per paura o impotenza non si voglia entrare nel giorno. Questo conduce a risposte sul particolare, non affronta il cambiamento necessario perché non lo considera il problema principale. Si pensa che il problema più urgente sia governare i bilanci degli stati, arginare gli attacchi della finanza eversiva (non creativa), anziché capire che la massa su cui si agisce non è argilla inerte e che è questa da governare. da riportare all’interno di una dialettica tra bisogni personali e collettivi. Solo che i bisogni vengono pensati come materia di leggi di polizia, anziché essere trattati come motore del mondo. La libertà può essere conculcata, ma il bisogno non scompare è un assioma dell’umanità, vale anche per il mondo animale. Quindi il ribollire del mondo chiederà soluzioni. Verranno queste, in molti posti con ancora maggiori limitazioni, con privazione di ulteriori diritti, ma altrove con aperture e soluzioni nuove.

Vorrei scrivere d’altro, oggi non mi riesce e senza fare il millenarista, è utile per me ricordarmi che vivo qui e ora e che devo scegliere da che parte stare. Non accontentarmi delle ombre, ma guardare in faccia ciò che accade.

 

la crepa

Si sta dividendo il pensiero del mondo. Quel mondo che sembrava a pensiero unico, a vincitore unico, è in sofferenza. L’ha generata lui stesso la sofferenza ed adesso la crepa segna l’edificio,  avanza,  è un disegno di folgore, una radice. Alla fine aprirà la pietra e mostrerà il melograno nel suo succo.

Domani, in centinaia di città nel mondo, giovani e non giovani, mostreranno la sofferenza che sinora è stata occlusa.

Basterà? Non credo, ma già i giovani americani hanno portato davanti ai luoghi della finanza la loro insofferenza per l’imbroglio planetario che si sta consumando. Premi Nobel, avanzano dubbi sulle soluzioni alle crisi economiche del mondo, parlano dell’altra faccia della crisi, ovvero della miseria, dell’assenza di futuro, dell’inutilità della democrazia che non governa. Si affaccia una concezione insofferente del mondo che ramifica nelle coscienze e coinvolge l’ambiente, la mobilità sociale, l’ingiustizia, il potere, la libertà, i vincoli, il denaro.

Basterà? Non credo, ma per la prima volta dopo molti anni il disagio è mondiale, e qualche governo dichiara che capisce. Obama l’ha già fatto. Se non arriveranno fatti difficilmente la corrente si arresterà, per il semplice motivo che il mondo, ovvero la maggioranza di esso si sta impoverendo con la velocità di una guerra, senza che ci sia la guerra.

Riprende la voglia di pensare, di guardare dentro alle cose, l’individualismo, il vero cancro di questa gestione del mondo, perde evidenza. Inizia la coscienza che le cose non si risolvono più da soli, occorrono almeno basi e opportunità comuni.

Basterà? Non credo. Ci sarà bisogno di una alleanza vasta che guardi in faccia le priorità vere, basti pensare che mentre i governi discutono di pensioni e di diritti nel lavoro di chi ce l’ha, nessuno parla che milioni di persone non hanno né l’uno né l’altro. I partiti d’opposizione ancora non capiscono, al più blandiscono, si rivolgono ai giovani militanti, ma questi ben poco hanno capito perché altrimenti avrebbero già rovesciato le politiche dei partiti, riscritto le agende.

Basterà? Lo spero, abbiamo bisogno di un bagno di realtà, di capire che così sta morendo la maggioranza delle idee, la possibilità di riformare la società portando più giustizia. Credo ci sarà molta confusione nelle teste, che sarà facile smarrirsi, ma se verrà mantenuta la critica a ciò che ha generato questa situazione, ovvero la smodata volontà di profitto, sterzate anche brusche, inizieranno. C’è un mondo da ripensare, la gestione della cosa pubblica e dell’economia da reinventare, solo l’insofferenza per l’offesa patita e in atto assiame all’incoscienza, possono affrontare un cambiamento così immane. Spero molto in questa rinascita del senso comune della storia, di uno statu nascendi che, per la prima volta nella storia, affronti senza guerra l’esistenza di una società con diritti spendibili da tutti.

Può cambiare il mondo e vivere in questi anni può diventare l’avventura di una vita.

 

gl’imbrogli

Il 10 ottobre, Andrea Zanzotto, ha compiuto novant’anni. Qualche volta ha corso per il Nobel, di sicuro è un grande poeta, un veneto perché scrive nella lingua di Soligo, un Italiano. Prima di tutto un Italiano. Cosa significhi essere Italiano oggi, non è ben chiaro. Io ho un’opinione, ovvero che sia appartenere a qualcosa che rende liberi, fa crescere e sentire che si è in un progetto più grande di quello personale, fa rispettare regole e compiere sacrifici, in cambio restituisce la dignità di una cultura, una lingua, molti diritti eguali, un luogo in cui tornare, un passato da ricordare e un futuro tutto da creare. Parto dal futuro, perché Zanzotto quando parla dei disastri compiuti dalla crescita economica nel territorio della Marca gioiosa e del Veneto, non evoca un passato aulico in cui si era poveri, ma felici. No, parla dell’infelicità del passato e di quella attuale che non può essere compensata da un benessere/malessere, ma anche di quella del futuro che è priva della possibilità del bello e dell’utile. Si è passati da una infelicità ad un’altra inseguiti dalla paura di non avere e quindi di non essere. Questo novantenne è offeso, come molti giovani precari e credo appartenga più a loro che alla schiera di intellettuali conniventi, giovani e vecchi, che sostano nelle anticamere del potere. Si può obbiettare che è un vecchio vizio degli intellettuali colpire la miseria dei tempi, scrivendo nelle case calde, contando su prebende e privilegi che certo un operaio non ha. Non è il caso di Zanzotto, scrive in veneto, potrebbe star tranquillo, essere chiamato a benedire qualche inaugurazione e invece rispetta ciò per cui ha vissuto, la Resistenza, il Paese. Insomma la sua vita, che quest’uomo riconosce e che negherebbe se non dicesse quello che ha sempre detto. Anche quando si era poveri. In Russia si dice che i poeti sono terribili perché vedono oltre la realtà, ne colgono il futuro e quindi lo predicono. E questo futuro esige che l’uomo, inteso come costruttore di un progetto di cui si conoscono fini e rischi, lo prenda in mano.  

Per molto tempo, anche ora, sono stato tra quelli che hanno favorito la crescita economica. Ovvero ho aiutato imprese ad insediarsi, ho cercato di far in modo nascessero posti di lavoro stabili e alla luce del sole, ho pensato naturale che lo sviluppo fosse possibile con l’uomo, non contro di esso. L’uomo ha sempre trasformato il mondo in cui è stato, ha divorato specie, eliminato montagne, piegato (così gli pareva) la natura a sé. E’ necessario ora trovare la compatibilità tra questa pervasività/trasformazione e la capacità di equilibrio/rigenerazione. Già oggi un centinaio di giorni prima della fine dell’anno abbiamo già consumato le risorse del pianeta dell’intero anno. E questo accade e peggiora ogni anno. Il tema è tutto qui: come arrivare ad un bilancio che segni un pareggio e non un deficit da consegnare al futuro. Non sono un apocalittico, ma non ho neppure così tanta fiducia che la scienza risolverà tutto, e tantomeno la politica. Entrambe rispondono al principio di profitto prima che all’interesse comune, e il principio di profitto comporta che la somma di ciò che costa sia inferiore al prezzo a cui si vende. Tutto questo agisce su ciò che apparentemente non ha costo, anche Marx lo considerava tale, ma almeno allora, un umanesimo nei fini c’era. Quindi decrescita felice. Credo che questo sia il messaggio di Zanzotto, unito ad un senso civile talmente alto da far capire che il bene comune comincia in casa, nel quotidiano, nei pensieri, nel vedere davvero lo sfacelo in cui siamo immersi, nel provare speranza e perseguirla, nel dire basta: fermiamoci, pensiamo.

Questo è un territorio bellissimo, il tempo cancellerà le ferite, ma è il passaggio, questa stagione ad essere cruciale. Non riesco a trovare volontà di cambiamento, priorità che dicano che capire, studiare, prima di fare, è essenziale. Esistono gli strumenti: le valutazioni di impatto ambientale, le fattibilità, i piani industriali. Basta capire cosa si vuole raggiungere, qual’è la priorità. Consapevolmente rallentare, non perché ce lo impongono gli altri che stanno consumando più di noi, ma perché questa è la scelta consapevole. Oggi la priorità è il lavoro. Ma quale, quello precario che divora persone e territorio, oppure altro, e che sia stabile, che permetta alle persone di vivere, non solo di comprare cose. Negli strumenti che ho citato, la legge è il tetto con cui bisogna trovare la compatibilità, ebbene, questo non basta più perché ogni volta che si ragiona nel particulare, il generale subisce un’ulteriore peggioramento. E noi viviamo nel generale, non solo nel particulare. Da anni vengono proposti modelli e realizzazioni compatibili, anzi a impatto decrementante, io stesso lo faccio. Non si fanno perché costano. Ecco, bisogna sfatare la fanfaluca che sia possibile mantenere inalterate le componenti economiche ed avere miglioramenti determinanti, ma assumere un costo chiaro non dovrebbe essere un problema, proprio perché comunque adesso c’è comunque e lo si assume in forma surrettizia, attraverso tutte le altre componenti di costo sociale. Una proposta potrebbe essere di detassare gli investimenti che vanno in direzione di un miglioramento ambientale, che fanno immobili energeticamente attivi, che non alterano il ciclo delle acque e dell’aria, che accettano di sottoporsi a protocolli di salvaguardia ambientale commisurati al luogo in cui si insediano perché le compatibilità sonodiverse da luogo a luogo, e così via. Molto meglio che finanziare i pannelli solari nei campi coltivabili e soprattutto meglio che dire: crescete, poi qualcuno provvederà. Perché non provvederà nessuno, se non si provvede ora.

L’Italia, non la padania, è il settimo paese industriale al mondo e se riconquistasse un ruolo più alto nelle potenze dell’intelletto, della cultura, inizierebbe una considerazione diversa per questo Paese. Non penso solo al banale ritornello dell’investire nella ricerca, senza dire dove e perché vanno i soldi, ma del progetto di avere premi Nobel, di essere un paese che importa intelligenza e non la cede ad altri, di creare un modello di pensare la crescita partendo da ciò che si ha. Ma noi abbiamo un ministro del bilancio che dice che la cultura non fa pil, dove volete che possiamo andare. Il grande imbroglio della crescita è questo: far pensare che questa sia altrove da dov’è , non mostrare i luoghi in cui avviene, occultare il bilancio vero per ciò che si fa, dicendo cosa si dovrebbe fare. E questo purtroppo non è solo dentro le fabbriche, ma anche nel mondo del sapere, nella sua creazione e trasmissione, della criticità di esso. Non ce l’ho con la scuola e tantomeno con gli insegnanti, senza di loro questo mondo non si cambia, non si vede. Mostrate il mondo, fatelo vedere ai ragazzi, ditegli che si può cambiare. Di questo parlo e di questo mi parla Zanzotto.

d come Domodossola

Ci si capisce per gran parte, poi funziona il presumere. Si dovrebbe chiamare presunzione, invece si dice intuito. Ma l’intuito dovrebbe funzionare prima che le cose accadano, mentre si suppone sovrapponendo pezzi di sé su altri, dopo. Nel nostro “intuito” ci sono le nostre paure e le deviazioni rispetto allo star bene presunto (anch’esso), non una norma che non esiste. Ma se siamo singolari, unici, dovremmo essere eternamente stupiti dalla differenza, dal non ripetersi di noi in altri. Invece diciamo una cosa e ne pensiamo, più o meno consciamente, un’altra.

Dovrebbe esistere una “stolidità” intelligente, una propensione a capire in ritardo, che emerga come qualità, in questo mondo ben più sicuro e sentimentale (fondato sui sentimenti e meno sul sentire), di quello in cui la presunzione era necessaria alla sopravvivenza dell’individuo e del genere.

Se già tra persone potenzialmente vicine, od affini, non ci si capisce davvero, cosa può accadere tra gruppi potenzialmente concorrenti? Accade che la genericità che applichiamo per comodità di pensiero , si insinua e condiziona nel pensare vero. Così si dicono nel piccolo quotidiano, parole terribili come: voi uomini. Oppure:sei come tutti gli altri. E così via, coniugando al maschile o al femminile, indifferentemente.

E d’altro canto, per orgoglio, nasce la necessità di spiegare, anche mutando il vero nostro, approssimando per farsi sentire, intendere nella diversità. Come ce ne fosse bisogno. In realtà vorremmo dire: ma come non mi capisci? se non ci riesci, fidati, capirai, altrimenti lascia perdere. Ci siamo sbagliati.

Una mia amica quando, come succede spessissimo, non rispondevo ai suoi schemi, mi diceva: sei una patacca. Le prime volte mi incazzavo, poi ho imparato a riderci sopra, era una cosa allegra non rispondere a uno schema. Ma intanto, l’avevo derubricata dalla comunicazione importante. Perché poi è questo che si fa, si prova, si riprova ed infine si ridimensione. Sembrava, ma non era.

Ciascuno di noi, quando fornisce l’immagine di sé, attraverso il racconto di quello che sente, manda molte verità e non pochi desideri. Projetta quello che è e il cammino verso cui procede, dovrebbe essere preso così, capito anche quando non si capisce e scartato quando  davvero incompatibile. Scavare nelle parole è sempre un esercizio fallace e affascinante. Le espressioni fisiche sono più sincere, ma anch’esse equivoche perché spesso è il tempo a fregarci, ossia la nostra percezione di averne poco e quindi se le cose non si incontrano, si rinuncia con un giudizio. Di solito lapidario. In realtà di tempo, ne abbiamo tanto, e non occorre correre per vedere più panorama.

L’economia degli incontri ha un valore crescente, si accumula nella vita ed è la diversità ad essere interessante, formante. Invece sembra che l’omologazione, il comprensibile subito, anche nella diversità, sia la condizione dell’utilità dei rapporti, come si riducesse tutto alla diade amico/nemico.

Funziona ed è efficace il ragionamento binario, come un flow chart.

Peccato.