la parola della settimana: transizione

La piazza protesta, allegra ma non troppo, determinata. Cosciente di quanto accade, sembra persino flebile nel suo urlo, non c’è la rabbia cieca della fame. E’ una piazza che ragiona, composta, l’antitesi della massa. Come fossimo un popolo di filosofi abituati alle difficili imprese del discettare e della ragione ultima.

Ho riscritto tre volte queste parole, sentendo la volatilità del mutamento. Transizione è una parola fugace nelle rivoluzioni, duratura nei processi politici. Difficile dire in cosa ci troviamo, certamente né l’uno, né l’altro. Il Mubarak pensiero, arriva da altri contesti ben più forti.  Fa scuola. Va, non va? Va. Bisogna costringere alla porta,  perché per l’imperatore il destino del paese, nel delirio di onnipotenza, coincide con il proprio e la fine, è la fine di un mondo. In questo mondo ci sono i pretoriani, la guardia dell’imperatore che soppesa e valuta. Appena oltre, il carosello silente dei nuovi pretendenti: Tremonti, Letta, gli altri meno titolati perché più indipendenti. Intanto gli estenuanti difensori dell’impossibile da difendere, fanno più danni del capo. Avvalorano e difendono la degenerazione genetica, non si dovrebbe mai trattare con questi: avvelenano i pozzi della vita sociale.  Ma che faranno i pretoriani, sosterranno il vecchio imperatore oppure salteranno sulla barca della transizione?

Intanto l’opposizione deve proporre alternative credibili, lottare ed agire, partendo dall’ assioma che scegliersi il nemico è intelligenza politica ed anche scommessa sulla vita: la propria. Allora capire che bisogna istancabilmente erodere il contorno, le linee di difesa basate sul relativizzare tutto, diviene fondamentale. Non arrestrare, non stancarsi, contare sul sostegno della piazza, ma non tradirla. Basterà aver chiaro che la transizione non farà prigionieri?

La transizione è la parola magica, come fosse un indovinello in cui c’è una capra, un cavolo, un lupo da portare sull’altra sponda. Napolitano è una persona educata, ferma nei principi, con una storia poco agiografica, un comunista ammodo, che non era comunista neanche quando era un dirigente del Pci. Ha la violenza gentile dei miti, quella che non deflette, ragiona, ma non si sposta dalla direzione intrapresa. Vorrà guidare la transizione, come la vorrebbe la maggioranza del paese, ovvero senza scosse letali, usando la barca della Costituzione?

La piazza ribolle per un giorno, vedremo domani che accadrà, ma non basterà. Però da tempo, molti hanno cominciato a farsi domande, si deve trovare una via d’uscita, un modo indolore. Che poi indolore non sarà. Sapete che pensano i benpensanti? Va bene transigere purché paghi qualcun altro.

Per noi che assistiamo partecipi, c’è la scelta se essere capra, cavolo, o lupo.


la parola della settimana: federalismo

Il primo esempio di federalismo pratico emerge dai pagamenti per le feste del premier: 500-1000 euro per le escort pugliesi, Daddario & c. , qualche bigiotteria, alberghi puliti ma senza troppe stelle contro le decine di migliaia di euro, i gioielli, il residence riservato, le auto, ecc. ecc. per le ospiti lombarde. La Puglia proletaria di Vendola e la Lombardia capitalista di Formigoni, hanno costi standard differenti. Anche nel divertimento. 

Il federalismo nominalistico e disaggregante si farà, anche oltre il pareggio in cameralina, ma all’italiana, senza un quadro vero della spesa, senza sapere come si muoveranno i flussi interni di persone e servizi, senza obbiettivi di crescita che mettano insieme almeno l’interesse economico ad essere uniti. Sorprende il silenzio del sud, Forse i sensi di colpa per il troppo ricevuto senza risultati, forse l’eterno ricatto del voto che vanifica qualsiasi decisione, oppure, peggio, l’incapacità culturale di proporre una propria via reale alla crescita. La leadership meridionale, oggi, è fatta di potentati locali dove il federalismo esiste già perché c’è stata una autoriduzione in un ghetto di sussistenza assistita. Le schiene dritte che dovrebbero puntigliosamente dettare le agende, l’ adesso o mai più. Il dito che dovrebbe alzarsi per accompagnare l’orgoglio, la coscienza di sé e del proprio valore, invece si piega nelle estenuanti trattative sui tempi e sui parametri. Le intelligenze e le volontà positive sono impegnate nella lotta alla criminalità, nel buono della politica locale, nel quotidiano più difficile quando ci sono le mafie e lo stato è distante.  Una resa dell’intelletto e della capacità di creare il proprio futuro comprensibile, ma francamente disarmante.

Ma anche al centro e al nord non si scherza quanto a vuoto di proposte e di obbiettivi. Non si capisce bene di cosa si stia parlando oltre il paroni a casa nostra declinato in una decina di dialetti incomprensibili tra loro, ma alla fine, sembra un prezzo da pagare alla Lega che governa, tiene bordone, foraggia i ripianamenti dei dissesti senza cercare responsabili. Un prezzo politico per mantenere in piedi un presidente del consiglio, che poi verrà lasciato a sé stesso e regalato all’Italia, se lo rivoterà. Perché se non fosse chiaro, ottenuto il federalismo, sia pure all’italiana, a qualcuno bisognerà pur dare questa presenza ingombrante sia all’interno che all’esterno del paese. E a chi se non all’Italia dell’ a-politica, tanto poi si potrà rimarcare la differenza tra territori e paese, il noi siamo altra cosa. E comunque, avere qualcuno che è obbligato a dare, non è mica cosa da poco, come ben sapevano le ragazze dell’olgettina. Di questi condizionamenti non si parla, si rimuovono dalle coscienze, perché la lega sembra utile a governare, ma in realtà si asseconda un disegno disgregativo che è il contrario del governo del paese.

Uno stato federale e una crescita condivisa. Non occorre andare distante, basta guardare alla Germania della Merkel, in 20 anni si sono allineate le economie interne e non si è smesso di conquistare economicamente il mondo. I land hanno velocità diverse di crescita, ma i diritti di cittadinanza sono garantiti ovunque, e così la mobilità sociale e fisica. Segno che si può fare, anche risanando l’economia, nel senso che gli investimenti fatti rendono più forte il paese, danno lavoro e competitività, attirano imprese, conservano e fanno crescere quelle che ci sono. 

Si può fare se si ha idea di qual’è l’obbiettivo, del valore di uno sforzo condiviso, di una volontà forte di essere paese, nazione, stato. Lo dico da veneto orgoglioso della mia lingua e identità, lo dico da italiano orgoglioso di esserlo, della lingua che mi permette di aprire la mia testa, dell’identità nazionale che finora mi ha fatto andare nel mondo contento di esserlo, sapendo che valevo di più del mio essere veneto.

 

lettera ad un amico che ogni giorno racconta cosa non va nel mio partito

buon giorno Amico mio. Ogni mattina quando leggo i commenti alle “imprese dei nostri” del giorno precedente ho l’impressione di un cupio dissolvi illimitato. Questo mi fa stare male senza ragione, nè speranza.

Ti sembrerò troppo romantico, ma io credo in un paese buono, dove esistono buone pratiche, peccati veniali per chi crede, piccoli rimorsi per chi non crede. Credo in un paese dove le persone, senza connotazione di destra o sinistra, vogliono vivere ed ogni giorno si misurano con problemi concreti. Credo che le persone che conosco siano frequentabili, ovvero che abbiano un codice etico simile al mio, che quelli che non ce l’hanno non meritano la mia amicizia.

Credo anche che, dal punto di vista morale, non etico, la maggioranza di questo paese, assistita dai silenzi interessati della chiesa, abbia sviluppato un relativismo importante, che smotta le coscienze e gli atti quotidiani, inficia il concetto di legalità, toglie il senso di appartenere allo stesso paese. Ma ripeto, per me questo non è un paese di malfattori ed ogni giorno nella scuola, negli uffici, negli ospedali, nelle fabbriche, gran parte delle persone fanno quello che serve a mandare avanti la nave. Quella in cui siamo tutti. Credo anche di non essere in un partito di malfattori, ti dirò di più, penso non ci siano partiti di malfattori, ma malfattori che si servono di partiti. E che questo, nonostante tutto non sia così forte da essere la prassi e neppure così frequente. In sostanza penso che mettere un’etichetta impedisca di vedere davvero cosa c’è sotto.

Vorrei, non desiderei, dare un senso costruttivo a ciò che faccio assieme ad altri, partendo dalla mia vita, da ciò in credo. Una prospettiva, un orizzonte verso cui camminare. Non mi importa di zigzagare, di fare più strada, ma una direzione serve. Questo vorrei e forse molti altri lo vogliono. Io credo in quelli che fanno le cose gratis, che se hanno obbiettivi personali, sono leciti, e credo siano tanti. Quelliche pensano, come te, che il bene di tutti non sia una cosa astratta, ma una parte della vita dei singoli. Per cui mi interessa sempre meno il nominalismo della politica, del Pd o di altro, mi interessa una ragione al fare e non la mia demoralizzazione quotidiana perché il mondo non è come lo vorrei. Vorrei cambiare, cambiare il mondo, amico mio, un poco, quello che è possibile, non fare il cronista del mio tempo.

sabato pomeriggio

 

Sabato pomeriggio, direzione del Pd. Nonostante la scelta tafazziana di tempo e luogo, la sala è gremita. Si parla di giovani, di costituzione, di intelligenza (ovvero come capire) della realtà. C’è attenzione vera. Mirafiori emerge negli interventi, non verrà rimossa, ci sono opinioni differenti. Dietro il tavolo della presidenza, scorrono ogni tanto dei corti. Spezzoni di film, commenti raccolti tra la gente. Il cinema ha già toccato la realtà, l’ha mostrata ed anestetizzata agli occhi di chi può, e poteva, intervenire. Come bastasse parlarne, essere coscienti ogni tanto. Interviene una liceale, dice il disagio; non racconta, dice. Parla della sensazione di caduta d’orizzonte generata dalla Gelmini, dell’abbandono esterno che si sente nella scuola. E’ calma, parla di ciò che conosce. Non siamo ancora al lavoro, alla sua tragica mancanza, ma la privazione della speranza comincia prima. Già nella scuola c’è l’odore dei rifiuti che questi ragazzi si sentiranno ripetere. Una colpa enorme non potrà essere perdonata a Berlusconi e a noi che non ci muoviamo per sconfiggerlo, ed è l’aver privato della speranza una generazione. I nostri figli.

L’assemblea continua. Tentativi di proposta, poi l’uscita organizzativa. Fare è lo sbocco per misurare un impegno, un possibile obbiettivo. Si costituiscono i luoghi del capire. Un posto dove discutere e programmare, non è ancora un sentiero, ma almeno è un argine alla frana. Non solo parole, speriamo che il capire generi forza, volontà, caparbietà di fare. I corti continuano ad essere proiettati, sono discreti e ben costruiti. Documentano una realtà inadatta ai riti, agli schemi del passato, c’è la rabbia di insufficienza propria, sentore di inanità. Però. In un’assemblea di sinistra dopo l’analisi del reale c’è sempre un però che svolta a 180° gradi, ma qui ci sta perché questo non è un luogo di morte. C’è tristezza, ma c’è anche speranza. Magari le idee non sono chiarissime, e non perché  manchi il materiale, anzi ce n’è troppo. Manca piuttosto un’unitarietà di pensiero, una trama forte che riunisca, ricucia il tutto in un progetto forte e leggibile con leggerezza e semplicità. Si sa dove si può stare, altrove sarebbe impossibile, ma non basta. E’ uno dei problemi irrisolti dopo la caduta delle ideologie, quando ci sono visioni diverse, la sintesi è il vero salto di qualità della politica che vuole incidere. Come un mantra da ripetere senza paura, forte come un’equazione fondamentale: l’eguaglianza, i diritti inalienabili, l’onestà e il bene di tutti, i sì e i no che non mutano in funzione delle alleanze. Senza deroghe. Una mappa per uscire dal presente e puntare sul futuro. La speranza nasce dal fatto che di questo oggi c’era coscienza e volontà.

Portiamo questo Paese fuori dalla tristezza limacciosa in cui è precipitato. Non andiamo via.

 

la parola della settimana : Mirafiori

Mirafiori: parola composita che mette assieme oggetto e soggetto esterno. Come ad un cimitero.

Troppa responsabilità a Mirafiori, troppi interventi a gamba tesa, troppe domande inevase. E tutto sulle spalle dei 5500 lavoratori che non decidono su qualcosa di astratto, ma sul loro futuro. Questa è la prima ingiustizia creata dagli ignavi.

Troppe presenze interessate da altro a Mirafiori, Berlusconi che giustifica quello che nessun leader di destra mai giustificherebbe, ovvero il depauperamento industriale del paese, Vendola che non capisce che il suo posto è altrove e soprattutto che non è Berlinguer, Chiamparino che fa il sindaco, non il segretario del Pd e dovrebbe dirlo, Bossi che tace  come se la Fiat risiedesse ad Algeri, ma lui l’avrebbe fatta fallire 2 anni fa, Renzi che parla di cose opinabili come fossero verità rivelate e fa capire che non tutti i rottamatori sono eguali, Bersani che non è presente e si sente, gli industriali che aspettano che passi il referendum per applicarlo nelle loro aziende senza farlo, ecc.ecc.

Mirafiori non ha mai portato bene e la domanda se per la Fiat di Marchionne, Torino sia la sede di uno stabilimento sussidiario del gruppo oppure la sede dell’intelligenza e della forza di crescita della società, è evitata. Ovvero la risposta c’è ed è negativa: la Fiat non è più italiana e non ha più sede in Italia. Allora Mirafiori è un luogo in cui si può perdere, ma dipende cosa: la guerra, la battaglia, la dignità.

Troppo carico su 5500 persone, che non sono pupi, che sono uomini, famiglie, futuro.

Troppi furbi a Mirafiori, davanti a Mirafiori, non dentro a Mirafiori.

p.s. se non si fosse capito sono con la Fiom, e se si lascia solo un sindacato non ne verrà bene.

 

grazie Presidente Napolitano

Il presidente della repubblica, il vecchio “comunista” Napolitano, continua ad assicurare una dignità spendibile dentro e fuori l’Italia ai cittadini di questo paese. Di questo bisogna ringraziarlo ogni giorno perché in Lui, riconoscono un’Italia diversa da quella degli scandali, della mafia, delle barzellette, delle corna e dell’improvvisazione.  Per una parte del Paese, il fatto di poter dire che c’è una zattera su cui salire con dignità, permette di avere speranza.  Lo dico senza piaggeria visto che non di rado non ho condiviso le sue posizioni nei comuni partiti ed oltre.

Ciò che non capisco è l’onestà intellettuale dei molti convinti liberali che ogni giorno leggono giornali su cui assentono.Magari questi giornali si chiamano Libero e il Giornale, oppure altri, non importa quali, ma s’informano. Sono persone per bene, persone che non considerano l’onestà un optional, che hanno un senso civico forte. Magari non avranno molta solidarietà, forse si fermano alla carità della san Vincenzo, però il dovere sanno cos’è. E seppure mai tranquillamente, quando si sono scontrati con quelli come me che argomentavano, non rifiutavano la discussione. Allora, mi chiedo, ma cosa diranno queste persone, quando il signor Berlusconi continua con le sue tiritere sui comunisti e i giudici per mascherare i problemi irrisolti e l’incapacità di governo, cosa diranno dell’insensatezza della spaccatura del Paese, cosa diranno del continuo mercimonio di corpi e di voti che viene proposto come naturale estensione della politica.

Magari diranno che Napolitano è un comunista, ma diverso, che da vecchi si cambia, che non si è opposto all’invasione dell’ Ungheria. Diranno questo ed altro, ma sanno che non ha mai rubato, che ha avuto rispetto degli avversari, non ha avuto bisogno di rifiutare giudici e di invocare impedimenti inesistenti, allora, per favore, non occorre che si convertano, basta che diano a ciascuno secondo merito e fatti.

Grazie Presidente Napolitano.


perché non sono con Fassino,Chiamparino, Ichino, ecc.

Non sono con Fassino e neppure con gli altri del titolo e non perché finiscono in ino i cognomi, perché posso aggiugere D’Alema, Veltroni, Fioroni, ecc.ecc.

Il lavoro è cambiato in Italia e nel mondo, esistono privilegi non più sostenibili, i diritti devono diventare eguali, il lavoro, ovvero averlo, è la priorità. Ma questi sono presupposti per una posizione politica che indichi una proposta, un futuro per cui lottare, non sono la proposta politica. Non è riformista lasciar smantellare pezzi di stato sociale, modificare surretiziamente la costituzione ed il codice del lavoro, far sì che si abroghino soggetti sociali, contratti e contrattazione, far vivere peggio le persone, cedere al ricatto del o così o così. Un qualsiasi partito di destra liberale, fa meglio dei riformisti questo lavoro, anzi, siccome risponde ad una ideologia, tenderà a farne emergere gli apetti sociali. Marchionne non ha una linea politica, non è il suo mestiere, ha una gestione d’azienda che si confronta con un mercato, ma esistono spazi di compatibilità, richieste, contrattazione e soprattutto un quadro comune di diritti e di doveri. Produrre in Italia è più costoso? Bene, questo è un problema, perché accade ? Quanto c’entrano i lavoratori di Fiat che percepiscono paghe inferiori a quelle dei loro colleghi tedeschi e francesi. La Bmw, il gruppo Wolkswagen, sono aziende che producono in Germania, come Citroen e Peugeut e Marchionne non è il modello del lavoro, dell’economia in Italia, è una componente di un sistema senza il quale non produrrebbe, non avrebbe mercato. Esiste una responsabilità sociale delle imprese che non può astrarre dal contesto in cui si collocano. E non siamo ancora alla definizione di un modello economico, siamo ai presupposti. Pur rifiutando l’economia di stato, è tragico che un partito riformista e di sinistra come il Pd non dica qual’è il SUO modello di economia, la sua via per produrre ed assicurare diritti eguali, che non metta in campo una visione globale del futuro del lavoro. Se non lo fa un partito che porta nel suo dna la costruzione di una società giusta, chi potrà farlo? Il mercato dialoga con la politica e con l’economia, ma non è né l’una né l’altra. Accettare il contingente, la linea della compatibilità che in realtà significa il ricatto del sennò me ne vado, non dice nulla su chi è il Pd, non ne giustifica l’esistenza. Qual’era l’idea del lavoro di Fassino e degli altri prima che Marchionne ponesse il problema? E se c’era, perché adesso non è più valida?  Per mesi non abbiamo avuto un ministro dell’industria che portasse innanzi una politica del governo, non c’è un’idea della crescita se non attraverso le imprese che da sole dovrebbero assicurare che il paese abbia lavoro e benessere, in compenso abbiamo avuto Sacconi che ha favorito la divisione sindacale. Metto anche me: dove eravamo? E’ solo un problema della Fiom che non capisce dove va il mondo oppure c’è l’incapacità di prendere posizione perché la presenza dei lavoratori di Fim e Uilm nel Pd, spaccherebbe il partito? E cosa pensano del futuro del lavoro i lavoratori di Fim e Uilm? Non i dirigenti, i lavoratori. Questo partito si svuota nel non dibattere e nel non decidere, non dire adesso equivale a non esserci. Fassino esprime un’opinione, Chiamparino, Ichino, pure, ma è necessario aprire un dibattito in Direzione nazionale, nei Circoli, nel Paese, discutere di cosa è il lavoro attuale e futuro, qual’è la società che vogliamo. Non quella astratta delle mozioni congressuali, ma quella concreta che si può fare facendo fatica, mobilitando le persone, convincendole che una società diversa, più giusta e più vivibile, è possibile.

Per questo non sono d’accordo con Fassino e con quanti esprimono e decidono una società che non è la mia, sulla quale non ho discusso e che voglio discutere. Non voglio avere un’unica possibilità ovvero quella di andarmene.  Spero che altri la pensino a questo modo e che lo dicano. Questa è la diversità di una parte politica.

http://www.unita.it/italia/cari-amici-di-pomigliano-1.263409

demi-vierges

 

 

Si affiancano due foto sul giornale. Su una pagina Bondi, ancora ministro, il viso tondo e glabro, lo sguardo, sorretto dalla mano sul mento, mira l’indefinibile. Un santino. Magari è morto davvero e non ce l’hanno detto. Sull’altra pagina, Scarlett Johansson, con un magnum Moet tra le mani. Il vestito da sera sfuma sullo sfondo, banalotti entrambi. Anche qui lo sguardo punta verso il chissà. Forse è imbarazzata dall’ingombro dell’oggetto, dallo spruzzo evocativo, ma lo tiene senza grazia, con estraneità, mentre a lato si affollano improbabili demi-vierges. Anche questo è un santino banale fatto ad agosto. Le feste sono già finite e non ce l’hanno detto.

Penso alla politica italiana: essere almeno demi-vierges, con possibilità di vendersi la presunta verginità, potrebbe essere il requisito per gli eleggibili maschi o femmine. L’indice della libertà di pensiero di spaccio.

Vogliono darcela a bere? Non è necessario perché il re è nudo ed i sudditi vorrebbero partecipare all’orgia, tanto qualche confessore si trova sempre, quindi perché mentire?

Non è nulla d’importante, basta uscire dal tempo e dallo spazio, portare il cane al mare, mettere in ordine collezioni povere. Puntare sul recinto delle abitudini.

Un caffè?

Grazie, è già notte, non dormo.

 E che dorme a fare, a che le serve? Tanto il corpo funziona, ci pensa da solo, sverrà a tempo debito. E’ insoddisfatto?

Quanto basta,  vede queste pareti erte, vetrificate dal ghiaccio? Si sale con i ramponi. Cose che graffiano, incidono, feriscono. Le carezze ci avrebbero già gettati a valle. Ed allora ci si pensa e non si dorme.

Lontano la radio, via, andare via. M’ero scordato della rivoluzione messicana: mi piaceva Pancho Villa, Emiliano Zapata, poi la cucharacha ed il ribollire dei left americani. Uomini e donne insoddisfatti che si preparavano ai salotti famelici di sensazioni, qualcuno sarebbe finito in Russia, qualcuno alla guerra di Spagna. Reed, London, Weston, Modotti, venivano da Hollywood, da NewYork, dai giornali pieni di parole dense. Mi piaceva l’idea confusa del loro socialismo e del dover fare. Mi piaceva che la rivoluzione avesse generato il colore acceso steso sui muri, prima così bianchi. Mi piaceva immaginare la dissennatezza delle borghesi rivoluzionarie, allevate dalle suore come champagne: buon bianco, lieviti, zucchero ed una forza che si sprigiona e spegne le parole in gola. Furiose e bellissime. Femmine e donne. Mai demi-vierges.

Da un lato Bondi, già morto, dall’altro la festa improbabile. Tutto già passato. Dove l’ho visto?

Bisognerebbe sfiduciare un ministro alla volta, un dirigente alla volta. Matteoli perché 10 cm di neve mettono in ginocchio il paese e Moretti perché dice che è tutto normale. Usare la politica del carciofo, sfiducie mirate, togliere l’acqua al pesce e mantenere la tensione. Ma non è cosa da demi-vierges.

Assoli d’archi su percussioni. Hai notato che la musica muta? Anche qui tensione, e ripetitività.  E poi aggettivi acuminati, scritture nervose, parole che si spiaccicano sull’interlocutore. Ma perché andare? Le nostre case sono calde, abbiamo un posto dove posare, stare, partire, tornare. Pensieri su cui sedere: hai mai pensato alle macerie che lascia la felicità?

Per la vita e la politica i demi-vierges, leggono breviari di religione del possibile: né maggioranza, né opposizione, pensiero della via mediana, il possibile scovato nella riga bassa dello spettro. Venite avanti mesti, insoddisfatti e infelici senza macerie, costruttori d’aeroplanini e barchette di carta. Di voi sarà fatto il regno e magari anche i cieli.

Un cane che torna nella vita, il freddo, il mare, le collezioni dimenticate, le parole tenute dentro, gli occhi usati, la musica, il rumore della natura, lo schiocco del passo, il Prato con le luci delle feste. Lontano, oltre la finestra, neve, un vetro tra me e il mondo che non m’interessa. Giro pagina.

 

p.s. ho tentato di mostrare come scivolano i miei pensieri, non c’è logica e neppure interesse. Come un guardare ed essere distratti dalle mosche.

 

 

 

l’incapacità

Oltre a quello che accadrà oggi in parlamento, interessante per un giorno e poi subito sommerso da altri cascami ed interessi, ciò che emerge come fallimento ben distribuito è l’incapacità di autoriformarsi della politica. Questo investe l’intero sistema dei partiti e della loro dirigenza e l’inerzia colpevole dell’autoriforma affossa in egual modo il Pd e Berlusconi. Ma il secondo non ha meccanismi di ricambio a sè stesso, e neppure alternative per i noti problemi giudiziari. Diversa è la condizione dell’opposizione che potrebbe davvero essere novità intrinsecamente nuova, mostrando senza paura come si possono cambiare le classi dirigenti senza cominciare ogni volta daccapo. Dopo la prima repubblica, implosa con tangentopoli, la seconda s’era aperta con la sfida della novità berlusconiana ovvero come ri-rendere maggioritario il populismo di centro destra cambiando la percezione della politica e dei politici. Un grande inganno che però ha sollevato speranze incredibili in un paese stremato eticamente dall’equazione politica=corruzione.

Vi pare che questo sia accaduto? 

Vi pare che vi sia una più alta considerazione della politica da parte dei cittadini?

Vi pare che il rapporto tra promesse e realizzazioni sia davvero migliorato?

No, non è migliorata la politica, è peggiorato il paese. Ed anche in questo esiste una graduatoria di responsabilità, ma non ci sono innocenti.

Su questo evento odierno, che non ha nulla di epocale, che da tempo non appassiona perché la mia vita non sono gli umori di Calearo, gli interessi di Scilipoti e Cesario, ma ciò che accade fuori dal parlamento. Su questo, come per molto d’altro, serpeggia uno sbadiglio:  non accadrà nulla che muti davvero il rapporto tra governanti e governati ed il problema principale dei prossimi mesi sarà la crisi economica, il lavoro che non c’è per giovani e anziani, l’assenza di mobilità sociale, il taglio alla scuola e all’assistenza. L’agenda politica dice che è importante evitare che Berlusconi diventi presidente della Repubblica, congelando il rinnovamento del paese per altri 10 anni, ma come si arriverà a questo non è ben chiaro. Torna al centro l’incapacità di cambiare, di immaginare il futuro, di vedere una diversa prospettiva del presente. Troppe idee solidificate, troppi luoghi comuni,  troppi interessi personali che intaccano i pochi principi davvero inalienabili. 

Parafrasando il ’68: non una risata, ma uno sbadiglio vi seppellirà. Però al contrario di allora, temo di finire sotto le macerie.    

p.s.anche le persone fanno fatica a rinnovarsi, il cambiamento passa sempre attraverso una grande emozione. Spesso negativa, una disillusione forte, il crollo di una prospettiva in cui si erano investite possibilità, speranze. Ma queste sono micro storie e soprattutto non dura per sempre la notte. Nella politica è diverso e questa oscurità sembra senza fine.

mettiamo le cose al singolare per andare verso il noi

Penso, a volte, che se anche ho poca acqua, non sono un pesce da fango, che le cose non mi vanno bene così, che se sono un privilegiato non mi basta essere di sinistra per tacitare le domande. Un tempo aiutava non poco l’ideologia, ed anche i comportamenti conseguivano; c’era un futuro condiviso, si discuteva sul presente, e pur non bastando le sole chiacchere, il futuro sembrava amico. Adesso non basta essere di sinistra, occuparsi di qualcosa, pensar bene e poi attendere.

Comunque l’oggi ha dei vantaggi: questo mondo dà occupazione ad un sacco di persone, mai come adesso qualche diritto individuale è spendibile in gran parte del mondo, è più difficile occultare la realtà. Un tempo si andava in un paese ed era folclore guardare le teste mozzate, la legge di quel paese era sacra e ciascuno si teneva le sue abitudini. Oggi si pensa di esportare la democrazia. E’ una balla, ma se si guarda alle parole e non agli interessi, qualche passo verso l’uomo s’è fatto. Quando penso ai maggiori diritti, naturalmente lo faccio per differenza rispetto ad un prima e non mi sogno di pensare che questo sia il migliore dei mondi possibili. Eppure mai come adesso l’ingiustizia emerge, circola, le differenze sono acute, il male fa più male a chi lo sente. Mi chiedo quale via esista oltre il capitalismo, per dare un senso al cambiamento, quale direzione prendere, dove fare per non sbagliare troppo.

In questi giorni, nel mio territorio, il Pd si sta spaccando sul revamping di una cementeria; gli abitanti dicono: abbiano già dato, basta! Hanno ragione, anche se la vita media è cresciuta, da 40 anni respirano aria inquinata. Sono con loro, ma mi devo anche porre il problema di 500 famiglie che resteranno senza lavoro. Sono gli stessi che dentro e fuori al mio partito, sono favorevoli al revamping, sanno che senza lavoro c’è povertà anche nel ricco Veneto.

Ecco, non posso dire mi oppongo e basta, pensare che la soluzione riguarda altri, perché così facendo, sposto la spazzatura ma non risolvo il problema del modo di vivere. Devo offrire il pacchetto intero, troppo comoda la solidarietà.

C’è una linea che vedo ogni volta che mi sposto in l’Africa. E’ la linea dello sporco, sotto quella linea si devono abbandonare le abitudini, i concetti di pulizia personale, i cibi e la loro confezione diventano precari. E’ la linea della diarrea, degli anticorpi che mancano, ma non è questo il mondo che voglio, non penso allo stato di natura come l’età dell’oro. Quella linea c’era anche in europa, anche in Italia negli anni ’50, faticosamente si è spostata verso il basso. La civiltà è stata fatta coincidere con la pulizia, come bastasse importare sapone e detergenti, ma non è solo così; civiltà sono le abitudini che mutano e il darsi da fare, l’ intraprendere sé stessi, prendere il mano il proprio futuro per un progetto condiviso.

Quando penso ad uno sviluppo differente, compatibile ovunque, senza spostare le lavorazioni nocive dove non protestano, penso ad uno sviluppo che riguarda il pianeta, non il singolo territorio. A che mi serve non avere centrali nucleari se queste sono appena oltre le alpi? E solo perché posso, perché spreco energia? E’ l’uso dell’energia che posso gestire come deterrente per le centrali nucleari. Il nemico non è l’impresa o la globalizzazione che, comunque sia, dà più consapevolezza e diritti di prima, ma è l’uso di accumulare cose che non servono, praticare la bulimia del possesso che contribuisce a far prevalere la parte deteriore di questo mondo e lo incentra sul profitto senza limite. Mi scordo di tutto quello che mi sta attorno, ed è giusto sia così per gran parte del tempo, ma se comincio a cambiare le mie abitudini effettivamente il battito d’ali, mio e di molti, causa un uragano. Rallentare ed usare diversamente il tempo, proprio perché me lo posso permettere, è cambiare, moderare, fare senza rinunciare al lavoro.

E soprattutto devo ricordarmi di credere che un mondo diverso è possibile e che dipende anche da me. Da noi.