ci aggiravamo

Il mare non delude nel primo giorno d’anno, una folla propizia i giorni che verranno, percorrendo la spiaggia, la diga. Forse sono spinti dai residui della notte che ha fatto alzare tardi, oppure dai caffè chiusi, o dal sole inusuale nel suo calore in gennaio, ma comunque sia, sono davvero tanti.  Sul corso e tra le calli, solo i bar dei cinesi sono aperti, lì gli avventori sono gli stessi di sempre, persi tra bianchi e spritz, il mare ce l’hanno in testa. La novità è che le macchinette mangiasoldi tacciono, sono un po’ in crisi, mancano anche gli spiccioli. Come nel film di Segre, la barista segna nel libro le consumazioni. Pagheranno a fine mese con la pensione. Chiodi, si chiamano da queste parti, i debiti; un tempo si viveva a credito e il debito non si estingueva mai. Tornano vecchie abitudini mai spente, in questi bisogni piccoli c’è una fiducia illimitata nel futuro: accadrà qualcosa che porterà denaro e tranquillità. Intanto si beve a credito e il piacere non si rimanda. Poco lontano il flusso riempie i parcheggi sulla spiaggia, ferma le persone al sole. Ci sono tanti cani e padroni divisi a metà tra le chiacchere e il richiamo dell’animale. E’ tutto troppo, ma allegro, siamo tutti sauri al sole.

La testa torna indietro, non è importante il ricordo delle notti portate all’alba, ma ci aggiravamo da quelle parti, lì o altrove non importa, nei giorni di festa. Era un moto compulsivo in attesa di qualcosa che sarebbe pur dovuto arrivare. Non si capiva bene cosa,  perché erano desideri piccoli e forti, ben piantati nella testa, e nascondevano altro. Ma non lo sapevamo, sembrava tutto semplice, i giorni ancora incartati come regali, la vita, le vite, nuove di zecca. In quell’infinito dire, ascoltare, quello che si sarebbe voluto, si rintanava la differenza, quello che avrebbe fatto allontanare dagli altri, perché mica ce li raccontavamo davvero i segreti profondi. Non eravamo ragazze. Quelle si dicevano tutto e quando arrivavi di colpo tacevano e cominciavano a ridere e tu non capivi, ma c’entravi. Solo non capivi.

Adesso m’aggiro ancora e capire è diventata una costruzione infinita, i giorni sono ancora nuovi, dentro carte stropicciate, se mi siedo al sole, guardo in silenzio. C’è tanto da vedere, da sentire, che mi pare ci siano infinite vite da costruire e che a noi resti il compito di non stancarci, artigiani in vena d’arte. La propria. E poi è così bello che l’anno inizi con il sole, con tante persone che cercano il mare, che alla fine anche pensare, ricordare, diventa una fatica. E’ festa, ci sarà tempo.

A 4

Col tempo si cambia anche negli oggetti dello scrivere. Adesso il mio formato di pagina è l’A 4. oppure l’ottavo di folio, il pennino preferisce il tratto medio, l’inchiostro grigio azzurro o l’avana. Sciocchezze, si dirà, eppure non tanto, dipende dalla testa credo, dalla disposizione, luogo, destinazione e dimensione delle parole, dei pensieri da scrivere. I formati più grandi esigono fantasia, libertà della mano, lo scorrere senza tema e fretta, ma soprattutto assenza di paura del bianco e del vincolo del contenuto. Nell’A 1 e ancor più nell’A 0, in assenza di un progetto, le parole si aggiungono in un collage di tratti, pensieri, colori, ma serve un tavolo, un posto fisso dove la carta, come fosse un muro, possa restare a lungo ed attendere interventi successivi. Per l’uso “portatile”, per lo scrivere, disegnare, intersecare appunti, ordinare i pensieri, va bene lo spazio medio del 210×297 .

Anche questo spazio, apparentemente conchiuso, consente notevoli libertà. Si può scrivere una semplice riga a metà pagina, contornandola di bianco, si può segmentare di testi ed intersecare di colori e caratteri, si può immaginarlo come una libertà che dalla testa continua sulla materia, quindi senza grandi vincoli.

Nello scrivere preferisco non avere un angolo canonico d’inizio, spesso inizio in alto a destra ad un terzo di pagina, ma non necessariamente. Ci sono dei rimandi, tratti diritti che traspongono verso frasi in altre parti del foglio, se si leggesse con attenzione si vedrebbe il percorso del pensiero che scarta, si muove a salti, poi si riordina. Non bado molto alla scrittura, ha sue abitudini, a volte la guardo dopo e l’osservo come muta con il tempo e l’umore. Mi piace il tratto più ampio, il carattere non piccolo, ma neppure grande, la mano che scorre libera come dipingesse. Ubbie che costano poco, manie. 

Scrivere sul foglio bianco è bello, com’è bello sentire la docilità del pennino, in queste settimane sto usando una Omas, pennino medio, caricata con inchiostro grigio blù.  Le aste delle lettere sono verticali, il foglio è leggermente sghembo, le righe di parole, diritte. Ci tengo alla scrittura orizzontale, penso rifletta come sono verso l’esterno, il nodo interiore dipanato e steso, le asole e le aste senza fronzoli. Non è una scrittura puntuta, è morbida, un po’ gonfia di parole che si aggiungono, ma che si possono scarnificare fino al limite del senso comunicativo. Togliere parole e aggettivi esige eguale impegno del gonfiare le frasi, in realtà il pensiero è lo stesso, solo che a volte serve una caraffa di succo per dissetarsi e a volte basta il profumo di un estratto. Credo ci sia un adattamento progressivo biunivoco, ovvero le parole, le frasi indossano il pensiero e questo a sua volta si conforma, cosicché quello che alla fine ne esce è nuovo, e se si evita la forma come prigionia, la sostanza ne viene arricchita.

Forse.

p.s. dai miei lontani trascorsi chimici, emergono ricordi: la tintura mi piaceva poco. Era aggressiva, con una personalità serva e forte, esigeva un uso, tingeva la pelle e le superfici, intaccava. Quelle poche volte che ho fatto degli inchiostri, la evitavo perché troppo violenta. E neppure le essenze usavo, pur sapendole generose, restavo sul confine tra vegetale e minerale, e i risultati erano incerti, però unici. Ubbie, appunto.

cadeau

Ogni anno ricevo un piccolo libro di poesie, contiene un’ acquaforte ed una dedica su un cartoncino. E’ un libro quadrato, di poche pagine in sedicesimo, semplice nel suo colore pastello e inchiostro seppia. Le parole a volte colpiscono, altre volte scorrono, leggo, spesso torno a rileggere. Sono poeti che non conosco, c’è il piacere della scoperta, spesso l’affinità del sentire. Non confronto mai quello che leggo con quel mio, che non oso chiamare versi, mi basta l’idea di capire.

E’ un regalo che attendo, non so se chi me lo spedisce sappia il piacere che mi procura. In questo caso, essere inseriti in una mailing list, è stata una scelta di altri momenti che continua a generare code di felicità. Penso che è strana, ormai, l’attesa dei rari doni da adulti, incongrua, anche se mi fanno un piacere particolare, come il sapere che qualcuno aggiunge intenzione all’amore dell’altro. Nel mio passato ho molto da rimproverarmi al riguardo, disattenzioni, frette da ultimo momento, stanchezze, finché le parole fatidiche sono risuonate: non facciamoci più regali, tanto si possono fare tutto l’anno. Ed invece la meraviglia del bambino che ci portiamo dentro, in giorni particolari attende di più. Ma è una sensazione personale senza pretese di generalizzazioni.

Così quando arriva il mio libro di poesie, ne sono felice e il suo profumo d’inchiostro si prolunga, taglio le pagine intonse, leggo e dopo l’epifania lo metto accanto ai predecessori. Di costa, nel loro cantuccio negli scaffali di poesia, li allineo nei colori, sentendo che pure le parole si allineano, è una bella sensazione che i significati si allineino. Ed un senso d’amicizia fidata per un attimo, mi percorre.

mediterraneo ad Alicante

Voci di bambini nel museo d’arte contemporanea, arrivano attraverso i ballatoi delle scale. Seduto davanti a una scultura cinetica di Eusebio Sempere, mi perdo nel suono. Ascolto e guardo. Lo spagnolo è una lingua a fiotti, un blocco di parole che s’assottiglia, fino a tacere, fa una pausa e riprende con un nuovo fiotto. E’ suono con parole che riconosco, ma m’interessa il suono, cosa so di questo, che fu un’impero enorme? Poco, nulla delle sue imprese, del fare materiale. Ricordo qualche archistar recente, ma mi sfuggono gli ingegneri, i matematici, le scuole di fisica. Di sicuro c’erano, hanno realizzato macchine di lusso, aerei, orologi di pregio, steso strade ferrate con uno scartamento orgoglioso ed incomunicabile. Hanno costruito come dovessero conquistare il mondo dei trasporti, della meccanica, dell’aria (air nostrum recita il motto della compagnia aerea regionale valenciana) e si sono fermati ai Pirenei. E’ mia ignoranza, conosco poco, Braudel principalmente, mentre a scuola ci si ferma a casa propria. Così passa solo musica, letteratura, teatro, poesia, pittura.  Cose che, con più facilità, vanno in giro per il mondo, si spostano, toccano, entrano e si confondono con altro conosciuto, senza la necessità di creare imperi. Ma cosa so davvero di questo mondo? Nulla, eppure erano dalle nostre parti poche generazioni fa, cugini dei Savoia, ci sono cognomi, parole nel mio e in altri dialetti, scambi economici forti, e il Mediterraneo.

Il Mediterraneo non è un insieme di paesi – ho letto su alla fortezza- il Mediterraneo è un modo d’essere, fatto d’acqua, di mestieri comuni di mare e di terra. E d’ingegneria del bello più che dell’utile, aggiungo di mio. Forse per questo, non sono riusciti a costruire un impero ed invece sono stati bravi a demolirne un’altro in America latina, perché nel Mediterraneo per demolire imperi c’è un vero talento.

Il Mediterraneo è un luogo, dove i popoli si intersecano in continuazione e soprattutto conoscono la luce, il sole, il cielo. Forse per questo abbiamo lasciato che la precisione e l’utile fossero più a nord dove la luce è più breve, gli inverni più lunghi. Calvino, Lutero avrebbero avuto le stesse idee nascendo a Palermo o a Cadice?

Fantasie.

Qui è caldo e manca una settimana a natale. Intorno abeti incongrui, neve finta che non riesce a distogliere lo sguardo dalle architetture di tufo e arenaria: sono belle gonfie, gravide di significato. Altro che ascetismo vegetale rivestito di luci, qui la festa dura tutto l’anno e il gotico è solo un mezzo per alleggerire pilastri ed archi, dando modo di riempire di più i volumi. Tutto si riempie troppo, è il calore del pomeriggio, delle notti, che trabocca, che investe il ragionamento. Anche il mistero usa altri simboli, sguazza nel colore, sfugge le geometrie e cerca i corpi. Dove altrove impera il numero, qui il ragionamento misterico prende la forma, porta lo sguardo verso il particolare che lievita l’attenzione. Non si semplifica nulla, anche qui attorno nelle opere del museo, è il senso che predomina. La complessità dell’attrazione, del desiderio, della vita, è senso. E’ come vi fosse senso ovunque, investe i rapporti che si toccano e si difendono, l’alterità diventa altezzosità. L’altezzoso si spegne nell’intimità, all’esterno disegna il suo ritratto, riempie l’aria di volume, fornisce contenuto. A Murcia, la cattedrale ingloba pezzi di moschea, ma non s’accontenta e contiene un’altra chiesa nella navata centrale e non c’è più spazio per la folla dei fedeli verso un unico altare, cosicché si distribuiscono in decine di cappelle laterali, lasciando a ciascuno la preferenza di santità, di grazia da impetrare, di sequela. Gli ingegneri gonfiano gli edifici, i fedeli le attese, l’aria risuona di carillon di campane, i mendicanti si contendono le uscite e i benefattori. Mediterraneo. Al freddo del centro Europa abbiamo lasciato il rigore, la regola Kantiana, qui il rigore è regola scritta, ruolo, funzione da mostrare, come la manutenzione delle cappelle assegnate alle famiglie finché il santo diviene persona di casa, con diritti e doveri. Funzioni esteriori e rigorose, decoro e status.

Esco, un signore anziano cammina con una cappa nera, ha bastone e cappello, che so di queste persone, nulla. Intorno le auto e la spiaggia come a Cannes o a Napoli: Mediterraneo.

mare d’inverno

La spiaggia è affollata. Non come d’estate, mancano i corpi nudi, l’odore di olio abbronzante, le file serrate di lettini e sdraio. Gli stabilimenti sono chiusi, la città riprende il suo ruolo, anche il denaro che d’estate, s’intuisce in ogni gesto, torna al suo posto: c’è gratuità, cortesia. Le persone sono in spiaggia, sciamati dai bar del corso, per il sole e per il giorno di festa. E’ la vita normale. Chi abita nei posti di mare, d’inverno lo frequenta per sé, lo gode. La diga ha due flussi che s’intersecano chiaccherando, e il dialetto aperto, la cadenza, le voci, avvolgono, fanno sorridere. Nei passeggini, i bimbi immersi in questo cantar parlando, in quest’aria e queste luci di tramonto, credo conserveranno traccia di questo vivere. Qualcosa, da qualche parte, resterà. In fondo è stato così anche per questi ragazzi, con ciuffi e tagli strani di capelli, sono qui nel pomeriggio prima d’una discoteca, d’una casa, di altri svaghi ed avventure. Qui, attratti da un mare che non ha senso se non perché qualcosa ci manca e lui riempie, per suo conto, senza nulla dovere, né chiedere. Esiste ed attrae.

Flusso e spirale coesistono in me, ego e movimento verso l’altro. Chi non ha una doppia natura, fa fatica a capire. Ha bisogno di cose solide, catalogabili, tangibili, esattamente il contrario di ciò che sono. Così è impossibile prendermi, capire che sono in questo mare d’inverno e sto bene, che ciò che ho attorno mi parla ed al tempo stesso ne sento intera la singolarità. Ne ho esperienza, se voglio la condivido, ma lo posso fare solo con chi mi accetta e ha capacità simile di vedere. Il mare d’inverno non è poesia, e neppure colori, è il senso di essere qui, ora, con la mia testa, la capacità di dire e comunicare la piccola parte di ciò che sento. Non occorre di più se si sentono cose simili. Questo luogo è una passeggiata, oppure un dialogo, è quiete e rombare di pensieri. Prima percorrendo la valle attorno all’acqua, guardavo e ricordavo. Avere una memoria composita e forte diventa una parte di come si sente il mondo, non è abilità da fenomeno da baraccone. Mi vien da sorridere quando mi chiedono cose per me inutili, tanto mi ricordo, dicono, questa fama si è consolidata nel tempo e per me non vale nulla perché nulla dice. Diversa è la memoria che ti dialoga dentro, che mescola, odori e sensazioni, mette nei luoghi le persone, una telefonata, un messaggio, una barca vista, un colore, l’aria di allora, l’esporsi al sole. Quella memoria conta perché è vivere come sono ed è questo uno dei motivi per cui non m’arrabbio. Perché ricordo. Ricordo situazione, luogo, persona, emozione, parole, aria, odori. Ed è qualcosa che si scrive dentro, non se ne va e mi cambia. Credo dipenda dalla dualità che mi porto dietro, dal cercare un equilibrio che permetta d’essere dentro e fuori di me, guardarmi e guardare.

Cammino, mi godo l’aria, i cani che corrono, le parole leggere. Cammino e penso che spesso non mi difendo, che preferisco il silenzio, che accetto l’incomprensione, dopo qualche tentativo di ragione. In fondo è una strada che isola, quella dell’essere incompresi, e porta con sé il rischio d’essere autoreferenziali, ma soccorre l’autoironia, il conoscere la propria misura. E comprendere la difficoltà di farsi capire non fa male più di tanto, non più della caricatura con cui si è visti. Vedere le ragioni degli altri provoca due reazioni, il chiedersi se hanno ragione e il rifiuto di ciò che non ci appartiene. Attraverso le parole altrui  dovremmo riconoscerci, e se non accade? E se si capisce che l’immagine è proprio sbagliata, non è giusto allora non perdere altro tempo?

Raccolgono ancora vongole nell’acqua bassa, ragazzi giocano con i cani, qualche vela sta tornando nel canale. Cammino, mi godo la luce, l’odore di salso, il mio viso che si arrossa all’aria, la fatica sulle gambe. Il sole cala in fretta in questa stagione, case calde attendono, la spiaggia si svuota piano verso i bar del corso (mai visti così tanti in poco spazio, come in questa città), verso il profumo di vaniglia della cremeria, verso le luci che si accendono. Il mare regala un colore d’oro e piccole onde. E’ sera, quasi notte, c’è equilibrio, la vita è una spirale che si dipana e procede con noi finché si disfa.


storie: tre

Era una zattera, una immensa zattera fatta di materassi e noi eravamo stati su una nave che ricordavamo, ma che era lontana nel tempo e nello spazio. Eravamo caduti dalla nave e finiti sulla zattera, approdata in quel magazzino gelido in cui non c’era nulla da fare. Avevamo contato i materassi, erano centinaia, impilati l’uno sull’altro, fin quasi il soffitto, per decine di metri di lunghezza. Dopo pranzo salivamo sulle pile, avevamo fatto una scala spostando i materassi, e dormivamo. A 5 metri da terra, immersi in un freddo che non aveva fine, seppelliti di coperte che non scaldavano, dormivamo. Non c’era nulla da fare, solo il bujo ci poteva riconsegnare alla vita comune, e dormire era un modo per far passare il tempo. Scendevamo dalle pile quando il freddo aumentava, il tetto era pieno di buchi e topi, e tirava assieme, aria, squittii e fumo. Quello nostro e quello della stufa. Allora scendevamo e, noi quattro, intorno a una stufa arroventata, bevevamo thé. Non ho mai bevuto così tanto thé in vita mia, a litri, per scaldarci, in bicchieri di vetro. A volte facevamo il caffè, con la stessa cuccuma. Teneva un litro e mezzo, era rossa, smaltata, smalterie di bassano, come quella che avevo a casa quando ero sulla nave. Il caffè veniva aggiunto a cucchiai, lo rubavamo in cucina, e poi bolliva a lungo e noi bevevamo, aggiungevamo acqua, bolliva e bevevamo. Per la stufa, andavamo a rubare legna e carbone lungo la ferrovia, appena oltre the wall, erano travi da segare, antracite che faceva un fumo terribile, tutto trasportato a mano, accumulato tra i materassi, nascosto. Mi pareva di essere in un campo di concentramento, ma non era vero. La sera potevamo uscire. Eravamo solo caduti dalla nave e su quella immensa zattera di materassi, dovevamo navigare durante il giorno. In due mesi avevo prodotto un foglio dattiloscritto, era già troppo. E lo stile non era dei migliori, ma mi sarei fatto, disse il maresciallo, perché i concetti c’erano, le doppie pure, erano le virgole che erano poche.  Da lì capii che la vita era a singulti, per frames talmente brevi che le storie dovevano aprirsi e chiudere nello spazio di un oggetto. Erano quelle storie e quelle vite che mettevo accuratamente a lato, che espellevo da me in continuazione. Io non ero lì, non ero in quel posto di detenzione con libera uscita, potevo volare, essere sulla nave da cui ero caduto e che sarebbe tornata. Asylum, era un libro di cui discutevamo, potevamo farlo, in fondo non eravamo lì per caso. Forse sembrava a noi, ma in realtà esistevano i reparti disciplina. C’erano troppe coincidenze. Eravamo tutti vecchi, come si poteva essere vecchi a 24 anni allora, tutti soldati semplici per scelta, comandati da ventenni. Confrontando le storie, emergevano assonanze, quasi tutti studenti universitari, alcuni sposati, qualche disertore riacciuffato. E noi quattro, che rappresentamo mezza Italia, ma dello stesso colore, dovevamo rigare diritto. O arrangiarci. Noi c’eravamo rifugiati sulla zattera di materassi, altri nuotavano altrove. Una vita parallela così forte non l’avevo mai conosciuta, con regole che mutavano le visioni del mondo, violenze strane ed assurdità che diventavano normali. Per questo si parlava di Asylum, anche se bastava varcare il portone per essere fuori. Ma non eri fuori, la diversità ti seguiva, non eri più come gli altri.  Da qualche parte facevo il 5° anno di ingegneria, da qualche parte ero sposato, da qualche parte mi interessavo di sociologia e del mondo che mi stava attorno, forse ero lì per questo, oppure non c’era un nesso tra le cose. Continuavo a chiedermelo, mentre mi mandavano altrove, sul confine orientale. Il freddo mi seguiva ovunque, anche nella nuova fortezza Bastiani. Ero diventato strano, con una doppia vista, vedevo tutto dall’alto e da vicino ed era insieme grande e piccolo, vetrino e ricercatore. Non andava bene, quando tornavo non mi riconoscevano del tutto, capivo che per sopravvivere dovevo ritrovare la nave od almeno imparare a nuotare. Era il mio primo naufragio, e se lo ricordo ancora così intensamente, è perché, parlando tra noi, ci salvammo con fatica, quasi tutti. 

Non so gli altri, ma sentivo che qualcosa era finito, e non sarebbe più tornato. Ed era davvero così.

esercizi di chiarificazione

Per incomprensione o peggio, invidia, nessuno ti dirà mai che hai vissuto appieno. Chi ti ama lo sente, assieme alla tua ricerca, alla scontentezza che t’accompagna, alla felicità improvvisa che ti coglie, a ciò che, incongruo, ti commuove. In fondo le felicità sono davvero tutte uguali, anche le tue e la diversità è nella scontentezza. Ci sono scontentezze banali e scontentezze vitali. Quanto spinge innanzi la insoddisfazione di ciò che si è?  Nel tuo ritratto segreto c’è l’ ergersi umile del restare sottotraccia eppure esserci. Quanto hai mostrato agli altri che davvero ti facesse il ritratto e quanto invece hai serbato ? Nessuno più di te, cameriere di te stesso, conosce il limite, la debolezza e la forza insensata che nascondi, tutto sta dietro ad una porta accuratamente serrata. Solo la pazienza di chi ti vuole bene, segue le vie tortuose del tuo cervello, magari se ne innamora, ma tu non sei innamorato di te, combatti una battaglia per non lasciarti prendere, neppure da te stesso. In questo hai fatto, scelto, seppellito le fughe dell’astenersi per stanchezza, tutto tritato nel positivo del tuo passato. Che è tuo, solo tuo, mai d’altri.

Nessuno ti dirà che hai vissuto appieno, tu lo sai nell’insoddisfazione che t’accompagna, nel tempo che hai gettato e in quello che hai donato, è una cosa tua vivere e riconoscerti. La pienezza del vivere non è nella quantità di cose fatte e neppure nella raccolta di esperienze avute, non per te, la pienezza è nel riconoscere la propria vita, sapere che è davvero solo tua e che morirà con te, ma qualcosa intorno avrà pur modificato. Fosse solo la traccia nelle case che hai abitato, nelle persone che hai conosciuto, nelle cose che sono rimaste e che finiranno disperse, com’è giusto sia, perché quelle cose erano te e null’altri che te potevano legarle assieme di filo grosso, o di refe, come ami dire. Ti è capitato di entrare in appartamenti chiusi da tempo, di osservare gli scaffali, le cose ordinate nelle mensole. Non sapeva chi le ordinava che altri occhi avrebbero visto, oppure un messaggio era stato lasciato? Quando non si persegue la grandezza, ma solo il vedere, le cose diventano banali e minuscole per gli occhi disattenti. E’ stato così anche per i sentimenti, oppure ti sei esercitato nel dare più che nel ricevere? E l’ordine d’importanza che mettevi, è stato colto? Se pensi alla bellezza ne vieni ancora sopraffatto e quando la riconosci, distingui e dici senza ritegno, oppure la tua educazione t’impedisce di dire che ciò che è volgare resta volgare? Una volta discutesti a lungo sulla volgarità del desiderio esibito, e su quella ricchezza segreta che deve liberare la nudità per esporne il nitore. Discutesti perché tanto esibire, mettere in piazza, ti pareva pornografico, com’è tutto ciò che deve trovare una ragione di sé in ciò che ostenta. Discutesti, cancellando ancora un po’ del tuo ritratto, mettendo in sordina i tuoi strani pudori, perchè non era la nudità che ti colpiva.

Nella parzialità che hai sempre messo nel non lasciarti conquistare appieno, c’è, non il sospetto o il rifiuto, ma la difesa intransigente della differenza. E tanto più piccola essa si faceva, tanto più forte quella cifra diventava segreta. Ogni nostra funzione, quando diventa dipendenza ci oscura il mondo e lo fa vedere solo attraverso il desiderio, e lo piega, disperdendo la nostra forza. Questo ti pareva allora, quando sostenevi che è necessario conservare la pulsione come elemento forte di sé, come motore per essere d’altri quando lo si sceglie davvero. Senza compromessi come il falco che guarda dall’alto il mondo e sceglie ciò di cui cibarsi.

storie: uno

Io che scrivo di notte, non sempre ho le idee chiare, e quanto ho scritto è lungo e neppure finito, quindi arriverà a puntate, e chi avrà pazienza, memoria e intuito rimetterà assieme il tutto. Forse.

La comincia così: avevo quasi 10 anni, li avrei compiuti dopo poco. I miei (le donne dovrei dire), mi lasciavano andare da solo ai giardini grandi. Quelli dell’arena, dove c’è Giotto. Io c’ho giocato in quella chiesa, voglio dire dentro, tra gli affreschi, e anche tra le rovine degli Eremitani dove era andato a pezzi il Mantegna, c’ho giocato per anni, ma questa è un’altra storia. Lungo la mia strada per arrivare ai giardini, c’era un palazzo nuovo che aveva sostituito una fila di case basse. Erano case belle, lungo il canale, come la mia, ma vecchie ed ormai fuori dell’idea di città che nasceva. Questo nuovo, era un palazzo alto, con un portico grande, pretenzioso. Il pavimento del portico era a tessere di mosaico multicolori. Nessuno aveva un pavimento così all’esterno e non era possibile giocarci evitando le commessure e neppure scriverci col gesso, ma si poteva correre e poi scivolare sulle suole e pensare all’estate che già invadeva la fine del maggio. Tutto era così nuovo, la libertà di andare, il primo caldo, la città che mutava, che si poteva lanciare il pensiero assieme alle gambe. Anche a quel fratello che era più grande e si prendeva tutte le palle che ti venivano regalate, oppure agli amici che avresti trovato ai giardini, alle corse, al sole nuovo nuovo, al compleanno. alla scuola che finiva. Si poteva pensare che i giochi del pomeriggio erano ancora intonsi, nuovi da scartare, come il panino in tasca. E si poteva cantare. E stavo cantando, cambiando le parole, mentre scivolavo sul pavimento a tessere multicolori fino a fermarmi di colpo. Un pensiero nuovo si era fatto strada e non assomigliava a nulla di pensato prima: ero felice per tutto quello che sarebbe successo, ma era finita la mia fanciullezza. Non ero più un bambino e la vita non sarebbe più stata solo giochi, piccoli doveri, amore dei miei, coccole e ceffoni. Sarebbe stata altro che allora non capivo, sentivo però che era finita e il dopo avrebbe avuto più peso, più responsabilità. Questa consapevolezza non mi avrebbe più abbandonato e il gioco fantasia/responsabilità avrebbe visto una natura prevalere sull’altra. Successivamente a questo ci sarebbero stati almeno altri quattro momenti altrettanto importanti e ogni volta la stessa consapevolezza che qualcosa finiva mentre altro iniziava. La differenza rispetto a quel primo momento fu che i successivi non sarebbe avvenuti perché era ora, ma perché altro li avrebbe determinati. Ma questo lo capii poi.

In quel pomeriggio di sole, sotto quel portico che percorro ancora, ci fu un bivio ed io presi una strada, che con tutte le sue svolte non è mai tornata indietro e non ha mai avuto altro bisogno se non il riconoscerla come propria. Ma quel roberto, allegro e ricco di immaginazione, che pure c’era ed era ben lieto di uscire allo scoperto non era chi pensava di essere in quel momento. C’era, era una parte, ma non era tutto e così ho accettato di divenire un cantiere, una costruzione con due nature. In fondo tutti assomigliamo a palazzi importanti, così è per noi almeno, con una facciata che dice chi siamo a quasi tutti gli altri ed un cortile in cui far riposare carrozze e cavalli e che ci parla di noi a noi stessi. L’importante è che la distanza tra queste due nature non sia troppo grande, che l’una non racconti cose che l’altra non tollera. E qui mi fermo, la storia continuerà, divagando e senza pretese di obbiettività.

tauromachia

Governare la volontà e far emergere la propria vocazione, conservare ciò che è utile per sé e per gli altri, ma solo se valgono entrambe le cose. La vocazione, ovvero ciò che potremmo essere, emerge come stimolo, possibilità o gioia se la si riconosce ed accoglie. Questa e’ la mia esperienza, i sogni sono nella normalità anormale che vivo, ed emergono le cose senza valore economico, quelle più gratuite, che da ragazzo erano quasi da nascondere come passioncelle, stranezze di una persona che cresceva e si ribellava come poteva. Nell’analisi degli  insuccessi si impara molto, soprattutto la propria capacita di comprendere quanto sta attorno. Quello che ci sembra banale o vecchio in realtà diventa il muro dei si contro cui ci si schianterà. Adesso nel mio progressivo acquisire tempo, il piacere e’ mescolato al dovere, la disciplina alla gioia di ciò che conta. E’ una presa di possesso di me, non di una parte di me.  Ci sono parole che tolgo con cura, sensazioni prive di senso e di non sentire, non voglio che si faccia strada il: è già natale, è passato un anno, sembra ieri, ma cos’è accaduto?  

Non covare gli anni, che mai come ora mi sembrano tanti e pieni, con il torvo furore, o con i desideri che spadroneggiano l’attimo fuggente. Per tornare alle passioni, governo, rifiuto, dono. Alle mie regole. 

la dolce tirannia delle parole

Dovevo incastrare le parole nella testa, tenere il minimo lasco tra le immagini, le sensazioni che si accumulavano via via, con le parole che conoscevo, la sintassi, gli accostamenti. Le parole che conoscevo erano il mio mezzo per andare oltre la superficie, far transitare il mio significato. Non con il pretesto di stupire, ma perché era lo sfrido tra parole e senso, il guinzaglio con cui ci si portava a spasso, che doveva essere posto in tensione per ricreare in piccola parte quella tensione-sensazione che si voleva comunicare. Questo comportava tagliare le scorciatoie, i luoghi comuni propri, saturare un modo di pensare e poi abbandonarlo, come se si gettassero via i proverbi, le citazioni troppo usate, pezzi di poesie troppo frequentate ed ormai sterilizzate, gli incipit dei libri, tutto per tenere con gelosia ciò che era stato formazione per metterlo in discussione e farlo lievitare in qualcosa che fosse nuovo e vecchio assieme. Sentivo -e sento- che solo cercando il piacere del significato potevo portarmi vicino a ciò che mi passava per la testa e che altrimenti, lì sarebbe rimasto confinato con il risultato di pullulare, generare circuiti ridondanti, una prigionia interiore senza grido liberatorio. Che poco di quello che pensavo fosse interessante o nuovo, certamente lo sapevo, anzi lo scoprire che qualcosa nato nella mia testa, era anche nato altrove, che le coincidenze fossero così sorprendenti da far pensare una sovrapposizione di teste per un attimo, mi stupiva così tanto da essere ancora più meravigliosa del nuovo. Sentivo di far parte di un tutto più grande, di una comunità che, pur senza conoscersi, da condizioni diverse arrivava allo stesso punto. E che fosse accaduto in passato e così si ripetesse la magia dello stesso pensiero che arrivava alla stessa consapevolezza era altrettanto meraviglioso. Che questo accadesse nella ricerca scientifica mi sembrava naturale, l’oggetto da scoprire era lo stesso e il fatto che gruppi di ricerca ci arrivassero assieme era possibile, anzi quasi una sorta di equità degli sforzi convergenti, ma io trattavo di cose personali, sui sensi che tutti possediamo, senza una particolare intelligenza. Lavoravo sulla mia stranezza, che stranezza per me non era, ma per altri poteva essere e non dovevo mimetizzarla troppo, ma viverla usando più piani comunicativi, uno del lavoro, delle comunicazioni di servizio, e l’altro riservato al mio tempo -che magari libero non era-  ritagliando oasi di significato, di comunicazione profonda verbali o scritte per me stesso e ciò che sentivo. Era inevitabile che i piani si mescolassero e che nel fondersi, le parole diventassero improprie e necessitassero di altre parole per essere spiegate, finché ho accettato che prevalesse proprio il significato e che chi aveva voglia e tempo, capisse e gli altri lasciassero perdere. In questo mi sento un apprendista calligrafo virtuale, che non consegna scartafacci di parole ordinate o di stili, ma che è, a mio modo, l’evoluzione di questo, ovvero colui che usa la parola come un segno che contiene, e il significato, per quanto possibile, coincida con il segno e diventi un ideogramma. Mettere assieme ciò che sento e il contenitore, costringe ad una approssimazione, ma anche ad un ragionamento, ad una scelta che scarta, in continuazione, ciò che meno si avvicina, oppure se il sinonimo non soddisfa doverlo circoscrivere portandolo, verso un nuovo significato, spiegarlo e possedere una nuova parola da usare con circospezione, ma effettivamente nuova. Con queste premesse è evidente che non si poteva parlare sempre a tutti e che il limite del comunicare era chiaro a me, prima che allo sbadiglio degli altri. Ci si fa una ragione di tutto ciò e parlare a chi ascolta, diventa naturale, accettando i pochi. Anche il silenzio accettando, perché è un atto di piccola violenza, il voler comunicare ciò che si sente e non ritenere che per accoglierlo, dall’altra parte ci sia meno, che un gesto di lieve amore, di interesse, di accettazione di un confronto.