arena morenica

Governare sé. Con il capire profondo, fatto di silenzi che cavano parole per riconoscersi.

Guardare dentro e trovare la libertà. Metterla davanti ed allora dire di no. All’unisono, tra dentro e fuori.

Tutti i no necessari, non per capriccio o convenienza, quelli sofferti e quelli sereni. Con incompreso amore, dire.

 

Nel sole del primo pomeriggio, davanti alle alpi Giulie. Arena morenica, magredi, ultime tracce di neve. Alle spalle: voci, parole piene di vocali che si aprono, intercalare di bestemmie senza intenzione. Qui dio è di casa, non si stacca dalle vite.

Il maglio ritma colpi sordi, dentro il capannone. Batte cuore possente, parla di fatiche. Arriva al bar, dove le parole parlano di fatiche. A volte ridono, ma il riso è rappresentazione,  attende il consenso di chi ascolta, ed intanto trattiene il respiro. Poi ancora, fiotto, nero, di sangue usato e rappreso, le nuove fatiche narrate.

Epiche.

Presenti.

Future.

Ad est la vita dei campi s’è trasferita in fabbrica, portando con sé la religione della forza e della fatica, l’istinto di piegare qualunque cosa si metta davanti alle braccia. Pasolini era nato poco distante, sapeva che la fatica si compie anche sui libri. Pervicacemente capire, piegare, penetrare, disfare con dita grosse e gentili, rifare. Come piantare una pianta da orto: scegliere il sole e l’ombra, il riparo dal vento. Crescere, provando, riprovando e il raccolto verrà.

La religione del fare. Dal bujo dei secoli a Pasqua, nella messa dello spadone, il prete alza al cielo il simbolo di guerra. Lo mostra e lo offre. Una guerra per forza, come il lavoro, come lo studio, come la cultura. Non c’è velluto, né morbidezza, ma poesia sì, in questa eterna lotta che strappa il vivere ai giorni. Mai arrendersi, riposare per ricominciare.

E l’uomo si identifica con la fatica. E’ fatica.

l’odore di casa

Mi piace l’odore della mia casa. E’ odore di legno stagionato, di carta, di inchiostri e matite, di sole e di vetro. 

E’ odore di me e delle essenze che amo.

C’è poco odore di cibo, appena d’alcool e di vino, un leggero sentore di dolce. Traccia delle abitudini piacevoli e del mio eccedere nella golosità.

Si avvertono le spezie portate dall’Africa, gli agrumi, la lavanda, il caffé, il ginger, lo zenzero.

Nei barattoli, gocce d’incenso, della mirra, baccelli di vaniglia, il pepe e gli infusi: i thé, anice, Karkadé, la menta, misture strane create con le aromatiche di casa. 

Mi piace. E’ l’odore della mia casa, è l’odore di me quando sto bene.

 

 

marghera requiem

 

Appena fuori gli stabilimenti fatiscenti, stamattina, l’erba e le grasse piante di prato erano verdi. Foschia, vapore dalle torri di raffreddamento, recinzioni cieche di cemento, ferro spinato a tener lontani gli altri, fino ai varchi con stanchi custodi di primo turno. Marghera, già il nome è plumbeo, pesante di lavoro sofferto, di vite consumate in un sogno di benessere. I destini del paese erano anche in questa terra che si disfa, ora spugna piena di veleni che un tempo non erano tali. Non sembrava, non pareva, che si seminasse morte tra le erbe spontanee, la vita in fabbrica era già un privilegio, il lavoro non poteva fare così male. Ora si pensa alla salute, ma fino alla metà degli anni ’70, la salute si negoziava nei contratti: le lavorazioni insalubri producevano indennità. E morte prematura. Ma sarebbe successo, forse, ad altri, od almeno così si pensava. Mentre l’ essere in una grande azienda portava un trattamento aggiuntivo: i figli avevano colonie dove andare d’estate, c’era un cral per far la spesa e le gite, il panettone a natale, la gratifica, il cottimo. Qualcuno si sentiva parte di qualcosa di importante, un’appartenenza al futuro, perché dal suo lavoro usciva il pcb, oppure l’acrilonitrile, o l’acido tereftalico e già i nomi evocavano la dimensione degli impianti, lucenti castelli d’acciaio inox e vetro. Veleni non esplorati, si trova solo quello che si cerca, m’insegnavano in laboratorio, non indagati. Presenze che intaccavano silenti, fino alla consapevolezza, ma allora era troppo tardi. Quanto contò medicina democratica, l’unione tra conoscenza e sapere pratico per disvelare le ragioni delle malattie da lavoro. Un esempio di interclassismo forse senza eguali nella storia dell’impresa. Altre sensibilità, altre percezioni del lavoro e del suo ruolo sociale. Della solidarietà.

Mi raccontano che da molto ormai, nelle dismissioni c’è paura da parte dei compratori, non si sa cosa si compra davvero. E non bastano le certificazioni, nella testa della gente, qui il requiem è già stato eseguito, anche se continua a suonare in ogni mattina, in ogni strada, nell’acqua sporca dei moli, tra i cefali che crescono indisturbati vicino alle bricole, dove è vietata la pesca da anni. Che accadrà in futuro di questi terreni pieni d’alberi ed erba senza verde? Quello che si legge nella texture di grigio cemento, acciaio, e verde è la tavola degli elementi, non l’uomo. Potrebbe essere un luogo senza l’uomo con una vita alternativa, ma la rendita dei suoli, la visione di Venezia ad un tiro di schioppo non lo permetterà.

Non molto distante, si consumava l’ultima difesa della repubblica di Venezia nel 1848, un pugno d’uomini, con una città stremata dalla fame e dal colera resistevano rispondendo ad un sogno, non alla realtà. Servirebbero uomini come quelli: disposti, pronti, senza calcolo o misura di fatica. Chissà.

Guardo attorno e il requiem è la falsa immagine del verde che diventa colore senza vita.

 

silente, come l’acqua

E’ arrivata da sud. Una rottura d’argine e silente ha iniziato a risalire. Prima i campi, poi le case, e dalle 4.30 di stanotte caccia le persone. Ormai gli sfollati sono più di mille. Lungo la strada i curiosi delle catastrofi, intasano inutilmente, sugli argini i preoccupati. Tutti guardano quell’acqua bruna, veloce, che scricchiola quando frange rami e canne contro i piloni. Terrà l’argine? E il ponte? L’ interrogativo si ripete. Si fanno confronti col passato. Come servisse a qualcosa il ricordo: di più, di meno, mai come adesso.  Non si dice, ma la disgrazia di alcuni può salvare altri: se l’acqua defluisce rompendo argini a valle, chi sta nord non verrà toccato.

Vicino alle case l’acqua sale, è risalita per almeno 4 km, percorrendo a rovescio canali di bonifica e campi, ed ora mancano meno di 50 cm al bordo strada. Negli scantinati ha già invaso. Anche chi aveva isolato sente il rumore silente dell’acqua. Lo sente sotto di sé: due dita, tre dita che premono, trafilano. Il confine con il disastro sta nei tappi che isolano le sentine. Reggeranno, non reggeranno? Sacchi di sabbia, davanti alle porte, alle finestre basse. L’acqua sale più lentamente. Bisogna superare indenni la notte. Bisogna che cali lo scirocco perché l’acqua defluisca in mare. Bisogna avere fortuna. Bisogna, bisogna…

Dicono che se occorrerà faranno saltare gli argini dove c’è campagna, ma stanotte non è stato così, il fiume c’ha pensato da solo. Ha aperto varchi prima a Vicenza, poi a Veggiano, ha inondato le golene prima della città, Non contento è tracimato in più punti, allora la città che si è chiusa  a riccio nelle sue opere idrauliche, come nel medioevo. Ed adesso preme a valle, con l’acqua bruna, veloce, indifferente. Occupa ogni spazio, altera i tempi, riordina le priorità. Non distanti dal ponte, i supermercati hanno le luci accese, due donne escono chiaccherando con le borse della spesa. E’ un giorno come altri, abitano distanti dal fiume. Chissà di che parlano.

L’acqua sale più lentamente, ma sale. Il cielo è grigio, piove. Acqua limpida che diventa bruna, ma questa non fa male. Quella che esonda è acqua caduta altrove, a molti km di distanza, verso nord ovest e ha già inondato, travolto, ucciso. Questa interconnessione degli eventi dovrebbe farci sentire più uniti, invece la calamità circoscrive. La protezione civile qui è fatta di volontari, sperimentano fatica e scortesia, la rabbia di chi ha subito l’acqua. I volontari sono in piedi da stanotte con sacchetti di sabbia, pale, famiglie da portar via, animali da salvare. A Roncajette sono morte 30 mucche, la casa e gli abitanti sono isolati da un giro d’acqua. Attendono. Penso al cuore scavato di chi vede la propria fatica , il lavoro perduto. Non sono solo bestie per loro.

Stanno peggio a Caldogno, anche 2 metri d’acqua nelle case. La testimonianza di un’amica che è riuscita ad abbandonare la casa solo stanotte, stringe il cuore. C’è un peggio? Certamente: cose vecchie, cose nuove, cose care, animali, persone. Come una scala da esibire a noi stessi: dove ci collocherà il caso? L’acqua continua silente a scorrere nella direzione della forza. I moti lamellari, il trafilare tra interstizi, i flutti così cari a Leonardo, una fisica elementare che descrive moti, cause, effetti. A dar conto e senso, di quanto accade, invece, ci pensa il cuore.

La notte viene, alle due una nuova ondata di piena.

Speriamo.

sul ciglio

Come un’anestesia è il sapere la fine dell’estate,

il tempo accorciato che scende nelle ore,

quel domani si decide, tra poco è natale, già fa troppo umido e freddo,

che toglie aria al giorno.

La primavera è così confusa, non sa, ristagna,

e nei ricordi è nebbia appena alta sopra terra.

Cercare il mare d’autunno,

certezze di sabbia solida e bagnata, teneri disegni d’onda,

le ore corte e i malfatti cappuccini  fuori stagione. 

E’ notte senza grazia, tra luci gialle a poco prezzo,

e su questo ciglio mi fermo

sentendo l’odore del precipizio.

 

tra poco

 

 

Tra poco sarà l’ora delle terre brune,

di scarpe pesanti per fanghi incipienti.

Tra i colli, le ore si sono raggrumate nella luce,

mentre i giorni si giocano il tiepido, alzando la posta con l’inverno.

Salgo, e la pianura risucchia il rumore,

l’autostrada distante, i lampi delle carrozzerie in corsa,

le case che diradano, i cani che s’annoiano senza padroni.

Vorrei fermarmi per lasciare che la vista m’ invada,

mi ricopra e m’attraversi,

di verdi, di bruni, di cielo che ancora non ha timore,

nel vago senso che finisce il giorno.

 

l’erba, la sera s’addormenta

L’erba, la sera, s’addormenta,

assieme al vento che accarezza la laguna.

E’ borin, han detto dalla riva,

bora gentile, da cenar frittura,

fuori, con la notte attorno.

C’è appena un corso d’onda,

con uno scrollar di chiglia il pensiero s’ è disteso.

Che attendo?

Nulla,

anche i punti di domanda sbiadiscono,

gli esclamativi non li ho mai avuti,

forse vorrei un punto e virgola,

per te, per me,

senza aggettivi, in una sera povera di parole,

seduti in riva all’acqua,

a sfiorare l’aura,

e il pane fragrante di te,

poi nel vento, addormentarsi,

assieme all’erba di stasera.

.

pomerania

 

E’ bionda come solo i popoli del nord-est sanno esserlo, i polacchi e i russi in particolare. Ha una coroncina di fiori in testa, intorno le autorità, nel corteo verso la chiesa. La banda suona durante la messa, e davanti all’altare, addobbato con fasci di spighe, ci sono i dolci, il pane, i fiori, le messi da benedire. E lei. Riti arcaici, inglobati nel cristianesimo, rimasti oltre ai popoli, quasi prescindessero dall’uomo. Perché sarebbe così, e lo sappiamo, le estati avrebbero comunque colori, fiori e frutti, anche senza i nostri occhi. Forse questo riconoscono le biologie sociali dei riti arcaici, che le religioni rispettano e li sentono precederle nel rispondere ai bisogni ancestrali dell’uomo: il cibo, la riproduzione, l’amore, la prosperità, la continuità del ciclo del tempo che non deve finire. Avere tempo, come continuità superiore e connessa alla vita di ognuno ed il ripetersi delle stagioni, delle attese positive, è questa continuità proiettata oltre il giorno. Qui si sono alternati i tedeschi, i polacchi, i danesi, gli svedesi, di nuovo i tedeschi e i polacchi. Nessuno di loro sapeva bene chi era davvero, le famiglie si mescolavano, il biondo dei capelli screziava e il bianco della pelle scuriva. Neppure i nazisti erano ben sicuri delle ascendenze e, se potevano, sorvolavano. E i riti, più forti delle stragi, venivano ripetuti: le messi, i pesci, il pane, i fiori. Tutto benedetto ed asperso e condiviso con  la donna giovane a testimoniare il rito di fecondità.

Anche il nome di queste terre evoca suoni antichi: Pomerania. Il Baltico, le foreste immense, l’Oder, la sabbia grossa, le lagune, la pioggia a folate ed il sole a seguire. Qui gli uomini baciano la mano alle donne e stringono forte quella dei maschi. I ragazzi si ammucchiano negli angoli delle feste, tra birra, zuppe di patate e pesce affumicato. Il sindaco del paese, in maglietta sotto la pioggia, serve in tavola, balla, canta e ride tra la gente, non c’è potere, la  prosperità è di tutti.

Nowe Warpno, Dobra, Police, il fiume, la foresta che entra in città, arrivare a Stettino. Il suono italiano della parola fa ritornare ai libri di storia, al rumore degli stivali chiodati, al fumo delle navi e della pece. Il nome polacco è uno scioglilingua, ma venendo dalla Germania, come d’incanto, la frenesia d’occidente si attenua, i parchi sono pieni di mamme giovani e coppie di ragazzi, è come se l’europa avesse rallentato e pensasse a quanto sta accadendo, al senso della corsa. I caffè sono pieni di parole, di gesti senza fretta. Tra poco il sole accorcerà il tramonto e le notti saranno più fredde e luminose. Appena fuori la foresta è immane, perdersi sarebbe letale e pur ad un passo da un media center, ci si accorge che si è smarrita la gestione dei pericoli, e che non erano tali, in evi ancora vicini. Da qui si può tornare a Berlino, a Lubecca, a Vilnius, a Varsavia oppure mettere la prua al Baltico. Un bolognese, a Dobra, m’ha detto: son venuto qui, seguendo una donna. L’ho pure sposata. Si può andare, restare. Io sono rimasto. Dipende dall’inquietudine. E l’ha detto con quella cadenza emiliana che un polacco non potrà mai capire, ma che si sentiva, aveva tolto la nostalgia.

impellenze

Sulla scala, tra il secondo e il terzo piano, una bustina vuota di Durex giace da quattro giorni. Puliscono poco, ma in questo caso il disservizio ha migliorato l’umore estivo degli arrampicatori. Sarà stata un’urgenza senza scampo, una voglia da pianerottolo? E dov’è avvenuto, contro il muro o la finestra? Vengono scartate le location più hard, troppo scomode. Più dolore che gusto, però la fantasia corre.

Intrigante, ha detto una mia collega. Una parola che non m’è mai piaciuta, ma stavolta era appropriata perché l’ intrigo è in atto, con tanto di tracce in evidenza. Il pollicino che semina durex cerca almeno la  pruderie. Di certo ribolle in qualche piano, magari accanto al mio. Oppure tra i colleghi, questa non è cosa da fornitori, quelli usano l’ascensore.

Scruto occhi, divertito, cercando sui visi, tracce d’impellenza e di passione, ma vedo solo noia ed attesa della chiusura per ferie. Non qui, la storia continua. O almeno lo spero, l’allegria dei sensi, fa bene a tutti.

 

 

aromatiche impudiche

Nella vasca delle aromatiche c’è fermento. 

E confusione.

Il rosmarino s’è accomodato, si butta indifferente, verso il vuoto, esondando con fiori viola-azzurri.

Il timo, le mente, la santoreggia, parlottano tra loro di questo prepotente, ma non hanno timidezze e  serpeggiando, già meditano rivalse.

Il basilico cresce, rorido di verde e sapore, nell’ attesa dei matrimoni estivi, vicinoc’è l’erba cipollina, già piena di fiori violetti, e steli magri. Fanno gli alternativi, si parlano poco.  

C’è un’ impudicizia esuberante nelle aromatiche: mostrano, fanno sentire, non s’accontentano e vogliono essere viste.

Solo l’erba luigia  vive ritirata nell’angolo E’ una signora cagionevole, che ogni anno fa temere per la sua salute, ma anche quest’anno le foglioline verdi, quasi unghie di neonati, già cospargono di colore e di profumo di limone, il tronco e il ramo. 

Chissà dove hanno svernato le api e gli altri soggetti volanti che si muovono con gran succhiare curioso tra fiori omologhi. Spollinano, incuranti delle folate di vento, sono attratti da ormoni che chissà dove insemineranno.

La meraviglia di ogni anno si ripete nella vasca di vetro che fu un acquario, guardarla la mattina mette buon umore per la giornata: gran cosa la vita.