L’aria dell’autunno è ancora dolce. Stasera s’ infila sotto i portici della città semi vuota per il ponte. In piazza delle erbe, le bancarelle dei pakistani vendono frutta, verdura e sorrisi, ormai resistono solo loro alla fatica d’essere in piedi dalle 4 del mattino sino a notte. In piazza della frutta, i fumi delle castagne cotte, il profumo dei funghi, la frutta secca, le spezie. I bambini sono ancora affascinati dal volare delle faville quando si alza la grande padella dal fuoco. E per qualche attimo, il rito del passato, è meglio di un video gioco o un telefonino.
Quest’aria è così ricca di profumi, di colori accesi e sapori, che l’inverno sembra lontano. Sotto i portici del ghetto e del prato, ci sono ancora i bar con tavolini all’aperto pieni di ragazzi, e sul liston e tra le piazze si celebrano i riti vecchi e nuovi dello spritz, della vasca (ovvero del percorrere ininterrottamente il percorso dell’appuntamento serale), del parlare di tutto e di nulla fino a notte, con un bicchiere in mano. E’ bella la città in autunno, le prime nebbie velano il prato, ma basta alzare gli occhi e le stelle e la luna sono limpide. Ormai le nebbie dense della mia infanzia, sono un’eccezione; merito del riscaldamento delle case, dicono. Effettivamente dai colli, la città sembra avere un cuscino di calore sulla testa fatto di vapori e luci gialle: rimedi all’artrosi di una vecchietta accogliente, con qualche acciacco, ma con il fascino immutato di quando ci pareva giovane. Anche adesso riesce a stupirmi, a mostrarmi una strada mai percorsa, un giardino dentro un vicolo, il ricordo d’un fatto su una lapide che riporta a fasti antichi. Qui l’autunno dolce è di casa perché questa città ha questa stagione sulla pelle e nel cuore. Saprà agghindarsi di verde e fiori, a primavera, riempirsi di neve d’inverno, mostrando un temperamento nordico che non ha più negli occhi, arroventarsi d’estate e scacciarci verso il mare e i monti vicini, ma la sua stagione è l’autunno.
E’ in un bel posto per me, le altre città che amo sono vicine, qui tutto ciò che conta è vicino, tutto influisce, ma anche sta per suo conto, tutto a portata di auto e di giornata. In fondo non è un suo merito, ma gli antichi veneti hanno saputo sfruttar bene l’incrocio dei fiumi e delle strade.
La provincia ha il fascino del piccolo, del percorribile, degli eventi giornalieri, mai pochi, ma ancora importanti perché non soverchiati da troppi avvenimenti. Ho scoperto di essere un provinciale, probabilmente molto presto, quando ho pensato che questi erano i luoghi in cui tornare e ancora non avevo deciso di andare. E anche se vedo tutti i limiti di una città media, penso che i pregi li cancellino piano piano tutti e che il segno resti positivo. Insomma non me ne sono mai pentito d’essere in questi luoghi.
Per ora sono solo sensazioni. Cose impalpabili che trovano dimostrazione in rumori, immagini, odori, sapori. Il tutto mescolato e tattile, dove prevale, a volte l’una, a volte l’altra, sensazione, e questa cangia, si spezzetta, attira l’attenzione su un particolare, che emerge in attesa che un altro prenda il suo posto. Frames collegati dal filo della sensazione. Per 5 giorni sono stato una spugna e Istanbul mi ha saturato.
La sensazione generale è quella della vita e del suo ribollire, un lievito che viene dalle persone, dalle pietre, dalle strade, dai locali, dal commercio del tutto ovunque, dal fumo, dal thé, dai muezzin, che si parlano dai minareti 5 volte al giorno, dall’immenso fiume d’uomini che inonda le vie, le piazze, si siede nella notte, affolla i locali per mangiare fino notte fonda, che gioca a back gammon e suona strumenti che ricordano liuti e banjo, balla al suono di clarino e percussioni. E ti accorgi che sei occidentale perché le movenze sono fluide, mosse da un vento, che accompagna il ventre e i fianchi delle donne. Il bacino ruota con una sensualità sconosciuta ed armonica, comunica, e la ragazza che è scesa in pista, forse olandese o tedesca, è rigida, muta, in una comunicazione in cui si parlano corpi che sanno.
Sensazioni da non rimettere in ordine. Flusso. Il contenitore è la vita che ribolle, il parlare fitto, la strada come casa, la gentilezza inusuale, la curiosità lieve di chi ha visto molto. La vita ha un sapore antico ed una aspettativa indefinita, una direzione che è crescita. Cosa attende il giovane cameriere che invita a scegliere il suo locale rispetto a quello a fianco, e non insiste oltre misura, a cosa mirerà la sua vita oltre al cibo assicurato. E le ragazze dalle donne strette e camicetta che si muovono tra uffici e strade, e i giovani in giacca e cravatta con le borse di pelle, così simili ai loro coetanei d’occidente e così diversi al bar dove sorseggiano thé nero, e i venditori di pannocchie arrostite, i commessi che lavorano fino a mezzanotte, i ragazzi che affollano le tante università, cosa attendono? Dove stanno andando? Perché da qualche parte, con volontà e decisione, vanno.
Sensazioni di una giovinezza diffusa, che non è scalfita da tutte le variazioni di velature delle donne, dai vestiti informi, stretti ed abbottonati fino ai piedi, dai gruppi di vesti nere svolazzanti, piccolo gregge con i soli occhi in vista, dietro un uomo in maniche corte, dai pastrani, nocciola e grigi, sotto il cielo di agosto, dai fazzoletti in testa, alti di acconciature posticce, dalle camicie di zingare, ampie e nere, a pallini, su gonne larghissime, sovrapposte ai corpi abbondanti e sicuri, dalla folla di maschi che passano dal turbante ai capelli cortissimi, dai jeans alle palandrane. Sensazioni di giovinezza nel colore che dal grigio si mosaica sulle spalle scoperte, sui jeans, sulle gonne corte, sugli abiti coloratissimi che osano oltre l’osabile. Questo luogo è un punto in cui la vita attira, promette, cambia le idee, pone domande. E dà risposte. Non le mie, altre, ma qui ci sono risposte.
Sensazioni, non riordino, ho ancora la percezione tattile dell’ hamam, sono una spugna, c’è tempo.
Frequento il Baden, e Friburgo in particolare, da molti anni. I miei amici, dopo la caduta del muro, mi raccontavano con malumore ed orgoglio, quanto costasse economicamente a loro il risanamento e l’immissione a pieno titolo dei Land dell’est, nella Germania. L’orgoglio era per l’autonomia con cui lo facevano e per l’unione ritrovata. Adesso c’è un paese che cresce al 4.5 % all’anno, che detta le regole all’Europa, che ha un wellfare che accudisce i cittadini e rispetta i patti con gli elettori. Tra poco la Germania sarà l’Europa, perché può vivere da sola e può dire cosa fare ad un paese sovrano come l’Italia, dopo averlo fatto a Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo.
Uno scatto d’orgoglio servirebbe, non è necessaria una guerra per la coscienza che non siamo una bella colonia, ma adesso ci sono le vacanze, intanto ci si diverte poi a settembre si vedrà. Tanto non ci si può fare nulla, si pensa. Non è vero, la casa cede, bisogna puntellare, e rifare l’edificio.
Il terrore della politica è che la crisi la investa, che chieda i conti e dimostri l’inanità e l’infingardaggine. La paura è che si capisca che non basta toccare le tasche degli italiani, ma che bisogna toccare le persone che hanno fatto politica e sono state protagoniste della storia di questo paese, negli ultimi 20 anni.
I sacrifici, l’eliminazione dei privilegi, il cambiamento delle persone e dei modi della politica, vanno assieme.
Avevo trovato un appartamento, vecchio naturalmente, con una grande terrazza, sostanzialmente un tetto, attorniato da case più alte, su tre lati. Il quarto si apriva su un campo da calcio di oratorio ed oltre, c’era un convento. Sullo sfondo la vista dei colli. Mi piaceva il posto, dentro un labirinto di case, ma quella sensazione di chiusura mi faceva guardare da una sola parte, come se il mondo avesse un’unica dimensione.
Pochi giorni dopo mi accompagnarono a vedere una seconda casa, poco distante. Aveva la vista sul fiume e sul traffico della riviera. Si vedevano anche i cigni e le anatre del ponte della specola. Sotto c’era un ristorante, ma chiudeva presto, mi dissero. Per me era ancora la vecchia osteria in cui da ragazzo andavo, a bere con gli amici e a veder giocare a bocce. Tra tante superfetazioni e rimaneggiamenti della casa, questo appartamento di stanzette aveva conservato, sul retro, una terrazza, più piccola dell’altra, ma qui andava addirittura peggio: l’accerchiamento di case, era completo su quattro lati.
Per il prezzo ed il mancato accordo, le case andarono ad altri, che certamente, avranno interpretato con altri occhi, stanze e possibilità della terrazza circondata da case. Per me era un vincolo forte, difficile da vivere. L’ho pensato molto, successivamente, tanto da farmi decidere di acquistare una casa senza ascensore, ma sufficientemente alta.
Sopra al mio appartamento c’è una terrazzetta, piena delle mie piante, con lo spazio per un tavolino, due sedie. Volendo, uno può prendere il sole o guardare dai due lati aperti, che potrebbero essere tre. C’è una vista sul vicolo, che guarda verso la chiesa, oppure verso le case e il Prato. Lontano, nei varchi tra le case, si vedono i colli. Mi sono spesso chiesto cosa avrebbe significato avere un grande spazio alla vista di tutti. Per le mie abitudini naturistiche, sarebbe stato un limite non da poco, ma anche per la voglia di solitudine sarebbe stato un vincolo, un’impressione di vetrina difficile da rimuovere. Capisco allora perché mentre mi veniva magnificata la potenzialità della terrazza, non ci credevo e mi ritraevo guardando attorno. La sentivo non come una libertà, ma come una limitazione a me.
Spesso ho la stessa impressione, quando, per lavoro o curiosità, visito fiere, guardo negozi o riviste d’arredamento, e vedo mobili, lampade ed oggetti per spazi inesistenti al vero. Bagni grandi come soggiorni, camere da letto circumnavigabili, bisognose di navigatore per trovare il comodino, soggiorni enormi per divani enormi. Poi terrazze ed attici con sdraio e tavoli, pompeiane con teli svolazzanti. Luoghi che evocano più il vivere in un’isola semiabitata che quello in una città del nord.
Mi chiedo dove vivano gli architetti, i designer, i progettisti di queste cose. Quanto debba essere il ricarico per le piccole serie prodotte, e quanto i venditori, debbano prendere in giro, i clienti abbagliati dalla bellezza, per fargli dimenticare i loro 20 mq di soggiorno.
Obbligherei questi progettisti, prima di fargli firmare alcunché, a vivere in un appartamento normale, uno di quelli veri, disegnato da un loro collega che magari adesso risiede in qualche villa di campagna e dopo un anno di spazi veri farli, misurare nelle soluzioni, nel fare i conti con i palazzoni vicini, con i metri quadri reali, per vedere poi cosa ne nasce.
Nella società della patacca, anche la fantasia viene presa per il naso.
Le palestre sono luogo di stordimento, di reset, di confronto, di fisicità perseguita, deviata, soggiogata, liberata.
Gli sguardi sono raggi laser, istantanei e penetranti, che subito si spostano, si piegano su di sé, dipanano e nuovamente guardano.
I corpi si dotano d’occhi particolari, un sistema metrico non depositato a Sèvres, si esercita. Oscilla tra distrazione, fatica, interesse, conversazione. Soppesa, valuta rotondità, esercizi, flessuosità, grazia, dis-grazia. Come al corso, come al bar. Solo che questo è il regno degli odori sudati, di pensieri azzerati. Corrispondenze tra muscolo pensiero obbiettivo fatica. Deve finire in un lago di sudore. Solitario e collettivo. E i risultati si vedono, segno della presunta superiorità della vita agente sulla vita cogitante. La fiera delle vanità e della sciatteria, delle invidie, dei confronti e dell’indifferenza, oppure dell’impegno, della disciplina, dell’esercizio solitario e meditativo. Dipende. Non è solo il luogo di solitudini serali, in attesa di qualcosa che non accade. Oppure accade tanto di frequente da non avere più importanza.
Alt. E’ solo un’abitudine giornaliera per molti. I più. Una dipendenza salutare, che crea relazioni, amicizie normali partendo da un luogo che normale non è. E come in tutte le vite, anche queste che contemplano l’esercizio fisico, la fatica, la disciplina, un senso di sé profondo c’é.
Basta scegliere, i tipi umani non mutano in una palestra, solo si vedono di più. Sono più nudi, non solo negli spogliatoi, ma nella loro indifesa mostra, sono parte di ciò che vorrebbero essere. Avete presente la differenza tra desiderio e realtà, ognuno di noi cerca la coincidenza, ecco nell’esercizio fisico questo è asintotico, manca sempre qualche pezzo. Questa è la parte dell’esercizio fisico che mi affascina di più, perché non mostra nulla. Avviene tutto dentro in una nudità estrema, limpida che usa l’armonia per raccontare ben altro. Quando così non è, perde il significato di meditazione sul sé e diventa un compitino, poco importante oltre il punteggiare la giornata, come tutte le abitudini.
Bisogna partire da questo, essere naturali, se stessi, guardarsi attorno con la levità che ammira e poi torna su di noi. C’è una libertà profonda nell’ironia di sé permette di vedere e di vedersi senza troppe analisi e scoprire che gli altri sono quasi sempre migliori, flessuosi, abili, ma con una caparbia costanza a disposizione,volete mettere la soddisfazione di avere un lunghissimo cammino davanti.
p.s. sul filo dell’ironia pensate al signore qui presente e alla sua capacità di coordinamento
Dal grande giacimento, o discarica come dicono gli amici, della mia casa, emergono due piccole ceramiche incartate. Un biglietto precisa il luogo di produzione: Szczecin. Lo ricordo: era un negozio ad alto rischio di disastro, con ceramiche in pile e scaffali pieni di tejere, piatti, piattini. La giornata piovosa a tratti, indecisa se sfolgorare di sole, come sa fare il clima continentale, oppure virare verso il diluvio, aiutava a permanere. L’impressione era quella di una vecchia europa, dove negozianti tedeschi, non solo ebrei, accumulavano piccole rendite di posizione, scrivevano su grandi quaderni, consunti ai bordi, le giacenze di magazzino, ed annotavano prezzi, diligentemente aggiornati con l’inflazione.
Molti oggetti carini in vetrina, leziosità per piccoli clienti. Dentro, un piccolo bazar che puntava sulla manifattura locale. Alcune ceramiche erano davvero belle, senza la delicatezza di Maissen o la trasparenza cinese, ma i colori pastello facevano allegria. Rimandavano al thé del pomeriggio, le chiacchere d’apparenza, i biscottini al burro. Lattiere e caffettiere per la colazione del mattino. Cose intime, familiari, giuste per l’uso e per fare casa con decoro e affetto. Adatte a scelte che sarebbero durate, immaginando una robustezza inesistente, surrogata dalla cura. Come tutte le specie di bene.
Mi tornava a mente l’Utz di Chatwin, che descrive una passione, eccessiva come ogni passione, ma che fa emergere la presenza della cultura locale al bello domestico, quasi un odore di intelligenza aristocratica e vitale da chiudere in stanze tappezzate di legno di quercia. Ma oltre Utz, pensavo ai giorni di prima, quelli ante guerra, con vetrine a riquadri e luci gialle. Ed a quelli di adesso, così veloci da imporre altre luci, abitudini e minore attenzione.
Perché quelle due tazzine, siano rimaste e non regalate, non lo ricordo. Forse le avevo destinate a me. Adesso si mostrano, vicino a altri reperti di vita, di cui conservo luogo e ricordo. La differenza tra archivio e discarica è solo questa: nel primo le cose hanno un nome e un pensiero incollato.
Di colpo il cielo s’è abbassato, scocca fulmini orizzontali. Secchi, senza preavviso, saette, seguite da scrosci brevi di grandine. Il tempo rallenta e gli occhi attendono impauriti il prossimo squarcio.
Lampo/schiocco, così immediati da fondersi nei nervi, nei neuroni, fanno salire il cuore verso la gola.
Passa, passerà presto.
Deve arrivare l’acqua. L’acqua mitiga l’elettricità, la suddivide in tanti, minuscoli rivoli che la portano verso terra. e non fanno male. Serve l’acqua.
Non è vero, non è niente vero, ma è bello crederlo. Il fulmine scocca da terra, è solo bello pensare il contrario.
Come il cielo fosse un corpo di femmina e il fulmine il maschio, e una fica di luce li percorresse per litigare e fare all’amore.
Non è vero, non è vero niente. Il cielo e la terra sono incuranti di noi. Possiamo scriverne le leggi, ma loro le applicano secondo voglia, hanno un loro bene a cui rispondere, che non ci riguarda e che c’ignora.
La pioggia d’estate adesso scende a rivoli. La parte organica del mondo ringrazia di tanta vitale indifferenza.
La furia è passata, il cielo si alza, si stira pigramente, e s’allarga. Da nuvole di spuma filtra curiosa la luce.
Strafen expedition, cercate nei vostri ricordi scolastici, emergerà qualcosa che non ha la dimensione del vero. Doveva durare pochi giorni, spezzare in due un esercito, quello italiano, dilagare nella pianura: prima Thiene, poi Vicenza, poi Padova e Venezia. Si sarebbero ripresi il Veneto, poi il Friuli e forse gli sarebbe bastato per chiudere la guerra. Invece, infornate immense di contadini gettate al fronte, tamponarono la falla. Oltre gli errori e l’impreparazione degli ufficiali, oltre il morale maltrattato dei combattenti, oltre lo sprezzo delle vite, tennero. Per chi e per cosa, forse non era chiaro, ma tennero. Solo l’Ortigara, 19.600 morti in 10 giorni. Asiago bombardata per anni, ogni giorno e ogni notte. In continuazione. Quello che piacerebbe alla lega, non riuscì all’Austria. Chissà perché? Se non si conosce l’altipiano, è difficile immaginarlo come un luogo di guerra. Adesso gli alberi, il turismo, la speculazione edilizia, hanno modificato profondamente i luoghi. Lussu vedeva un paesaggio molto diverso da quello che vediamo oggi. Però anche lui, vedeva la pianura, vedeva le città appena sotto la foschia. Chissà quanto agiva nella volontà, questo legame tra civili e combattenti, come si muoveva l’idea che, poco distanti, c’erano case, campi, lavoro, donne, bambini, vecchi. Nell’epoca classica, si sospendeva la guerra per mietere, forse ancora una traccia dell’umanità del lavoro di pace restava anche nel 1916, nella testa dei combattenti contadini. Oltre gli affetti, la vita. Forse.
Da 15 maggio al 27 giugno 1916, sull’Altipiano ci furono, più o meno equamente divisi, 27.000 morti e 160.000 feriti. Le posizioni a luglio erano di poco diverse rispetto all’attacco, ma era successo il finimondo nella testa delle persone. I suicidi da licenza, le condanne sommarie, la pazzia furono l’altro aspetto della guerra passato sotto silenzio; prima per non intaccare il morale, poi per non guastare il trionfo. Sarebbe importante calarsi nella percezione di questi vinti-vincitori che subirono la guerra e non godettero della vittoria, e in un effetto domino trasmisero gli effetti sulle famiglie, ai luoghi, modificando destini collettivi, villaggi, cultura. Nulla fu uguale dopo e quella diversità non era stata voluta, solo subita.
C’è una lettera al museo di Asiago, scritta da un giovane ufficiale che, il giorno successivo, sarebbe morto nell’assalto. C’erano anche più assalti al giorno, solo il tempo di rimpiazzare i morti. Questa lettera fu fortunosamente ritrovata leggibile, oltre 50 anni dopo la fine della guerra, in un portafogli che era vicino ai resti di un caduto. Di questi ritrovamenti d’ossa, nei boschi ne avvengono ancora adesso, ma senza nulla di intatto. Questa è la fortuna assieme alle parole conservate. La lettera parla alla famiglia, ai genitori e ai fratelli, parla con precisione, in un italiano molto bello, di cosa sarebbe accaduto di lì a poche ore. C’è amor di patria (cosa difficile da definire oggi), si sente un ambiente borghese alle spalle, un pensare che ci siano destini alti, dovere, fedeltà. Cose di complicata comprensione, adesso, soprattutto se paragonate all’ esperienza quotidiana. Non c’è giudizio nelle parole, anzi molta serenità ed immenso amore. Questo giovane a 20 anni, ha capito molto, chiude le aspettative con la necessità di essere quello che dice di essere: un italiano. Fa testamento delle poche cose che ha, dà le ultime raccomandazioni e saluta come partisse. Finché sentivo leggerla, ieri, pensavo a com’è differente il vivere nel momento, disgiunto dal sentire di essere parte di qualcosa di ben più grande. Non un consumare la vita, ma collocarla in qualcosa di collettivo. Dare un senso ed un significato al vivere e al morire oltre sé. La lettera non arrivò a destinazione. Prima di un attacco, le ultime parole venivano consegnate a chi restava in trincea, se la persona non veniva uccisa, la lettera tornava nelle mani di chi l’aveva scritta. Questa lettera fu data ad una persona che morì a sua volta, e fu seppellita sommariamente. Non c’era tempo, in quei giorni, neppure di cercare una piastrina di riconoscimento. La lettera ritrovata, per un caso fortuito, piega nuovamente l’ improbabilità e ritrova, storia nella storia, l’ultima delle persone a cui era stata indirizzata. Una signora che era bambinetta, quando quel fratello morì. La vita è circolare, aveva aperto sull’altipiano la catena, la rinchiude a Torino, proprio da dove era partita. E la signora adesso riposa nel cimitero vicino al fratello che aveva appena conosciuto.
Un giorno sull’altipiano, mi imbevo di verde, di pietre, di ricordi che arrivavano dalle storie di casa. C’è una umanità che non se ne va da questi posti, che non è stata scalzata dalle seconde case, dalle piste da sci e dagli alberghi. Ci sono i piccoli cimiteri di guerra che ricordano cos’ è avvenuto. Quello della foto, è piccolino, non ha croci, ma alberi mozzati a 20 anni. Se ne sente il significato, soprattutto guardando gli altri abeti, enormi, lasciati crescere attorno. Sotto quegli alberi mozzati, oltre 3000 giovani, tutti ignoti. Con la mia generazione si spegnerà lentamente il ricordo, ma ieri c’erano giovani che si fermavano, che si chiedevano perché, in certi posti, i caduti erano dell’una e dell’altra parte, mescolati. Ed erano ungheresi, scozzesi, tedeschi, austriaci, francesi, americani, italiani. Ragazzi che avevano la loro età, ma erano già pieni di passato e privi di futuro. Con una voglia di vivere infinita che nessuno avrebbe spento. Questa sensazione di qualcosa di interrotto che non muore, di sofferenza e di vita assieme è quello che mi commuove ogni volta che percorro questi luoghi. E’ quello che prende gli occhi e la gola e fa rabbia, una immensa rabbia che quelle morti vengano rimosse, che tutta quella vita venga cancellata.
Il suono sordo di sirena percorre la spiaggia, la riempie, trabocca tra le tamerici, gli ulivi di bohemia, i tronchi delle ultime mareggiate, ammutolisce gli strilli dei ragazzini in acqua, lascia occhi che si chiedono da dove venga.
Si ripete, più volte, adesso profonda ed inquietante. Sui moli è simbolo di saluto festoso, copre abbandoni e lacrime, apre viaggi e futuri, finché man mano si spegne assieme alla poppa che s’allontana. Qui insiste. Assomiglia al corno delle alpi, richiama e dialoga col mare, non ci sono rive assiepate e neppure si vede la nave.
Assisto muto, alzando gli occhi dal libro, cerco nel mare basso di mezzogiorno. Qualche barca a vela, motoscafi in riposo. Questo ripetersi trasforma il saluto in apprensione, come ogni volta che un segno conosciuto s’articola diversamente. In quest’isola, tra laguna e mare, ci sono cantieri navali, ormai in disuso. Dove nascevano navi, ora riparano vaporetti e ferry di Venezia. Fuori dai circuiti della cantieristica, svuotati dalla tecnologia e dai bassi costi della Cina, in pochi anni si perderanno abilità secolari. Mastri d’ascia, saldatori, battilamiera, falegnami, fonditori. Basterà meno di una generazione. Qui ora si vive di fermo pesca, più che di pesca, di piccola edilizia e ristrutturazioni, per veneti inquieti che scoprono questo angolo domestico e selvaggio. 12 kilometri di sabbia, diga e pennelli a mare per fermare l’erosione delle maree. Terra di marinari, pescatori e dialetto stretto: né veneziano, né chioggiotto. Ma ci si annoia, non c’è nulla che possa assomigliare alla movida di Sottomarina, o di Jesolo, o del Lido. Di sera la gente esce nei campielli e sulla strada, porta le sedie, impagliate o di plastica, dipende dall’età, cucina e chiacchera. Chiacchera fino a notte di ciò che sta attorno, della vita propria e altrui. Nei campielli nulla è mai interamente proprio o segreto. Non la cena che si scambia, non i guai e le allegrie di famiglia, non gli auguri, le feste o gli amori. anche se questi ultimi hanno tradizioni ferree. Le trasgressioni sono sottaciute, non segrete, come le malattie.
La sirena ripete ancora il verso, mette in evidenza la plastica, i parabordi (ma come faranno a perderne così tanti), le boe sfasciate ed i tronchi. Tanti da immaginare riscaldamenti senza spesa e grandi fatiche per tagliarli. Non c’è nessuno in spiaggia, sono le tre di un giorno ante la festa, solo i mezzi foresti venuti dalla terraferma stanno al sole e al vento. Il vento che è ancora caldo di scirocco, ma già porta lame di freddo. Una signora mi spiegherà che sono i temporali di pianura, ancora lontani, loro li sentono col sole, annunciati dal vento che muta colore verso il blù.
Siamo pochi e tollerati se non disturbiamo, se non cambiamo le abitudini ed i pudori. Ci tengono come i nuovi proprietari di case che tra poco se ne andranno, stanchi dei ritmi indigeni, delle feste patronali e delle chiacchere, ma anche della solitudine che si insinua se non sei accettato. Lasceranno posto a nuovi tentativi di insediarsi e ad un equilibrio millenario che si crede eterno. Ma non è così, scomparendo il lavoro, le abilità, solo a volte ne subentrano altre, più facilmente ci sarà la migrazione e l’inutilità di chi resta.
Tre ristoranti, i pescherecci ormeggiati in lunghe file, il muretto, le chiacchere. Una barca a vela manovra per attraccare davanti al ristorante sulla riva. Poco distante, uno svasso, uccello di laguna, si muove appena, indifferente alla barca, attento al suo pasto che si muove sott’acqua. Mentre scendono parlando, scompare con una capriola silente. Ed il tempo del suo riapparire sembra interminabile. Adesso si siedono. Prosecco freddo e poi inizierà la danza interminabile degli antipasti e dell’eccesso. Ma non si vive di questo, l’isola non vivrà di questo.
Lo svasso continua a rituffarsi e riapparire. Per ora godiamoci questa solitudine d’altri tempi. Non era infrequente in laguna. Altro verrà da queste parti, i contenitori vuoti vengono sempre riempiti.
La spiaggia è scomoda, non c’è nulla. Senza un bar, un gazebo, un tavolino. Solo mare, sabbia, cielo e pietre di diga. Un paradiso, finché dura.
La sirena non suona più. Anche le erbe stanno al loro posto, ospiti come me.