È salito allegro dal sottopasso di stazione,
verso un abbraccio stretto e un bacio. Sorrideva e li aveva attesi
e allora ancor più sorrideva.
Quanto è lungo un bacio?
È il tempo infinito delle bocche che si cercano,
si trovano, si premono e si vogliono,
finché c’è fiato
e poi si staccano per guardarsi gli occhi,
a cogliere le parole che non dicono le labbra.
E si riavvicinano per ascoltare,
esitano, ma poi si stringono.
L’una sull’altra mescolano sorrisi e desideri,
e ciò che non si dice, verrà in altro modo detto,
perché il bacio non finisce il desiderio
che tutto si unisca e condivida, .
e così continua sempre insufficiente e nuovo,
ancora perché mai basta.
Ma quanto è lungo un bacio di stazione
pieno dell’allegria dell’incontro atteso?
Quando scosta il viso, lui guarda,
e mi chiede: amico, un sorriso?
Allora capisco che si vede la stanchezza,
che in me la vita è altra,
e se la bocca s’alleggerisce e piega
per mostrare la mia speranza d’allegria,
il loro bacio continua nell’auto
che s’allontana.
E so quanto è lungo un bacio
che non t’appartiene.
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epifanie

La risacca ha lasciato legni sulla riva,
accade anche a noi dopo le tempeste
e non sappiamo che fare degli antichi naufragi,
già poche scaglie d’azzurro commuovono.
Sono segni del viaggio compiuto
e della vita perseguita,
nella vischiosita che cresce,
i ricordi che si divorano.
Mai come adesso sono la somma dei miei errori,
delle passioni che tutto hanno riscattato,
dei compagni che hanno creduto
dissolvendosi nel fiume
che pensavano di guidare.
Il cuore ritorna a dove si vive
ma altro speravamo,
Tra il successo e fallire spesso manca poco,
si confondono i significati nell’ultimo sforzo,
ma in fondo se s’impara la bellezza
mai si è perduto,
chi strappa un fiore la malintende
perché non si possiede
né il bello né la verita
e se poi una rosa illumina una casa,
è sua la bellezza
gli altri forse ne vedranno la fatica
d’essere ancora vita
che accompagna la luce.
sempre
Sei sempre oltre l’orizzonte, eppur vicina.
Splendida e luminosa
come le mattine uccise a letto per beffare il giorno.
Nascosta dentro un’ombra,
disseminata nella brezza dei tigli,
dispersa nel sole feroce delle ore legali.
Sconvolta come il mare
che attende la luna per desiderare il cielo.
Ritardi oltre il minuto,
che solo i gonzi pensano fuggente,
come la noia di sé, per l’appunto.
Ed io di me sorrido quasi sempre.
i ricordi sono casa

La sera durava sino all’infinito racchiuso nella prima lucciola,
e una punta di nostalgia di quiete,
incontrava il richiamo agli affetti.
C’erano state, ma prima,
ripetute grida nel buio,
ma quel buio non c’era nell’ultimo gioco,
nella confidenza bisbigliata sedendosi accanto,
e aveva taciuto sino allo scadere della fiducia in sé,
poi improvviso nel primo brivido di solitudine
era stato evidente, il buio.
E si stupivano gli occhi
per le pozze di luce gialla
che ora tracciavano i lampioni
li c’era dentro e il fuori della notte.
I marciapiedi erano luce riflessa,
la scia verso casa,
con la corte trafitta dal grido d’un rapace,
e il cuore nell’ansia della corsa.
Era bello il rimprovero
contenuto nell’abbraccio,
vedere le cose che avevano atteso
e sentire il buio che s’acquattava sul davanzale
come il gatto quando ci guardava,
tranquillo, per capire.
acque stanche d’uccelli
Nel pomeriggio la luce s’è accasciata tra I covoni,
stoppie dorate e uccelli in cerca di cibo,
la mente compita parole,
versi d’acqua salmastra,
di canale tra campi,
per loro conto escono parole,
suoni che bevono senso
profondo come una ferita
e povero d’ogni nome.
Le case sono contenitori, esitano, stanno a guardare
il caldo di canna accumulato sulla riva,
tra fango e radici.
Mentre gioca il caldo col sonno
la mente dondola e non assopisce,
esce su realtà parallele,
inoffensive e taciute
silenzio fatto scivolare in correnti che accarezzano,
in libertà senza luogo.
Fuori il vuoto si riempie di calura
e come nel deserto
è l’aria che forma corpi e volumi,
traccia immagini che l’impreciso risucchia.
Vortici di stanchezza inerte,
colore dell’ocra,
fine polvere di lettere sgranate,
sono quelli i pesi che tolgono e danno,
in un mescolarsi di vista e allucinazione.
Ma non è forse ciò che non è, il desiderio,
non è l’ombra di un ritardo che sente il peso delle ore,
vede il sangue e le vite,
i destini spezzati,
e vive in un angolo dove il primo sentire
è polvere, grano nei carri, acque stanche d’uccelli e violenta calura
incerte direzioni
Poi, a notte, emerge la fatica vitale dissipata sotto forma di gorgo. Nel caldo il presente diventa egoismo che elimina sentire. L’altra sera, ma ormai accade ogni notte, è mancata l’energia elettrica. Troppi condizionatori accesi, troppe luci, una festa paesana in più e cabine enel sottodimensionate per questi carichi assurdi. Si sono interrotte le serie di Netflix, i film di Sky ma anche le eterne discussioni dei soliti tuttologi. Le televisioni sono intrattenimento e teatro dei pupi. Ciascuno sa già come andrà a finire il discorso, il sequel, persino la gestualità è nel copione. C’era più pathos in una tribuna politica democristiana alla Jacobelli, Vecchietti e Zatterin, che nei conduttori attuali, sempre uguali e sempre convinti di essere loro l’idea del mondo e non i testimoni di esso. Con una politica fatta di scelte di vita allora, anche dalle domande compiacenti, emergeva sempre una idea del mondo che autorizzava a schierarsi. Oggi vorrebbero essere ringraziati i gestori dell’informazione perché ci risparmiano una faccia della verità, perché ci evitano di pensare. E così nella noia, il problema torna ad essere il caldo, il meretricio di un simbolo per il matrimonio del potente di turno, ma l’hanno già fatto, si ripeterà, perché lo sfregio è parte del guadagno economico dei pochi. l’impressione che tutto sia in vendita, rafforza l’idea che esista solo il presente. Solo il momento conta, non più la soluzione dei problemi, ma l’assistere partecipando a se stessi. Così si risucchiano i gesti in una scansione di fatti che si concatenano in sequenzialità a portata di giornata. Il domani non torna, non chiede, neppure si desidera e i pensieri, lo stesso tempo non hanno molto da dire. Cristalli di vissuto sciolti nel possibile.
Quando emergeranno le conseguenze di ciò che sta accadendo, nessuno di quelli che le hanno sostenute e generate, riconoscerà l’errore fatto. Sarà colpa di chi non si è ribellato abbastanza, di chi si è astenuto dal connivere. La responsabilità viene rifiutata, c’è sempre qualcosa che verrà invocato a discolpa. In fondo il processo di Norimberga è stato una eccezione e con pochi colpevoli a fronte di 50 milioni di morti, di nefandezze indicibili. Però qualcosa il vivere e i fatti ce lo insegnano. Vivere con una parte ha gradi di compromesso che riportano alla responsabilità. Se si fa trading on line con le industrie di armamenti, con l’energia, la farmaceutica e le banche, contano i guadagni o come vengono fatti per la propria etica ? Scegliere di non stare al gioco, di non aiutare chi si pensa sia un omicida di stato comporta delle scelte. Non di stare fuori dal mondo, ma essere nel mondo. Questa certezza di essere dalla parte sbagliata, di non vincere mai davvero, rincuora, mi dice che è sempre l’evidenza a cambiare le cose oltre a quello che si può fare. Un senso di onnipotenza se va e c’è la misura di sé. Essere minoranza è congeniale al dubbio, al non avere fedi trascendenti. I dogmi, i proclami, rassicurano chi avrà sempre ragione, vincono più che convincere e al loro rovesciarsi cercheranno di convincere che è la storia, la logica, a determinare le conseguenze non le loro colpe.
Ma la storia di chi pensa che governi solo il potere è diversa da quella in cui confido, perché una fede sotto sotto ce l’ho ed è nell’uomo, nella somma positiva che genera la sua voglia di vivere. La stessa voglia che prima gli fa credere alle chiacchiere che non includono la realtà , che accreditano la sua visione di comodo e poi lo spingono a disfarsene. E così mi fido di ciò che accadrà, dell’evidenza che fa combattere le battaglie che si pensano giuste, che non rincorre un consenso di potere, e alla fine, questa storia anche quando si sbaglia, riconosce il proprio errore. È questo vedersi in movimento, nella gioiosa fatica dell’incerta direzione contraria che fa sentire vivi e dentro al mondo. Quello che ci approssima è quello che è più vicino a noi e che determina il senso al presente e al futuro.
un silenzio, due silenzi, una parola
Ci sono parole che durano poco, altre lasciano nell’aria il sapore frizzante della frutta troppo matura. Parole aspre si confondono nei noccioli tondi di significato, altre parole restano sole, chiedono, torcendo interrogativi. Con le parole si può fare molto, arrotarle per ferire, oppure renderle tonde e polite per accarezzare. Si possono plasmare o lasciar scorrere, trattenere o sbottare. In fondo le parole sono facili come i gatti di casa: dormono molto e graffiano il necessario. Diverso il silenzio, o meglio, i silenzi. Dipende dal loro peso e imposizione. Bella forza, questo s’impara da piccoli, magari ricordando la punizione del silenzio imposto come una privazione di amore prima che di libertà di dire, ma uscendo dal ricordo, non è sempre così. Ci sono silenzi pubblici e silenzi privati. Silenzi che non parlano e silenzi che gridano. C’è un silenzio amoroso che non ha bisogno di parole e un silenzio d’intelligenza che è avido di concentrazione.
Ci sono silenzi politici che assomigliano molto alle parole della politica, non dicono quello che davvero pensano. Non dicono e sono conniventi col peggio. Mentono di più dicendo di meno e portano avanti un’assenza di coerenza che confonde, fa male alle idee e alla speranza. Pensate al silenzio di questi mesi su Gaza, la carneficina di donne e bambini oltre che di civili. Il fatto che non ci siano aiuti alimentari in una popolazione che muore di fame, che non ha più case, ospedali, scuole e cibo. Tacere su questo e dire che si è per l’uomo, per i suoi diritti, che la famiglia, l’essere madri e padri è un valore fondante è una contraddizione terribile, non vi può essere un silenzio che riguarda i principi su cui si fonda un vivere comune, le leggi internazionali, il rispetto dei diritti di sopravvivenza. E la voce flebile della sinistra storica ha fatto molta fatica a condannare, come fa fatica anche ora. Parlare e dare significato alle parole in questi casi, significa sospendere trattati, riconoscere i diritti dei deboli conculcati, imporre la propria voce con la conseguenza di dare un senso alle parole. Ci sono troppi silenzi imbarazzati, proni ad equilibri inconfessabili, silenzi che non sono rispetto, ma incapacità e malessere per sé stessi e per la verità. La mutazione antropologica dei costumi portata innanzi in questi anni, fino a giustificare tutto nel nome del denaro, della forza e del potere, è esiziale al poter dire ed essere ascoltati. Essere coerenti verso i valori importanti per tutti, non basta dirlo ad alta voce se non è seguito dai fatti. Questi fatti hanno un valore politico e il silenzio in politica è omissione, confonde chi attende una parola chiara, un segnale che gli sforzi hanno un senso, che il vivere assieme e avere delle leggi, ha un senso.
Anche nella vita quotidiana, in quella dei sentimenti, in particolare, il silenzio ha un valore se è legato al cuore. Altrimenti il silenzio può essere assenza ribadita d’amore e quando subentra dovrebbe essere colto, almeno per quanto esso sta raccontando, ovvero una scelta differente, un’ incapacità, un patto che si rompe. L’innamoramento è ciarliero, entusiasta, fatto di flussi di parole dove anche i silenzi sono talmente ricchi di condivisione da assorbire la stessa parola, per questo nei sentimenti, il silenzio parla, proprio perché fa parte del sentire comune. E quando smette di parlare è perché la comunicazione si è interrotta e con essa il sentire comune. Quindi il problema non è stare in silenzio, ma dare ad esso un senso univoco, farlo parlare. E questo non è difficile, anzi al contrario della politica, il silenzio tra le persone può essere articolato in tutte le sue gamme, anche quelle oscure e pesanti, frutto del disamore, ma importante è che non nasconda, che sia inequivocabile.
Chi frequenta il silenzio, conosce la sua chiarezza, la forza che esercita su di sé prima che sugli altri, che lo porta verso la verità. Ecco, importante nel silenzio è che ci sia la verità interiore, ovvero ciò che si sente. La parola cerca di fare le stesse cose, ma fa fatica, si porta su terreni ambivalenti, e quando subentra la stanchezza dell’essere confusi, un po’ di silenzio fa bene. Aiuta molto a capire ciò che si vorrebbe dire e non trova le giuste parole.
esami di maturità
Chissà cosa significa oggi l’esame di maturità per i ragazzi che lo stanno facendo. E cosa sia oggi questo esame, che pur sempre è un giudizio su chi lo sostiene. Oggi si tende a giudicare l’esaminatore più che l’esaminato e allora cosa è rimasto delle antiche paure che facevano perdere il sonno ai diciottenni?
Mi chiedo anche quanto distante sia la percezione dei ragazzi da quella dei genitori, che rivivono qualcosa che li ha colpiti allora. Certo è che l’esame di maturità è mutato molto negli ultimi 30 anni.
Quando l’esame di maturità nacque, nel 1923, pochi anni prima, a 17 anni, i ragazzi avevano fatto la guerra e comunque, anche in tempo di pace, a quell’età la giovinezza si avviava alla fine. L’università, per i pochi che la facevano, era l’anticamera del lavoro che avrebbe garantito uno status sociale, non di rado professioni liberali o comunque di responsabilità. Per gli altri maturandi il lavoro iniziava subito, ed erano stati privilegiati rispetto ai coetanei che avevano iniziato a lavorare 6-7 anni prima. Gli uomini a 18 anni facevano il militare, che veniva considerato un altro passaggio verso la maturità, ma comunque tutti erano convinti di essere grandi e autosufficienti.
La maturità non rappresentava forse questo, sia pure camuffata da esame? Ovvero l’inizio della capacità di disporre del proprio presente, del costruire un futuro, avendo un posto proprio nella società. Era proprio questo lo snodo: il posto nella società, il ruolo, l’essere titolare di famiglia, generare figli, ecc. ecc. Oggi questo non c’è più, ovvero non è garantito e infatti l’essere maturi non certifica nulla se non il superamento di un esame scolastico e al più fa cambiare scuola. E allora, forse adesso, il solo significato della maturità è che in essa c’è la prima vera prova in un mondo iper protetto apparentemente ma che non assicura nulla e tantomeno protegge con l’istruzione.
Ci si dovrebbe anche chiedere se la maturità aiuti davvero a crescere, se l’esame sia sufficientemente severo da proiettare sugli anni precedenti la sua ombra e quindi essere formativo anche in tal senso. Come un rito di passaggio avrebbe bisogno di preparazione, attesa, senso. Se si guardano i reclutamenti che avvengono in Ucraina o in altri Paesi dove la leva militare è porta dell’inferno, diritto di uccidere, probabilità di essere feriti, mutilati, uccisi si capisce che la società bara nelle regole, non dice nulla di ciò che avverrà se si vuole, ma impone e getta in un calderone le vite che devono essere mature. Era così anche nella descrizione di “Niente di nuovo nel fronte occidentale”, nella corsa all’arruolamento, ma nello studio era diverso. C’era un percorso che metteva assieme conoscenza e ruolo.
Nel ’69, durante le occupazioni, si studiava come funzionava l’università altrove, secondo il buon principio sul colore dell’erba del vicino e un esempio che mi piacque fu quello francese di allora, dove tutto avveniva alla fine con l’esame di accesso alla professione, dopo la tesi. Una sorta di esamone di maturità, che faceva di uno studente un laureato vero, cioè una somma di nozioni che diventavano competenze. Non credo sia ancora così in Francia, ma in Italia l’impressione che si ha, è che in questi anni gli ostacoli della corsa si siano abbassati e che si corra più veloci, ma verso dove nessuno lo sa.
p.s. non è che mi piaccia il brivido nefando dell’esame di maturità, tra l’altro l’ho fatto quando si portavano tutte le materie e la commissione, tranne un insegnante era fatta tutta di esterni. Neppure vorrei che si restaurasse qualcosa che non ha più senso. Quello che mi chiedo è proprio questo: il senso. Se la maturità è la prima vera prova allora come tale dovrebbe essere vissuta, ma mi piacerebbe che non fosse una finzione, perché allora servirebbe a poco e soprattutto nasconderebbe altro, ovvero la volontà sociale di non dare un ruolo alle persone estraendo invece tutto dall’individuo. Competitivo, forte, spietato, senza regole. L’atro versante scolastico di completamento di un ciclo formativo è il suo convergere verso l’iperprotettività, quella che insomma non aiuta a crescere e neppure ad apprendere.
Dubbi di un attempato che talvolta ancora sogna di rifare l’esame di maturità e di acquisire altre competenze, perché la vita si riscrive da tanti punti di partenza, ma bisogna sapere che questi esistono e che c’è un percorso dignitoso per tutti che sarà possibile fare.
dell’ascoltare la propria ignoranza

Poi si capisce che non si sa molto,
e quel poco, ha avuto importanza un tempo,
quel che è rimasto consente di continuare
perché la notte è appena fuori
e chiede senza mai dar risposte.
Lo ascoltavo parlare e le parole erano precise, scelte, naturali nel suo discorso. Quelle, e solo quelle, andavano bene. Tutto si sistemava in percorsi senza inutili sospensioni, il silenzio era parte del discorso, serviva a rapprendere le suggestioni, ma era la pulizia delle frasi che rendeva bello il capire.
Come in una recita dove l’attore diviene il personaggio interpretato, si vedeva nel gesto, distante dalla sguaiataggine dell’insicurezza o del mostrarsi, che l’armonia era parte di un ragionare acquisito e profondo. Sono cose che conformano il corpo e il viso, rendono gli occhi luminosi, come accade ad ogni bellezza, meritata o meno.
C’era nel raccontare, nella persona, la fusione di quella cultura ordinata dalle letture, dallo studio come mestiere e piacere. Era il buon profumo del sapere che è legno, cuoio, inchiostro, carta. E quel leggero sentore d’aria che viene dalla finestra appena aperta che si posa sugli abiti e rende morbide le lane.
Ed è già tempo e già sole col suo sentire, tostato di luce.
Pensavo in questo piacere che ascoltavo e che anch’io avevo desiderato, ma confusamente, e poi praticato con passioni poco educate e collocate nel disordine. Le mie carenze erano un vissuto mescolarsi di colpe, sudore, piacere, ricordi, fatiche abborracciate nella scarsa soddisfazione di allora. Avevo disseminato il mio tempo senza risparmio, trattenuto con rabbia il poco e perduto altrove il molto ricevuto. E se questo m’indicava che un’altra vita sarebbe stata possibile, non me ne spiacevo, perché altrimenti avevo vissuto. E potevo ascoltare, e capire quel ragionare. Potevo goderne. E pensavo che, in fondo, la vita non poteva essere tutte le proprie possibilità, o avere tutto, ma poter godere del bello che c’era intorno a noi.
lettera a te

Figlio caro, questi anni sono scuri, pozze immani di disumanità che sembrano non finire. Non ci sono certezze, mentre vorrei per te una stagione di grandi speranze dove la tua vita, quella dei nipoti e poi avanti nelle generazioni, fossero un crescere di umanità che si riconosce, collabora, convive.
Può essere questa, la migliore delle età, la prima di altri tempi e stagioni buone perché mai come adesso abbiamo conoscenza e tecnologia che possono essere portate al benessere comune.
Come quando eri bambino, la sera, vorrei raccontarti le storie in cui entrambi credevamo, usare le parole squillanti della speranza che ritrovavamo al mattino e invece ho capito che la speranza è una conquista quotidiana, che ha bisogno di riflessione per farsi trovare. Non è che non ci sia, ma ora c’è una fatica maggiore della speranza che la mia generazione non ha conosciuto.
La mia età giovanile ha avuto negli anni ’60 una speranza che non solo alimentava il fare, ma faceva trovare occasioni vere, lavori solidi che permettevano di costruire futuro e progetto personale, ed era lì, ogni mattina che ti attendeva. Per questo forse potevamo criticare così profondamente il sistema, le convenzioni dei nostri padri, il potere, le parole vuote che ci circondavano. Potevamo ribellarci perché il futuro era a portata di mano, lo si poteva toccare e cercare di cambiare, mantenendone la possibilità che ci riguardava. Quella che è stata sottratta a te e ai nipoti è stata anche questa capacità di critica profonda, il credere che cambiando la politica, il potere, cambiassero i rapporti tra le persone, e che insieme si stesse più bene.
Non riesco a capacitarmi come noi, padri, madri, non siamo stati in grado di vigilare mentre il Paese andava a rotoli. Per egoismo, forse, ma ancor più per incapacità di capire, isolati come eravamo, nel pensare alle rivoluzioni tradite, persi nei nostri libri, nella musica che parlava di noi, nel pensare la nostra meglio gioventù, mentre ci sfuggiva la vostra giovinezza, la vostra capacità di creare il nuovo. Noi quel nuovo che cercavate di mostrarci, fatto delle prime difficoltà della nuova stagione della politica, non lo capivamo, eppure avevamo e abbiamo bisogno di voi, ora come allora, ben oltre l’amore. Abbiamo bisogno della vostra freschezza, della vostra visione del reale. Siamo diventati ciechi e la realtà ci sfugge e così ci sfugge la percezione di ciò che è necessario fare. Non può essere altrimenti visto che abbiamo lasciato precipitare la situazione al livello attuale. Un Paese, il nostro, nelle mani della destra e di donne e uomini che non colgono i problemi veri, ecco quello che siamo stati in grado di produrre con il nostro non vedere.
Eravamo già ciechi prima. Quando cadde quel muro la polvere invase tutto. Non solo la politica, ma la vita, quella di tutti i giorni. E tu, voi, eravate piccoli, mentre noi pensavamo, non eravamo, pensavamo che sarebbe finito presto, che si sarebbe riaperto tutto dopo gli anni craxiani della Milano da bere e dei rampanti. E che quell’ondata di pulizia, così diversa dalla nostra, fosse rigeneratrice proprio per quel suo provenire dall’interno, dai giudici per bene, non quelli fascisti che avevano per decenni insabbiato tutto. Un Paese nuovo senza corruzione né raccomandazioni, e questa cosa riguardava anche te, voi, che eravate adolescenti, ma sareste cresciuti in un futuro pulito. Vostro e nostro, assieme. Ci sbagliavamo. Noi, i padri e le madri usi ai cortei, alle manifestazioni, ci sbagliavamo. Quel muro crollato lontano, in realtà travolse noi, non il malaffare e i ladri di futuro, mascherati da giustizialisti uscirono allo scoperto. Chi si era già intruppato ne approfittò per emergere, gli altri, noi, cercavamo di capire. E non capimmo. Le nostre vite si sono riempite di bugie, fuori bugie grandi per occultare, dentro bugie piccole, omissioni, per vedere ciò che ci sarebbe piaciuto. E le bugie oscuravano la realtà.
Mi sono chiesto come questo Paese abbia potuto diventare tanto indebitato e ineguale. Sono giunto alla conclusione che l’ineguaglianza è l’indice della perdita della misura del giusto. Mi chiedo dove eravamo mentre la giustizia veniva vilipesa da un uomo che si faceva beffe dei giudici e dei tribunali. Dove eravamo quando le grandi aziende, il sapere del fare cose complicate, venivano vendute. E quando la chiesa riprendeva a dettare le agende di governo, scopertamente, senza ritegno, dove eravamo. E quando cadevano i nostri governi per mano amica, quando non si facevano le leggi sui conflitti d’interesse, quando si taceva sulle quotidiane bugie sull’economia, dove eravamo. Eravamo confusi, sembrava che bastasse attendere e tutto sarebbe passato, che quanto accadeva fosse esterno alle nostre case, che dentro non succedesse nulla. Non era così, Figlio caro, e mentre la muffa fuori ricopriva le cose e le idee, quella stessa muffa penetrava nel nostro modo di vivere. Abbiamo via via accettato l’idea di non essere molti e determinati, ma singoli dentro al nostro naufragio ideologico. Sì, ci siamo lasciati convincere che noi eravamo i naufraghi, il nostro mondo, i nostri valori. Gli stessi che vi avevamo trasmesso e allora abbiamo cercato di proteggervi di più. Ci siamo illusi di potervi bastare, di essere sufficienti perché la muffa non entrasse nelle vostre vite, finché qualcosa, noi o il tempo, avrebbe rimesso in ordine le cose, pulito il mondo comune. Per questo eravamo impegnati a difendervi e difenderci. Ci siamo sbagliati, quel mondo che per noi era sbagliato, stava diventando il vostro. Abbiamo vissuto in un’altra realtà, in altre speranze, ma il mondo vero, in cui agire, era il vostro, quello che diventava sempre più grigio, sempre più chiuso.
Ciò che era stata una conquista, la scuola per tutti, diventava un’ulteriore diseguaglianza tra chi, dopo, avrebbe avuto un “padrino” e chi, invece, sarebbe stato affidato a se stesso. La stessa sanità per tutti, si avviava a non essere tale e diventare fonte di un potere inscalfibile. Questo ci faceva abbarbicare alle cose, al già stato più che immaginare il nuovo. Quello che era il nostro mondo migliorato da tante lotte sembrava non bastare. Eppure noi volevamo per voi vite normali e felici, esistenze che passassero attraverso la realizzazione di sé in una società amica. E invece quel mondo e quella possibilità cambiavano e noi non l’abbiamo capito, forse persi nell’illusione di bastare, di riuscire a conservare il buono raggiunto e cambiare le cose con la volontà.
Ci siamo lasciati separare, scindere le vite e la comunicazione, mentre avevamo e abbiamo bisogno di capire e camminare assieme a voi, di condividere la realtà e la speranza. Quella nuova, quella da costruire. E’ tardi, ma non ancora troppo tardi, siamo vecchi e non domi, tu sei sano, molti di voi sono sani e non ancora rassegnati. Non basta più attendere che passi, abbiamo bisogno di voi. E voi, forse, di noi, perché ci sia qualcosa di nuovo, perché tutto non sia già visto e scontato. E’ con amore che lo penso, l’amore fuori discussione che non impedisce di vedere la realtà.
Il mio può sembrarti un discorso da reduci, ma non siamo tali perché la guerra non è finita e non abbiamo vinta una sola battaglia. E poi sono così noiosi i reduci, raccontano il passato e non sanno vedere il futuro. Spero che tu capisca che abbiamo bisogno di voi e non siete soli, ma che dovremo fare uno sforzo per immaginare qualcosa di nuovo, qualcosa che spinga avanti, che ci porti fuori dalle case, che faccia cambiare l’umore del Paese. Ne abbiamo bisogno tutti, voi per immaginare un future che vi appartenga, noi per non aver sbagliato troppo. Per questo ti chiedo di camminare assieme, di riprendere ciò che si è lasciato cadere e che sono i nostri ideali, di unirli ai vostri, in una visione del mondo che sia più grande di noi e che meriti i nostri sforzi, il nostro impegno. Con amore e con speranza al lavoro e alla lotta.