dizionario personale:la misura

 

La giusta misura.

La misura è colma.

Non c’è misura.

Due pesi e due misure.

Misura le parole.

Far cose adatte alla propria misura.

Io sono la mia misura.

Smisurato.

Misura te stesso.

Ti prendo le misure.

Misuriamoci…

Cerca di misurarti.

ecc. ecc.

Non è questione di confronti, anche se altro non è la misura. E neppure  si può sempre avere una barra di platino-iridio depositata a temperatura controllata a Sevres, perché sia sempre possibile il confronto. Nel dire misura ad alta voce, ci sono accenti minacciosi, muscolari. Un preannuncio di qualcosa di fisico. Altre volte è il preannuncio della terribile lotta interiore, constatazione di tranquillità disfatte: mi misuro con me stesso per capire chi sono. Od ancora é l’atteggiamento terzo del “geometra” che traccia perimetri: fino a questo punto e non oltre. Anche la sconsideratezza si fa viva nel non aver misura, come fosse l’esterno che ha l’obbligo di contenerci e non noi stessi. 

E lo stile, non è l’esteriorità della misura? Il gesto governato e l’autocontrollo, il glorificare un super io assassino che placa i vicini di aura e al tempo stesso fa ribollire il sangue.

E l’armonia non è sezione aurea della misura? Un tracciare linee per l’anima e l’agire in accordo e condividendo a tal punto da far star bene e star bene? Non sempre e non per sempre,  almeno fintanto che la stanchezza non prenda il sopravvento; ed allora la misura perde i toni minacciosi, si confina nella nostalgia e il non stato diviene superiore a ciò che è stato ed è.

La misura di noi è mutevole, ci accompagna senza oggettività. Per questo nel tracciare i segni per il confronto penso che l’umore sià in realtà un sovrano che troppo spesso occultiamo e che sia davvero lui la nostra misura.  

Mahler,  tonale e senza misura e perché nella mia testa ha sempre cercato una misura: la sua.

dizionario personale …

C’è qualcosa che non ha nome nel mio dizionario, ed è quel sentire impalpabile e poco definito che sta tra il desiderio e la libertà. Nel mio orizzonte di maschio occidentale, con una parte importante della vita vissuta, si materializza, magari il tardo pomeriggio di agosto, col mare davanti, le poche persone sulla spiaggia libera. E’ il desiderio/ponte tra ciò che è stato e ciò che può essere. Potrei cercare di definirlo attraverso la negazione, ma sarebbe fargli un torto perché non è una nostalgia, una saudade, è la percezione di aver vissuto e di poter vivere.

A quell’ora il sole già trattiene il fiato, non è autunno, però l’estate è passata. L’estate degli adulti finisce alla fine di luglio, poi è attesa e rinnovo, ma resta il piacere del mare, dell’aria tiepida, oltre il vincolo assurdo delle stagioni. Sulla riva ci sono coppie giovani o meno giovani, sono affettuose, praticano l’antidoto alla solitudine, cioè la speranza di vivere con possibilità ed interesse. Ma soprattutto sono espressioni della libertà di poter essere. Sugli altri si possono proiettare le pienezze che ci si è negati, se non si indulge nella scorciatoia del cinismo, si può anche pensare che i gesti siano nuovi e le diverse abitudini siano libertà anziché vincoli autoimposti.

L’idea della vita libera e civile, l’accumulare di esperienze passando di passione in passione, come se davvero fosse possibile vivere senza abitudini, senza tempi interiezione che servono a prendere il fiato. Una corsa senza fine nel mutamento assunto a valore consapevole. Si pensa a queste cose impossibili da vivere davvero, quando ci sono affetti, certezze che sorreggono. E’ come lanciarsi da un trampolino sapendo che c’è acqua a sufficienza e la riva esiste. Non sono i sentimenti dei naufraghi, questi. Anche nella corsa serve ciò che sorregge, altrimenti ci si sbilancia in avanti sino a cadere nella polvere della propria velocità.

Sentire la libertà e il desiderio di vivere frammisti, non la fuga dalla solitudine dell’esserci e dal ricordo di ciò che non è stato. E non riuscire a dare un nome a tutto ciò, che pur positivo è inquietudine che non fa star fermi. Tutti abbiamo un giardino amato, ed è quello che abbiamo creato, con fatica leggera, ché la fatica buona non si sente nel momento in cui la si compie, è il giardino di cui ci rendiamo conto a partire da quella che è la più bella parte della vita e che inizia a 40 anni per finire quando decidiamo.

Nell’orizzonte di questo giardino, immagino questa cosa senza nome che è desiderio senz’ansia e la libertà di essere e di poter essere nell’orizzonte prescelto. Non d’ essere di qualcuno per non essere soli.


la linea sottile del pudore

Dove finisce la  sottile linea del lecito nei sensi? Perché non c’ è solo il vedere di sguincio, ma l’uso di tutti i sensi: esiste un odorato indecente e un tatto voglioso, un udito pruriginoso, un gusto scostumato. E non è solo applicato al sesso, ma anche al voyeurismo che cerca le nudità, il carpire il nascosto, l’emozione morbosa. Il sesso che è cosa troppo vitale, allegra e seria, per confonderlo con la prudérie di derivazione post cattolica. C’è nel sesso, un gioco del mostrarsi che non è l’equivalente del vedere di nascosto. Una linea sottile del pudore dove ognuno lascia ciò che vuol far vedere. E la decenza implica il mostrarsi a chi può vedere la persona e non la superficie. Conta anche  il contesto, una spiaggia nudista è un luogo casto, la casa e chi ha l’accesso conclamato al vedere intimo, sono luoghi senza vergogna, un amore è il contenitore d’ogni nuda intimità. Ovunque e comunque, il limite si sposta, parte dal morboso ed invade il quotidiano, l’immaginazione è molto più pudica di una rivista di gossip. Guardare dal buco della serratura e scandalizzarsi pubblicamente, come se il nome, il pudore, le voglie fossero scisse dalla stessa persona, è invece, l’evoluzione del senso deviato del pudore. Pudore è ciò che esercito su di me, ciò che metto in comune e non impongo, ciò che non uso a mio vantaggio. E il confine del libero esercizio d’ogni nudità va dal reale al virtuale. Come non si può imporre ad una persona d’essere nuda su una spiaggia, in un luogo, fosse pure una casa,  davanti ad altri, così sarebbe una violenza nei confronti per chi è costretto a vedere. Allora il discrimine su cui corre la linea sottile del vedere è la libertà del vedere e dell’essere visti, in una sorta di patto reciproco e non ciò che si mostra. E questo limite mentale applicato secondo libertà e convenienza, quanto vale in rete? Quante nudità vengono esibite da quelli che non mostrano nulla di fisico e propongono il virtuale anatomico? Un tempo si parlava di comune senso del pudore, come fosse esistito davvero un codice comune che misurava centimetri di pelle,  l’altezza dell’elastico delle mutande, il volume geometrico visibile della rotondità dei seni. Il limite era il capezzolo e il pelo che rispondevano ad una sbavante pruderie da astinenza. Allora il il nudo aveva odore di sagrestia, mentre c’era una bulimia del vedere e l’immaginare non aveva limiti. Ora si immagina molto meno e il superamento del limite sembra essere la misura dell’individuo. In ogni campo, politico, sociale, intellettuale, la proposizione di sé, è esibizione, muscolo guizzante ed oliato, nudità indifferente perché senza contesto. Allora perchè non dovrebbe essere spostato il limite nel cattivo gusto, nell’indecenza, nella parte sconfinata dell’ imposizione dei propri vizi come normalità?  Lo spostamento del confine non riguarda più la nudità, ma un comune sentire che ottunde le teste e i corpi, li rende tutti simile, tutti esposti. La nudità indecente è debole, ma a chi serve? Certo non al sesso, mai così vilipeso e geneticamente modificato da togliere il gusto e lasciare l’involucro. Questo mi infastidisce e il mio pudore coincide con la nudità che dedico a chi voglio.

flow

Dell’associazione con chart mi piace la parola flow:  è morbida, una flanella leggera di pensiero. Ordinata come un navigatore, svagata come un albero a giugno. Decisa e sostenuta, flessibile e conformante, un bambou che conosce il sole e la tempesta.  Modella regole come cassetti, che contengono con gioia qualsiasi cosa, purché sia semplice e chiara. Ed allora si sente odor di buono per la testa. Vien voglia di gettarla in aria ed osservare come muta ondeggiando. Come un foulard, un lenzuolo al vento.

 

rispetto

Rispetto per l’altro è non cercare di forzarne la volontà.

Rispetto per l’altro è capirlo e vivere la propria vita.

Rispetto per l’altro è volere il suo bene senza togliersi il proprio.

continua…

 

 

 

da http://tereza.splinder.com/ trovo ulteriore precisazione per un pensiero, che non parte solo dai rapporti amorosi:

Rispetto e reciprocità sono necessari l’uno all’altro, anche se a dimostrare il contrario, esistono sempre gli eroi.

dizionario personale: nostalgia d’occidente

Ci sono differenti modi di vivere la nostalgia, ma partono tutti da ciò che è stato, ciò che ci pare sia stato (ed è il caso più frequente), ciò che non è stato.

La nostalgia quindi, nasce spesso da un fraintendimento che si misura con la realtà. Ovvero da ciò che non siamo stati ed invece avremmo voluto essere.

Spesso ci si arrende all’evidenza dell’incapacità, ma non si spegne il desiderio d’essere. Ed essere, è essere felici, non semplicemente vivere.

Rassegnarsi non vale, così i pazzi, che non sono soverchiati dalla realtà, sperano che le cose si ripetano. E mutano se stessi, in vite parallele, appena poco coincidenti. 

 

dizionario personale: naufragi

 

Ti parlo di un tempo in cui mare, terra e roccia si confondevano.

Il mare entrava nella terra ed i nodi  erano gli stessi nell’albero di prua o al giogo del vomere.

In quel tempo il marinaio andava e il pescatore era un contadino del mare che tornava la sera. Il pastore era un marinaio che percorreva mari d’erba con portolani di rocce e di stelle.

E il contadino restava a mezzo, parlando con gli uni e gli altri. Arrivavano pezzi di lingue strane e oggetti, assieme ai pesci, a volte il contadino costruiva barche e il marinaio seminava.

 In quel tempo la differenza era tra chi andava e chi restava e per parlare delle tempeste le parole si confondevano, le onde diventavano montagne e l’erba un mare.

Parole salse e parole di terra si mescolavano, restava la polpa di significato a tirare linee d’eventi, tempo e storie.

Allora, il naufragio non aveva salvezza, ma era nell’ordine delle cose. Come le vite, allora così poco conclamate come preziose, ma piante ed irreparabili in chi restava.

Il naufragio aveva lo stesso senso in terra e in mare e i contadini in cerca di terra buona in Brasile o in Argentina, si perdevano nei piroscafi senza scialuppe per loro.

Di quest’eco lontana, ti parlo, ed una traccia l’ho ascoltata ben dentro alla terra, tra i monti:

venivano i pescatori, con un cesto di pesce e d’aragoste, camminando per chilometri, e mio nonno offriva un pecorino in cambio. Poi il vino e il pane si consumavano assieme, parlando.

Ti parlo di un tempo in cui il mare, la terra e la roccia vivevano assieme. Poi venne altro a separare i luoghi, le priorità, i lavori, le persone.

Ed anche i naufragi, come i fallimenti acquistarono altri significati.

 

 

 

 

dizionario personale: spocchia

La spocchia, anche se ricorda una malattia della pelle, e quindi un vizio di apparenza, va nel profondo ed è una vecchia conoscenza della sinistra. Quante volte abbiamo detto che il problema è altro, non capite. Ma non si ferma alla politica, esonda ovunque, diventa modo di distinguersi : non avete le mie esperienze, non potete capire.

La spocchia è l’altra faccia della necessità di tenersi insieme, di confermare che le scelte fatte sono giuste, che non si ha mortalmente sbagliato. Così la spocchia scioglie i dubbi nell’acido e si tiene a galla, riducendo il liquido perchè ha capito che il rischio di affogare è parte della vita.

La spocchia fa dire che siamo diversi, ma non giustifica la diversità, che include la pluralità, la confonde, invece, con la superiorità. E’ vero siamo diversi, ma non superiori e tracciare confini in cui chiudere gli amici, isola dal mondo, crea ulteriore infelicità. Lo spocchioso vede il mondo esterno come inutilmente complicato e affannato: basterebbe fare come dice e tutto sarebbe in ordine. E ciò che lui fa è il modo giusto di fare e di intendere.

La spocchia è un bisogno e come tale va trattato, e si guarisce con ironia e senso del relativo. 

n.b. forse anche questo post è spocchioso, e pensare che non la sopporto la spocchia…

la semplicità

 

La complessità mi respinge. Spesso ho le idee spianate dall’ordine interiore, è così che m’ indico la strada, ma se non è complicato, non mi riesce bene. Credo si tratti dell’abitudine a ragionare su più piani e di considerare alternative. Oppure saranno tutti questi libri pieni di idee che ronzano. Ma se la semplicità sembra ad un passo, chiara come un navigatore appena tarato, mi pare riduttiva del mondo, così la devo smontare e rimontare finchè mi si adatta come una scarpa usata. Per questo, scartafascio portolani, cerco mappe rosicchiate, mentre basterebbe guardare l’atlante per esplorare il conosciuto. E che me ne faccio delle cose facili?  Dev’essere nato così il rifiuto d’ appartenere, a persone, o a idee senza il vaglio dei principi e questo era troppo semplice da capire? Adesso che i principi sono pochi, mi sembrano buoni quelli che ancora riescono a sanguinare. L’ho dichiarato, detto preventivamente, ma non m’hanno creduto. Mi dicevano, quando ascoltavo, che m’innamoro delle idee che si sdraiano nel cervello e fanno ponte tra idee lontane e così mi complico la vita. Non capivano che non ci si innamora a comando, nè delle persone, nè delle idee, al massimo si finge una semplicità che non esiste. Per questo forse, m’è parso bello seguire la passione. Quella che di solito si confonde con l’innamoramento, ma è altra cosa ed ha un vantaggio rispetto a questo: si combina con il desiderio di esistere.

Adesso sono convinto che la semplicità è ad un passo: bisogna decorticare, lasciar leggere, intuire, agitare campanellini e qualcuno che solleverà il capo, pensando d’aver finalmente visto chiaro. Invece, semplicemente, avrà riconosciuto ciò che già sapeva.

Ecco, basta ascoltare e la semplicità è lasciarsi prendere dalla propria meraviglia.

p.s. il pezzo di Thomas Tallis è per otto cori e quaranta voci, e alla fine neppure pare complicato: suona bene.

 

esigere

Le piccole abitudini la sono prigione del tempo e dei miei gesti. I luoghi comuni, tanto vissuti con insofferenza in altri, costellano  la presunzione d’un vivere originale, fatto di mancate verifiche, imprecisioni, ricordi solidificati. E’ la differenza dell’esigere, vissuta e temuta.

Guardando le  vuote vite d’ altri si cerca di dar senso alla propria e vedendo quel vuoto di gesti ripetuti, per riflesso lo presumiamo vuoto di pensieri, passioni, atti singolari. Così il guardare si muta in incomprensione: chissà che pensa la portatrice di passi veloci in vestitino Gucci e borsa in tono? Chissà dov’è il suo tempo memorabile e l’attenzione per sè, e dove la porteranno le sue abitudini e le sue diete? Dirà che il tempo passa senza lasciar traccia se non sul viso o il corpo? Quante cose sconosciute e d’eccezione le saranno accadute, tanto da dire: in quel giorno, in quell’anno… Da percettibili gesti potrei collegare l’altezza d’un tacco ad un amante difficile, il tavolino d’ un bar al concludersi d’una passione, un vestitino leggero all’attesa che la vita giri col vento sulla pelle. Di alcuni percepisco il vuoto e la sofferenza, ma il loro vuoto è il calice del tempo che riempirei altrimenti. E a loro sono grato perchè mi danno sollievo dal non vedere il mio tempo gettato e il vuoto delle mie abitudini.

Le abitudini sono stile, contagiano le vite, le connotano e soprattutto le svuotano dell’obbligo d’essere sempre originali. E ci sono abitudini di destra e di sinistra. Parlo di quelle che conosco: caffè e discussioni in ambienti fumosi, thè e chiacchere tra amiche dense d’intelletto, esperienze da rubare alla ricerca di posti alternativi, veglie da intellettuale con lavoro manuale in attesa al mattino, il tirar tardi perchè la discussione prende. Questi sono alcuni, tra i tanti, tempi gettati di sinistra, che non rifuggono dai vuoti del dire con l’assistenza delle armi della critica, che serpeggiano di domande abissali e sfociano nella catatonia dell’esigere troppo.

Abitudini, per l’appunto.