ulysses

Oggi è la giornata dell’ulysses che più amo. Quel girovago di Bloom, furbo quel tanto da non farsi prendere nel sacco. Dentro e fuori di sé, in continuazione, non il narrato/narrante, ma la curiosità dell’essere e del vedersi essere.

L’ulysses che vive con cinque sensi attivi, in cinque dimensioni che si fondono. L’ulysses che è prigioniero e libero. Prigioniero dei desideri e libero con la forza dei principi.

L’ulysses che lascia una scia di incompreso. La comprensione interrotta, dove manca sempre un pezzo che non collima e quindi la libertà del soggetto di non essere mai posseduto.

Ulysses che ama la città integralmente, come luogo,traccia, contenitore di vite. E’ l’ulysses che è in noi ad essere sollecitato, gli viene mostrata la vita densa, pensata e vissuta.

Guiness e rognoni fritti nel burro, un peccato senza pena, speculare al mio vino preferito, alla carne cruda tritata a mano, condita con sapienza.

Fuori c’è in sole, siamo attraversati dalla notte, a casa aspetta Molly.

p.s. ulysses sembra solo maschio, ma non è vero

dovrei dolermi

Dovrei dolermi. Ho perduto l’ unica copia del manoscritto di un monologo, scritto in un momento particolare di furore.

Embé. Il mio furore non è così grave ora e neppure tanto mi piaceva. 

Guardando il mondo da un foro stenopeico, ci si può appoggiare solo alle proprie coordinate e presumere, platonicamente, che le ombre che vediamo una qualche realtà l’abbiano. E’ per questo che qui trovate impressioni, musica, fotografie, versi filtrati da una arrogante presunzione d’interesse. Eppure non sono un solipsista, mi piacciono le persone.

Anche me, a volte, quando fatico per trovarmi.  

piccole differenze

Beh, il dubbio c’è sempre stato, solo che adesso è più esplicito.

Per distinguere il genere, ci si affidava all’esame visivo alla nascita: la presenza o meno di quel robino era la distinzione. tutto in funzione della riproduzione o quasi. Poi poteva accadere altro e cioè tutta la gamma tra l’uso, l’averlo e il non averlo. Insomma una attenzione spasmodica al rapporto tra esistenza, anagrafe, utilizzo, necessità, desiderio, corrispondenza, attesa, verità, finzione, rapporti economici, coscienza. Pfuiff. Sospiro di sollievo. Outing.

Embé, adesso il genere si dovrebbe accertare quando uno è capace di decidere ciò che gli sembra più vicino all’idea di sé. Ammettere almeno cinque generi: l’uomo, la donna, x, y, xy. Anche lasciando perdere la riproduzione, è difficile trovare corrispondenza tra dna e percezione di sé. Tra l’altro la psicologia e la psicoanalisi ci raccontano che a livello di testa è ben difficile separare nettamente le caratteristiche di genere, ma che la mescolanza di queste fa la differenza. Quindi forse sarebbe meglio puntare su come una persona si percepisce e lasciare che il corollario dei desideri sessuali seguano questa percezione. 

Però a livello sociale la cosa è più complicata, la differenza è deviante, la prevalenza del maschio dev’essere riconosciuta, i rapporti economici conseguenti devono essere chiari.Quindi la questione si muove sui rapporti tra generi. Ma se il problema è giuridico-economico, basterebbe fare un codice che preveda nuovi contratti, se il problema è sociale, basterebbe (mi vien da ridere a dire basterebbe) che l’aggregazione dei generi rispetti le regole dell’amore solidale (mi viene nuovamente da ridere considerata la realtà comune), se il problema è morale, basterebbe considerare che la verità, se non si impone sugli altri, ha una eticità fortissima, infine se il problema è pubblico, finché non ci si abitua tutti alla diversità, basterebbe limitare l’ostentazione che può infastidire e non è necessaria. 

Alla fine, mi pare, che tutto si riconduca nei rapporti a due, e che sia l’intorno immediato a influenzare la differenza. Se non c’è un rapporto positivo con il sesso del partner ed i suoi desideri, la questione si risolve nei rapporti diretti: posso accettare o meno ciò che è, sentirmi coinvolto, sconvolto, mai indifferente. Ma è questione mia. Se invece per risolvere una mia questione invoco la legge, la pubblica morale, eccedo. Voglio che qualcun altro sistemi le cose al posto mio.

La gelosia nei rapporti, comunque esisterà sempre, si può fingere che la tolleranza l’assorba, ma il senso di possesso è implicito, gradito, quasi sempre preteso. Se non funziona, rifugiarsi nell’amore romantico è una buona via d’uscita, ma occulta un problema. A volte racconta cose che fanno comodo. Basta saperlo, mica bisogna risolvere tutti i problemi propri o quelli esistenti. Ci sono componenti che si trascurano, una per tutte è la serenità, che non significa essere addormentati, ma semplicemente sapere che ogni balzo in avanti, che rompe un paradigma, ha un prezzo. Poi ci sono gli spiriti eletti, ma questi fanno parte di una realtà difficile e poco comune. E soprattutto non hanno bisogno di conferme o di dubbi.

Insomma i generi sono diversi, riconoscerli è un segno di rispetto per l’uomo. Confondere il genere con la presenza o meno di un cosino,cazzino, pisellino alla nascita è fuorviante e si potrebbe cominciare a superare rendendosi conto che la società è fatto di unione e rispetto per la diversità. Diversità anche dai luoghi comuni, certamente, anzi sento più luoghi comuni nel sesso, cosiddetto trasgressivo, che nella posizione del missionario. Comunque il luogo comune principe è nel confondere procreazione e ricreazione: non ha mai individuato un genere.

le buone notizie

Non esiste un diritto alla felicità. E’ una panzana inventata dalla mia generazione che considerava il mondo a disposizione dell’uomo. Che confondeva felicità con piacere, stato con sensazione. E per condividere e rassicurare se stessa, questa generazione l’ha raccontato ai propri figli, ne ha fatto oggetto di crescita economica, ha assicurato che si può essere realizzati e felici.

Qualcuno dirà: ma esiste nella costituzione degli Stati Uniti il diritto alla felicità, e pure nel Butan c’è un indice che misura la crescita della felicità accanto a quella dell’economia. Ma vi pare siano particolarmente felici negli Stati Uniti, oppure nel Butan?

Esiste la fatica della conquista della felicità, le condizioni che la possono rendere vera. Per poco. Quanto basta a motivare lo sforzo e riprovarci.Esiste un bisogno di felicità, un percorso tendenziale, a volte tangente, una spinta a ripetere qualcosa che affonda nel bujo del nostro ricordo. Ed è rosso, caldo, avvolgente, ed immoto, eppure, al contempo, è dinamico, muta di luce e colore, prova brividi e sente. Sente tanto intensamente da perdere nozione del tempo. Ma costa fatica anche se è gratis, è lavoro su di sé senza risultati apparenti, che a volte sfocia, senza motivo apparente, nella pienezza. Non ha a che fare con l’amore, può accompagnarlo, ma è disgiunto. Neppure con il piacere c’entra molto, a volte coincide, ma è un caso.

Non c’è un diritto e saperlo costringe a scegliere, a rimboccarsi le maniche, predisporsi. E soprattutto ritagliare la felicità alla propria misura, cercarla in ciò che si avvicina a noi. La felicità, come il dolore, è un percorso alla conoscenza di sé, per questo non è un diritto ed è un lavoro che non finisce.

p.s. Buon compleanno Bob, abbiamo idee convergenti sulla felicità.


4° piano

Il vigile che venne ad assicurarsi che effettivamente abitavo a casa mia, si appoggiò ansimando alla porta.

82 gradini, non voglio vedere la terrazza. Ma è sicuro che abiterà questa casa?

Certo, risposi, mi piace questo posto.

E quando sarà vecchio, cosa farà. Morirà per le scale con le borse della spesa?

Vecchio? Che vuol dire, che non riuscirò a camminare o far le scale? E le badanti, le mandiamo tutte a casa? Prende qualcosa?

Scosse il capo. Un bicchier d’acqua, grazie. Se ne avessi 10 al giorno come lei, sarei già morto. 

Il tutto finì in risata.

Quando sono arrivato in questo condominio squinternato, fatto di più o meno quarantenni, di aperitivi, di cene in comune, mi sono  ritrovato, addosso, un nuovo nome: belfagor. Forse in onore delle mie abitudini poco decifrabili, o degli orari strani, oppure della quantità di libri, musica e oggetti che ingombravano le stanze. Qualunque fosse stata la genesi, mi è piacque: un diavolo non vende l’anima.

Chi mi viene a trovare, deve averne davvero l’intenzione, non si è più abituati alla fatica, ma questo mi da un vantaggio: i miei visitatori soggiacciono ad una selezione naturale ed auto eliminano la domanda: che farai da vecchio? Al massimo scuotono il capo, pensando che sono senza speranza.  Io penso ai miei non pochi anni, e mi sento lusingato. Ma è così banale un piano terra, non ci sono i tetti, se non c’è un giardino non si vedono le stagioni. Ed è impagabile sentire il vento, la neve mentre copre i tetti, la pioggia sulle tegole, il sole fin dal primo mattino, le allodole di notte. Avere una terrazza sopra la testa, dove prendere il sole, tenere le piante, leggere, guardare i fuochi a ferragosto o a capodanno. Il piacere del posto e della casa elimina la fatica e il suo pensiero.

E poi c’è il bar di Anna, il Prato della valle a due passi, i portici, Gino, gatto proprietario del secondo piano, Fulvio, gatto dolcissimo e signore del vicolo, un pensiero variegato di sinistra che s’aggira per la casa e fa bene al cuore, non ci sono astemi, tutti sono a dieta e trasgrediscono in continuazione. Un luogo ideale per un diavolo âgé.

Allora che saranno poi 82 gradini? Meno di tre minuti di palestra.

maggio e l’assoluto

Guardavo i cavédani mangiare le barbe di pioppo sul pelo dell’acqua. Vedevo controluce il guizzo argento diventare dorato di sole e poi sparire un attimo, prima di tornare di nuovo. Senza fretta, in equilibrio di luce, d’aria e di voci con me che guardavo dai gradini sull’acqua. Tutto fuori dal tempo, solo esistere.

E pensavo fosse assoluto.

Assoluto che i pesci si cibassero di niente d’alberi e ragni d’acqua, che quello che mi veniva detto, in quelle aule vicine al fiume, fosse vero, che l’assoluto fosse ovunque. Sparso attorno a noi a piene mani con il ribollire del cambiamento. Assoluto e mutazione, assieme, senza contraddizione, perché tutto fluiva, si rivolgeva di pancia e poi nuovamente pinnava via. 

Tutto possibile. Tutto a disposizione. Bastava allungare lo sguardo, la mano, il cuore e poi cogliere assieme il futuro.

 

fuori dalla narrazione

 

Tra le parole di moda, emerge l’uso sconsiderato del termine narrazione. Nel senso di raccontarla, sempre e comunque, di spiegare ciò che è sotto gli occhi e che dovrebbe essere di per sé evidente, ma che narrato evidenzia il proprio senso. Come fossimo tutti bambini privi di codici interpretativi ed incapaci di vedere davvero.

Ed io esco dalla narrazione che non implica fatica, perché ognuno deve vedere con i propri occhi, trarre le proprie conclusioni, commettere i propri sbagli, non farsi assolvere da chi gli racconta la vita. Soprattutto la propria.

Come la mettiamo con l’insofferenza crescente, con il non poterne più, con i lacci e la costrizione propria ed altrui, con le false libertà che non durano oltre il piacere, con gli anni che pesano quando si apre il vuoto, indipendentemente dal loro numero. Insomma come affrontiamo il senso vero della vita che non può essere narrato perché o si vive o non significa nulla oltre l’illudersi.

2 miliardi di persone davanti allo schermo e la considerazione era: significherà pure qualcosa per queste vite che guardano. Questa è la narrazione, ovvero ciò che queste persone non avranno mai, quello che è irraggiungibile, che non distingue tra sogno e favola.  Ed è qualcosa in cui ci si può identificare senza fatica, anche se non cambia nulla, contrariamente al sogno che ci modifica e porta oltre. Oppio per non vedere la propria storia.

Mi interessano le storie vere, quelle che non si possono narrare facilmente, perché sarebbero tremendamente banali senza la persona che emerge, ma appena indagate, divengono incredibili, perché fatte di realtà, intrise di quotidiano e memorabili. Molti anni fa vidi un film giapponese, che rappresentava la vita di una persona attraverso una camera fissa aperta. Una giornata senza copione, solo scorrere del tempo e così densa di tempi morti da far emergere l’ansia che accadesse qualcosa. La collegai a ciò che dice Ullrich nell’ uomo senza qualità, quando pensa di vivere come in un romanzo, per cose notevoli. In entrambi gli estremi, la narrazione è impossibile, dovremmo arricchirla di contorno, deviare l’attenzione, perché il pensiero si distolga dalla consapevolezza di essere. Insomma parlare d’altro per parlare della persona e di ciò che sente. Provate a raccontare una fotografia, rendere i particolari, e poi, passando alla persona, dirne il pensiero, l’umanità. Difficile, se non si mostra la foto, e qualunque cosa si dica sarebbe infedele rispetto all’oggettività dell’immagine, tenderemmo ad arricchirla per interessare, modificando la realtà. Quel che ne esce, non è la foto o la persona, ma la nostra capacità di suscitare interesse, fascino.  

Cosa c’è di umano nello spettacolo se viene semplicemente narrato? Nulla, è prefigurazione d’altro, che dev’essere vissuto in sé per diventare sentimento, forza ammissibile e fuorviante. E sogno che si materializza.

Tra le capacità somme del premier c’è la capacità di raccontarla, di narrare. Ogni seduttore conosce il valore della narrazione, ma fugge il superamento della seduzione, ovvero il suo gradino più alto, che è la prova del vero attraverso la critica e la sua condivisione. L’eros. Il disvelamento della qualità oltre l’apparire. Se io ti vedo come sei, non posso raccontarti, ti devo vivere. E così il superamento della narrazione è il momento in cui si piega l’acciaio, si modifica il sé e il presente, non ci si accontenta più. Materia incandescente che può sfociare ovunque: nel volo insperato, nella disperazione, nel cinismo, nella vita consapevole, nell’euforia, nell’entusiasmo. Tutti gradi di consapevolezza dove il narrare è messo da parte e subentra il vedere. Duro, trasparente, tenero, irto ed ustionante. Generatore sommo dell’essere, della sua continuità e del suo moltiplicarsi.

La narrazione se non infiamma d’entusiasmo, se non rende tangibile il mutamento, se non fa compiere balzi, se non rompe consuetudini, paradigmi, lacci, se tiene queti, è oppio. Per questo non vorrei narrare, perché il senso, quello che si sente, non può essere narrato, si può esibire, mostrare, additare, ma per essere condiviso chi lo legge, deve sentirlo e tradurlo in sé, trasformarlo in cosa propria tanto che diventi sua storia. Questo è il mio limite, non narro e non suscito. Non come vorrei e nel senso di incompiutezza mi fermo. E con pazienza, mondo la narrazione, la sua tentazione, dal dire. In cerca dell’eros. Ovvero della condivisione. E l’eros non è narrazione.

 

la parola della settimana: Siria

In questi giorni penso spesso alla Siria, alle persone conosciute, ai luoghi. Il profumo dolce dei narghilé alla mela, i forni, i suk, le pietre dorate, il deserto. Mi torna in mente la sensazione del colore, quella radiazione rossa che emana dappertutto e rende vividi gli altri colori. Il verde e il nero, in particolare. Penso all’imbarazzo coperto di parole ed alle rassicurazioni di Hassan, alle frasi senza punto, ai tre puntini di sospensione come modo per chiudere ogni domanda diretta. Internet sull’ i-phone, non funzionava, più dopo la frontiera giordana, già arrivando a Deraa e da allora non ha più funzionato. Serve internet? Moltissimo e pochissimo, dipende dalla tesi che si ha in testa. A me sfuggiva – e sfugge- molto, non bastava l’informazione. Dalla tv capivo che la situazione era molto più complicata del conto dei morti e della repressione. Anche da quello che vedevo gli elementi da incasellare in un quadro non erano chiari. La sensazione è rimasta, troppe le variabili in gioco e se le rivolte apparentemente semplificano, distinguono i buoni dai cattivi, quello che accade durante e poi, è dissonante rispetto alle premesse. Gli strumenti che ha un occidentale sono limitati, c’è una barriera culturale da superare, un rispetto da mantenere sul sistema sociale complessivo. Ma anche l’abbandono delle scale di valori e di giudizio, perché non adeguate ai codici che dovrebbero interpretare e collocare. E come potrebbero, senza molta conoscenza e umiltà?  Anche dalla BBC o dalle tv arabe in lingua inglese si capiva poco oltre le notizie. C’era il disagio sociale, la rivendicazione di libertà (quali?), la richiesta di deposizione per il presidente-dittatore, ma oltre i pensieri limpidi, quali fossero i retropensieri, le lotte, le aspirazioni individuali e collettive non si capiva. Come interagiranno Curdi, Sunniti, Sciti e poi Ebrei, Cristiani, cosa effettivamente vorranno di comune a tutti. In Siria le religioni pesano, ma per ora convivono. Anzi convivono da millenni e poi?

Comunque sia, ci sono oltre 550 morti, governa un regime, sia pure laico. Non ci sono elezioni libere e democrazia, la protesta continua, le concessioni che verranno fatte, non basteranno. Può accadere qualsiasi cosa e l’occidente sembra impreparato.

Gestire la transizione, facilitare i processi di democrazia, questo dovrebbe fare l’occidente. Sapendo che la democrazia occidentale non è la stessa che nasce ad oriente o in altre parti del mondo, che coincidono i nomi, ma la sostanza è differente.  Che la stabilità delle istituzioni dipende dai parlamenti, ma anche dai giudici, dalla polizia, dall’esercito e soprattutto dai cittadini. E che questi ultimi pensano cose semplici ed impossibili quando fanno le rivoluzioni.

Si troverà una via di mezzo. Succede sempre così. Poi il ciclo ricomincerà e ciò che era stabile diventerà instabile, La ricerca della stabilità è una costante del pensiero politico sociale del mondo.

Poco più di quindici giorni fa ero ancora in Siria, vorrei sapere come stanno e cosa pensano le persone conosciute, come vivono questo momento, cosa sperano. Non quello che spero io o come penso che dovrebbero vivere.  Vorrei saperlo oltre le notizie, ascoltare e basta. 

 

dizionario personale:mattina

Mi piace la poesia dei tavolini all’aperto la mattina presto. Vuoti, attendono, mentre attorno la vita già corre. I camerieri sono ancora un po’ assonnati e muti, la macchina del caffé si scalda, il profumo pervade l’ aria. 

Fiori freschi sul tavolino, il giornale ha un suo odore buono di carta e d’inchiostro e l’aria è ancora fresca della notte.

Guardo sopra l’articolo, la vita attorno è più interessante. I cani conducono le donne a passeggio, i vestiti sono già estivi con qualche trasparenza e arditezza di pelle. I bambini vociando vanno a scuola, il supermercato fa rifornimento, qualche saluto e chiacchera mattutina. Il rumore di fondo è diverso, più netto, i suoni si distinguono, evocano storie singole.

A tocchetti, la brioche svolge il suo compito di primo piacere.  Per età, potrei vestirmi di bianco, anche mettere un panama ed attendere che il sole diventi arrogante. Dopo, camminare sotto i portici, verso il Prato e le Piazze. Verso altra vita, altri colori.

Mi piace l’attesa, è così ricca di possibilità…

la parola della settimana: primavera

Sento l’umore della gemma,

il colore che s’ascolta,

tenero, feroce di vita e nuovo.

E mi perdo nella forza di cui ribolle il mondo.