rispetto

Rispetto per l’altro è non cercare di forzarne la volontà.

Rispetto per l’altro è capirlo e vivere la propria vita.

Rispetto per l’altro è volere il suo bene senza togliersi il proprio.

continua…

 

 

 

da http://tereza.splinder.com/ trovo ulteriore precisazione per un pensiero, che non parte solo dai rapporti amorosi:

Rispetto e reciprocità sono necessari l’uno all’altro, anche se a dimostrare il contrario, esistono sempre gli eroi.

cose della vita

Ogni oggetto ne rappresenta un’altro, che non ha sostanza, ma è profondo e spesso indicibile.

Aggiungiamo oggetti o li togliamo in conformità delle nostre vite. E quando l’animale archetipo che ospitiamo, si agita ed emerge, il tangibile cambia. Così schizzi di consapevolezza che ci mutano. E con essi il tempo, le  albe, i tramonti, le notti.

E i sentimenti spalmati anch’essi sul tempo. 

Le persone sono pesci con cui amoreggiamo e per nostro conto li pensiamo in acquari disponibili. Tutto fluisce tra un dentro e un fuori.

Cose, tempo, persone, una bottiglia di Klein da cui bere, perdersi e ri incontrarsi.

meccaniche interiori

 

… la meraviglia l’aveva colto da bambino, quando capì che c’era dentro di sè un incessante macchinare, scomporre, trasformare di cui non conosceva i motivi, ma che avveniva comunque e lo faceva star bene o male. Erano tempi in cui una magnesia San Pellegrino, serviva a ricollocare la felicità di essere al giusto posto, cioè nel quotidiano fatto di corse, sudore, sonni che si gettavano nel mattino inoltrato senza pudore di doveri. Man mano cresceva, capiva che entravano cose e ne uscivano altre ed che entrambe le cose procuravano soddisfazioni profonde. La meraviglia di possedere una macchina, tutto sommato silente e docile, ma soprattutto autonoma e flessibile, gli dava sicurezze, anche se tutto questo lo capiva in modo empirico. Infatti bastava coccolarla il giusto, eccedendo e lenendo in un equilibrio di soddisfazione e regola e tutto avrebbe funzionato all’infinito. E l’infinito, già allora, coincideva con noi, finiva con noi e volava con noi in un orizzonte, ogni mattina, ricco di possibilità.  …

Di questa consapevolezza anche da adulto avrebbe conservato memoria, sapendo che per star bene bastava governarsi, regolare i flussi ovunque presenti nella vita, ma che con facilità tutto questo sarebbe stato rimandato all’indomani.

la marca gioiosa

 

 

Ho visto due mostre molto belle nella marca che fu gioiosa ed una villa del Palladio, con la campagna di terra rossa, intorno che mostrava senza ritegno la peluria verde nuova.

Svergognata!

Ho visto persone che compitavano didascalie, senza guardare i quadri e si perdevano anche le pietre antiche, così inutili senza sguardi.

Da un vaso Ming ho trascritto l’ideogramma della longevità, cercando d’interpretare l’assonanza con quanto conosco.  Ci si mette poco a capire che per pensare cinese forse non basta mezza vita, ma Matteo Ricci l’aveva detto. Lui che c’era riuscito. Bastava leggere le didascalie!

Nell’ignoranza solo i sensi salvano.

Le mostre affaticano per troppa bellezza, ma sono state onde di pace nel nervosismo dei giorni indecisi: le feste. Per chi procede a sinusoidi, apprezzare assieme, ciò che si vede dentro e fuori, è un cavallo difficile da governare.  Infastidisce, infatti, cogliere l’andare senza senso. I gesti ripetuti, gli eccessi per mostrare d’esserci, l’ alzar la voce, e spacciare l’ordinario per inconsueto. Ma non era giudizio, solo fastidio per il rumore di fondo.

O quante cose qui

tacendo passo,

che mi stan chiuse al cor

si dolcemente…

Le Asolane. Pietro Bembo

Questo diceva il vivere che mi veniva raccontato e contrastava, pur evitando gli scempi del benessere acefalo, con quanto c’era attorno: perchè ci accade ciò?

Per questo mi taccio, osservando quello che non parla, non si muove, eppur respira dentro.

Domani si vola in Puglia, un po’ di realtà farà bene.

 

i biliosi

Confesso che anch’io mi son lasciato attrarre dal risentimento. E’ accaduto dopo il mio accantonamento in politica: lo sentivo immeritato e ingiusto. E quello che per me era un vanto, l’indipendenza di pensiero e giudizio, era diventato una colpa grave. Non capivo, ma anche in quei momenti, di oscura riflessione su quanto fatto e sull’utilizzo della vita, bilioso, non lo sono stato mai. Ci pensavo, in merito alla vicenda Craxi, e alla proposta di strade intitolate ad una persona che deve essere ricollocata nella storia del paese, ma che resta un condannato. Pensavo alla presenza di tanti socialisti nel Pdl, alle voci incancrenite di stizza che si levano per rimettere in ordine i conti e le ferite di tangentopoli. Ci avete ammazzato, ma non ucciso, adesso restituiremo con gli interessi. Craxi è stato ed è, un pretesto. Lo è stato anche per i suoi accusatori, perchè in realtà la sua vera colpa grave è stata quella di infrangere un equilibrio e di far elevare i costi della politica a livelli incompatibili con l’onestà. Il ministro Formica esprimeva bene la politica all’epoca, dicendo che era soldi, sangue e merda. Ma dopo tangentopoli cos’è mutato? Chi non ha conquistato il cuore del paese, ha fatto prevalere gli interpreti della seconda repubblica, intesa come riscrittura della costituzione e del rapporto tra onestà e politica.  Craxi fu l’ideatore di un disegno politico: quello di sconfiggere il PCI di Berlinguer e di fare del PSI il perno della politica italiana. Ma era solo questo, oppure la pretesa di impunità della politica che diventava conclamata. Il disegno politico che cambiava i rapporti di forza a sinistra, e che avversai assieme tanti altri, aveva una dignità, ma quello sulla impunibilità della politica, dignità non ne ha mai avuta. Invece i socialisti di allora, oggi nel Pdl, hanno usato Craxi come scusa per entrare in una politica di destra, e proseguito il disegno del salvacondotto politico, senza avere il coraggio di chiamare le cose col loro nome e cioè la trasformazione dei poteri in aggregazioni eterogenee basate su interessi immediati e pertanto non soggette alla legge. Verrebbero analogie di nomi impropri, dove il socialismo venne pure accostato ad altre destre, ma non essendo confrontabili i tempi e la gravità di quanto successe, non sarebbe decente parlare di storie che si ripetono. I biliosi però sono diventati una categoria politica, e ragionano da biliosi e non sono solo nel centro destra, allignano anche dall’altra parte e se non hanno la stessa virulenza, è solo perchè c’è impotenza a far male. Il bilioso non riconosce l’avversario, non riconosce regole comuni, ha qualcosa che gli è stato tolto, sa che non potrà riaverlo e per questo è disposto ad alterare l’ambiente in cui opera e sè stesso. Con la bile non si ragiona, al massimo si sbava e preferisco un nostalgico della potenza passata, piuttosto che un voltagabbana. Non una persona che cambia idea, ma quella che resta la stessa altrove, portando il fiele del proprio fallimento. Mi vengono in mente gli ex radicali, i comunisti pentiti, i fascisti prestati alla nota spese, che rinnegano sè stessi, quello che sono stati non come passato, ma come persone. 

Berlinguer s’oppose non solo al disegno politico, ma ad un paese che degradava. Non vinse, ma Lui non ha bisogno di riabilitazioni, nè ha generato biliosi.

la vita piena

 

Si oscilla tra il bisogno di sè, contrapposto al terrore del vuoto. Inseguiamo il mito del raccogliersi senza pensieri disturbanti, col tempo che fluisce e l’ozio salvifico, mentre le vite sono piene per necessità o per scelta. Qualche giorno fa ero ad un  inutile corso per manager stressati. Ci guardavamo straniti ed in preda all’horror vacui, ma avremmo dovuto ricorrere ad altro che non fosse la banalità dell’ introdurre il life management nel time management. Finchè ascoltavo, distratto pensavo alla vita mia e a quella di gran parte degli umani e di come la vita venga riempita a mo’ di vaso, salvo romperla talvolta per eccesso di pressione. A come le donne nella loro vita colma, introducano affetti nel tempo ed invece, come  gli uomini caccino gli affetti per utilizzare meglio il tempo. Credo si sappia che non amo molto le generalizzazioni di genere, ma in questo caso sono i ruoli ad aver introdotto una diversità evolutiva, configurato caratteri e sentire differenti. Più o meno, credo sia così. Quando si fa qualcosa che è fuori della propria abitudine o conoscenza questa prende il carattere del piacere o della necessità; in entrambi i casi per la sua episodicità, è più intensa e performante rispetto alla consumata gestione della consuetudine. Quando un maschio si occupa di bambini, anche se sono i suoi figli, lo fa con stile diverso, attenzioni differenti, non è abituato, non è il suo tempo prevalente. E’ un esempio, magari ricco di eccezioni, ma non distante dalla realtà. O almeno da quella che io percepisco.

Torniamo alla vita piena e alla risposta alla domanda: perchè riempiamo le nostre vite?

  • Per paura della della solitudine,
  • per non pensare alla banalità del quotidiano,
  • perchè è più semplice fare anzichè pensare,
  • perchè la stanchezza è una buona soluzione ai problemi irrisolti,
  • perchè la necessità rimette la vita in un arbitrario ordine confacente,
  • ecc.

Credo che sia per questi motivi e per molto d’altro. E se alla fine, come per l’amore, riempire la vita è una pessima risposta alla solitudine, al contrario di risposte più soddisfacenti, è semplice e dà altre soddisfazioni, quali il provvedere, il farsi carico, il denaro, il successo, il potere, o più semplicemente è quell’espressione del bene portato verso l’esterno che è la presunzione del rendersi utili. Quindi un bene deviato per sè, applicato agli altri e che non serve a nessuno secondo quanto promette. In realtà tutto questo riempire è una enorme ” ammuina” per fare apparenza, ma alla fine, come ben sa ogni donna e uomo, il chiudersi della giornata, lascia vuoti e sgomenti di fronte alla prospettiva di un nuovo giorno che ripeta il precedente. Solo l’horror vacui gestito, cessa di essere abisso e cambia i tempi, le relazioni, la vita.

Abbiamo una via d’uscita che passa attraverso il rischio e la curiosità. Entrambe come vengono e senza l’obbligo del fare, ché quest’ultimo non è obbligo inferiore all’inazione e chi sbandiera il fare ha spesso qualcosa da nascondere a sè stesso. Già sapere che c’è almeno una via d’uscita, aiuta, eppoi se una valigia vera o interiore è sempre pronta qualche significato ci sarà pure. Perchè è proprio l’andarsene la via naturale al troppo pieno, la soluzione modulare e semplice che ognuno utilizza come crede. Con la fantasia, con la realtà, a piccole dosi o con grandi strappi. Andarsene per avere un’altra possibilità.

la selezione

 

Il suicidio non è mica necessario, basta la nausea selettiva: questo non lo voglio vedere, di questa faccio a meno, quest’altro non lo chiamo. Così si erge la palizzata, ci sarà da affrontare la lamentela di quelli che ci tengono al rapporto, di quelli che si chiedono se hanno sbagliato qualcosa, però quelli che pensano di aver ragione sono perduti. E allora? Il fatto è che le ragioni sono come i soldi: servono per pagare qualcosa, ma non si condividono. E’ la stanchezza che fa da discrimine, se esiste, non val la pena di opporsi e per rimettere le cose in ordine, si comincia a togliere il fare obbligato.

l’arcobaleno continuerà a tornare e non sarà lo stesso

Liberaci dal consueto,

lasciaci quello che basta per poggiare i piedi,

liquefa i pensieri circolari

mentre soffreghiamo gli occhi.

Lasciaci una linea da percorrere

ubriachi,

non toglierci la patente

anche se ci guidiamo malamente, e

valuta lo sforzo che facciamo

nel rendere nuovi i giorni.

Nelle abitudini donaci la forza

di rivoltarle e vedere i vermi del passato,

lasciaci i sensi giusti per la bellezza

e nei colori

non confonderci con rimasugli

di bottega.

Donaci tempo

per arrivare tardi agli appuntamenti,

coraggio per capire che non è mai finita,

forza per stringere la barra,

quando la nave sembra persa.

Ci serve una connessione a larga banda,

tra pelle e cervello,

vedi ciò che puoi fare.

Siamo stati zitti e abbiamo parlato

nei momenti sbagliati,

ce ne siamo andati

quando era utile restare

e abbiamo atteso, di notte, autobus soppressi

per poi camminare pieni di paure.

Che colpa è mai questa?

La testa era altrove,

per questo siamo a credito

e tu, vita,

sarai onesta con noi

a tuo modo, come pensi.

Di un favore ti chiediamo grazia:

lasciaci la sconsideratezza

che ci permette di sentirti amica.

leggermente venduti

Venduti con leggerezza, venduti un poco, forse anche per poco, ma pur sempre venduti, col nostro nome, abitudini, interessi e reddito. Chè dei poveracci non se ne fanno quasi nulla.

Chissà chi sarà stato.

E’ cominciato anni fa quando il mio cognome non ha potuto essere registrato per un dominio: un signore sardo ne aveva registrato qualche milione, anche il mio, ceduto a chissà chi. Poi è continuata la vendita di pezzi di me, passando per provider senza scrupoli e denari, anche Kataweb ha deciso che ero merce appetibile. L’ha fatto con garbo ma la sostanza non è cambiata. Come dire: le schifezzuole si fanno dappertutto, ma la gentilezza è classe nei salotti di sinistra. Di recente, qualcuno m’ha ceduto pesantemente.

Chissà chi sarà stato.

Forse Tiscali oppure Libero o magari un altro nome altisonante. Non ho modo di saperlo, però da qualche tempo, case d’asta famose, gastronomie internazionali, venditori di libri on line, immobiliari importanti, agenzie di vacanze, ecc. aprono i loro battenti da me senza chiedere. Gente seria, neh, mica robetta, però maleducata perchè non li ho invitati e questo mi fa pensare d’essere stato venduto e collocato presso buone ed esigenti famiglie a servizio.

Sinora mi è stato risparmiato il porno e il lubrico d’alto bordo, ma forse pensano che in questo sia autosufficiente.

vite accantonate

Le mie vite accantonate non hanno accumulato lacrime per divani tiepidi. Le lettere si sono sovrapposte senz’essere mai spedite. Eppure un momento senza tempo, simile alle fisiche stellari, ha generato emozioni, le ha tradotte in parole per poi spegnerle, incespicando alla fine, sull’ impotenza del mutare incomprensioni. Altre volte il percorso è stato baldanzoso e l’inutilità l’ha interrotto prima di scivolare in una cassetta postale. Allora le parole, han chiesto asilo ai miei cassetti, ora zeppi di significati destinati a me solo. Così ho esercitato il potere di dire e non comunicare, sottraendo speranza e allungando le braccia lungo i fianchi.  Non per paura, ma perseguendo il principio secondo cui la materia di cui son fatti i sogni alla fine risponde alla realtà. M’è rimasta la sensazione che la scrittura avesse già luce sufficiente per dirimere le angustie.

Ma non sempre è bastato…