leggermente venduti

Venduti con leggerezza, venduti un poco, forse anche per poco, ma pur sempre venduti, col nostro nome, abitudini, interessi e reddito. Chè dei poveracci non se ne fanno quasi nulla.

Chissà chi sarà stato.

E’ cominciato anni fa quando il mio cognome non ha potuto essere registrato per un dominio: un signore sardo ne aveva registrato qualche milione, anche il mio, ceduto a chissà chi. Poi è continuata la vendita di pezzi di me, passando per provider senza scrupoli e denari, anche Kataweb ha deciso che ero merce appetibile. L’ha fatto con garbo ma la sostanza non è cambiata. Come dire: le schifezzuole si fanno dappertutto, ma la gentilezza è classe nei salotti di sinistra. Di recente, qualcuno m’ha ceduto pesantemente.

Chissà chi sarà stato.

Forse Tiscali oppure Libero o magari un altro nome altisonante. Non ho modo di saperlo, però da qualche tempo, case d’asta famose, gastronomie internazionali, venditori di libri on line, immobiliari importanti, agenzie di vacanze, ecc. aprono i loro battenti da me senza chiedere. Gente seria, neh, mica robetta, però maleducata perchè non li ho invitati e questo mi fa pensare d’essere stato venduto e collocato presso buone ed esigenti famiglie a servizio.

Sinora mi è stato risparmiato il porno e il lubrico d’alto bordo, ma forse pensano che in questo sia autosufficiente.

vite accantonate

Le mie vite accantonate non hanno accumulato lacrime per divani tiepidi. Le lettere si sono sovrapposte senz’essere mai spedite. Eppure un momento senza tempo, simile alle fisiche stellari, ha generato emozioni, le ha tradotte in parole per poi spegnerle, incespicando alla fine, sull’ impotenza del mutare incomprensioni. Altre volte il percorso è stato baldanzoso e l’inutilità l’ha interrotto prima di scivolare in una cassetta postale. Allora le parole, han chiesto asilo ai miei cassetti, ora zeppi di significati destinati a me solo. Così ho esercitato il potere di dire e non comunicare, sottraendo speranza e allungando le braccia lungo i fianchi.  Non per paura, ma perseguendo il principio secondo cui la materia di cui son fatti i sogni alla fine risponde alla realtà. M’è rimasta la sensazione che la scrittura avesse già luce sufficiente per dirimere le angustie.

Ma non sempre è bastato…

anche gli abbracci sanno d’erba bagnata

Nel grande vaso degli aromi c’è uno sgomitare di crescite competitive, qualche atomo si inala in quest’aria che promette bene: ferormoni e grande attività d’insetti. Guardando dentro, i nodi evidenziano consistenza e possibili intrecci: topologie risolvibili. E’ stagione di positività generatrici di forza, ne abbiamo bisogno per piegare i flussi che deviano le nostre vite. Concretezza è stendersi sotto un albero, su una spiaggia, sedersi al bar davanti alla vetrina e guardare fuori, lasciando che la consapevolezza entri. Il pil personale non diminuirà. Anzi.

E anche gli abbracci sanno d’erba bagnata.

non capisco

Non capisco la sciatteria, la noncuranza che  allontana.

Ci siamo scambiati troppa confidenza, un tempo si diceva che le distanze servivano per star bene. Un lei è uno spazio reciproco, adesso siamo tutti appiccicati da tu e dal ciao che rende difficile la cortesia che si fa apprezzare. Il campo altrui viene invaso in questo immenso open space e pare naturale sia così, come pare naturale il rifiuto. Tutto abbassato, tutto oltre la creanza. Viviamo in atmosfere condizionate, sempre lo stesso calore estate e inverno, anche nei rapporti tra persone. Sarà così che il rispetto non è più pratica quotidiana e a pochi viene il ricordo che il lei aveva la temperatura della primavera  e il tu quella dell’estate.

Oggi se insisto sul lei sono guardato strano, perchè non si capisce che c’è il dare senza chiedere ed un piacere che nasce solo dall’esserci?

il vento gioca con gli uomini

Tra la luce e le gocce di pioggia, scagliate contro i vetri, si è infilato il risveglio. Un tempo, quando le case disperdevano nell’aria odori, calore, umori, i vetri tintinnavano alla pioggia radente e per me, che guardavo le gocce scendere in rivoli, ascoltando il filo d’aria lasciato filtrare dallo stucco, c’era la sensazione d’essere al riparo da una furia spuntata.

il vento gioca con gli uomini

C’è un momento nel risveglio, che non è ancora desiderio, e neppure pena del giorno, un attimo sospeso da trascinare in avanti, lasciando gli occhi chiusi ad aspettare senza fretta. Non è ora, non ancora. Le gocce continuano a schiacciarsi sui vetri. Assomigliano alle palle di pongo che tiravamo, inumidite di saliva, sulle vetrine, sugli specchi. Si attaccavano con un suono sordo e c’era un momento in cui potevano cadere: l’attesa era tutta lì, prima della risata. Lancio, suono,  proprietario del negozio ad inveire, risata, fuga. Apro un occhio, non ho età, c’è anche il profumo dei pomeriggi d’inverno, delle luci gialle dopo la scuola.

il vento gioca con gli uomini

Il tepore è rilassante, le folate parlano con la canna in rame del camino, e il tempo si stira come un gatto. No, non ora, qualsiasi cosa sarebbe in più. Chessò un gesto repentino a gettare il piumino, un prendere il libro della notte, tutto eccessivo. Bisogna imparare l’arte dello scivolare senza rumore, come gli amanti che non vogliono interrompere i sogni sognati, le carezze da ricevere, i baci non dati. Non ho una meta, potrei andare in Prato, c’è il mercato, i colori, le chiacchere. Aspetto, ascolto il vento, non piove più.

il vento gioca con gli uomini

Le nuvole corrono in senso inverso, l’une dalle altre, a strati. Si aprono squarci d’azzurro tra il nero, che sembra fermo,ma in realtà corre anch’esso più basso. Mi ripeto i mantra da interrogazione: cirri, nembi, cirro-cumoli, cumoli. Nuvole che si aggregano, tra poco sarà primavera. Passi, erba bagnata, terra cedevole, zeppa d’umori, profumi, fiori. Tutto mosso, raso, scosso dal vento che fa impazzire animali, uomini, minaccia, blandisce, accarezza. Ed ora spinge le nuvole, mostra il sole, lo nasconde. Porterà nuova pioggia.

il vento gioca con gli uomini

ed io oggi gioco con il vento.

 

 

 

 

 

 

psicologia della noia

Abbiamo bisogno di una psicologia della noia, una sinossi della mente sbadigliante. E’ la noia la regina dei tempi e delle abitudini, il portolano dei percorsi. Per fuggire da questa “peste” che uccide la vita e la rende senza orizzonte, speranzosi percorriamo strade raccontate, ci illudiamo in orizzonti di cartapesta. La paura della noia è l’essenza della solitudine, e coincide con l’assenza d’amore. Per questo si accetta la noia, facendo un calcolo di convenienza, rifiutando la propria noiosa compagnia e per non essere soli.

L’amore non è l’antidoto alla solitudine.

La gestione della solitudine, che non è mai assenza d’amore, ricolloca gli amori al loro posto: l’amor proprio e l’amore abbisognato, cercato, ricevuto. Senza questa consapevolezza, facciamo sposare la noia al banale, rivestiamo entrambi di panni sontuosi e vorremmo esserne ingannati. Non sarà così, passeremo ad altre noie sempre sulla strada dell’inquietudine e del non essere esattamente dove vorremmo. Viaggi, ricorrenze, sanvalentini, fino al conformismo  delle letture, dei film che non è possibile non aver visto o letto. Altrimenti di cosa parleremmo.  Noia per convivere con la noia, ed evitare d’affrontarla.

La noia è seta menzognera che lascia scivolare via la vita e lascia nudi e senza orizzonte.

L’amore non è l’antidoto alla noia.

pensiero triste in evoluzione positiva

Si condivide un sogno, una tristezza, una passione, una felicità. E la felicità d’oggi non è una monade staccata dal contesto e da noi, bensì parte del cammino che l’ha preparata e che ne fonda il presupposto d’ altre.

Traiettorie e gittate: balistica d’anime, di desideri, di corse.

Quanta generosità c’è intorno e anche le cose non si ribellano mentre fuori piove.

alter ego

M’ illudevo che i pensieri obliqui, per loro natura poco consistenti, si accordassero col colore dell’inchiostro. Questo semplicemente, li accompagnava in infedeli traduzioni, ma allora, perchè era il colore che attirava l’attenzione? Son passato ai pennini: tagli dritti, obliqui, sottili dapprima, poi medi ed infine  larghi, da calligrafia, a scrivere su carte con porosità differenziate. Hanno lodato il tratto mentre le parole si svuotavano come palloncini.

Allora come un ascensore, ho provato a farmi carico, ma non ha mai funzionato come pensavo. Un poco sì, forse all’ inizio, poi le richieste aumentavano chiedendo di sostituirmi, di portare a spalla su scale ripide e poco illuminate.

 Ho trovato il tunnel tra il dover essere e la vita, nascondendo gli scartafasci, così a volte ho altre vie di scampo, anche se l’ardire maggiore è trasformare l’uscita di sicurezza nel portone sontuoso in cui fare ingresso.

Sarà per questo che adesso, sbrigativamente, mi va bene essere egoista.

O forse non mi è stato chiesto nulla e ho fatto tutto da solo?

polenta

La mia polenta non sapeva di fumo.

Per me, bambino di città, far la polenta era un rito ben diverso dai camini di campagna: non c’era fuoco a vista, solo stufe a legna e carbon coke e piastre incandescenti e cerchi che si toglievano per porre in equilibrio, il caliero sulla fiamma. Mia nonna ci teneva ad essere cittadina, aveva girato il mondo avvedendosene poco, portandosi dietro essenza ed idee, lingua ed abitudini. Chissà come faceva a far polenta e gnocchi in Germania – perchè sono sicuro che la cucina l’aveva seguita – per fare casa là dove si era, per trasmettere al marito e ai figli la sicurezza di esserci davvero al mondo. Anche in questi posti dove parlavano e mangiavano alieno, loro erano veneti. Loro. E molti anni dopo, anche per il piccolo che sgranava gli occhi all’altezza del tavolo, la cerimonia della polenta era un rito che faceva casa. La farina di mais, rigorosamente bianca e fine,  molita di fresco e scelta con cura, da sgranare nella mano sinistra, il caliero sul fuoco, il sale pronto (chè la polenta insipida è bestemmia), poi la prima aspersione di farina, sull’acqua ancora tiepida. Mia nonna leggeva cose strane, per me incomprensibili in questo primo velo di farina nell’acqua, io chiedevo e lei mi parlava di freschezza, di grumi,  ma secondo me leggeva altro. Comunque tutte cose con significati in divenire. Non è forse così che si imparano le cose che si respirano? Non per intuizione subitanea, chè quella si deve scrivere altrimenti si perde, ma per strati progressivi come per una vernice marina in grado di resistere agli insulti suadenti del salso e della smemoratezza. Al bollore, il sale e poi iniziava il trasferimento sapiente della farina racchiusa nel pugno e lasciata scivolare con scia sottile nell’acqua. La mano destra muoveva un mestolo particolare, quasi un bastone, da impugnare con decisione. Farina versata lentamente in sinuose circolarità, e mescolata sempre nello stesso senso: orario. Il punto di sapienza era nel finire l’aspersione di farina con la giusta consistenza della polenta di pianura: morbida , ma non troppo e più o meno con la densità che stacca appena dai bordi. Si mescolava con pazienza per almeno 45 minuti, chè la polenta cruda va bene per gli animali. Infine il trasferimento dal fuoco al tavoliero, un piano circolare di legno che non mancava mai in nessuna casa e rigorosamente riservato alla polenta. La nonna col dorso di un cucchiaio bagnato, dava forma circolare alla polenta, la plasmava, dopo, sotto, sarebbe stato passato il filo che avrebbe assicurato magiche fette regolari, senza coltelli a toccare quella che doveva sembrare una torta. A me veniva riservato lo scrostare il caliero e quelle croste tostate erano una leccornia senza alcuna similitudine di cibo. Quando arrivarono i kellogs, in casa si tentò un confronto, ma non era possibile. Dov’era il sapore di bruciato, la croccantezza e la morbidezza assieme?. La polenta solidificava e nel frattempo le pietanze con toci (sughi), venivano messe nei piatti ad immergere le fette. Tocio e poenta, poenta e tocio, contava il tocio, la carne o il baccalà erano quasi in più. La polenta residua, tagliata in fette regolari dal filo e messe ad asciugare, sarebbero state coperte con un tovagliolo, pronte per altri usi di cucina. Con lo zucchero, nel latte caldo, sulla stufa a grigliare per unirsi a salame fresco o formaggi dell’altipiano. La polenta seria la faccio ancora così e per quanto strano sia, la mano di mia nonna la sento ancora stringere la mia mano piccola, che voleva provare. Fasso anca mi, nona. Aveva mani forti e belle mia nonna, lei così piccola rispetto a me, mani da carezze avvolgenti, mani che creavano casa.

Solo non so leggere la farina appena aspersa, non ci vedo il futuro e neppure il presente.