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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

la ricerca della perfezione perde gli uomini

Thomas Bernhard, né “il soccombente”, descrive la tragedia di due vite sconvolte dalla scoperta del genio. Entrambi, valenti pianisti, dopo un corso assieme a Glenn Gould, capiscono che non suoneranno mai le Variazioni Goldberg di Bach, come lui le suona. E abbandonano il pianoforte. Nessuno dei due accetta di essere secondo, ma la vita è ormai perduta.  Anche Gould perderà sè stesso: la sincope lo troverà al pianoforte alla ricerca di una perfezione ulteriore nelle Variazioni. Tre solitari di genio, smarriti in quella sfera dove non è più possibile vedere gli uomini. In amore le cose non sono dissimili: pensate a quando l’amore è diviso, a chi guida il gioco senza avvedersene, a chi capisce che soccomberà, a chi fortunato, vince.

Amor triumphans tenendo una mano, non in un girotondo. E le mani lasciate dovranno trovare altre mani, sapendo che solo la melanconia rende invincibili.

La ricerca della perfezione perde gli uomini.

amorosi sogni

Non ho voluto vivere passati, che non fossero miei: li ho ritoccati, a volte, ma poco poco. Eppure ho sogni d’altri. Qualche volta la felicità, inconsulta e senza nome, altre volte la privazione d’amore, violenta e scura. Mi direte: ” non è possibile, aver sogni a prestito”, eppure è così. E se ci pensate, anche voi avete sognato qualche sogno non vostro. Non nel vostro dominio d’azione.

Se vi è andata male, era una pena, un amore sconcluso, ma nel caso felice, vi ha preso un’ euforia  trascinante. E quando vi siete svegliati eravate comunque contenti del giorno, anche se l’impressione di aver sbagliato vita, era rimasta.

E’ quella signora, che non se ne va. Guardatela negli occhi senza abbassarli, ma non se ne andrà: è ciò che non è nato o non è stato.  

casone

Sulla giacca è rimasto l’odore del fuoco di legna e dell’aria. La giornata si è immersa nella luce, tra canali limitati dalle canne e sullo sfondo di montagne innevate. Magica. Nei casoni della laguna di Marano si arriva solo in barca. Le persone hanno la cortesia antica di chi conosce il lavoro duro del pescatore. E la gioia di cuocere un pesce, che parla il tuo stesso dialetto, che ha il nome della tua idea di sapore e che solo in quel posto è così. Aria trasparente e i pensieri corrispondevano alle parole. Così le risate e i motti di spirito sono volati leggeri, dalla cappa del grande camino centrale, mescolandosi al vino e alla voglia di essere lì, esattamente e solo lì.

scalino

Età e sera erano giovani. Abitavo all’ultimo piano e dalla cucina si usciva su un piccolo terrazzino: una lastra d’acciaio, con ringhiera verso il verde. La città allora, era simile a quella descritta da Bassani ne’ “gli occhiali d’oro”: case in pieno centro con giardini e orti interni.  Si vedeva il Santo dal balcone e confinavamo con un vecchio convento, che era assunto a nuova vita per la rieducazione delle “signorine” messe in libertà dalla legge Merlin. Chissà cosa potevano insegnare le suore, a ragazze che avevano fatto la vita per anni. Ricamavano, imparavano a far le sarte,le parrucchiere e la sera, anzichè canti religiosi, si sentivano le canzoni di Sanremo cantate in coro. Arrivava una tristezza di luoghi chiusi e le grida dell’allegria sodale. Quando alla fine sono sciamate chissà dove, a fare vite normali, se n’è andato il peso del sentirle prigioniere. Prima di cena, mi sedevo sullo scalino di legno e ascoltavo. A folate, arrivava aria tiepida, i suoni delle cene incipienti, qualche profumo forte di cucina, poi il fresco del verde. Si quietavano le scie dei giochi, il pullulare delle voglie, la preoccupazione scolastica da coscienza sporca: confluiva tutto in un equilibrio sospeso. Ho imparato i colori del veneto così, lasciandoli entrare fino ad essere colore. La nonna stava in silenzio, assorta per suo conto, c’era pace e lo sguardo era una carezza sulle cose. Mi avrebbero poi spiegato che quel vuoto era meditazione, ma per me era pieno di sensazioni nuove e non c’era bisogno di aggiungere pensieri:bastava lasciar correre i sensi. Anche oggi ho voglia di sedere su uno scalino a sera, spesso lo faccio e nessun ricordo pesa. Mi manca solo la voce di mia nonna che mi chiamava, piano per la cena.

nulla da aggiungere

Pace non trovo, et non ò da far guerra;

e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;

et volo sopra ‘l cielo, et giaccio in terra;

et nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio.

 Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,

né per suo mi riten né scioglie il laccio;

et non m’ancide Amore, et non mi sferra,

né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.

Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;

et bramo di perir, et cheggio aita;

et ò in odio me stesso, et amo altrui.

 Pascomi di dolor, piangendo rido;

egualmente mi spiace morte et vita:

in questo stato son, donna, per voi.

Petrarca. Canzoniere sonetto 134

maestro d’inganni

maestro d’inganni

mi soccorre la tua danza,

leggera ed irridente,

in luce piena.

Che dioniso accompagni il giorno, assieme a bach: ebbrezza di senso, rigore ed amore. Tutte le suites per solo cello, ripetute a tiorba e poi di nuovo a cello. 

Sono ingordo di simmetrie per assestare il mio campo di battaglia. Ogni cosa al suo posto: sentimenti,  strategie, responsabilità, piaceri, cura di sè e d’altri, doveri, appetiti, passioni. Nessuna tregua, solo movimenti interiori e sapienza da apprendere.

Parlar qui d’amore sapendo che han diverso peso, per dioniso, i sentimenti: fardello leggero per segreti che incrocia sguardi iniziati. Ricordate? L’incontro ha danzato su pensieri audaci, il primo sfiorar di pelle ha travolto ogni  difesa. 

L’amore complicato ci  sceglie e scava sentieri paralleli, mentre i segreti alimentano il sorriso e il pianto.

Serve parlar d’altro, con ironia, per condurre lo sguardo alla luna e non al dito.

felinità temperata

Stasera nebbia: a ondate, è entrata in città, ha invaso i portici e le statue del Prato. Vicino alla fontana sono emersi senza freddo, i baci. E le avrei avvolte in Kashmir, quelle bocche, per la cura che si deve agli amanti fortunati. Poi la fretta del vapore di un bar. Pensieri alcoolici, saturi di felinità temperata. La mia casa è  scelta ed il posto in cui tornare. Da altre parti le attese in cui non sono. Seguo una passione antica, un pensiero articolato. Solo un gatto sceglie una casa, senza ascensore, per i tetti e torna tardi per poi ripartire. Ma le passioni hanno un costo adeguato e non per caso sono qui.

d’amor sacrilego

d’amor sacrilego

in altrui sguardi

amico,

adagio tenerezze

audaci.

La barbagliata è per me, atto d’amore. Piena di simboli e sapida di gusto oscilla tra Botero e Giacometti. Opulenza di sapori, coraggio d’altezze inusuali. La sferza di caffeina, scivola nella liquida panna verso il cacao ricco di calore. Sono rigorosamente sacrilego nelle proporzioni: un terzo per ciascuno, a simbolo della vita tra erotismo e tenerezza. Da consumar da sola, ma non soli, profittando dell’energia donata.

La notte di caffè e il sole del cacao si collocano nel limes del giorno: al mattino o la sera. Di preferenza. Poi alla passione, ovunque e comunque, il resto.

1/3 di caffè forte e morbido, meglio arabica di tostatura recente

1/3 di panna liquida mai conservata (che amore sarebbe, immutato, a lunga conservazione)

1/3 di cioccolato, almeno al 70% fondente, sciolto piano, a bagno maria, impaziente come l’attesa e pieno al primo gusto

Si parte dal coccolato sciolto e caldissimo cui aggiungere, nel pentolino  la panna ed infine il caffè caldo, zuccherato assai. Mescolando piano e amalgamando le anime diverse. In questo agire, i simboli e la sostanza.

Vi auguro di offrirlo e di riceverlo quanto basta.

Per me, oggi, orifiamma rosso vermiglio sulle mie insegne di battaglia e Dire Straits, Scheherazade di Rimsky Korsakov, Prokoviev in Romeo e Giulietta, Donovan, Liga, gli altri aspetteranno pazienti.

Previsioni: giornata sanguigna da vivere con calma interiore.

Buona settimana a tutti i viandanti.

non è il caso

Non è il caso di mettere abiti pesanti:

è l’autunno che chiude finestre

per la quiete d’amori ormai spenti.

Se l’aria vibra,

non chiudere gli occhi,

a cancellare brividi importanti.

Non è tempo d’abiti pesanti,

con l’autunno che nelle piume,

soffoca i sentimenti.

Sui vetri 

vapore di luce:

caffè attendono,

contrappunti di sguardi

su parole danzanti.

caffè

Per tempo ho appreso la magia dell’alba e senza l’ausilio delle discoteche. Entravo in casa silenzioso e la voce di mia nonna mi chiedeva piano: ” vuto un cafè”, vuoi un caffè. La nonna, come me, dormiva poco. Era tollerante, come sa chi ha pagato per essere libera, svelta di parola e acuta d’intelletto e capiva. Il caffè, sorseggiato assieme a poche parole e molti silenzi, era il modo per condividere, complici, la mia vita che iniziava. Così ho imparato ad associare i suoni e colori della prima luce, con il profumo di caffè. Da allora, ogni mattina, la preparazione del mio caffè accompagna i primi pensieri positivi, la voglia di esserci. Del caffè mi piace tutto: l’amaro del nord e il dolce napoletano, il sapore e la caffeina, lo sbuffo di odore della polvere tostata, la differenza delle miscele, il tempo giusto per pensare finchè preparo e attendo. Il profumo del caffè che lento, uscirà, è l’annuncio della giornata da vivere e lo dedico alla persona che sento vicina. Poi la colazione, con il pane che si tosta, il latte, il coccolarsi del miele. E’ la cura prima della battaglia, dopo i problemi avranno la loro forza, i caffè si rincorreranno non più miei, ma se la cura sarà stata adeguata, non prevarranno.