C’è nell’aria una vaga apprensione,
come usa, non di rado, agli uomini la vita.
La delusione viene senza compagnia,
prende, divora l’orlo delle ore di luce.
Fuori, nell’aria che presumeva la nuova stagione,
l’erba s’è oscurata nel freddo.
Luci nette hanno traversato l’ombra appesa,
e si sono soffermate sulle finestre, curiose delle coste dei libri.
Il tramonto s’è acceso,
odorava di nulla,
se non delle età altrove vissute.
Pace è parola breve, inconscia dove vive,
chiude in sé l’abitudine
e con fatica s’apre per accogliere.
Nel profondo d’ogni vero dubbio
c’è il germe della tempesta,
un nonnulla improvviso che non s’era compreso,
ed è già suono di basso,
pedale d’organo e vortice d’abisso,
che ruota e aspira ogni quiete.
L’ora invoca il sogno e il sonno che ripara
ma anche l’agire per arginare noi dal nulla che s’annulla .
.
Pace è parola breve, inconscia dove vive,
chiude in sé l’abitudine
e con fatica s’apre per accogliere.
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Os’è la nostra pace, Marta, e cosa semina attorno a noi. 🤗
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La quiete non è mai davvero ferma, sotto la sua superficie l’anima prepara sempre una tempesta — e forse è proprio da quel movimento segreto che nasce il pensiero, e talvolta la poesia. Rimane una tensione molto umana che tenta di arginare il vuoto, la delusione: “il tramonto odorava di nulla”. Come se l’essere umano fosse sempre sospeso tra due gesti: chiudere gli occhi per salvarsi, oppure restare sveglio e costruire argini contro l’invisibile.
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