media i media

Scrivere è un piacere e un lavoro. Lo intendo come una costruzione di qualcosa che, pur effimero, è una parte di chi lo fa.

Una parte, certo, un varco che fa intravvedere e un po’ entrare, ad altro è lasciato il compito di comunicare più profondamente. Ci si interroga, emergono i problemi e le aspirazioni che si hanno. Più i primi delle seconde, per l’ovvio motivo dell’urgenza. Ma forse è importante far capire che non siamo solo disperazione, euforia, desiderio, bisogno, soddisfazione.

Forse.

Penso alla complessità di ciascuno di noi, all’importanza che si annette al ricordo, oppure all’irrompere continuo di futuro. Più quieto il primo, più irruento e mutevole, il secondo.

In fondo, questa è una piazza metafisica di notte.

Nel costruire la comunicazione, i media, c’è chi si avvale dello sterminato archivio della rete, chi costruisce il medium con pezzi propri, che inevitabilmente lo condizionano: perché è nata quella tua foto che metti a supporto dello scrivere? Quale rilevanza ha avuto quella musica quando l’hai sentita e che vorresti trovare su you tube, ma non trovi. Approssimazioni, condizionamenti. Poco male, solo lo stupido guarda il dito, anziché la luna. Ma davvero è così visibile la luna che si vuole indicare?

Citare poco gli altri blog e non è una carenza di sensibilità, ma un rispetto per il contesto. Casomai, rimandare esplicitamente alla fonte, per far capire dove nasce l’idea. In questi luoghi la proprietà (bruttissima parola) è così ballerina…

Però è necessario per far capire dove finisce l’opera nostra e dove invece inizia quella altrui. Anche se è un limite alla fluidità del discorso.

Devo dire che i pathwork mi piacciono a condizione che ci sia un disegno che passa attraverso una testa. In fondo è questo il mestiere che fa mio figlio e che ben comprendo in lui.

Insomma non finire in questo dialogo:

non capisco cosa sia tuo. Non certo le foto. I pensieri forse, ma néanche tutti.

Capisco la musica, difficile produrla decentemente. Ma anche le citazioni, i film, le poesie, mai che ci sia qualcosa di tuo davvero.

Tutto un riproporre mediato da te. Alla fine questo è l’oggetto: sei tu nella tua capacità digestiva, essudativa, effusiva, desiderante. Un media che media i media.

In questo immenso mondo di materia disponibile si può vivere di simbiosi saprofitica e ciò che viene ceduto assume la tua colorazione.

A proposito, qual’è il tuo colore? Almeno quello dimmelo.

Non bisognerebbe mai chiedersi dove si posano le labbra, e neppure quali vie seguano i pensieri, ma in quale solitudine di monadi ci cacceremmo se fosse davvero così.

Siamo unici ed insieme molti, a me interessano gli unici e contemporaneamente mi interessa dove ci sei davvero come media.

Ma tu che media sei?  

l’incrocio

Quell’incrocio non ha ricordi lieti. Abitavo vicino e lo frequento da quand’ero ragazzo. Era lo snodo tra la città dei professori, delle arti liberali ed il rione popolare, per eccellenza: il Portello. Poco oltre l’angolo stavano le carceri, poi fagocitate dall’università per divenire luogo delle mie pene matematiche. D’estate si sentivano i canti dei detenuti, qualche parente sotto chiamava, qualcun altro rispondeva. Su tutto, pioveva la ruggine delle bocche di lupo, delle grate spesse, del portone scrostato. Una sera di pioggia, era d’inverno, ci fu un’incidente. L’autista del bus disse: non l’ho vista. Aveva 17 anni, morì di colpo sotto le ruote posteriori. Ero appena oltre l’angolo, il rumore non mi è mai andato via dalla testa, se passo di sera ancora lo ricordo. Per anni mi sono chiesto, perché lei. Perché una persona che aveva una vita non ancora iniziata, e i perché si sono sprecati, assieme ai punti di domanda, come ogni volta che accade qualcosa che ci fa sentire più soli nell’universo.

Nello stesso incrocio, per anni c’è stata una ragazza. Magra, si muoveva veloce tra le auto. Appena trasandata, e poteva essere un vezzo, ma si vedeva che non era così.

La parola clochard è un eufemismo gentile. Dovuto perché molti, gentili ed educati, lo sono davvero. Lei chiedeva l’elemosina con discrezione, spesso neppure accennava al gesto della mano. Se si voleva si poteva dare.

D’ una bellezza scavata, capelli corti, si notava. Un passato di tossicodipendenza l’aveva allontanata da casa, dagli affetti d’una qualsiasi gioventù, gettata via dall’usuale per passare all’eccezione. Ne era uscita, ma ancora restava sbandata. Le erano rimasti i suoi quarant’anni e la possibilità di scrivere un pezzo di vita: quella che non aveva vissuto e quella nuova.

Si è spento tutto in una notte d’estate. In una strada di cintura, investita da un’auto, mentre andava in bicicletta. Andava, non tornava. Andava da qualche parte, come tutti noi che non abbiamo solo percorsi circolari, abitudini, riti e parole che acquietano.

Dai particolari dell’incidente ho sperato sia morta subito, che non ci siano stati altri insulti e sofferenze a una vita difficile.

Chissà come sono passati per Lei,  questi anni, con pochi bisogni, il cappuccino del bar d’angolo (i baristi hanno cuore), le piccole cose messe a fianco del materassino, in una cabinetta elettrica dismessa. I pensieri, il mondo che vorticava attorno, la vita che sfuggiva e si rapprendeva in improvvise speranze di futuro. L’immagino così, che vuol vivere e che non pensa troppo al passato, ma a ciò che può fare. Serve a me, per dare una ragione, ma chissà cosa circolava nel silenzio di troppe, lunghe ore, nella sua testa.

Al suo funerale c’era la chiesa piena. L’ex assessore, tante persone che forse Lei non aveva neppure notato, persa com’era nel suo sforzo di vivere, conservando una percepibile dignità.

Clochard, ognuno di noi ne conosce qualcuno, a volte mi dico che la distanza è breve. Basta poco. Un rovescio finanziario, una pena d’ amore eccessiva, una dipendenza incoercibile, una vergogna insostenibile, oppure la fuga che rovescia la percezione del mondo. Basta poco. Il mio compagno di banco all’università l’ho ritrovato così, un amico con un segreto troppo grande ha fatto lo stesso. E poi altri border line, si dice così adesso, che erano coetanei e frequentavano i miei stessi posti, prima che le strade divaricassero. Morti di stenti alcuni, d’incidente altri, avevano un destino segnato? Molti anni fa scrissi una lettera ad un giornale e poi un articolo, dove parlavo della concatenazione indifferente degli avvenimenti, del parlar vuoto sul valore della vita umana, dell’insensibilità burocratica che semplicemente eseguiva. Eseguire ovvero l’atto che dà concretezza all’esecuzione, ma senza colpa perché tutto è separato, parcellizzato e quindi l’uomo, la carne, la sofferenza non c’è mai. Un fucile, una mira, un grilletto, una pallottola. Uno sfratto, i mobili in strada, una carta, una firma mancante, le ferie d’agosto del funzionario. Mi chiedevo: perché accade tutto questo, in fondo un problema è un problema. Si affronta, si risolve. Oppure ci si gira dall’altra parte. Vanno bene entrambe le soluzioni, ma nulla è peggio dell’indifferenza.

Al semaforo dell’incrocio, c’è un mazzo di fiori.

Le piacerebbe.

festa d’inizio estate

Informale abbigliarsi, diceva l’invito. Incredule, stanotte le toilette si sprecavano, i tacchi in tinta con le sciarpe, le abbronzature senza limite, i vestiti impalpabili, nuance d’estate.

La conca verde ha un solo proprietario, nessuno si disturberà del suono alto di fisarmoniche. voci e clarini. I gruppi si aggregano, disperdono, ricombinano. Ciascuno, solo od in coppia, s’aggira con passi di tango, tra solitudini ed apparenza, importante è percorrere la pista.

I fritti, i crudi, le sorprese escono continue dalle cucine. Come i vini, strani e nuovi per avere un posto di commento e ricordo.

Poi i tavoli, aggregano, come le parole, e come queste, dividono. Meglio parlar di nulla, guardarsi attorno. 

Qualche civetteria, una curva, un accenno di seduzione si infrange nel monologo iniziato dall’attore e nel divertimento mio.

Grande la sua passione del recitare, grande la lingua vecchia di 5 secoli, grande il periodare denso d’ immagine, di cose, di disincantato sguardo.

20 generazioni ed avremmo calpestato le stesse pietre.

Ma il richiamo della lingua ruvida e tonda, non dice nulla ai molti, neppure gli accenti sapidi sulle virtù delle pute, attirano attenzione e sorriso. La curiosità si spegne, finché un applauso zittisce. Riprende il teatro del mondo, riti e convenienze, seduzioni celate. 

Mi attacco ad un toscano per guardare lo spettacolo e pensare ad altro.

Nel prato, la notte è dolcissima, i colli hanno punte d’albero imbiancate dalla luna.

Un inizio di commozione basta per andare.

modesta proposta per abolire le province

Un po’ ne parlo per correità e cognizione di causa. Sono stato consigliere, assessore e vice presidente di provincia. Un po’ per conoscenza della percezione pubblica. Solo l’opera per il riconoscimento dei garibaldini in congedo, è più distante dagli interessi quotidiani delle persone, rispetto alle province. Quindi se scompaiono il dolore sarà sopportabile.

Ma non è facile e le province qualcosa la fanno et quinci, senza menare il can per l’aia, passo alla proposta: poiché per abolire le province serve una legge costituzionale, che ha la stessa facilità dello scalare il cervino in inverno senza giacca a vento e guanti, per ricondurle alla percezione pubblica, basta togliere competenze, personale e fondi, ridurre i consigli provinciali e le giunte, con una legge ordinaria e amen.

Cosa lascerei alle provincie? Le strade provinciali, il piano urbanistico provinciale, l’ambiente e lo sviluppo economico, il marketing territoriale. E basta. Con due assessori e un presidente, che conterebbero il giusto, cioè poco, con il controllo e l’indirizzo di un consiglio provinciale composto da sindaci, si farebbe tutto. Il resto: scuole superiori, caccia e pesca, cultura, scuole professionali, categorie protette, ecc. ecc. tutto ai comuni, protezione civile compresa. Patrimonio, contributi, tassazione ecc.,  tutto ai comuni. 

Accanto a questo provvedimento ne farei un’altro, dove i comuni al di sotto dei 3000 abitanti devono scegliere con chi accorparsi e fondersi entro le prossime elezioni amministrative.  Questo per avere servizi che siano eguali per i cittadini. Sotto una certa dimensione i diritti individuali e collettivi diventano aleatori, ed è impossibile per un piccolo comune dare quello che può dare un paese o una città.

Qui mi fermo, ma solo la sfoltitura di sindaci, assessori, consigli provinciali e comunali senza togliere, anzi aggiungendo, efficienza, darebbe un segnale importante ai cittadini per rimboccarsi le maniche e provare ad uscire dal pantano in cui siamo finiti.

Infine, modesta proposta al mio partito: 

Ué Bersani, lascia stare le distinzioni, i ragionamenti sottili, scendi tra noi, siamo qua. Se si devono abolire le provincie e la proposta è presentata rozzamente da quell’intellettualmente ruvido di Di Pietro, vota a favore e basta. Dopo farai tutte le distinzioni, troverai il miglior modo di fare una legge costituzionale intelligente, lo picchierai in transatlantico, ma intanto manda un segnale a questi ignoranti di finezze giuridiche che semplicemente non ne possono più. Attendiamo con fiducia un segno di vita non aliena. Grazie Bersani, provvedi. Grazie.

la memoria della sconfitta

Vorrei non mi fossero ricordati i motivi per cui dovrei risentirmi. E nemmeno i soprusi subiti. Nemmeno le meschinerie vorrei conoscere. Tenermi un’opinione buona degli altri è un valore a cui non rinuncio volentieri. Il rancore e il senso di fallimento seguono immediatamente i giorni in cui non conti più. Ma la sconfitta segue come un’ombra il potere, ne traccia l’angoscia, mentre  il rancore scava e prepara la rovina successiva. Per questo non lo voglio.

è bene dirlo

Qui si parla poco di musica, eppure le mie giornate hanno umore e colonna sonora in sintonia. Si parla poco di libri, eppure sono un bibliofilo. Non si parla di film, ed il cinema è da sempre parte importante della mia vita. Del resto, non si parla spesso di donne, eppure ne sono affascinato e curioso. Quindi sembrerebbe che le passioni vere siano distanti da quello che dico, in realtà, le trovate disseminate ovunque mescolate a molto d’altro. Sono passioncelle, angoli riservati, in cui qualcosa di me cerca e sta bene, a volte.

Per una volta, vorrei ricostruire con voi una sequenza di pensieri. Una specie di flow chart della mia testa e stabilire un legame tra musica, film e libri,così, più o meno come si è verificato.

Avverto : la cosa è poco interessante, potete cambiare subito blog.

Ascolto, su radio tre, una giovane pianista tedesca, Alice Sara Ott,  che interpreta il concerto n.1 di  Čajkovskij. Brava, ma non un genio. Forse più una necessità discografica che una scommessa sul nuovo che innova. Anche lei risponde ad una attesa di assoluto che, da tempo, pervade questa epoca e che fa sprecare annunci d’eccezione. Ho incontrato, e conosciuto, due tra i migliori dieci pianisti giovani al mondo, bravi, ma nessuno è diventato Benedetti Michelangeli, o Richter o Pollini o Gould. Sfortunati? No, in fondo non mancano i virtuosi, ma è l’aura del mito che non è facile da conquistare ed è fatta di qualcosa che pochi hanno, ma che soprattutto lascia molti morti per strada. Qui subentra l’associazione con un film: Shine. Una storia che narra del Rach3 e della sua intersezione con la vita di un pianista in formazione. Il concerto n.3 per pianoforte e orchestra di Rachmaninov, non è il più difficile dei suoi pezzi, neppure il più bello, a mio avviso, ma ha un’atmosfera di mito che lo circonda ed è spettacolare vederlo suonare. Il protagonista del film, Hoffgott, è un convergere di problemi esistenziali, non molto diversi da quelli che molti noi hanno vissuto, magari con intensità diversa, ha talento, è promettente, ma ad un certo punto collassa, e non per la difficoltà della pagina pianistica, bensì per la vita. Il lieto fine, ci sta tutto, è una storia vera, è meglio che il protagonosta stia bene. Quello che non doveva accadere, era farlo suonare in pubblico. L’avremmo immaginato felice con la cartomante, lui le suonava Rachmaninov ogni sera e come per tutti i sogni, ci saremmo svegliati senza grandi problemi. Ma volevano creare il mito e così alla verifica, il genio si è dissolto. Non c’era. Il film è una serie di luoghi comuni delle vite. Un canovaccio, su cui ci si commuove perché, in qualche parte, è impossibile non identificarsi. Il padre autoritario e frustrato, il sogno di gloria, la rottura del vincolo con il padre-maestro, la colpa, il castigo, il baratro, l’angelo, la salvezza. L’assonanza del film con la giovane pianista è nel speriamo di non dimenticarla presto, però anche l’associazione con i libri, passo successivo, mi interessa. Ci arrivo pensando che troppo spesso nella testa, Freud, Jung, Adler, ecc. sono un flash nella notte. Mostrano alberi, case, persone, ma non nel dettaglio, dobbiamo aspettare la luce del giorno per farli, davvero, profondamente nostri. Spesso ci si accontenta di interpretazioni su cui è facile trovare un consenso, soprattutto se dette ad alta voce. Ad esempio il nostro Hoffgott, ha un padre ebreo, emigrato che projetta sul figlio la propria frustrazione di pianista mancato. Quante volte si interpreta la nostra vita cercando la spiegazione immediata, frutto di rimasticature, di divulgazioni, di comode scorciatoie di pensiero? Il film spinge in questa direzione, non mette il dubbio che il nostro fosse un apprendista pianista che poteva essere discreto, forse buono, ma lì sarebbe finita. Invece c’è bisogno del mito e di pensare che il genio si sia schiantato in casa. Eppure, anche i pianisti di piano bar spesso hanno fatto il conservatorio, anche loro hanno sognato, provato, cercato, finché si sono resi conto della misura, del limite. Se quei libri, che fanno da tappezzeria, fossero stati letti un po’ criticamente, io avrei capito (magari gli altri lo sanno, ma sto pensando tra me), che le pulsioni comuni entrano nelle nostre vite, ma che solo quando le capiamo davvero, ci cambiano. E che il genio è in chi ha riconosciuto, interpretato, pensato per la prima volta le cose che, ci sembra, ci riguardino così da vicino, ma che lo stesso genio innamorato dell’assoluto, già sapeva che qualcun altro l’avrebbe superato. Un poco ne è triste, il genio, ma per fortuna sennò saremmo fermi all’invenzione della ruota. Ma tutto questo capire profondo a che serve? Al mondo basta quello che si condivide, e il distacco tra chi vede, ascolta, legge l’opera d’arte e chi la fa, è proprio in questa comprensione, in cui a volte, solo a volte, c’è profondità e ci si riconosce. Si legge l’ovvio, che era sotto i nostri occhi, e l’ovvio è il finalmente compreso. Da questa intuizione feconda ne nasceranno altre, ma questo genio che rassetta le vite, le cambia un poco, viene limitato nella radicalità che sottende. Saremmo più vivi e, forse, felici, se andassimo più in profondità ed al tempo stesso, fossimo più leggeri, perché quando queste condizioni ci sono entrambe, ci cambiano? Boh, in realtà noi non vogliamo cambiare, perchè il nostro mondo sarebbe scardinato, privato d’ogni sicurezza e bisognoso di movimento continuo, di energia immane, di decisione. Meglio guardare, accontentarsi di piccole correzioni di rotta, emozionarsi in privato e a tempo. E’ questo equilibrio infranto che gestisce il genio: addita e poi lascia scegliere, ma non sarà più come prima. Adesso sappiamo.

E allora riconosciamo la disperazione dell’assoluto, non la felicità, e decidiamo che non è tempo di sentire oltre, che sembra faccia troppo male sapere davvero, cambiare. Invece è il cambiamento che viene scambiato, per il dolore che porta con sé. Certo, c’è la società, un utero ricco di sicurezze e di limiti, c’è il vivere reale che non è l’acuto del genio, ma l’accontentarsi, è vero che anche i geni bevono il caffelatte. Ma riconoscere per forza, l’annunciato genio della tastiera, fa perdere il giudizio, se non si sente tale. E così si perde la percezione del limite, che quando viene percepito, può essere spostato.

Adesso capite perché parlo poco di musica, cinema, libri e arte, perché se ripercorro i pensieri veri, questi sono una questione privata, come ogni sentire, trasversali e difficili da comunicare, se non per assonanza forte, condivisa.

E se invece devo esprimere un giudizio bello o brutto, non mi basta perché non direi quello che davvero penso.  

P.s. Horowitz, tra gli altri, il Rach 3 lo suonava bene, qui è con Mehta. Lo pensava anche Rachmaninov, ma questa è un’opinione.


 

ad ovest dell’Etna

 

 

 

File, decine di file di alberi piccoli, allineati in ettari che muovono verso il giallo dell’erba secca. Alberi bonsai. Adesso. Ma questi cresceranno penetrando le culture a cereali e i campi da fieno. Una testa di ponte. Decisa, ordinata, come una testudo romana pronta alla battaglia. E a vincerla. 

Tra Piazza Armerina e Pergusa, le colline sono fitte di boschi. Conifere, eucalipti, querce, sottobosco. Si sta ricreando una foresta che un tempo doveva essere ovunque, ma il verde da legna finisce alle porte di Enna bassa, poi da Calascibetta, Carloforte, si scende verso Catania per strade interne e prevale il giallo dell’erba e del cereale, gli spazi regolari di marrone sono terre dissodate da aratri recenti, gli alberi sono a guardia dell’ombra delle case. Da Catenanuova cominceranno gli agrumeti, un mare verde, aereo, uniforme come un velluto che si sta per posare sulla campagna.

L’impressione è che sia il verde degli alberi ad invadere. Che il giallo sia pacifico, nel suo stendersi fuori dalle masserie, che i raccolti di cereali abbiano menti diverse, più apprensive e legate al giorno, mentre quelle legate all’albero siano più projettate in avanti, legate, come sono, alla certezza del permanere dell’albero ed alla sua cura ripetuta.  Una linea di demarcazione netta tra due modi d’ essere agricoltori ed intendere la vita. Immagino che la notte di questi contadini diversi abbia pensieri diversi, attese differenti che si vedranno nel giorno. Sembrano colori, ma in realtà è l’uomo che dipinge il mondo governato e si immerge nel colore che crea, lo valuta, ne conosce prosperità e sofferenza, lo porta nella sua vita, pensando giallo o verde. Ma sono fantasie, pensieri da strada tortuosa, mentre salgo verso Centuripe.

Il giallo, ad ovest, si stende su cumuli che sono colline, tumuli di giganti, qualche calanco grigio, piccole macchie di fiori su un terreno da guerra senz’armi. I mercati determinano, suggeriscono, impongono. Il giallo si difende, il verde attacca e sembra prevalere, sul versante occidentale dell’ Etna è così, ma in realtà, continueranno a convivere, è il giallo quello che ha mutato il mondo e l’uomo lo continuerà ad imporre, semplicemente perché il cereale gli ha tolto la fame e continuerà a farlo.

attraversando la Sicilia di notte

  

Attraversando la Sicilia di notte, tra luci gialle di paesi e masse nere di rocce che scorrono a lato, i lampi rossi e rosa degli oleandri, illuminati dai fari, la compagnia di radio concitate, i profumi densi, inumiditi dal bujo.

La Sicilia di notte si apre senza fatica, i nomi dei paesi suonano dolci, si ripetono in un mantra che distende i pensieri. Grammichele, Lentini, Vizzini, Chiaramonte, luci ammassate in collina, scrigni di vite parallele, destini, speranze da spendere, passioni. I camion corrono a nord, e corrono davvero, curve, controcurve, salite, discese, prima erano Nebrodi, poi Erei, adesso Iblei e pensieri, molti pensieri che s’aggrovigliano e distendono

Energia nervosa, caffè nelle luci del distributore, pisciare in posti malpuliti, strada. Ancora strada. Quanti km? Non si legge la destinazione e si sente che questo mare di terra rossa, di odori, di camion incrociati, è un luogo senza meta, senza luogo. Solo terra, che adesso sa di notte, e luci, e odori di piante arroventate dal sole, e nomi che suonano bene, e canticchiare, e andare finché si può, prima di fermarsi, e approdare in reception, in stanze condizionate, e balconi aperti, e luce filtrata all’alba, dalle tende mai troppo spesse.

La notte di questa traversata, si scioglierà in qualche albergo mai frequentato, finché verrà il giorno, e sferragliando consapevolezza, prenderà alle spalle con il paesaggio svelato. Con i B&B dai nomi improbabili, il traffico immane, le strade interrotte, i ristoranti che erano trattorie, ed era meglio se non cambiavano, le fabbriche che funzionano e quelle che si disfano, i centri commerciali e la massa dei negozietti. La confusione di scritte, tabelle sovrapposte sui pali, sui cartelli turistici cancellati, sul benvenuto e il saluto di paesi che si scrosta nelle vernici a basso prezzo. I messaggi senza senso, rivolti allo straniero, il vuoto che si aggiunge, ed ingoia il pensiero d’essere in un posto che toglie l’urgenza di capire le persone ed i luoghi, e le trasforma in cose, in cibo, in souvenir.

Tutto annega nei cartelli mancanti delle città prossime, chi è il vicino, dove sarà? E così non sai più dove vai, dove sarai nel pomeriggio. E ti passa la voglia di andare e capire, non accendi il navigatore, pensi che non ti perderei mai davvero, che sarebbe bello che sparissero i cartelli e restassero le persone. E ti prende lo schifo per questo costruire violento che t’attornia, e pensi che ogni azienda, che ora cade a pezzi, è stata assistita, che anche quelle che funzionano, sono state assistite, ed era naturale allora, come adesso. Lo sai che da come verrai salutato, presentato, saprai quanto conti, che la gentilezza senza forma, invece, la troverai nel bar dove ti fermi, che è tutto lo sfacelo che annulla storia, gloria, identità che non sopporti più, che nulla più giustifica quell’enorme scempio che è stato fatto, che è tutto finto, che tutto imploderà, ma noi non lo vedremo e quindi non consola, ed intanto, resta quello che vedi, quello che non sopporti. E’ tutto finto, finti i soldi, il potere malato, le donne che ti danno la mano e non capiscono chi sei, le piscine e i gioielli ostentati, i saluti cerimoniosi, le marchette, gli articoli di giornale scritti prima dei convegni. Tutto finto, anche le luci di Modica, così belle questa notte adesso si perdono nel giorno che mostra la pietra violata. E’ tutto finto, tutto deviato, qui come altrove, non solo in Sicilia, ma in Lombardia, in Veneto, in Toscana, ovunque. E non c’è ragione del brutto, dell’inutile, del falso, della patacca. Né qui, né altrove. Per questo cerco di viaggiare di notte, e di giorno evito le autostrade e punto nella campagna già bruciata dal primo giorno d’estate, e mi piace il trattore che mi rallenta, la strada che ho sbagliato, la canzone che canto da ieri, la voce che ricordo bene e che veniva da Palermo, e poi se n’è andata.

Come me. Che mi difendo, ricordando il mare di stanotte, la luce violenta del distributore, la solitudine immensa del sole che illumina e non vede. Conservo l’ultima traccia d’un saluto sincero, e il pensiero più bello che ho avuto, e mi pare di aver tutto e niente in questo dividersi binario, che guida, separando e mescolando, giorno e notte, bianco e nero, lì sulla linea tra yang e ying tracciata nei bar nell’ l’accento musicale di chi mi parla, nello scrivere che incuriosisce, nell’ultimo mezzo sigaro fumato. Il vivere, è vivo, e non è rifiutato, come il motivo finalmente dolce, chiaro del perché preferisco attraversare di notte la Sicilia. Perché solo così posso ancora ancora amare questo posto, e non vederlo violentato e disgraziato di potere, miseria e denaro. Perché di notte sembra possibile che ci sia tempo per raddrizzare ciò che è deviato. Perché, semplicemente, di notte non si vede e non si ricorda, ma si sente cosa non è cambiato.

 

 

 

cambiare passioni

Sento la vita che vira dentro ed annusa vento di bolina.
Bisogna cambiare passioni
Tornasole d’umore, s’ immerge nell’ estate, traccia un graffio sanguinante.
Bisogna cambiare passioni
Via dalle collezioni gonfie di ricordi e d’abitudini. 
Bisogna cambiare passioni
Annoia ciò che si conosce, ma di ninfee e’ disseminato il mio stagno che diventa torrente.
Bisogna cambiare passioni
Guardo le collezioni, ormai mute, le mappe che conosco a menadito.
Bisogna cambiare passioni
Per ogni desiderio c’e un antefatto, la sua ragione rimossa ed una paura insoddisfatta.
Bisogna cambiare passioni
Prendiamo l’animale di sorpresa nell’ attesa nuova che si rapprende.
Bisogna cambiare passioni
Diventa ricordo quello che non scrive il nome sulla mia anima di vetro.
Bisogna cambiare passioni
Dopo il deserto dell’immediato, oltre la facile abitudine, oltre la fonte che disseta.
Bisogna cambiare passioni

green economy

Il rosso lamiera, da arrogante, sbiadisce senza decidere. Il giallo sporca, accontentandosi di riflessi, il blù sfuma verso l’avio e solo il grigio impavido resiste. Per lui sporco è già aggettivo identificativo, ma in realtà, attende spray misericordiosi di segno e di colore. Banali anch’essi nella loro ripetitività, Basquiat da queste parte non ha avuto eredi, solo l’inox, freddo nobile conscio, ostenta: non ha mai legato con nessuno.

La pioggia lava e il verde d’alberi, erba ed edera, rifulge. Colore un tempo difficile, il verde, ora sembra amico mentre evoca e mistifica. Non lui, ma le architetture, i passaggi d’alluminio e acciaio, i vetri sporchi, le strutture nate ruggini. Non acciaio corten, proprio ferro da fonderia, ferrazzo da rifusione e ganga, perché non è più tempo d’esili colonnine di ghisa, di pensieri da forgia. Tutto s’è seppellito nel secolo breve. Breve e ricco, Di visionari, fabbri d’anime e strumenti, note, parole, invenzioni, testi. Allora sì, fare pensieri multimediali e rappresentarli in piani scorrevoli tra loro, anche nell’intersecarsi, era complicato.

Vi do una cattiva notizia: è stato inventato tutto nei concetti fondamentali, adesso va di moda l’evoluzione del dettaglio. Qualche spirito libero s’esercita nel deserto: non farà danno. Basta lasciarlo dov’è, difficile da raggiungere anche per i curiosi. Vedete, guardatevi dentro, s’è perso l’elogio del brutto, del possente, dell’ordinato, del meccano che dalle teste trasmetteva moti oculari. La torre Eiffel è brutta, è un ammasso di ferraglia, basta finalmente dirlo, anche il colosseo è un ammasso di pietre squadrate, e San Pietro è sproporzionato per la vista e piccolo per l’ambizione di contenere le anime. Ma non sono banali- Perché elogiare il banale e prendersela solo con i monumenti ridicoli contemporanei? Prendetevela con il bello che non nasce, chiedetevi perché. Alemanno ha accettato un monumento banale? Colpa sua. Come si educa l’artista, se non si rifiuta. L’elogio del brutto è processo consapevole, militanza, fatica, ed invece anime tiepide, accettano, non dicono, si astengono, si voltano altrove. Per convenienza, mica per altro.

Possiamo continuare e dire che la caban di Le Courbusier è il nostro sogno, perché i sogni sono domestici, e nei geni sono ancora più domestici. Solo chi non ha sogni, ma solo voglie e desideri, deve rivestirli d’infinite pietre, d’infinite scopate, d’infinite finte trasgressioni. Nella furia iconoclasta della giovinezza tentammo di togliere lo champagne al genio, a Strawinsky o Picasso o Gadda o Hemingway, ma erano già morti, e per fortuna non se ne accorsero. Neppure le star intelligenti d’allora se ne accorsero, mettendo allegramente i fegati sotto alcool e chiacchere.

Basta non è tempo d’iconoclasti. Adesso è il verde che evolve e lega il pensiero, quello furbo e quello disinteressato. Ed io, che non ci penso, mi commuovo davanti ad un tiglio, al suo profumo. Lo ringrazio di nobilitare scelte di appalti a valore apparente e decrementante. 

Vi do una buona notizia:  stato inventato tutto, basta legare e perfezionare, leggere finalmente i manuali accumulati, adoperare le release esistenti, aspettare che i bambini crescano anziché buttarli via con i catini. Si può far fallire la apple, la bmw, la mondadori, la sony, il consumismo. Leggere tutto, sfruttare i sistemi operativi, andare al cinema, ascoltare musica dal vivo.

Il verde lega e nobilita, perfeziona legni, giri di vite e colle. Se si calpesta è tollerante, se ci si adagia è meglio.

E’ verde e se si guardano i conti non è neppure tanto economy, è la strada. Una strada. E tanto basta per mappare e ricostruire il mondo, così che sembri nuovo. Ma qual’è il bilancio vero  di questo verde che riempie le bocche? Su questo, come su molto altro, bisogna svoltare l’angolo dell’apparenza, puntare alla sostanza delle cose, accettarne la durata. Pensateci, green economy è accettare la durata e la funzione delle cose, siete pronti? 

p.s. el me par novo. Mi sembra nuovo. Non ci sarà mai nulla di così forte nella lingua come il dialetto e parere è un verbo nobile, anche nella negazione.