il gatto Fritz

Lo spunto lo devo a Neru e purtroppo non ho il suo estro : http://lalbadentrolimbrunire.wordpress.com/2008/08/27/metafore-fumettofile/ .

L’approccio del maschio è sempre sopra le righe, quando c’è un fine immediato, molto rilassato, invece, quando non ha attese a breve. Simpatico, ironico, allusivo senza eccedere: nella fenomenologia dei rapporti lo stile emerge in maniera inversamente proporzionale all’arrapatura. Mi viene da pensare che la mutazione dell’amico e dell’amicizia è in questo oscillare di tempi e desideri. Difficile stare con donne belle e non desiderarle, ancor più difficile conoscerle molto e non volerle conoscere di più. Se questo è vero, quando il resto accade, è sorprendente, quasi senza merito.

Esplicitare il desiderio con il commento pesante deve essere in una regola condivisa, in un codice accettato. Se parlo all’amica delle sue tette devo sapere dove il commento diventa piacere condiviso e dove il ceffone mi farebbe bene, posso correre il rischio ma devo anche accettare che lei parli del mio culo o della mia età e riderci sopra anche se non mi piace. Quelli appena bravi usano linguaggi diversi in contesti diversi: ciò che eccita a letto, offende al bar. Basta capire dove si è e, se si confondono i posti, imparare in fretta.  Il fatto è che per sedurre occorre tempo e che l’usa e getta rispetta il proprio nome in ogni rapporto.  

Ma c’è una riflessione che si agita, come una partita olimpica di ping pong, dentro la melona: cosa vogliono in realtà le donne? Non mi è mai passata l’idea che vogliano essere rapite, ascoltate, ammirate, stupite, ma non solo questo. Esigono un animale mediamente intelligente e non chiedono meno di quanto chiederebbero al proprio gatto: tenerezza e indipendenza, appartenenza e libertà. Ossimori e qualcos’altro che il gatto usualmente non può dare.

il pensionato

Ho scoperto il mio soprannome tra i quarantenni che ogni tanto girano per gli appartamenti femminili sottostanti: il pensionato. Inps non mi sarebbe piaciuto, il pensionato posso lasciarglielo credere. Aver poco da dimostrare, giova assai e la meraviglia è a portata di mano.

Parlavo dell’acume, sporcaccioni, che avete capito?

taglia

Il mio capo me lo ripeteva: taglia via tutto quello che non è essenziale, riduci, lascia solo i fatti. I sentimenti non servono. Ed prima scrivevo a mano libera e poi tagliavo quello che non ci stava, sceglievo e tagliavo. Pensavo che abbiamo poche parole, l’essenziale e i fatti bastano. Eh sì, ma cos’è essenziale, come sono i fatti senza attori? Se guardo in alto, di notte, vedo un pulviscolo iridescente fatto di frammenti di volti, di situazioni, di fatti non narrati, di emozioni spente a forza. In un universo parallelo, questi mondi possibili hanno avuto parabole da percorrere sino in fondo, le vite si sono intrecciate guidate da mani sapienti e hanno generato nuovi fatti e nuove storie. L’impercettibile, il casuale ha serpeggiato nel rumore bianco fino a distinguersi e ricombinarsi nel nuovo e così ha colpito inatteso e senza merito. Lasciando senza fiato per la meraviglia.

volume

Volume è parola tonda. Felice o preoccupata del proprio spazio, essa è destinata all’immagine, ad essere manipolata, adattata, espansa in orizzontale, verticale, ora anche in obliquo. Non a caso, parola importante nelle fortune contemporanee, compresa quella iniziale del presidente del consiglio, viene negletta, posta in seconda fila, non indagata. Discende, essa parola, nella regola pubblica, dalla presunzione d’ordine; mai sola nella sua attuazione: volumi concessi, edificati, trasformati, venduti, massimizzati, occultati. Con gli aggettivi sminuenti il volume acquista qualità sorprendenti: di servizio, comune, tecnico, ecc., Sono questi aggettivi, vere offese al volume e tali da fargli perdere fisicità, tanto che come per il censo, lo si può vedere diversamente: metro cubo sì, ma non come gli altri e perciò valere un terzo, un mezzo. Salvo poi risorgere economicamente, come sanno tutti quelli che abitano in un garage o magazzino trasformato, ma non è la rivincita del volume, è il trionfo dell’ipocrisia delle regole.

Parola poco indagata, volume,  soprattutto nella percezione dello spazio individuale e nella sua correlazione con la felicità e ancora giù nella scala verso benessere, accettabilità, indifferenza, malstare, disagio, incompatibilità.

Se noi rappresentiamo il nostro stato interiore – e non la sua proiezione – in relazione al volume disponibile, “nostro” o sognato, la sua concretizzazione può essere vista su spazi orizzontali dove espanderlo oppure collocato in alto, per vedere/dominare ciò che sta attorno. Il ritmo del costruire e quindi della città viene scandito da questa solidificazione di desideri, di rappresentazioni ovvero il mercato in sintesi è il prevalere del vedere fuori vs. il vedere dentro.

L’alternanza del verticale con l’orizzontale, inframmezzato da spazi verdi corrisponde ad un’ idea d’ordine nel quale riconoscersi o meno, ma comunque oggetto di comprensione ampia e confronto. Guardando una foto aerea, magari all’infrarosso, oppure meglio, vedendo la città dall’alto di un grattacielo, nella sequenza di spazi e nella collocazione fisica individuale, si legge la trama degli equilibri, del ben stare o del disagio, dell’anossia o della libertà.

Noi sappiamo ciò che è brutto, ci adattiamo al brutto cercando di trasformarlo, trasfigurarlo, mutarlo in sembiante del bello, dell’armonico, del vivibile. Come nei paesi dell’est, o nelle fabbriche casabottega degli artigiani del nord est, superato il brutto esterno, si accede al bello individuale, interno. Il volume ri-ordinato e manipolato internamente è imago del sè, con una forte corrispondenza tra ciò che abbiamo dentro e ciò che ordiniamo fuori, anche in termini di autoillusione. L’interiore assume il compito di rendere più piccola l’influenza dell’esterno, in un bilanciamento che ci permetta di dire: questo volume è mio, solo mio, ha la mia impronta, la mia cifra. Capita nelle vecchie case, anche riadattate, di sentire la presenza di chi ha abitato, come se i muri, un tempo rispondenti ad una diversa concezione del volume, ne avessero conservato l’impronta e permanesse un esistere non spento. 

Quindi questo dialogo con il volume esiste, è un a priori. Noi ci adattiamo al volume, esprimiamo desideri, sogni (chi non vorrebbe una villa con parco in centro?), ma alla fine ci adattiamo, lasciando che la compensazione avvenga all’interno, che sia stabilito un equilibrio tra essere e dover essere, che la testa si conformi e si adatti. Dovrei dire che, a parte uno spazio fisiologico, con l’evolvere dei desideri, è più importante l’esterno che l’interno ed è proprio questo confine che è il meno indagato, ma è forse l’unico a poter definire il vero volume aggettivato, quello fisiologico.

Il volume asseconda le nostre inclinazioni e non è solo per motivi costruttivi che il costruire verticale importante italiano è sporadico, e comunque spesso ricondotto più ai servizi che alla residenza. Mentre si opera su altezze spesso banali, fatte più della logica del mucchio che della intuizione costruttiva. Azzardo una suggestione: la stratificazione storica, che comunque ognuno di noi possiede, porta verso spazi orizzontali, verso domini netti, chiede comunità piccole, se possibili nucleari, come se la storia fosse di per se stessa aggregante e identitaria: non c’è bisogno dell’alveare, della megalopoli, ma piuttosto delle celle, delle unità.

Ma questa ipotesi o qualunque altra, contrasta con la rendita immobiliare, con il valore determinato dalla trasformazione dei suoli. I delitti contro il volume, compatibile con noi, si compiono qui e non nella legittima attesa della remunerazione del capitale investito, bensì piuttosto nella sua massimizzazione smodata. Si può osservare che gli alveari umani sono sempre esistiti, solo che un tempo erano il prodotto della povertà, del bisogno adesso invece, diventano modo d’essere e pianificazione delle relazioni.

Immaginiamo una operazione mentale che ci veda entrare nella parola volume, che come in un cartone animato, si apra una porticina su una superficie riflettente, ma che forma ha questa superficie per noi? E’ geometrica, un cubo, una sfera, un parellelepipedo oppure è qualcosa di mobile come una bolla che muta, una forma amebica che può avere spigoli assieme a curve? Già dalla forma cominciamo ad entrare nella parola e nel nostro significato di volume. Il passo ulteriore sarà nella nostra percezione della superficie del volume: tranlucida, trasparente od opaca. Vogliamo vedere, oppure isolarci? L’operazione si chiude da dentro collocando parola e significato nello spazio intorno a noi e rappresentandolo come contesto includente, ma al tempo stesso rispettoso. E’ in questo dialogo tra interno ed esterno, da come noi avremo collocato il nostro concetto di volume che si avrà la percezione dello spazio vitale.

Questo dialogo intimo è già punto d’arrivo, ininfluente se non ha una manifestazione esterna, politica nel senso di relazione, di polis, ma comunque fonte di consapevolezza. In questo estrinsecarsi dei desideri/bisogni, una variante di piano regolatore assume un’ influenza sulle nostre vite, ben superiore alla percezione usuale: sarà questo atto il regolatore dei volumi, dei nostri volumi. E darà senso, all’essere dentro al volume e al camminare esternamente ad esso, ci permetterà di predisporre condizioni al benessere oppure di partire con l’handicap di un malessere da incongruenza di spazi. La necessità individuale si misurerà con le condizioni che le regole consentiranno al costruire, è qui il vulnus che verrà perpetrato alla nostra concezione di volume e qui bisogna agire. Compatibilmente, ma agire.

Non mi sono sforzato a mettere in ordine i pensieri, nè ho cercato di renderli chiari. Una traccia può essere sintetizzata nel dire che se si parte dal significato di volume si arriva allo spazio che abitiamo interiormente ed esteriormente. E che la possibilità di vivere più o meno bene nello spazio dipende da un oggetto di cui ci occupiamo molto poco: il piano regolatore. Fonte di fortune economiche e di riordino di relazioni, ma anche di infelicità collettive e di difficoltà del vivere.

Bene, se le cose erano così semplici, perchè adoperare tante parole?  Perchè le cose non sono semplici e il significato che io attribuisco a queste cose, non è necessariamente il Vostro. Come direbbe un’ Amica: mi posso permettere solo questo appartamento, non posso complicarmi la vita. Tu butti sempre tutto in politica. E invece io penso che l’appartamento che affitta questa amica potrebbe essere diverso e avere lo stesso costo e farla vivere meglio e in maniera meno complicata. Ma questa è un’altra storia. 

O forse nò?

ospite sgradito

E’ arrivato, senza essere invitato, sotto mentite spoglie, non gradito, nè cercato. Subito ha alzato la voce, indisposto, rallentato i lavori di casa e poi, non contento, ha infastidito, impedito. Mentendo senza ritegno, su ciò che vedeva, trovava, incontrava, ha sporcato legami consolidati, interrotto relazioni, mi ha fatto disconoscere, demolire, cancellare ricordi e contiguità.

L’ho studiato e con gentilezza, accompagnato all’uscita, riottoso s’è rivoltato, solo allora ho spinto, inveito, maledetto. Non ne potevo più e ho cercato di sopprimerlo, non più ospite sgradito, ora nemico. E lui? Si è nascosto, mimetizzato e quando l’ho stanato, vantando la propria invincibilità, mi ha sbeffeggiato, deriso, intimidito. Finchè alla soglia dell’esasperazione, ho deciso di sterminarlo, incurante degli inconsapevoli, degli innocenti, ovunque si trovasse. E come per magia è scomparso, si è fatto prendere, ma era un simulacro, un guscio vuoto. Adesso temo ricompaia, che spunti devastando, mentre scruto inquieto ogni giorno, davanti, negli angoli, ovunque qualcosa si muova.

Ah scordavo, il nome l’ha lasciato: xp antivirus protection 08

elogio della differenza

Micromega parla di piazza navona dicendo: “è solo l’inizio, l’impegno ritorna”.

Fosse davvero così! La mia sensazione è che la cosa sia molto più seria e che l’operazione PD abbia sottratto una parte consistente di terreno al dibattito sul riformismo e sul socialismo.

Banalmente, sono transitati altrove molti consensi possibili di operai, impiegati, giovani, precari. Persone che hanno perso la fiducia su un progetto più alto, che fanno fatica  a far quadrare i conti, che preferiscono proiettare sogni su un futuro troppo buio per essere reale. 

Eppure, fino a poco tempo fa, queste persone erano nella sinistra, adesso hanno le stesse parole d’ordine del governo:sicurezza anche abbassando la libertà individuale, guerra al pubblico “fannullone”, fastidio per il diverso, per l’immigrato, diversificazione dei diritti individuali e collettivi in relazione alla provenienza geografica, ecc.

Queste persone, che venivano in piazza per la pace, per il lavoro, per lo stato sociale; non verranno più, semplicemente perchè non sanno collocare i loro interessi individuali in una prospettiva più larga, in un comune sentire che entusiasmi, così hanno abbassato desideri e soglia del cambiamento. D’altronde dopo l’annullamento della differenza della sinistra, così ben rappresentata da Berlinguer, si è scivolati nel processo di omologazione al sistema e questo ha sempre avuto la tendenza a depauperare l’espessione del dissenso, a livellare la specificità.

Oggi l’aggregazione avviene al centro ed in questo si confrontano le idee politiche di governo, così le ali sono ridotte a testimonianza, non a prospettiva di cambiamento reale. Gli errori non insegnano, sono emendabili, cancellabili, ma in questo modo perdono la loro fnzione di catalizzatore del cambiamento.

Che dire di un gruppo dirigente che non si mette in discussione, che tutela, non l’idea o il progetto, ma se stesso, come fosse l’unico rappresentante della prospettiva. Non un dibattito, non un’ analisi che comportasse conseguenze, ammissioni di errore, dimissioni: tutto consegnato a riti burocratici che evocano la democrazia ma la manipolano in senso conservativo. C’è un primato dell’esserci, per cui il voto diviene funzionale, orientato, percorrendo, così, i riti comuni a tutti i partiti. La stampa, le riunioni, le iniziative divengono prerogativa dei gruppi dirigenti, chi esprime tesi diverse non ha tribune istituzionali. Gli stessi sindaci Chiamparino, Cofferati comprendono che l’arroccamento in corso frantuma prospettive, annulla idee. 

Ma quali proposte innovative sono nate in questi mesi, quali analisi e prospettive verificabili? Le stesse primarie oggi, si fanno, quando “non indeboliscono” il candidato: buffa considerazione sui meccanismi di scelta aprioristici e sulla capacità del candidato di attrarre consenso.

La diversità di appartenenza d’un tempo, del resto simmetrica, allora, nello schieramento avversario, partiva da considerazioni forse “ingenue” di differenza, di baluardi e posizioni da tenere, pena la confusione. Nel metterla da parte, si è creato un terreno indistinto e chi ancora la interpreta, spesso è scivolato nello snobismo di sinistra, con il corollario del rifiuto dell’analisi dell’avversario, rinunciando così, all’unico strumento che consenta di vincere una battaglia.

La diversità, invece, è la capacità di cogliere ciò che muta, di capire le ragioni del mormorio sociale, di inserire quanto accade e può accadere, in un progetto ampio, chiaro, fondato su presupposti condivisi: la laicità dello stato, l’eguaglianza individuale e collettiva, la solidarietà, la preminenza del fine comune, la libertà individuale.

La differenza tra idee e prospettive fa scendere in piazza le persone coscienti di un fine specifico ed uno generale, dove quello generale esprime una visione diversa della società rispetto all’avversario, ne fa una prospettiva collettiva e in questa inserisce i singoli atti, le battaglie puntuali. Serve un ordine, una chiarezza interiore per la differenza, ma senza differenza non si procede, non si è convinti e schierabili.

Un esercito con truppe disorientate, ecco il panorama dell’attuale situazione politica di opposizione: per questo l’impegno non è dato, ma da conquistare con fatica e costanza per cambiare davvero. Il resto è conservazione non riformismo.

Veranda Sartorio

Tutto questo eroismo in pittura e scultura non poteva che portare a passioni escludenti, a posizioni totalitarie dove i vincitori e i vinti erano definitivamente separati e la lotta doveva, di necessità, essere fisica. Anche quello era un dopoguerra, eppure non sazio di confronto e scontro, come se le virtù civili sbandierate, non fossero sufficienti per spingere tutti verso obbiettivi comuni e alti e il dolore dovesse trovare consolazione diluendosi nel dolore altrui.

All’entrata Schifano, mai visto con così tante opere, mi aveva preso con la lettura del mondo contemporaneo, con le finzioni che diventano realtà, con il virtuale materializzato. La sovrastruttura tolta al gesto e alla parola rappresentata, ricondotta a poche pulsioni essenziali, per trovare ciò che parla senza mediazione di sè, di noi. Bello, a rimediare altre disattente mie volte.

Ma se ci si lascia prendere – e non è bene – nel flusso, questo manifesta la sua contiguità, ci porta dentro all’anima e ai suoi baluginii, rende tutto possibile – ecco perchè non è bene – rendendo compatibile questo animale che rappresenta le sue pulsioni, ciò che vede e non ciò che è.

Neppure la fotografia è in sè, anche questa estrae un modo di vedere, un pensiero.

Mi sono chiesto in questo eccesso di tensioni, cosa aveva condotto mia madre a scegliere mobili che rappresentavano un gusto d’epoca, il “novecento”, durante una guerra ormai perduta, se non fosse perchè un comune sentire era tracimato ovunque e quella camera da letto, che ancora Lei usa, era allora, il suo aggancio con il mondo esterno. E perchè Lei, così autonoma e fiera nel pensare, fare, dire, avesse scelto l’eco di quel modo di vedere interpretato con cura dai mobilieri locali nelle radiche a vista, nei legno curvi e nelle maniglie tonde. Non lo so, e adesso ancor meno di un tempo. Forse è stato il bisogno di esserci e di pensare, nonostante tutto, diversamente; di essere nel flusso e nuotare per proprio conto. Forse è questo l’unico modo non eroico di esserci davvero.

pensieri scomposti al museo d’arte moderna di Roma

paura

” devi fare tutto quello che ti spaventa, JR. Tutto. Non parlo di cose che mettono a rischio la tua vita, ma tutto il resto. Pensa alla paura, decidi subito come affronterai la paura, perchè la paura sarà il problema più importante della tua vita, te l’assicuro. La paura sarà il motore di ogni tuo successo, la radice di tutti i tuoi fallimenti, e il dilemma di tutte le storie che ti racconterai su te stesso. E qual’è l’unica possibilità che hai di battere la paura? Seguirla. Andarle dietro. Non considerare la paura come il cattivo della storia. Pensala come la tua guida, il tuo pioniere…” J.R.Moehringer: Il bar delle grandi speranze 

Fare i conti con la paura considerandola parte della vita. Darsi coraggio sorridendo e guardarla negli occhi con la serenità che bisogna farle credere. Con incoscienza, mi sono lasciato precedere dalle mie paure e spesso le ho seguite come un portolano per andare oltre. Anche oltre la paura, poi con la gioia profonda del pericolo superato. Le tante o poche paure, non ci impediscono di ficcarci in storie dove batte forte il cuore; la differenza, in fondo, è tra chi si paralizza e viene travolto e chi segue il proprio battito, passando il cerchio di fuoco.

incosciente

Ballavo, ed ero l’un l’altro,

incrociando passi e desideri. 

Si calpesta sulla pista, sangue e tenerezza, 

ma i passi da soli aspettano

di scivolar con forza addosso:

meglio non dire o fare,

solo desiderare.

Zitta,

la tenerezza è sale, 

sulla pelle consumata.

Zitta, 

prendi la mia testa,nel buio

e seguimi,

a ballare su domande e risposte

uguali.

Pensati 

in cerchi sovrapposti ai miei,

e balla,

senza dolore, balla.

http://www.youtube.com/watch?v=GD3l3I6zG3M&feature=related

io deludo

 

 

 

 

la foto non è mia,purtroppo

la foto non è mia, ringrazio

la lunghezza e la vaghezza sono un deterrente per qualsiasi lettura, qui non mi sono risparmiato e capisco chi salta ad altro.

 

 

 

 

 

 

 

Lei mi ha chiesto di incontrarmi?

Certo e la ringrazio per la disponibilità, incontrarsi al bar è così banale, scambiamo parole, concetti e li frantumiamo assieme alle patatine, ai crostini, li beviamo con i nostri aperitivi. Guardi questa piazza, è la cornice di tali e tanti discorsi, parole, baci diurni e notturni, carezze, improperi, addii e tradimenti che la salute pubblica, dovrebbe imbiancare i muri una volta all’anno, togliere la crosta di emozioni accumulate, rifare nuovo il contesto. Ma posso chiederle una cosa personale?

Quanto personale, l’indiscrezione dovrebbe essere commisurata alla confidenza e a ciò che si è ordinato. Lei quanto è disposto a pagare?

Dipende dalla sua risposta, può darsi che non valga nulla per me, che entrambi abbiamo perso il nostro tempo, oppure che valga molto ed allora la mia gratitudine sarà importante. Dipende. Deve correre il rischio che dopo tra noi ci sia disinteresse.

E’ singolare, ma accetto, comunque se l’indiscrezione sarà eccessiva, me ne andrò.

Entro nel tema: Lei cosa pensa del suo futuro, che progetti ha, fa dei progetti?

Certo che faccio progetti e chi non ne fa?

Non sia banale, mi scusi il termine, non ho bisogno di risposte vaghe, ma di sostanza. Qual’è il suo progetto più importante? Da quanto non immagina più il suo futuro con novità?

Abbiamo età confrontabili, nel senso che siamo negli estremi della stessa generazione, i miei anni in più mi hanno insegnato cose che Lei non ha vissuto. Noti che non ho detto “ancora”, perchè può essere che non le viva mai, anzi per buona parte sarà così, ma c’è un momento in cui i progetti vecchi non vanno più bene e si è ad un bivio: o nuovi progetti o nulla.

Mi faccia capire, per progetti Lei intende come io mi vedo e mi vedrò, per cosa lavoro, amo, vivo. Se è questo che intende dovrei parlarle delle certezze, delle persone che si attendono responsabilità da me, degli obblighi del lavoro, della difficoltà di vivere mettendo assieme desideri e possibilità concrete.

Mi parli di questo e di come intende uscirne, perchè mi pare un insieme di vincoli, di costrizioni.

Beh, gran parte degli sforzi nel quotidiano sono per reggere l’edificio costruito prima: matrimonio, lavoro, legami affettivi, non avanza molto tempo per progettare. E’ come se la nave avesse il pilota automatico, molta parte della rotta è determinata, anche le tempeste, sino ad un certo grado sono previste. Diciamo che evito i guai, cerco di comportarmi in modo da avere stima, credibilità, rispondo di ciò che faccio. Con una dose di mezze verità, con qualche aggiustamento o compromesso, ma non deludo.

Ah, quindi Lei è uno di quelli che non delude. Se permette: deludente!

Cosa significa, lei è offensivo, mette in dubbio la mia credibilità?

No, no la credo. Mi colpisce il fatto che Lei pensi di avere un progetto o un futuro e di non includere la capacità di deludere nel suo agire. O mi sta raccontando come si vorrebbe e non è, oppure non ha futuro. Cerco di spiegarmi: io deludo, con buona o cattiva pace di tutti quelli che mi vogliono intero o a pezzetti, io deludo. E’ il mio antidoto all’appartenenza, al vincolo dei progetti a quelli di un altro, all’obbligo di essere diverso da me stesso. Deludo e anche quando mi minacciano con la pistola della solitudine, non mi piego. Persisto. E’ il mio modo d’essere, la mia libertà, il mio essere responsabile verso me stesso e di converso, anche con gli altri. sono io se deludo, se non sono etichettabile, se non posso essere prevedibile. Per questo non prometto, per questo non ci sono che per pochi. Quelli che mi accettano, che non mi vogliono per se, ma sono contenti di ciò che sono e sarò. Chi crede in me, se mi capisce davvero, non resta deluso, restano delusi gli altri, quelli del bignami, quelli delle equazioni senza comprensione.

E il suo progetto allora qual’è visto che è destinato a deludere.

Non posso deludere me stesso, eccolo il progetto. Tanto generico da inserirlo in qualsiasi futuro disponibile, ma al tempo stesso tanto impegnativo da costituire l’etica del progetto stesso. Se non voglio deludere me stesso, non posso accettare ciò che sento sbagliato nel profondo, posso accettare  l’incoerenza apparente, ma non la perdita di dignità.

Ma allora gli altri non contano per Lei?

Gli altri contano tantissimo, ma non più di me. E badi bene che non è egoismo, anzi è la misura della responsabilità, che non è farsi carico del mondo costruito su di sè, bensi distribuire i pesi e i compiti. Nessuno che non condivida, può essere chiamato a rispondere di ciò che non è suo. Anche con i figli è così, si fanno nascere, crescere, gli si dà tutto quello che è possibile dare, ma da un certo punto le storie si separano, cominciano a dialogare e le responsabilità sono diverse. C’è un’evolvere della responsabilità, commisurata al progetto, fare un figlio è un progetto e la responsabilità evolve finchè una parte dirà all’altra: voglio fare da solo e nessuno che ami davvero dirà che non è possibile, che non è il caso. Da allora le storie e i ruoli divaricheranno pur dialogando.

Quindi anche Lei è responsabile, non è vero che delude e basta.

Lei non capisce, c’è una profonda differenza tra responsabilità  e delusione: si delude chi ci vuole avere solo per se, chi ci vuol togliere la libertà di dare, di amare, non altri. Si può scegliere di non deludere di assumersi un ulteriore fardello, ma è una scelta libera che spesso costa l’infelicità permanente, lo spegnersi della forza vitale, comunque è un atto di libertà. Cosa enormemente diversa dall’atto vincolato, dalla necessità indotta dal bisogno di compiacere. Vede non è necessario dire di si per essere amati, anzi dire di no all’inizio può sembrare una delusione poi se l’altro è in grado di amare davvero, il no viene riportato alla sua dimensione vera e cioè l’affermazione della propria capacità di discernere, scegliere, amare. Come dire: ti amo, ma non sono d’accordo.

Credo che Lei stia semplificando le cose, la vita non è fatta così, le persone non amano sentirsi rifiutare, se voglio un progetto assieme ad un altro devo adattarmi all’altro, ci sono i mutui da pagare, i figli da crescere, le aspettative sul lavoro, non siamo animali che vivono di caccia. Lei è un utopista oppure un egoista e forse entrambe le cose.

I suoi problemi, vincoli, necessità, dipendono da Lei. Lei vuole un futuro compatibile, un progetto possibile, bene. Ma non tutti i progetti compatibili hanno la stessa difficoltà, ci sono progetti facili e via via più difficili. La complicazione dipende dai limiti che Lei si mette, se Lei si innamora di una persona ed è già legato, dovrà scegliere e qualcuno resterà deluso. Cercherà il male minore, ma per chi? Ecco, se si risponde che cerca il male minore per sè, la delusione che causerà non sarà così alta da impedirle di progettare ancora, se invece non baderà a sè il mondo comincerà a chiudersi nel quotidiano. Questo non la esime dall’ingiustizia verso un altro, la responsabilità è portarne il peso e cercare che ci siano le condizioni per una futura felicità. Comunque ciò che volevo sapere, l’ho capito: Lei si arrabatta non mi ha raccontato nessun progetto vero e dà il nome di progetto ad una onesta e tranquilla carriera. Apprezzabile, se le basta…

E’ un colloquio poco piacevole, non so se la rivedrò.

Io credo di si, le nostre strade si intrecciano e mi sento di poterle parlare in libertà perchè Lei poi rifletta e se ritiene cambi idea, ma anch’io cambio sulle sue parole. L’importante è che il dialogo non si interrompa o che l’uno uccida l’altro. Metaforicamente si intende. Arrivederci intanto e si ricordi che io deludo ma non tradisco, ma questa è un’altra storia.

Ricorderò.