La tenerezza, lenzuolo al vento di marzo, fluttua nel bene di confine. Quel bene egoista e solitario, sempre troppo poco, fatto di dare senza pretese. Questo bene ha urgenza di essere steso, si nutre di profumi e trasparenze. E’ incompreso, ha pazienza, sta zitto. E’ un bene che si piega quando viene rifiutato eppure resiste. E la tenerezza svolazza con lui e troppo spesso viene fraintesa.
condizionale
Nel mio sciagurato apprendere, lo studio ha seguito scie ben diverse da quelle che dovevano essere percorse, così la grammatica, come ogni altro esercizio di paziente apprendimento, non ha ricevuto attenzioni, tanto che oggi tutto si confonde in un informe inviluppo di regole senza nè capo nè coda. Così è nato un legame tra grammatica, condizione del vivere e assenza di certezze che non si riferiscano a pochi radicati principi. Sussiste un sostanziale fastidio per tutto quello che si imbeve di sterilità apprese chissà quando e come. E penso all’eleganza del gesto che innova, alla solitudine che accompagna la rottura di un paradigma, alle forme che ammettono il dubbio e sfociano nel condizionale.
malesseri di cantiere
Tra me ragiono di malesseri speciali, è la stagione, Guardo la pioggia che ha intriso il cartongesso. Una parete da buttare. Guarderanno per aria, evitando lo sguardo, dicendo: chi può preveder la pioggia e nessuno pagherà la propria imprevidenza. Ma penso che tra il fango si fanno cose, spesso poco pregevoli, ma almeno si costruisce, perdio, lo dico agli animali acquattati che non sanno cos’è verde, spazio, volume. Ne hanno un’idea vaga e già sono nel coro dei pavidi che si leva a chiamar sventura. Lo sai tu quanto è bello, fare cose belle, quando la cura pervade ogni atto e non è più questione di guadagno o tempo, solo l’utilità del proprio tempo?
Questa città, un pò per volta, è da radere al suolo e rifare, col rispetto del sarto. Con pudicizia. Non sarà così, volumi, spazi, strade: hanno vincolato palazzi privi d’ogni pregio e abbattuto villini ed alberghi liberty, staccando nottetempo mosaici per i nostri antiquari. Ho visto un fregio in discarica, pronto ad essere macinato: meglio così sarebbe finito tra ricchi annoiati in case anonime e prive di cuore. Era già morto assieme all’altro non salvato.
Mi parli di rabbie, ma non mi freghi, solo l’intollerante incespica nel particolare, il mio è malessere, insofferenza, guardo orizzonti più larghi. Non mi freghi, vivo all’aperto, nelle camere alberga l’intolleranza nutrita di luci gialle e di parole acide e vuote di fare. L’insofferenza richiede eroismi civili ed allegri. E’ quella che fa alzar la voce e piega una ruga al sorriso, sempre pronta a dimenarsi per scrollare un peso.
Un giorno mi dissero: è brutto, cadrà presto. Non era vero nè l’uno nè l’altro, ma il particolare aveva annullato l’estro e cogliere la grazia dell’arco aveva bisogno d’uno sguardo largo. Se un giorno cadrà sarà per mano d’ interesse. Le pietre da discarica raccontano che il bello costa quasi quanto il brutto, solo che non ha propria voce e forza . E’ denigrato il bello, gli negano l’utilità e non si oppone. Lascia fare, ma non muore e qualche volta allegramente vive.
p.s. Sibelius pensava ad una materialità della creazione musicale e la immaginava protesa verso la scultura. Quando pensiamo ad un edificio, ad un’opera, qualunque sia il mezzo, ne cogliamo l’armonia, dapprima e poi l’innovazione ed infine la permanenza: la sua ragion d’essere per l’appunto.
mentre
mentre ti guardavo
al tempo degli sguardi alti,
ho sciolto la disciplina dell'attesa.
E il pendolo tra noi oscillava:
toc, tac, toc, tac,
seguendo piccole corse sulla pelle.
E' allora, che del tempo
ho fatto filamenti di medusa
per tocchi d'unghia:
ritrosia, piacere, desiderio.
Nel sapore dei brividi,
guàrdati senza paura,
che non è più importante,
non è più.
specchi
Si racconta e si è raccontati, spesso inconsapevoli dei segnali ricevuti. Quando si riconosce in altri ciò che si pensa e prova, è tutto un entrar ed uscire di pensiero.
Rincorrere una lama di luce, coprirla d’ombra, far emergere la trama.
dire
Dire come ci si vede, non sempre porta bene e anche chi ci vuole bene, ci vorrebbe diversi. E non ditemi che chi ama accetta l’altro, semplicemente non è vero per tantissimo tempo, finchè scompare la paura di rischiare di perdere.
Prima regola, dire ciò che si desidera davvero.
Seconda regola, accettare il no per quello che è, e cioè il rifiuto di qualcosa che non è possibile.
vergogna
…Essere poveri, sporchi, è essere indecenti. di cos’altro ci si può vergognare? Solo di essere poveri. Questa è la vergogna, l’unica rimasta: la povertà.
…nessuno si vergogna più di essere ignorante, maleducato, cattivo, di essere mediocre, stupido, di essere crudele, incapace di pietà. Nessuna di queste cose fa vergognare. solo essere poveri. La povertà è la cosa peggiore che possa capitarti.
( Simona Vinci: strada provinciale tre )
E tutto ciò che è conosciuto come bello, vero, giusto, sbiadisce nella necessità. La coscienza di sè si ritrae dal vedere, perchè è vedersi. Il mondo si restringe e chiude in pochi passi: la povertà è una cella immeritata.
dubbi
Quando coincidono il bello e il vero?
fuori rotta
Sgradito. E già sento l’odor di marcio incollato sulla fotografia.
L’ incomodo si toglie, sibilando qualche porcheria o in silenzio, come creanza insegna.
C’è arte nell’uscir di scena e dirsi scemo per l’incomprensione; un tempo non sarebbe accaduto mai.
Se si rimirano i difetti, esposti come pezzi pronti all’auto trapianto, si riconosce la propria identità. Ma questo è affar mio e aver sempre tolleranza, giustificare, è un lusso.
Educazione è capire quando si è sgraditi, prender atto e alzar le spalle portando il buono del rifiuto.
Le domande, che noia le domande: perchè, cos’è accaduto, chissà che problemi ha? Ma cosa nel difetto d’attenzione si può solo dire: è così, andiamo.
Con gli anni divento sempre più insofferente alla scortesia, non mi piace l’intelligenza stracciona che vive della propria puzza sottonasale, preferisco lo stupore che si annida sotto il consueto, il pensiero quieto e forte.
auguri
Con la stilo, ho scritto 440 biglietti d’auguri aziendali, scindendo la creanza d’affari dalla conoscenza personale. Gli auguri sono stati sinceri e i pensieri li hanno differenziati: questo è in gamba, quest’altro è un avversario, con questo sarebbe bello lavorare. E’ un buon esercizio per mettere ordine ai compagni di strada, anche se non tutto può essere detto. A ciascuno ho augurato che i desideri si realizzassero, riservandomi di contrastare lealmente quelli in conflitto con i miei.
Quelli a cui non potevo augurare proprio nulla sono stati depennati dalla lista che ogni anno si accorcia; segno che non ho più la pazienza costruttrice d’un tempo.
Chissà se Attila mandava gli auguri.