Questo paese sta diventando insensibile, la solidarietà è scomparsa, anche quella tra omologhi, travolta con l’ideologia e la dissoluzione delle classi sociali. Solo i grandi eventi muovono le coscienze, ma per tempi brevi, scollegati con i dolori e i bisogni. Del terremoto dell’Aquila, cos’è rimasto nella commozione? E dove vivono adesso quelle persone, come lavorano? Quando si rimuove la solidarietà rimane il bisogno, solitario nella sua disperazione senza aiuto.
Questo paese è stato indurito, consenzienti gli abitanti. Il guasto si è prodotto demolendo i legami comuni, gli archetipi che nessuno si permetteva di discutere, i principi della convivenza. Ora siamo nella curva che scende, dove ognuno è per sé. Forse per questo la costituzione dà fastidio, basta leggerne i principi e confrontarli con la realtà. La mia generazione si confrontava con il problema di realizzare la costituzione, questa generazione di politici si misura con la sua demolizione. E quello che mi stupisce è che l’opporsi sia anch’esso senza solidarietà. Berlusconi, Bossi stanno cambiando il paese, incidono sulle coscienze, sulla percezione del presente e del futuro e larghi varchi di vuoto si aprono nella vita di ciascuno. Perchè dovrei fare sacrifici e per chi? Se i giovani non hanno mobilità sociale, lavoro, perchè dovrebbero aiutarmi, pagarmi le pensioni, la sanità futura?
Le mani non si toccano, parliamo di sentimenti individuali ed almeno questo ci restituisce all’umano, ma che futuro avrà l’amore in un mondo fatto di molecole senza legame?
La storia si ripete, sempre diversa, eppure eguale nelle meccaniche, credo perchè l’uomo si assomiglia al 95% e più. Ciò che accade, può essere letto come una risposta positiva del potere alla pressione dell’opinione pubblica, ma anche come l’occasione per rimuovere i quadri troppo potenti, dare un avvertimento all’insofferenza dei capetti, ricondurre i centri potere ad un’unica regia. E tutto aiuta, l’economia vorace aiuta, le ruberie che occultano le carenze del sistema aiutano, l’incapacità di alternativa forte, aiuta.
Sarà un caso, ma quando i giornali, amici o nemici, il potere e il silenzio convergono, qualche conto si sta regolando e ciò che è indifendibile, assieme a qualche amico, verrà sacrificato.
E-book è di sinistra oppure di destra? E il libro di carta è di sinistra oppure residuo freddo della conservazione?
Retrò è un caldo pensiero differente e resistente alla normalizzazione, oppure è solo fredda schiuma espulsa dal mare?
Caldo Freddo Sinistra Destra
E’ la sostanza del progresso, racchiusa in un dilemma: tutti assieme un po’ più avanti, oppure poche avanguardie decise che faranno il pensiero medio successivo?
Il gioco destra-sinistra nel momento in cui siamo orfani delle ideologie e la marmellata si distingue dall’etichetta, diventa un momento divertente di autocoscienza.
La mia moka Bialetti da 2 caffè è certamente calda (col manico consumato, è bollente) e di sinistra, ma quando viene fatta in India e licenziano 200 operai in Piemonte, è ancora di sinistra? Era di sinistra perchè il piacere del caffè, è puro edonismo, rivoluzionario, mattutino, caldo, nero, forte, ma morbido, come si conviene a chi pratica rispetto anche in battaglia. Fusa in conchiglia prendeva porosamente, il sapore del caffè, ed era oggetto da passare in eredità, diffidando dalle imitazioni. E il caffè che borbottava, così caldo e di sinistra, mescolato col fumo pensoso oppure addolcito dal pane abbrustolito e la marmellata, era l’icona del guerriero scaruffato pronto alla lotta. Anche l’ultima briciola, dimenticata sul labbro, portava l’umano verso l’esterno, con la sua sensualità e i suoi dubbi. Chi toglierà il dolce, perso sulla curva rosea, all’ultimo momento? E come lo toglierà?
La moka era calda nella sua virtù operaia, sbrigativa e pronta all’azione, sorella della popolare napoletana, però attenta e vibratile al progresso ed alla velocità. Ora, nella globalizzazione, è ancora calda la moka, oppure gorgoglia solo da noi mentre negli angiporti di Bombay, dove dovrebbe scottare di consapevolezza, neppure sanno cos’è?
Destra Sinistra Freddo Caldo
Il confine si sposta, il tiepido non dice nulla, l’e-book giace con la sua pancia piena di parole. Lo comprerò e lo metterò nello zaino oppure meglio continuare con la carta su cui spuntare le matite?
Meglio la carta, i libri stazzonati, le rigature con la B4, le guance infuocate di fronte al tramonto, la voglia di fare, di cambiare, di lasciarsi andare, di riprendere: questa è vita calda all’inverosimile. Questa è sinistra pura.
Ed internet è calda? Oppure nella sua medietà di contenitore d’eccezioni e singolarità assomiglia più ad una caserma che ad un campo di battaglia? Per me la rete è di sinistra, troppo magmatica e trasgressiva per essere contenuta, deborderà sempre, ed è calda, caldissima nella sua imprevedibilità. Wikipedia è calda, con le imprecisioni e col suo essere di parte, è di sinistra anche quando è di destra. Il sesso in rete è freddo, di destra, una pippa, ma i blog hanno tutte le gamme del calore e i commenti ancor di più. Caldi, tiepidi, irriverenti e compiacenti di battaglie mai combattute, di parole scoperte nel libro abbandonato al bar, caldi di voglie e di sfoglie (bisogna pur tener conto che le ricette sono un must della rete). Facebook è tiepido, senza spessore, non freddo, ma scontato e senza obbiettivi, meglio Twitter, così rapido da serpeggiare tra pensieri di 160 caratteri. Mentre You tube è caldo, magari per poco dopo che l’hanno venduto, emule è tiepido, anche torrent non scotta, ma verranno chiamate all’arruolamento in nuove armate di contenuti mixati e sorprendenti. Che saranno caldi finchè gelata non normalizzi. Già, perchè il caldo si raffredda se non è di buona marca e muta collocazione.
Destra Sinistra Freddo Caldo
Serve un posto dove collocare i pensieri, i desideri, le paure e l’ansia. L’ansia è di sinistra, è calda come l’inquietudine. Non pasce, e dorme poco. Come l’amore. Ma l’amore è fuori conto, è isotermo, il sesso, invece, dipende… Quello col dubbio, è caldo, ha una costellazione di riferimento, naviga, naufraga, riprende. Quello di consumo è normalizzato, freddo, ripetibile, un libro mediocre già letto. E la passione? Sconfina parecchio la passione, sta sulle sponde, attraversa il fiume, si bagna, non ha paura della corrente. E’ il fiume che è tiepido, si nutre di pesci e di erbe, aspetta corpi senza futuro.
Caldo Freddo Sinistra Destra
Solo le stagioni soddisfano in medietà, eppure anche al bar il caffè, prenderlo tal quale riesce difficile. C’è chi spaccia orzo per caffè e cioccolato al latte, per cioccolato.
Nella fisiologia politica del gusto il cioccolato è almeno 70% di cacao e col caffè nero, sta volentieri sulla stessa calda barricata. Caldi, sempre caldi.
Ho trascurato il freddo, che ha grande possibilità di crescere se non si nutre d’ovvietà, ma attendo una finiana svolta negli usi e negli oggetti del vivere. Chessò: un pagar le tasse per pagare la ricerca e la scuola, un distributore del caffè, che è già freddo di suo e di destra , che punti al cuore del consumatore ed alimenti gli scontri politici nei luoghi di lavoro. Aspetto ultras che amino il calcio e non la vanità dei presidenti delle società, vorrei che il freddo scottasse le dita, arrossasse le guance e facesse bollire l’acqua del pediluvio in cui navighiamo.
Caldo Freddo Sinistra Destra
In una fisica della politica in cui le persone contino, la temperatura non è aurea medietà.
a proposito, di queste due interpretazioni, qual’è la temperatura? 🙂
Acquisto un jeans a 10 euro e penso alla catena del prodotto, a chi ha seminato il cotone, raccolto, filato, trasportato, tessuto, colorato, confezionato, ritrasportato, fino a venderlo. Per 10 euro, compresi zip, bottoni e sacchetto. Sento una catena infinita di povertà e di sofferenze che sostengono altre povertà. E’ l’ingiustizia che sale, che non rispetta i punti cardinali, che prende alla gola. E’ l’ingiustizia di Rosarno e delle arance a 5 euro la cassa da 15 kg, l’ingiustizia della verdura venduta agli angoli di strada perchè i grossisti si mangiano la fatica, l’ingiustizia dell’olio dop portato via ad autobotti dalla Puglia e venduto mescolato con gli oli africani a 2 euro e 75 a bottiglia al supermercato.
Penso al caporalato che qualcuno comincerà a chiamare agenzia interinale multietnica, agli schiavi che permettono al contadino di fare il suo mestiere di povero, al lavoro nero nei cantieri che crea le ricchezze e le disgrazie. Penso che la dignità si stia sgretolando, che non tutelando la dignità degli altri anche la mia si abbassa. Penso che non ci fermiamo più a riflettere, ma soprattutto che non ci fermiamo più, che le povertà si sommano, i poveri si allontanano tra loro e che chi può, toglie senza farsi domande.
Penso che la povertà è stata rimossa dalla visione, non quella terzomondista, riempitiva di emozioni lontane, con decine di migliaia di affamati e terremotati da telegiornale che tanto non disturbano, ma quella vicina a casa. La povertà che ha un lavoro, che insegna in una scuola, che divora quanto che è stato messo da parte in una vita per compensare l’oggi, la dignità negata dal lavoro. Tenersi su, non lamentarsi, scegliere le offerte speciali, andare di soppiatto alla mensa della Caritas, aspettare i vestiti usati. Tutto questo nascondendosi perchè fa brutto essere visti da chi non vuol vedere. Questa povertà sporca l’immagine patinata che non è nostra, sporca i sogni e le attese, chiede soluzioni e toglie il surplus, allora si rimuove ed i poveri hanno paura della loro non esistenza e acconsentono allo scippo.
Poveri, ma che brutta parola, chiamiamoli: diversamente abbienti.
Il minotauro osserva pensoso la riproduzione del labirinto sul pavimento. Medita sulla solitudine, sulla sua vita che scorre tra gole di necessità.
Fuori c’è libertà, di correre, vedere, di ricordare la fatica precedente e confrontarla con l’attuale. Qui, tra le mura del ricordo e dell’inedia, c’è solo consuetudine.
Fuori.
Oltre le mura ocra e rosse del palazzo, oltre il patio, la luce dall’alto, oltre le parole solidificate sui muri.
Oltre.
Ma attende.
Il minotauro spera, spesso sogna, ma soprattutto attende. E’ l’intelligenza che attende, non la bestia, non il destino segnato dal genere. E’ la specie che aspetta di far riconoscere la propria specialità, le fattezze da indossare per essere tra gli altri, amato.
Ed intanto investiga il rumore che sente, lo decodifica: è l’ignoto che bussa o il padre?
Chi mi generò non sapeva chi sarei stato, non seppe vedere, non volle.
Chi è Arianna e chi Teseo?
Come un filo rosso dipanano i giorni, la minaccia del tempo senza scoperta, e resta quel labirinto da decodificare per l’uscita.
Saper andarsene è simmetrico all’incontro, è il labirinto che cessa d’essere tale e conduce al proprio destino.
Il destino per capire i giorni come il filo rosso, che vede e non capisce, ma il minotauro non prova, attende paziente la conoscenza per uscire. E correre, ed essere stanco per poi riposare. E confrontare il riposo e la stanchezza, i sogni e la realtà.
Il minotauro non sa che attendere è la morte, che svuota e non perdona.
Oggi non si sogna più educatamente, ovvero si sogna sempre asincrono, senza riferimenti col reale e gli indovini non sanno interpretare. Lamentano che viviamo in un paese avulso dalla ragione. Dalla realtà, dai desideri, dalle necessità, dai sogni collettivi. E’ colpa nostra se questo è un paese impermeabile alla pioggia sporca, consegnato al quotidiano. Così dicono gli indovini, ma questo non era un paese piacevole?
I miei sogni sono datati, forse per questo non mi tiro fuori e vado a votare anzichè spazientare, ma parlo per me, non ho consigli e faccio quello che mi pare giusto.
Lo farò ancora e non mi stancherò di dire che è il mio paese quello in cui vivo, quello che mi stanca è il già visto, l’eccesso di interesse personale, il parlare a chi è già convinto.
Mi manca un disegno che faccia convergere aspettative e sogni, ma senza questo a che serve un paese piacevole?
Il cardinale Bagnasco ha indicato per chi votare. E l’aborto torna ad essere una spugna con cui cancellare il degrado morale e civile del paese, il rispetto delle vite esistenti, la sopraffazione della crisi, l’ ineguaglianza della sofferenza. A volte ho l’impressione, come per i processi in cui sparisce la vittima, che il principio astragga dal reale, e si parli solo di un aspetto del contesto. E’ così che le vite conculcate, i diritti differenti scompaiono, che la scarsa eticità della politica impallidisce, e la corruzione diviene un addendum, quasi un male necessario. Lo stato pontificio si estende sul Lazio, ben oltre i confini della cittadella papale, ha interessi economici, bisogno di approvazione e di sintonie politiche, deve mantenere un apparato di vita ecclesiatica costoso. Tutto questo discrimina nel riconoscere gli amici. Da secoli anche i francescani sono conventuali e si dice che la roba aiuta a non dipendere. Ma forse è proprio la roba, il maggior peso per la chiesa, quello che le impedisce di trovare un ruolo che le faccia dire sempre ad alta voce che difende la vita conclamata, i deboli, i depredati, il lavoro, la dignità, l’eguaglianza delle esistenze. Per un’istituzione che ha problemi di tempo, anche la pedofilia verrà rimossa, dimenticata, le ferite sanate, in chi non le ha ricevute. Le parole del Papa, che non ripetevano il guai a voi senza scampo del vangelo, erano comunque più forti di quelle del cardinale, nell’indicare il discrimine della scelta: risponderete a Dio e ai tribunali di ciò che avete fatto.
Quando il cavaliere si è complimentato col Papa, chissà di cosa parlava: quel che pensa dei tribunali lo sappiamo, ma con dio non è ben chiaro il rapporto. E chissà qual’è la graduatoria del Papa, quando pensa ai peccati che non si possono perdonare ai politici.
Cambierà poco, ma tacere, quando non si vuol dire tutto, è sempre una buona scelta.
Con grazia maldestra, permettetemi qualche sincretismo azzardato, nemico dei lettori potenziali. Il poligono è Weber, Giansenio, Marx, Heller. Nella tesi di Weber il capitalismo nasce perchè favorito dalla concezione calvinista della grazia, per cui il successo economico è segno della benedizione di dio. Lavorate e diventate benestanti, reinvestite nell’imprea e cresceranno le opere utili alla salvezza. Giansenio invece propende per la sostanziale incapacità dell’uomo ad aver diritto ad alcunchè non gli venga donato da dio. Così s’arrabatta tra necessità e costrizione in cerca di libero arbitrio, sapendo che quest’ultimo non impedisce l’esistere di entrambe e che solo la costrizione non può essere rimossa. Un bel modo per affidarsi ad un destino già scritto e suggellato. Sono questioni di libertà individuale, con visioni della vita quotidiana e del potere molto concrete e generatrici di dispute ben gestite da gesuiti e domenicani. Dovrei evocare Pelagio ed Agostino, ma lasciamo in pace entrambi, nei loro anni, afosi di deserto e d’africa romana, con imperatori poco attenti, ma tolleranti nel lasciar fare ciò che sembrava avere poca consistenza di minaccia. Questo per dire che il capitalismo aveva ragioni di background da questa parte del mondo, un’aria che tirava la volata e che mescolava problemi quotidiani con salvezza ultraterrena. Una questione tra cattolici e protestanti, senza fastidi orientali. La ricchezza e il lusso finchè non sono stati reinvestiti nelle aziende hanno prodotto ingiustizia, sopraffazione, abuso e morte, ma sembravano rispettare il bello. Il capitalismo ha prodotto la necessità del concorrere, ha messo dio da parte, ha sollevato problemi di mescolamento tra diritti e appartenenza: una bella re-distribuzione per la società fatta da chi aveva e chi aveva avuto. Come non vedere che diritti e democrazia hanno ricevuto uno spintone dal capitalismo, impensabile per chiese e per nobiltà?
Tutto questo è già un frutto maturo nel primo ‘800, Marx, non si perde e resta all’essenza, guarda l’alienazione priva di credo: un dio perfido ha diviso il mondo, da un lato la fatica, la perdità del sè nella mercificazione della propria capacità di forza e d’intelletto dall’altra benedizioni e ricchezze prive di ragione che non sia la rapina del dovuto. Se crescere è stato segno di benevolenza divina e reinvestire i capitali, per avere sempre più ricchezza, il modo per dimostrare il favore del terreno e dell’ultraterreno, ora il dominio e l’asservimento, uccidono il dio benefico, chiudono la salvezza per sempre alla vista degli uomini. Finalmente il confronto si sposta sul dovuto: a ciascuno secondo bisogno e merito. In questo disvelare la civiltà industriale, il produrre attraverso la manipolazione delle cose e degli uomini, sta la realtà del dio che muore. Che muore nell’ingiustizia quotidiana. E che cos’è l’ingiustizia dice il capitalista, io ho quello che è giusto, perchè ho investito, lavorato, remunerato. Un coro risponde che l”ingiustizia è in quello che non c’è ed è dovuto: i bisogni e il quotidiano, così pericolosi già ai tempi di Marx, i bisogni che affliggono la canea, il lumpen proletariat e ne fanno massa manovra della reazione. I bisogni che, analizzati nella accezione del quotidiano, tolgono il lavoro alla comunista Agnes Heller, ebrea sopravissuta ai campi di sterminio, e la mettono al margine e poi all’esilio, dalla comunista Ungheria. La forza del quotidiano e dei bisogni è così violenta da rendere schiavi gli stessi carnefici, da annichilire i portatori di diritti. Non è il lavoro ad essere sotto accusa, e neppure il capitale, non la ricchezza e neppure la miseria, ma ciò che le generano. Un tempo c’erano le classi, si scivolava innanzi, spesso scartando come pesci e con una parola composita, mobilità sociale, si portava la speranza nel giorno che s’apriva. In quel tempo i giorni non erano eguali, non erano intrisi di call center e di partite iva, il cocopro era un verso da pollaio, il diritto, difficile, ma una certezza da iscrivere nella volontà. Per chi non aveva ricevuto, sognare un sogno, aspettare un’attesa, era normale e concreto. Come il lavoro, appunto. Qualcuno dubitava del valore legale del titolo di studio, ma i medici facevano i medici, e così gli ingegneri, gli avvocati, e i professori. Anche gli operai facevano gli operai e spesso sogghignavano pensando agli impiegati, ma facevano studiare il figlio, ragioniere. Il lavoro alienante e sfruttante era condizione per essere, quasi come il militare per i ragazzi, fare bene il proprio lavoro, simbolo d’orgoglio, di pretesa giusta, di braccia sul tavolo e di diritti che sarebbero venuti veri. Collettivi e individuali, non solo i secondi, che sembravano un abuso. Nessuno da questa parte del pensare sociale, ha mai pensato che il lavoro fosse nemico: solo la parte in più, quella rubata, faceva male. Pane e lavoro era un grido di battaglia socialista, qualcosa che ribadiva un diritto, mai che qualcuno chiedesse pane senza fatica. Oggi, in questa alienazione nuova, ben peggiore, ciò che è stato tolto è il lavoro e la sua funzione. E’ come venir privati della bandiera in battaglia e non si sa più dove andare, chi colpire, da chi fuggire. La confusione regna quando la bussola impazzisce e solo l’individuo resta, non è più uno e tanti. Bisognoso, senza dio, senza salvezza, con un capitalismo ricco di forza e povero di diritti. Chissà se se ne accorgono gli uomini che dicono di gestire divinità buone che il mondo è invaso, che dio ha lasciato il campo senza avvisare e l’antiuomo è arrivato, che la misura occidentale è colma. Oltre il cristianesimo, oltre l’occidente, c’è una sensibilità per l’ultra terreno che allarga le braccia, che non pone condizioni. Salvarsi aveva un significato sociale e individuale, in occidente, nei senza dio poteva generare il diritto e il socialismo, ma per chi non si cura dell’uomo, cosa resta se non la religione del possedere. E se questa religione non ha limiti, perchè non divorare il proprio simile?
Pensieri senza costrutto: la tesi è che senza mobilità sociale il lavoro perde sostanza per l’individuo, la società diventa fabbrica in cui il consumo viene incorporato nella produzione, restano i bisogni, prepotenti, assoluti, ma questi non aggregano, non producono giustizia, spingono il quotidiano verso l’anomia del soddisfacimento immediato. Pur di avere un lavoro, una indipendenza, un amore, un progetto, si accetta alienazione e sfruttamento. Non è il lavoro ad essere sotto accusa ma il modo di porgerlo e d’essere utili.
Anche l’alienazione di Tempi Moderni oggi avrebbe più senso dell’anomia che destruttura il lavoro e lo fa sentire un’ eventualità del vivere.
Confesso che anch’io mi son lasciato attrarre dal risentimento. E’ accaduto dopo il mio accantonamento in politica: lo sentivo immeritato e ingiusto. E quello che per me era un vanto, l’indipendenza di pensiero e giudizio, era diventato una colpa grave. Non capivo, ma anche in quei momenti, di oscura riflessione su quanto fatto e sull’utilizzo della vita, bilioso, non lo sono stato mai. Ci pensavo, in merito alla vicenda Craxi, e alla proposta di strade intitolate ad una persona che deve essere ricollocata nella storia del paese, ma che resta un condannato. Pensavo alla presenza di tanti socialisti nel Pdl, alle voci incancrenite di stizza che si levano per rimettere in ordine i conti e le ferite di tangentopoli. Ci avete ammazzato, ma non ucciso, adesso restituiremo con gli interessi. Craxi è stato ed è, un pretesto. Lo è stato anche per i suoi accusatori, perchè in realtà la sua vera colpa grave è stata quella di infrangere un equilibrio e di far elevare i costi della politica a livelli incompatibili con l’onestà. Il ministro Formica esprimeva bene la politica all’epoca, dicendo che era soldi, sangue e merda. Ma dopo tangentopoli cos’è mutato? Chi non ha conquistato il cuore del paese, ha fatto prevalere gli interpreti della seconda repubblica, intesa come riscrittura della costituzione e del rapporto tra onestà e politica. Craxi fu l’ideatore di un disegno politico: quello di sconfiggere il PCI di Berlinguer e di fare del PSI il perno della politica italiana. Ma era solo questo, oppure la pretesa di impunità della politica che diventava conclamata. Il disegno politico che cambiava i rapporti di forza a sinistra, e che avversai assieme tanti altri, aveva una dignità, ma quello sulla impunibilità della politica, dignità non ne ha mai avuta. Invece i socialisti di allora, oggi nel Pdl, hanno usato Craxi come scusa per entrare in una politica di destra, e proseguito il disegno del salvacondotto politico, senza avere il coraggio di chiamare le cose col loro nome e cioè la trasformazione dei poteri in aggregazioni eterogenee basate su interessi immediati e pertanto non soggette alla legge. Verrebbero analogie di nomi impropri, dove il socialismo venne pure accostato ad altre destre, ma non essendo confrontabili i tempi e la gravità di quanto successe, non sarebbe decente parlare di storie che si ripetono. I biliosi però sono diventati una categoria politica, e ragionano da biliosi e non sono solo nel centro destra, allignano anche dall’altra parte e se non hanno la stessa virulenza, è solo perchè c’è impotenza a far male. Il bilioso non riconosce l’avversario, non riconosce regole comuni, ha qualcosa che gli è stato tolto, sa che non potrà riaverlo e per questo è disposto ad alterare l’ambiente in cui opera e sè stesso. Con la bile non si ragiona, al massimo si sbava e preferisco un nostalgico della potenza passata, piuttosto che un voltagabbana. Non una persona che cambia idea, ma quella che resta la stessa altrove, portando il fiele del proprio fallimento. Mi vengono in mente gli ex radicali, i comunisti pentiti, i fascisti prestati alla nota spese, che rinnegano sè stessi, quello che sono stati non come passato, ma come persone.
Berlinguer s’oppose non solo al disegno politico, ma ad un paese che degradava. Non vinse, ma Lui non ha bisogno di riabilitazioni, nè ha generato biliosi.
Che direste se Marrazzo fosse il candidato del pd per la regione Lazio? E se il candidato sindaco per il comune di Bologna fosse Delbono?Sono persone, neppure incriminate, senza precedenti condanne, che alle libere elezioni hanno avuto un largo consenso di voti personali. Perchè non vengono riproposte al giudizio degli elettori e da questi giudicate?
La risposta ovvia: perchè chi si fidava di loro non li sosterrebbe nuovamente. Hanno violato norme di comportamento o di correttezza che chi è sotto gli occhi di tutti non deve toccare. Questo in assoluta assonanza con quanto accade negli altri paesi europei, dove basta un peccato veniale per uscire dalla politica.
Questo comportamento elettorale riguarda solo una minoranza nel paese. E’ per moralismo che accade tutto ciò?
L’attuale presidente del consiglio aveva processi in corso nel momento in cui decise di “scendere in campo e di salvare l’Italia dai comunisti”. Aveva un palese conflitto di interessi e una contiguità pluridecennale con la politica che normava e dava le autorizzazioni necessarie alla sua attività imprenditoriale. In piena tangentopoli gli stessi italiani che castigavano i partiti della prima repubblica e riempivano le piazze chiedendo teste, premiarono Berlusconi. Ed ancora lo premiano. Credo che oggi la questione morale sia questa e che non sia facilmente risolvibile perchè non viene avvertita come tale.
Mi viene a mente la funzione che hanno i santi nella vita delle chiese: i santi sono l’anomalia, perchè destinati a testimoniare le virtù eroiche che gli altri fedeli non hanno; cosicchè questi possono legittimamente peccare e pensare che è comunque possibile cambiare. Una specie di misericordia preventiva che assomiglia agli scudi in circolazione. In politica, non da ora, viene premiato chi si pone sopra le regole, ma questo virus dell’impunità, si trasmette nelle teste velocemente ed invade la vita quotidiana provocando de-responsabilizzazione e protervia. Cosicchè una parte, non piccola, della violenza si basa sull’imitazione.
Fare argine e non lo dico con rassegnazione, ma prima della definitiva omologazione, oltre i programmi, le priorità, le attenzioni, bisogna mantenere, almeno, questa differenza tra destra e sinistra in Italia.