poveri, ma che brutta parola

 

Poveri che tolgono ai poveri.

Acquisto un jeans a 10 euro e penso alla catena del prodotto, a chi ha seminato il cotone, raccolto, filato, trasportato, tessuto, colorato, confezionato, ritrasportato, fino a venderlo. Per 10 euro, compresi zip, bottoni e sacchetto. Sento una catena infinita di povertà e di sofferenze che sostengono altre povertà. E’ l’ingiustizia che sale, che non rispetta i punti cardinali, che prende alla gola. E’ l’ingiustizia di Rosarno e delle arance a 5 euro la cassa da 15 kg, l’ingiustizia della verdura venduta agli angoli di strada perchè i grossisti si mangiano la fatica, l’ingiustizia dell’olio dop portato via ad autobotti dalla Puglia e venduto mescolato con gli oli africani a 2 euro e 75 a bottiglia al supermercato.

Penso al caporalato che qualcuno comincerà a chiamare agenzia interinale multietnica, agli schiavi che permettono al contadino di fare il suo mestiere di povero, al lavoro nero nei cantieri che crea le ricchezze e le disgrazie. Penso che la dignità si stia sgretolando, che non tutelando la dignità degli altri anche la mia si abbassa. Penso che non ci fermiamo più a riflettere, ma soprattutto che non ci fermiamo più, che le povertà si sommano,  i poveri si allontanano tra loro e che chi può, toglie senza farsi domande.

Penso che la povertà è stata rimossa dalla visione, non quella terzomondista, riempitiva di emozioni lontane, con  decine di migliaia di affamati e terremotati da telegiornale  che tanto non disturbano, ma quella vicina a casa. La povertà che ha un lavoro, che insegna in una scuola, che divora quanto che è stato messo da parte in una vita per compensare l’oggi, la dignità negata dal lavoro. Tenersi su, non lamentarsi, scegliere le offerte speciali, andare di soppiatto alla mensa della Caritas, aspettare i vestiti usati. Tutto questo nascondendosi perchè fa brutto essere visti da chi non vuol vedere. Questa povertà sporca l’immagine patinata che non è nostra, sporca i sogni e le attese, chiede soluzioni e toglie il surplus, allora si rimuove ed i poveri hanno paura della loro non esistenza e acconsentono allo scippo.

Poveri, ma che brutta parola, chiamiamoli: diversamente abbienti.

2 pensieri su “poveri, ma che brutta parola

  1. La povertà cresce,la dignità diminuisce. La speranza brancola.
    Garbatamente incisiva la chiusura che aiuta a riflettere sui meccanismi ipocriti d’una società implosiva, capace di cambiare solo le parole.
    Bel post

  2. Credo che la parola povertà sia diventata tanto difficile da pronunciare proprio perché il mondo, così com’è oggi, vuole mostrare di sé solo la facciata linda e pinta, tant’è che le immagini della povertà estrema sono sempre più rare.
    E poi, come hai scritto tu, la povertà ha imparato a nascondersi, a travestirsi qui da noi: è la povertà che “insegna in una scuola, che divora quanto che è stato messo da parte in una vita per compensare l’oggi, la dignità negata dal lavoro”, quella che impara a: “Tenersi su, non lamentarsi, scegliere le offerte speciali, andare di soppiatto alla mensa della Caritas, aspettare i vestiti usati”.
    Sai, questa nuova povertà, così americana e così vergognosa di sé, è una creatura ancora abastanza sconosciuta, con cui è difficile relazionarsi.
    Non poteva nascere che qui, tra noi, nel mondo sazio dell’occidente, costretto a fare per la prima volta i conti con un fallimento di prospettive e di scopo.
    Dell’altra povertà, quella le cui immagini vengono sempre più censurate, quella totale, che confina con la stessa sopravvivenza, non abbiamo la possibilità e spesso neanche la voglia di occuparci: i telegiornali la ignorano e le economie non hanno mica tempo da perdere, si sa…
    In tutto questo c’è però un fattore comune: è la dignità della persona a rimetterci le penne oltre che il patrimonio di sé stessa.

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