Ascolto la forza primordiale ed assoluta del sauro che abita in noi, con le sue poche certezze e nessun dubbio. Lui che usa la forza cieca della libertà, come quei bulli di quartiere che in qualche modo devono pur risolvere la discussione che s’accende con la ragione. Il sauro apprende con fatica, vive nell’essenza archetipica, l’intelligenza, per lui, dev’essere in grado di piegare l’acciaio delle situazioni oppure è scusa per non essere.
Spesso vogliono coercire il sauro, imbavagliarlo nei luoghi comuni, rimasticature sociali di regole senza sbocco d’essere. E lui si dibatte per la libertà di esistere, fedele a quell’evoluzione dell’archetipo semplice che ragiona col desiderio, la pulsione e l’intelligenza del flow chart. Cerca di praticare nei fatti ciò che fuori si racconta come alto ed universale, ma poi si confina nella consuetudine, nella noia.
E il sauro è caparbio. Quando è sconfitto, si dibatte e riprova.
Mentre tutto fuori ingialliva, l’aspidistra e le sorelle, non paghe d’un loro verde madido ed arrogante, proprio loro, si dovevano spostare. Dentro, fuori, ancora dentro, inseguendo l’ombra e le stagioni, l’acqua della pioggia e il mezzo sole.
Aiutavo mia madre trascinando vasi e vasche verso luoghi che avrebbero consentito alla vita di proseguire, di doppiare l’estate veleggiando trionfalmente nell’autunno. Poi il cammino si sarebbe invertito, con transumanze vegetali, per piante in vaso senza ambizioni eccessive. Come i canarini, anch’essi di giorno all’esterno, nella gabbia, ché della libertà non avrebbero saputo che farne e già al principio della notte, finivano al bujo per impedirgli di cantare. Dormire e cantare, come lavorare ed andare in vacanza. Non avevano bisogno d’ una vita nuova, di una libertà poco cercata e così piena di paure.
Le vite che avevo attorno, erano come quelle piante: si spostavano tra interno ed esterno, seguendo le stagioni. E tutto per conservare una vita già avvizzita nelle abitudini, senza crescita, inesorabilmente spenta nei discorsi ripetuti.
Ma io potevo muovermi, restare in città d’estate, nuotare nel fiume, leggere, parlare e fumare di notte. La fatica dello spostarsi dalla transumanza dell’abitudine si sarebbe mutata nel brivido dello sconosciuto, del nuovo.
Iniziava allora, la vita da scegliere: dentro, fuori, mai immobile, finalmente libera dalle stagioni.
Sulle tovagliette dei bar, appena oltre l’insalata e le macchie d’olio.
Sul bordo dei letti delle camere d’albergo, aspettando il campari.
Ho scritto sudato sui tronchi, tra l’odore dei funghi nel bosco.
Dal sedile dell’auto ferma sul ciglio di strade di campagna, prima che sparisse tutto.
Ho sopportato le risatine, i commenti, le richieste, strappando ciò a cui tenevo, per non sporcarlo di disattenzione.
Nudo ho scritto versi dopo aver fatto l’amore, oppure al posto di averlo fatto.
Mi sono nate parole senza destino e versi che dovevano spaccare il cuore.
Ho usato caratteri che per me solo avevano significato, lasciandoli naufragare sui tavoli delle riunioni.
Cercando parole pubbliche e segrete, le ho spogliate con tenerezza, e assaggiate con voluttà,
ho lasciato scaldare le tempie dalla passione contenuta in quei segni neri, prima di tracciarli sulla mia bandiera.
Ascoltando l’eco di vite fuggite, sono nati dialoghi per legami inesistenti, allora
mi sono alimentato dei miei versi senza valore, felice solo d’esser vivo.
Ho messo a bada, con disprezzo chi tirava la mia giacca per togliermi la fantasia
e le parole sono diventate setter che inseguivano felici uccelli di brughiera.
E’ per questo che ho scritto su ritagli di giornale, su foto e carte fini, con penne che si pavoneggivano del tratto, e il mio corsivo m’ha seguito attento agli scarti dell’umore e dell’età. Di tutto questo scrivere ho fatto grano da passare tra le dita. Un rosario infinito che nutre e non disseta, che disegna e non conserva.
Magari si potesse; è il non credere che costringe ad affrontarsi.
Si guarda il refe grigio azzurro che fa trasalire, che annoda paure, che le estrae alla luce, dicendo: se vuoi nascondi, affar tuo, non mi sfuggirai.
Sfuggire a chi, se non a se stessi. Come si potesse rinunciare alla propria inclinazione senza un cilicio che piega le teste prima dei cuori.
Ed allora emergono le paure annidate e traslate. Dalla morte all’amore, sino al sesso. E poi di nuovo a rovescio. Tutto ruota sulla solitudine, sul terrore di non essere amati.
Nell’allegria timorosa dell’inizio d’ogni guerra c’è un limite che si sposta, come un cartello di confine divelto nella furia d’invadere, che poi è paura d’essere uccisi. Ma oltre il confine, il coraggio, subito muta nel ragionare attorno alle paure, al vestirle, perchè nude non si tollerano se non nel trasalire involontario. La morte, il sesso, l’amore. Tutto assoluto, tutto relativo. La paura vestita è relativa, consente decisioni ponderate, ma è l’immagine di quella assoluta che sta dentro e pesa. E’ la bestia che, a fatica, si è sollevata dalla palude e ripete il gesto arcaico dello scrollar da dosso. Eccolo un colpo di coda del sauro che ospitiamo nella broda in fondo al cuore. Un colpo di coda per vivere, per non lasciare che l’assoluto profani la vita.
Vestire e agghindare le paure, parlar d’altro, è compito delle religioni, della delega che l’uomo fa al gruppo per sfuggire alla solitudine siderale della compagnia di sé. Il lasciapassare per uscire nel bujo ed urlare alla notte: voglio l’immortalità, voglio essere sempre immerso nella bellezza, voglio un dio che mi consoli e perdoni, voglio uscire dalla solitudine dell’assenza d’amore, voglio ricongiungermi con mia madre quando l’amore non era fatica. Voglio. E se io delego a te, tu me lo devi dare.
Ed allora il vestito consolante si trova, si relativizza l’assoluto, sarà per altri la disperazione o la forza di volare sulle proprie ali di pterodattilo: non nobis domine.
Dovresti cercarmi tra i colori complementari, nelle foto, nelle pause di sospensione, nelle musiche che m’accompagnano, nelle sequenze dei titoli che sono poi, le mie dichiarazioni nel bridge della vita.
Se davvero t’interessa.
Provando e riprovando senza imparare molto, questa è la vita mia, non quella immaginata.
Il passato è un film già visto: si sa come va a finire. E’ amato, sopravvalutato, raramente emozionante, serve a poco nel non sbagliare. I ricordi sono episodi di ripasso di questo heimat personale in cui ci siamo conosciuti/riconosciuti. I ricordi servono, sono importanti, grattatina al gatto, ma finisce lì. Fanno buona compagnia, quando non c’è di meglio da fare (come grattare questo gatto), ma finisce lì. I ricordi hanno la funzione di certificare che siamo stati, che abbiamo vissuto in qualche buco di mondo guardando fuori, che abbiamo provato e riprovato, conoscendo il caso e l’intelletto, ma finisce lì. Il gatto s’è stancato e se n’è andato.
Il futuro è altra cosa. Una cosetta infiammabile -il futuro- da maneggiare con sconsideratezza e curiosità. Se si guarda al passato si sa già come andrà a finire. I ricordi, allora, devono stare al loro posto, con una memoria discreta si può raccontare, con una memoria sensuale si può divagare su odori, sensazioni, suoni. Ma la prossima cena sarà la migliore, comunque diversa, ma non sarà il suo ricordo ad impedire il desiderio del nuovo: l’unica cosa che davvero si ripete.
Bei ricordi è come dire bella vita, quella passata aiuta comunque, quella futura è affascinante e ci appartiene.
Quell’estate fu piena di eventi straordinari. Arrivò una bibita nuova che era quasi un’aranciata, solo che si faceva in casa, con le polverette idrolitina. Col doppio della dose sembrava san pellegrino. Se non scoppiava il bottiglione, frizzava come le caramelle, nuove, nuove ed altrettanto pizzicose. Un motorino fu completamente smontato e rimontato, non funzionava prima e non funzionò poi, in compenso uno dei meccanici se ne innamorò talmente tanto che comprò le quote degli altri per procedere in proprio. Dell’amore sbocciato, ne fece poi una discreta azienda metalmeccanica. Mangiavamo panini di salame e olio motore, l’acqua e la sabbia non bastavano a togliere il nero dalle unghie e dai tagli. Ma la morchia non è male se si ha fame di salame. Con i soldi ricavati s’acquistò un giradischi portatile, usato, a valigetta, con valvole EL82 , 2.5 watt, rigorosamente mono, però la testina leggeva anche i dischi stereo. Comprammo anche un disco di un complesso inglese, assolutamente nuovo. Fu un formidabile strumento di attrazione sessuale. Solo attrazione. I vestiti erano svincolati dai calzoni corti, polo e jeans, argentine tagliate per i coraggiosi. Lo scollo a barchetta, un sublime oggetto del desiderio, imperava tra le ragazze. E chinati, chinati perdio, che vediamo. Pensieri a fior di labbra, tifo da stadio trattenuto a malapena. Le sfrontate avevano abbandonato la sottoveste, qualcuna aveva reggiseno a balconcino. E i desideri erano rigorosamente di genere, i maschi da un lato che ostentavano avventure sognate, le donne -che già a quel tempo parlavano tantissimo tra loro, di cosa parlavano poi?- dall’altro. L’incrocio dei desideri, mai sufficientemente indagato, si attestava su grovigli di romanticismo, voglia di potenza, paura d’impotenza, concetto poco chiaro del limite – come si fa, sei sicuro? e se non vuole?- necessità impellenti. Quest’estate, perdio, non deve finire mai, è da correre a perdifiato. Ma dove? e perchè, con chi? Non importa, basta correre. Le notti. Nasceva il gusto delle notti. L’eroismo della notte, lo sforare ogni limite di sonno, con il vino allungato con la gazosa, la bocca impastata dalle sigarette al mentolo, i tavolini notturni della città arroventata, la coca cola, il mottarello. Parlare di tutto, di niente, nelle notte trascinate oltre il confine della mezzanotte, mezz’ora a sera, a settimana, fino all’una, le due, le tre. Conquiste tangibili, definitive. Stremati dal sonno il giorno dopo in piscina, ebbri di sole, di caffelatte, di cloro, di costumi rossi, blu, rosa confetto. Le giornate lunghissime, pigre, le letture, il primo playboy, il secondo. Si vede tutto. Quasi, non il pelo. E’ incredibile, ma sono davvero così le americane? La tenda, le scatolette, il fuoco sulla schiena: stanotte non si dorme, non potevo girarmi, si vedeva, eccome si vedeva. E lei lo sapeva.
Di quell’estate ho tutto e niente, un insieme di righe scritte con la Pelikan, con lo stesso corsivo di adesso, la lettura furiosa di Pavese. Ma perchè non c’era il Po da noi, perché era a Rovigo, che cazzo serviva il Po a Rovigo, e perchè di Torino ci dicevano ch’era un postaccio dove al massimo si emigrava? L’estate è un fuoco d’artificio, vammi a prendere 5 nazionali, e non fumare che ti fa male, e perchè tu fumi, perchè sono grande e tu sei un ragazzo, un bocia, non lo sai che io andavo nei casini? Non è vero. Va bene entravo solo, non mi lasciavano consumare, solo vedere. Però vado a puttane. No, a me le puttane non interessano, non mi piace, però racconta, dai, racconta.
7 luglio 1960. A Reggio Emilia, ad una manifestazione di protesta per i feriti ed i morti dei giorni precedenti, di Roma e Licata, la polizia spara ripetutamente; vengono uccise 5 persone. Di questi morti di Reggio Emilia resterà traccia nella storia dell’Italia seguente. Il ricordo percorrerà ogni manifestazione di sinistra, ogni festa dell’Unità e manifestazione sindacale, si dirà che quelle morti sconfissero non solo il governo DC-MSI di Tambroni, ma anche l’involuzione a destra dell’ Italia. La canzone di Fausto Amodei è stata tra le poche canzoni di sinistra, davvero di massa, sia per la musica, ma soprattutto per la sensazione di Resistenza rinnovata che trasmetteva a chi la sentiva o cantava. I giovani, che poi fecero il ’68, la tennero mentre buttavano il PCI. Era l’idea che giovani operai, ex partigiani, studenti erano morti in una piazza di una delle città rosse dell’Emilia, per difendere un principio, un valore di tutti. Era l’idea che dalla morte di chi si opponeva potesse nascere il cambiamento di una società ineguale che si avviava ad essere ancora più ineguale. La piazza, i giovani, la protesta, l’ideologia, le divisioni nette, l’identità: da un lato la destra, dall’altro la sinistra. Con due idee diverse di Paese, con due volontà che si misuravano. C’era una voglia, una passione, un sentirsi molti che era forza possente, ragione ragionante, come se le mani che conoscevano il lavoro duro della fabbrica, dei campi, la precarietà del presente, la povertà dei salari contenessero la carezza del futuro. Lo penso ora, quando il grosso del paese è divenuto corpo molle, fuga nel personale, conto di convenienza. E’ stanchezza, scomparsa delle ideologie, assenza di spirito critico, benessere diffuso? Può essere, assieme ad altro, primo fra tutti l’errore del non sostenere la diversità in politica, l’ identificazione tra azione, programma e uomini. Però quella stagione non è solo storia, è un format che si ripeterà, dove altri, in altro modo, possono scrivere. Non è finito il bisogno, l’ineguaglianza, l’ingiustizia, l’attacco alla libertà. Qualcun altro interpreterà la lettura del presente, offrirà soluzioni, infiammerà le teste e i cuori.
Dove finisce la sottile linea del lecito nei sensi? Perché non c’ è solo il vedere di sguincio, ma l’uso di tutti i sensi: esiste un odorato indecente e un tatto voglioso, un udito pruriginoso, un gusto scostumato. E non è solo applicato al sesso, ma anche al voyeurismo che cerca le nudità, il carpire il nascosto, l’emozione morbosa. Il sesso che è cosa troppo vitale, allegra e seria, per confonderlo con la prudérie di derivazione post cattolica. C’è nel sesso, un gioco del mostrarsi che non è l’equivalente del vedere di nascosto. Una linea sottile del pudore dove ognuno lascia ciò che vuol far vedere. E la decenza implica il mostrarsi a chi può vedere la persona e non la superficie. Conta anche il contesto, una spiaggia nudista è un luogo casto, la casa e chi ha l’accesso conclamato al vedere intimo, sono luoghi senza vergogna, un amore è il contenitore d’ogni nuda intimità. Ovunque e comunque, il limite si sposta, parte dal morboso ed invade il quotidiano, l’immaginazione è molto più pudica di una rivista di gossip. Guardare dal buco della serratura e scandalizzarsi pubblicamente, come se il nome, il pudore, le voglie fossero scisse dalla stessa persona, è invece, l’evoluzione del senso deviato del pudore. Pudore è ciò che esercito su di me, ciò che metto in comune e non impongo, ciò che non uso a mio vantaggio. E il confine del libero esercizio d’ogni nudità va dal reale al virtuale. Come non si può imporre ad una persona d’essere nuda su una spiaggia, in un luogo, fosse pure una casa, davanti ad altri, così sarebbe una violenza nei confronti per chi è costretto a vedere. Allora il discrimine su cui corre la linea sottile del vedere è la libertà del vedere e dell’essere visti, in una sorta di patto reciproco e non ciò che si mostra. E questo limite mentale applicato secondo libertà e convenienza, quanto vale in rete? Quante nudità vengono esibite da quelli che non mostrano nulla di fisico e propongono il virtuale anatomico? Un tempo si parlava di comune senso del pudore, come fosse esistito davvero un codice comune che misurava centimetri di pelle, l’altezza dell’elastico delle mutande, il volume geometrico visibile della rotondità dei seni. Il limite era il capezzolo e il pelo che rispondevano ad una sbavante pruderie da astinenza. Allora il il nudo aveva odore di sagrestia, mentre c’era una bulimia del vedere e l’immaginare non aveva limiti. Ora si immagina molto meno e il superamento del limite sembra essere la misura dell’individuo. In ogni campo, politico, sociale, intellettuale, la proposizione di sé, è esibizione, muscolo guizzante ed oliato, nudità indifferente perché senza contesto. Allora perchè non dovrebbe essere spostato il limite nel cattivo gusto, nell’indecenza, nella parte sconfinata dell’ imposizione dei propri vizi come normalità? Lo spostamento del confine non riguarda più la nudità, ma un comune sentire che ottunde le teste e i corpi, li rende tutti simile, tutti esposti. La nudità indecente è debole, ma a chi serve? Certo non al sesso, mai così vilipeso e geneticamente modificato da togliere il gusto e lasciare l’involucro. Questo mi infastidisce e il mio pudore coincide con la nudità che dedico a chi voglio.