La rivoluzione ábroga il quotidiano, ma poi il quotidiano, che ricorda, si vendicherà.
Solo chi ha li vissuti davvero non scorda cosa è accaduto dentro di sè in quei momenti, è accaduto per le rivoluzioni, per la resistenza, in parte anche per il ’68 o il ’77. Forse da questo nasce la giustificazione delle nefandezze, delle distorsioni, perchè si pensa che quello statu nascendi si possa protrarre all’infinito e diventare vita quotidiana. Il quotidiano è conservatore, e semplicemente non tollera il cambiamento. Ed è forte, invasivo, oppiaceo.
Laura mi invita nel suo commento a “ma allora…”, a guardare al positivo nato in questi anni post ’68, ed è vero che molto è mutato, che non è stato inutile, che il senso comune esecra di meno, ma
la differenza tra chi allora, ha sognato e chi poi, più giovane, ha vissuto è oggi lo scarto tra desiderio e realtà. Un quanta di quel cambiamento è in quelli che c’erano e non dormivano, quindi non dispero, ma inspiegabilmente un processo si è fermato. E’ come se in chimica, per una anomalia termodinamica, la reazione si arrestasse a mezzo e le basi e gli acidi, non più quelli di prima, restassero indecisi sul da farsi.
C’è una stechiometria del sogno che in qualche modo deve far tornare i conti. E non mi si dica che solo la realtà conta, perchè di contabili dei sentimenti ne abbiamo a josa, sempre intenti a dimostrare vantaggi, salvo poi doverli ricostruire ogni mattina.
Una settimana fa ero ad Orvieto ad un incontro di sciammannati sostenitori di ciò che sbrigativamente era definita mozione Marino. Il bello di questa congerie variopinta di idee, libertinismi, sensibilità ambientali e diritti soggettivi e sociali, era che ognuno aveva una priorità, ma la somma delle priorità era comunque una volontà positiva, non un dilemma di Buridano in attesa di un calcione amico per procedere. Non c’era rassegnazione forse perchè con più cuore a disposizione, il sangue circolava.
Qui arriva il però del dubbio: ma se il ’68 e il ’77, con il codazzo di pantere, girotondi, ecc. hanno poi prodotto questa situazione e così tante presenze ex libertarie nelle file berlusconiane, dove abbiamo sbagliato e perchè tutto si è fermato sul possesso?
Perchè sempre di possesso si parla nei sentimenti, nei rapporti, nelle cose, nel lavoro. Questo essere attaccati a ciò che si ha, soprattutto il potere, ed estenderlo nelle persone vicine porta a distorcere i rapporti migliori. Lo sapevamo anche allora, ma ciò che ne è venuto poi ha bloccato la riflessione e quindi il procedere della reazione di cambiamento. Ciò che è mutato, è mutato per spinta acefala seguendo il principio della minore resistenza, piuttosto che perseguire una direzione: più libertà sessuale non corrisponde ad un minore potere esercitato tra i sessi, più contratti di lavoro non corrispondono a maggiore mobilità sociale e possibilità reali.
Lancio una riflessione che parla della realtà sociale come la vedo: la generazione degli attuali trentenni è spossessata dai padri, del lavoro, della mobilità sociale, e nel giovanilismo imperante, anche degli amori. Nessuno si fa da parte, non emerge un patto tra generazioni che dica: tu mi cedi una parte del potere che hai, mi affianchi, mi fai crescere, ed io ti riconoscerò importante. La somma dei privilegi che si annidano nelle generazioni attualmente al potere impedisce qualsiasi prospettiva di redistribuzione e di uscita dalla precarizzazione. Ciò comporta che una generazione verrà sacrificata sull’altare del potere generazionale perchè gli attuali trentenni arriveranno alla soglia della mobilità sociale a cinquant’anni. Basta fare un conto: i sessantenni lavorano fino a 65-70 anni e verranno sostituiti dagli attuali quarantenni, che resteranno ai posti di lavoro/comando per almeno 25 anni, quindi i trentenni arriveranno troppo tardi. Forse per questa cattiva coscienza si è preferito investire sull’assenza di difficoltà alzando la protezione piuttosto che lasciare che lo scontro generazionale assicurasse il ricambio. I nostri figli non sono bamboccioni, sono tenuti in condizione di non nuocere e mantenuti ai margini dello status quo. In questo penso che una riflessione sul concetto largo di possesso che parta dalle persone, i sentimenti ed arrivi al lavoro potrebbe essere utile.
Ma allora non è servito a nulla. Parole, pensieri, vite modificate, sogni, speranze. Tutto inutile. Se non è cambiato il rapporto tra le persone, se le vite amorose sono fatte solo di possesso, siamo rimasti a 50 o 500 anni fa, tutto uguale, solo qualche articolo di codice modificato.
E’ solo questione di tradimenti, oppure c’è qualcos’altro? E’ il rispetto, la difficoltà di mantenere le promesse delle parole, oppure l’eternità a tempo di qualcosa che muta, e che non ha mai la stessa natura. Parliamo di qualcosa che a parità di sintomi non ha gli stessi effetti sulle persone. L’immutabilità e l’eternità sono stati un cappello recente per bisogni economici mutati, che tradotto significa: diamo una patente di bellezza, a prescindere, ai legami reali, anche quando non sono più una scelta. Ma se il possesso rimane come primo corollario all’amore, come mutano i rapporti, le libertà, la scelta?
Eppoi, quando pensiamo all’amore, pensiamo all’amore borghese oppure a qualcosa di meno legato a una cultura e ad un tempo? Già trovare le costanti del sentimento amoroso sarebbe un bel passo avanti e il tutto potrebbe essere portato all’ufficio pesi e misure di Sevres per metterlo sotto teca e confrontarlo in caso di dubbio. Ma non è così e il battage che c’è attorno al termine, mistifica ed occulta cose tangibili e meno nobili. Ad esempio, la disputa sulla separazione di Berlusconi, mi lascia indifferente: è questione da avvocati, intrisa com’è di denaro e potere. Ciò che mi colpisce è che in qualche momento la parola amore sarà stata pronunciata, allora perchè dovrei presumere che quest’uomo abbia avuto sentimenti diversi dagli altri? Solo perchè è così distante da me e non mi fa bene, dovrei togliergli la possibilità d’essere stato innamorato, e allontanare anche questo tratto che lo accumuna gli uomini. Sono i suoi atti poco benevoli che lo inibiscono ad amare? Ecco, sulla natura dell’amore e sul suo rapporto con il bene mi fermo sgomento. Capisco che la capacità ce l’hanno tutti, che Hitler amava Eva Braun, ma che la forza benefica dell’amore è un optional che spesso non c’è, e che comunque bisogna pagare a parte. Capisco che amare non genera necessariamente un bene palese. Anzi che il bene nell’amore, bisogna cercarlo, individuarlo, decrittarlo con pazienza, perchè non ha una sua evidenza, ma è piuttosto conseguenza: ciò che accade ed è accaduto mi ha reso quello che sono e questo è bene. Capisco però che, come in tutte le manifestazioni umane, i fluidi di scarto sono il resto dell’energia, e che puzzano e devono essere riconvertiti. E’ l’idea del sentimento che dura, non la sua attualizzazione. All’ordine del giorno resta il possesso di menti, corpi ed infine di patrimoni, ma allora valeva la pena di fare tutto quel can can sulla liberazione, sulla coscienza, sul rapporto di genere?
Capisco che sono oscuro, che seguo pensieri veloci come scie, qualcuno protesterà e non saprò che farci. Farmi domande è una attività che non ho mai smesso, e le mie sono elucubrazioni messe in piazza. La casalinga di Voghera me ne vorrà per il giusto tempo di cottura della pizza infornata, poi passerà ad altro. Perchè d’altro si parla altrove, soprattutto di quello che non s’ascolta, urgente e reale, tangibile, e spendibile: altro che i paraventi mentali per fancazzisti.
le mie scelte musicali seguono l’umore e l’età, sono un piacere e basta
” La politica non si faceva più. Se ne parlava soltanto, camminando su e giù per la piazza, le mani dietro la schiena… Interminabili discorsi su ciò che avrebbe potuto essere. Su ciò che avrebbe dovuto essere.
L’entusiasmo che l’aveva sostenuto in tutte le attività della sua vita, anche quelle intraprese tardivamente, l’abbandonò. Niente gli sembrava valere più la pena. Iniziò a diventare irascibile. Sbottava per delle sciocchezze, con stupore di quelli che l’avevano conosciuto come un uomo ponderato e mite, e peggiorò con gli anni finchè nessuno ci fece più caso.
…si accorse all’improvviso che gli sarebbe piaciuto non tornare a casa, quel giorno. E nemmeno il giorno dopo e quello dopo ancora. Non tornare più da nessuna parte.
…,poi invece quando trovò una piazzola di sosta fece inversione e tornò indietro, ma fu come se una parte di lui, forse la migliore, certamente quella più viva, fosse rimasta lì, ad aggirarsi per le strade deserte…”
Mariolina Venezia: mille anni che sto qui. Einaudi
La perdita, il rifiuto, la rottura con il mondo consolidato.
Chissà se è un percorso obbligato per gli uomini inquieti.
Ma davvero si perde l’innocenza? E quando la si perde?
La presunzione di un’età mentale e fisica dell’oro, in cui il buono è prevalente e non esiste un secondo fine nell’agire, farebbe coincidere l’idea della perdita con la coscienza della responsabilità del vivere. Invece le connotazioni sessuali che vedono la perdita dell’innocenza legata alle prime pulsioni e desideri, mi sembrano molto legate alla morale cattolica ed al concetto di peccato più che all’innocenza vera.
La stessa cosa si ripete per la dimensione utilitarista dell’uomo: l’ingenuo come iconografia del disinteressato e raffigurato nel bambino, non regge molto ad una analisi sul fine dei loro atti e quanto questi siano legati ad un utile atteso. Quindi emerge nuovamente una relatività anziché un assoluto, e non aiuta un concetto di violazione della regola morale, del furbo che si avvantaggia ingiustamente perché qui emerge il male che sta oltre l’innocenza. E a nulla giova che ci sia chi sa come funzionano le cose rispetto all’ingenuo che non conosce il mondo vero, perché quel vero è intriso di male e di bene, cose che l’innocente maneggia con difficoltà. Quindi l’innocenza sembrerebbe esistere prima della conoscenza, come si pensa da molto nella storia dell’umanità: quando si capisce si perde l’ingenuità.
A me pare che la perdita dell’innocenza sia un processo esteriore che non dà ragione di quanto accade davvero, che se l’innocenza è operare conformemente a sé, le persone l’innocenza non la perdano mai, e che comunque non venga mai perduta la speranza di riaverla. A questo proposito credo che anche nelle cose pratiche, a partire dalla sfera sessuale, l’innocenza si ricomponga nella vita della persona e che il percorso di recupero, di riconquista dell’innocenza, duri l’intera esistenza. Una persona che decide della propria vita è, almeno, innocente, magari non sarà ingenua, ma certamente porta con sè uno schema di valutazione della risposta tra l’attesa, il desiderio, la pulsione e il governo di questi verso la soddisfazione o meno, che la configura come attiva e quindi innocente. Da ciò si capisce già un significato che attribuisco all’innocenza, intesa come disporre consapevole di sè, rispettoso degli altri. Naturalmente i contenuti etici ci sono e non considero innocente un criminale nazista, ma penso che una persona che sceglie coscientemente, che dice dei sì e dei no, che rispetta la dignità altrui, quando fa qualcosa, parte dalla presunzione d’innocenza.
Il secondo discrimine è la conformazione a sé, al proprio destino, inteso come vita vissuta, non come predeterminazione. Il cinico non è innocente perchè violenta sé stesso, perché toglie alla propria vita la dimensione del cambiamento, dell’attesa, della speranza: sa già come andrà a finire. La scelta, in questo caso, è il rifiuto predeterminato dell’altro, il giudizio inappellabile di utilità ed allora non ci può essere innocenza.
Credo che nel crescere, ovvero nel vivere, il recupero dell’innocenza sia la continua costruzione di se stessi oltre i condizionamenti esterni, il rifiuto dell’ossequio, del calcolo, della vita appaltata al luogo comune. La riconquista dell’innocenza è il rifiuto dello scambio tra approvazione e amore, dove l’amore è anzitutto amore di sé che viene scambiato liberamente, contrapposto all’approvazione sociale come espropriazione della capacità di essere sé stessi.
Accompagnare le regole con la conoscenza di cos’è bene e cos’è male, significa capire che lo sforzo della vita è nell’individuare il bene come parte di essa e non come approvazione esterna.
Chi decide ed è se stesso ha una tensione positiva che lo rende tendenzialmente innocente o almeno avrà la consapevolezza di provare ad esserlo.
Confesso che anch’io mi son lasciato attrarre dal risentimento. E’ accaduto dopo il mio accantonamento in politica: lo sentivo immeritato e ingiusto. E quello che per me era un vanto, l’indipendenza di pensiero e giudizio, era diventato una colpa grave. Non capivo, ma anche in quei momenti, di oscura riflessione su quanto fatto e sull’utilizzo della vita, bilioso, non lo sono stato mai. Ci pensavo, in merito alla vicenda Craxi, e alla proposta di strade intitolate ad una persona che deve essere ricollocata nella storia del paese, ma che resta un condannato. Pensavo alla presenza di tanti socialisti nel Pdl, alle voci incancrenite di stizza che si levano per rimettere in ordine i conti e le ferite di tangentopoli. Ci avete ammazzato, ma non ucciso, adesso restituiremo con gli interessi. Craxi è stato ed è, un pretesto. Lo è stato anche per i suoi accusatori, perchè in realtà la sua vera colpa grave è stata quella di infrangere un equilibrio e di far elevare i costi della politica a livelli incompatibili con l’onestà. Il ministro Formica esprimeva bene la politica all’epoca, dicendo che era soldi, sangue e merda. Ma dopo tangentopoli cos’è mutato? Chi non ha conquistato il cuore del paese, ha fatto prevalere gli interpreti della seconda repubblica, intesa come riscrittura della costituzione e del rapporto tra onestà e politica. Craxi fu l’ideatore di un disegno politico: quello di sconfiggere il PCI di Berlinguer e di fare del PSI il perno della politica italiana. Ma era solo questo, oppure la pretesa di impunità della politica che diventava conclamata. Il disegno politico che cambiava i rapporti di forza a sinistra, e che avversai assieme tanti altri, aveva una dignità, ma quello sulla impunibilità della politica, dignità non ne ha mai avuta. Invece i socialisti di allora, oggi nel Pdl, hanno usato Craxi come scusa per entrare in una politica di destra, e proseguito il disegno del salvacondotto politico, senza avere il coraggio di chiamare le cose col loro nome e cioè la trasformazione dei poteri in aggregazioni eterogenee basate su interessi immediati e pertanto non soggette alla legge. Verrebbero analogie di nomi impropri, dove il socialismo venne pure accostato ad altre destre, ma non essendo confrontabili i tempi e la gravità di quanto successe, non sarebbe decente parlare di storie che si ripetono. I biliosi però sono diventati una categoria politica, e ragionano da biliosi e non sono solo nel centro destra, allignano anche dall’altra parte e se non hanno la stessa virulenza, è solo perchè c’è impotenza a far male. Il bilioso non riconosce l’avversario, non riconosce regole comuni, ha qualcosa che gli è stato tolto, sa che non potrà riaverlo e per questo è disposto ad alterare l’ambiente in cui opera e sè stesso. Con la bile non si ragiona, al massimo si sbava e preferisco un nostalgico della potenza passata, piuttosto che un voltagabbana. Non una persona che cambia idea, ma quella che resta la stessa altrove, portando il fiele del proprio fallimento. Mi vengono in mente gli ex radicali, i comunisti pentiti, i fascisti prestati alla nota spese, che rinnegano sè stessi, quello che sono stati non come passato, ma come persone.
Berlinguer s’oppose non solo al disegno politico, ma ad un paese che degradava. Non vinse, ma Lui non ha bisogno di riabilitazioni, nè ha generato biliosi.
Parlo, miser’, o taccio?
S’io taccio, che soccorso avrà il morire?
S’io parlo, che perdono avrà l’ardire?
Taci, che ben s’intende chiusa fiamma
tal’or da chi l’accende;
parla in me la pietade,
parla in lei la beltade
e dice quel bel volto al crudo core:
chi può mirarmi, e non languir d’amore?
Che questo strumento stia cambiando i rapporti sociali, è dire cosa scontata. Che i blog possano essere un formidabile strumento di voyerismo/esibizionismo è pure cosa scontata. Che questo sia un elemento non banale, nella vita di molte persone è cosa reale. Una delle caratteristiche del dire in rete è la libertà che proviene dal non essere accompagnato da tutta quella serie di canali comunicativi che sono i gesti, le espressioni, le sospensioni e le accentuazioni del linguaggio parlato. Se a questi canali aggiungiamo gli odori, i ferormoni, il contesto otteniamo un flusso aggiuntivo o sottrattivo del dire non replicabile nel blog. Però il blog è altro, è parlare in penombra, tirando fuori quelle parti di sè che usualmente passano in second’ ordine. Si può parlare della sensazione, dello stato in divenire, dell’emozione acuta, ma siano queste parole leggere, ovvero cose importanti, che in altri contesti saranno sottaciute, comunque sia il blog aggiunge e fa sperimentare modalità nuove di relazione. Per banalizzare la cosa, direi che chi scrive su un blog tende a scomplicarsi e capire meglio. Anche quello che dice e scrive. Faccio un riferimento esplicito: di me si sa poco, non mi conoscete se non per quello che scrivo e che fa emergere parte di quello che penso, eppure interloquiamo, scambiamo idee e sollecitazioni. Ma pur nella necessità della comunicazione e nel piacere dello scambio, come può emergere la mia tendenza a non essere troppo in mostra? Eppure l’ho scritto persino nel motto che accompagna l’alias prescelto. Essendo questa la mia natura, potrò solo seguirla per ricavare positività da questo mezzo e continuare ad oscillare tra la ricerca della chiarezza, dal togliere fino a lasciare l’osso delle parole, contrapposto alla sollecitazione che provoca la presunta oscurità, fatta di parole gonfie e dense come stoffe.
Insomma per capire di più e vedere oltre ciò che si mostra, bisogna far fatica, altrimenti ci si accontenta dell’apparenza.
Nella galleria del vento si è illuminata una vetrina. Dopo tante chiusure e polvere accumulata, è una buona notizia. Ancora non si capisce chi siano i nuovi inquilini, manca persino una tenda per schermare l’open space: sono tutti in vista.
Dietro due scrivanie, lampeggiare bluastro di schermi, l’ovattato trillare di telefono che arriva in galleria e un viso alza gli occhi. Mi guarda, poi distoglie lo sguardo e fissa il muro, ancora privo di intimità.
Benvenuti signori vicini.
Ci siamo rivisti al bar, sono ancora esistanti, un po’ spaesati. Mentre gli scafati aggrediscono insalate dai nomi allucinanti, loro, in attesa di capire, optano per rassicuranti, panini di salame.
Sono una speranza per la galleria del vento; credo lo sappiano e questo anonimato non è anomia.
Mettendo passi verso l’ennesimo caffè, pensiamo :magari d’ora in avanti, la crisi ferirà solo, anzichè uccidere ancora.
Dovevo fare il soffiatore di vetro, esperto di equilibri fragili, camminatore su ninfee ed invece mi è stato dato d’occuparmi di cose solide: pietre, ferro, cemento, terra. Un tempo gli uomini -io ne ho una sensazione d’occidente- tracciavano le costruzioni come le loro anime, o meglio davano concretezza ai pensieri. E le proporzioni ripetevano sezioni auree, spazi definiti in cui l’essere trovava equilibrio, per cui Leon Battista Alberti era sì in Mantova, ma anche in un casale che ripeteva per multipli di quattro, percorsi domestici, aggregazioni, felicità d’esistere, oggi mutuati da un feng sui, così distante, da dare assuefazione, com’è giusto sia la moda. L’eccezione è diventata il modo di distinguersi: il più alto, il più colorato, il più efficiente, il più strano, il più complesso. Come fosse la transitorietà dell’eccezione a governare i rapporti, le campagne, l’abitare e le città. Ma nel mio piccolo mondo, io, soffiatore di vetri, che ci faccio qui?
Gli equilibri come insieme dinamico del procedere m’ han sempre affascinato. Devo dire che ora capisco poco di fisica – e non è merito, nè giustificazione, ma triste senso del limite -, ma quello che m’è rimasto s’ applica alla vita. E le leggi hanno, per me, una speculare attenzione verso le sensazioni, i modi d’essere, cosìcchè quando penso al moto vedo me stesso in movimento. E mi relaziono con la velocità passando attraverso una serie di stati di disequilibrio, ma ciascuno per un momento equilibrato, che approfittando dell’attrito permettono di correre verso qualcuno o qualcosa. Di questo esondare sentimentale tra comprensione di leggi e realtà, ho fatto la mia modalità d’essere, la stessa che m’ ha accantonato in politica, fatto accettare d’essere solitario a sufficienza per amare la compagnia, inquieto quanto basta per non accontentarsi del proprio stato, nè di quanto raggiunto o pensato. I piedi, m’ hanno servito silenti, hanno accompagnato il pullulare disordinato dei pensieri, dialogato con la testa ed anzi han fatto ordine ritmando, ascoltando asperità che sottraevano dall’impegno del pensar d’altro. Ne avevo ragione l’altra sera nel pezzo di strada che sta tra piazza Brà verso piazza santa Anastasia a Verona, e che la vista di tante meraviglie di palazzi, Arena e spazi, sottrae allo sguardo. Erano importanti a me, le larghe lastre di marmo messe a pavimento per dare solidità alla ricchezza e al potere, cosicchè , dialogando con quelle lastre, i piedi poggiavano leggeri, scivolavano accompagnando gli sguardi, e districavano le vetrine dall’opulenza delle merci, mostrandole per quello che erano: campionario di sogni indotti destinati a concludersi con un acquisto. Come potessero essere acquistati i sogni e poi sostituiti da altri ed altri ancora, legando il tutto al nostro potere – e come trovare parola più esplicita e fallace per definire uno stato – d’acquisto. Guardavo ed un poco sentivo, le grandi ammoniti, i disegni perfetti di spirali di pensieri diversi, pensavo al costruire, ai sogni che mutano con le epoche, alle chimere che non hanno più corpo di donna mutante, e zoccoli, e seni piumati, e alle sostanziose assenze che impoveriscono il nostro mondo così concreto e poco attento. Alle magie povere perfino del sogno e al nostro essere consegnato alla singolarità senza espressione nè declamazione. Perchè il declamare, il dire ad alta voce, è vibrare d’aria unisono di testa e moto verso altri e far capire. Ma per capire serve sintonia ed io mi accontentavo (!) d’essere sintonico con i marmi, con chi li aveva posati, con chi li aveva abitati. Ed ancora li abitava, indicando l’altro ch’era stato e una diversità talmente grande e vicina, da essere grande e pertanto da rimuovere, mettere in disparte perchè la sua irruzione avrebbe dimostrato la fallacia e caducità di tutto quanto riluceva attorno, in forza d’energia e potere di denaro.
Chi si estrania viene accantonato, fatto scendere dal treno, accompagnato nel luogo sociale dove con democrazia possa fare la sua vita, in assenza d’offesa al sentimento comune. Vale per il pensiero e per gli atti che mutano i rapporti, vale per le vite e per i sentimenti, vale per le regole che finchè non vengono mutate pensano d’essere eterne. E per il valore, che dev’essere riconosciuto come comune altrimenti scardina il terreno su cui poggia la concretezza delle bollette da pagare, dei tempi da donare, della libertà da limitare. Questa è l’economia del reale e altro non può essere perchè la diversità è eversiva, fa confusione, pensate che induce a rappresentare la realtà come la si vede e non com’è, come dev’essere per conservare equilibri, dare sostanza ai principi, bellezza al brutto, consistenza all’immateriale. Opprimere per giusta e necessaria causa, insomma.
Grossman, a Treblinka camminando, parla con i morti che accarezza con i piedi, vede donne e bimbi che assieme alla madre, da Raffaello sono l’icona dell’unione primigenia ed al tempo stesso li sente separati, uccisi, feriti, amati e accompagnati anche in quel luogo di morte. E’ Lui il nesso tra un dipinto, un modo di pensare, un valore condiviso, e l’agire che sotto quel terreno porta ad altro. Il valore umano resta assieme alle voci che vorremmo mute e che chiedono ragioni, ma sono soprattutto vite da proseguire dopo che sono state interrotte. Questo pensa e poi scrive. Ma è talmente eversivo il suo parlar d’altro, che viene gentilmente accompagnato, lui eroe dell’armata rossa, a raccontarlo in Siberia. Non per troppo, per un po’, finchè gli passa, la vita o la voglia di sentire e d’ascoltare cose che non ci sono più, pensieri oltre il filo della terra. Lo stesso filo che fuori era spinato ed elettrico ed ora è crosta per confinare il pullulare della vita che sotto preme. E non gli passa, come spero non passi a molti. Non passa, come spero continuino a fare i fili privi di senso comune che s’agitano tra i piedi e la testa, che fanno guardare sereno, i palazzi che s’inerpicano, le facciate tecnologiche e gli schermi giganti, l’intelligenza a tempo, il software caduco. Fruire e non essere, perchè l’essere è altro.