sino alla quiete…

 

Vorrei circondarti di furia

come usa il mare,

scuotendo le membra riottose

nell’inverno della sua giovinezza.

Vorrei sferzarti d’aria,

rilucendo ogni palpito nervoso,

e blandirti nel rovescio

perchè tu non capisca il tuo senso.

Vorrei farti desiderare la corsa

di piccoli animali gelati

che trovano e cercano

nuove nascoste identità.

Vorrei ribollire come acqua e sale

e bruciare e spegnere,

avvolgere e strappare

sino alla quiete.

Sino alla quiete

che accarezza ciò che s’abbandona,

e illude il sole

perchè non segua il giorno.

Sino alla quiete…

l’altra amapola

 

Amapola se n’è andata molti anni fa, portandosi il suo essere gatta, strana, pronta alla tenerezza e al graffio. Sarebbe stata un magnifico giornalista, presente ai fatti dell’orto cittadino e indolente verso il mondo che non la riguardava. E’ scomparsa come sanno fare i gatti, senza lasciare tracce fisiche, lasciando un ricordo pennellato di tempo, età, intonaci sbrecciati e case antiche, mai più abitate. 

Rimasto il nome ed il ricordo amoroso, non sapevo a chi attribuirlo. Così il tentativo di sovrapporlo ad una ragazza fallì senza appello, per incompatibilità di carattere. Chi poteva essere così strana da allevare un cane e ricordargli d’essere tanto gatta da cacciarlo dalla sua cuccia? In quegli anni in cui si discuteva moltissimo di liberazione, di amore libero e coppie aperte, Amapola rimase un’icona ed una semplificazione di pensiero: aiutava persino negli aneddoti.

Ma soprattutto, anche se non credo si possa usare il pronome possessivo per un gatto, è rimasta l’unica mia gatta di sesso femminile.

beato il popolo che non ha bisogno di eroi

Che direste se Marrazzo fosse il candidato del pd per la regione Lazio?  E se il candidato sindaco per il comune di Bologna fosse Delbono?Sono persone, neppure incriminate, senza precedenti condanne, che alle libere elezioni hanno avuto un largo consenso di voti personali. Perchè non vengono riproposte al giudizio degli elettori e da questi giudicate?

La risposta  ovvia: perchè chi si fidava di loro non li sosterrebbe nuovamente. Hanno violato norme di comportamento o di correttezza che chi è sotto gli occhi di tutti non deve toccare. Questo in assoluta assonanza con quanto accade negli altri paesi europei, dove basta un peccato veniale per uscire dalla politica.

Questo comportamento elettorale riguarda solo una minoranza nel paese. E’ per moralismo che accade tutto ciò?

L’attuale presidente del consiglio aveva processi in corso nel momento in cui decise di “scendere in campo e di salvare l’Italia dai comunisti”.  Aveva un palese conflitto di interessi e una contiguità pluridecennale con la politica che normava e dava le autorizzazioni necessarie alla sua attività imprenditoriale. In piena tangentopoli gli stessi italiani che castigavano i partiti della prima repubblica e riempivano le piazze chiedendo teste, premiarono Berlusconi. Ed ancora lo premiano. Credo che oggi la questione morale sia questa e che non sia facilmente risolvibile perchè non viene avvertita come tale.

Mi viene a mente la funzione che hanno i santi nella vita delle chiese: i santi sono l’anomalia, perchè destinati a testimoniare le virtù eroiche che gli altri fedeli non hanno; cosicchè questi possono legittimamente peccare e pensare che è comunque possibile cambiare. Una specie di misericordia preventiva che assomiglia agli scudi in circolazione. In politica, non da ora, viene premiato chi si pone sopra le regole, ma questo virus dell’impunità, si trasmette nelle teste velocemente ed invade la vita quotidiana provocando de-responsabilizzazione e protervia. Cosicchè una parte, non piccola, della violenza si basa sull’imitazione.

Fare argine e non lo dico con rassegnazione, ma prima della definitiva omologazione, oltre i programmi, le priorità, le attenzioni, bisogna mantenere, almeno, questa differenza tra destra e sinistra in Italia.

caro dragone cinese

 

 

Getta parole intorno. Parole trafelate, per bar illuminati da cioccolate calde, negozi in attesa di saldo, commessi annoiati dai clienti e dalle luci di natale. Banali i clienti, banali le luci. Simmetrie da vedere, senza troppa cura: sentendo i sottotitoli si può pure essere sordi. La notizia, nè nuova, nè buona, è che l’hanno ucciso tra banchi di supermercato, tra cose inutili per noi ed utili ai cinesi, tra extracomunitari consegnati al freddo.  Questa maggioranza senza identità, ha un bel dire che c’è una novella, che dalle chiese si esce più buoni di quando s’è entrati, ma è nelle case e nei bar che siamo cattivi, a che serve esser buoni nelle chiese? Così il cicaleccio continua a snocciolare vocaboli: una predica sulle mani -e a che servono le mani-, una predica sul freddo  -e a che serve il freddo- senza soggetto nè oggetto. Che me faccio del freddo se nessuno si cura di scaldarmi, a che mi serve la povertà se nessuno m’arricchisce, a che mi servono le ferite dell’anima se l’anima non c’è?

Caro dragone cinese portami tanti colori, non tossici se puoi, portami tanti fogli di carta di riso, porta un senso, non due/tre come al tuo solito, porta un’idea decente che valga più del latte in frigo, portami la voglia di non mandare all’aria questo mondo malato, ma in cui sto bene e che non vorrei cedere. Dammi la forza di regalare un pochino di quello che conta, neppure un sorso di quello che ubriaca, neppure un pezzo di quello che non mi serve. Dammi una disperazione quieta che mi porti da qualche parte, una punta di sorriso che governi le mie scarpe. Dammi di più dragone mio caro, e non dirmelo, perchè lo possa perdere sentendomi più buono, perchè lo possa cedere senza starci troppo male, e soprattutto fammi capire tardi sapendo che ormai non vale.

gira al largo

Con bracciate lente, gira al largo,

guarda la costa, con gli occhi pieni d’acqua,

è lì ad un passo,

ma gira al largo.

Ne hai sentito l’odore:

era fresco d’alberi e di sera,

c’era fumo di pesci e legna,

ma gira al largo.

All’orecchio sono arrivate voci,

liquide e profonde e verdi

come il fondo che sussurra,

strusciando alghe senza posa,

non fermarti, gira ancora al largo.

Con bracciate lente

sul filo dell’acqua

e della terra,

giro al largo,

solo

nel pensiero approdo

e sento.

qualità assenti

 

Tereza ha lanciato una idea sui libri che ci hanno colpito, proponendo di parlarne con l’autore: questo è il mio, molto libero, contributo, dedicato a “l’uomo senza qualità”di Musil.

Conosco un poca della sua vita, signor tenente, quello che i biografi lasciano come orme sul terreno umido della storia per depistare gli inseguitori,  per questo l’ho osservata attraverso i suoi libri. L’ho cercata tra le righe, rimpiangendo di non conoscere il tedesco, ho sentito le diverse pulsioni che l’hanno attraversata, le curiosità giovanili ancora da solidificare nella sessualità adulta, il ribollire dei desideri nell’accidia, la scelta di vivere di ciò che si conosce. E’ stato Lei a prendermi per mano in un percorso lunghissimo in cui non sembrava avvenire nulla, come in molte delle nostre giornate, come in molti dei nostri rapporti in cui ci si chiede quale sia il nocciolo, cosa si è detto, cosa si è ascoltato di nuovo, a che serva. Ed in questo lago immoto, dove tutto accade perchè è necessario, cioè la raffigurazione della noia,  che  altro non è se non il necessario, Lei fa finta di ostentare impudicizia dicendo cosa le manca: le qualità. Come le belle donne che mostrandosi nude indicano un particolare che le renderebbe brutte. Ma è solo per attrarre l’attenzione, provocare il complimento che abbraccia, enumera, e specifica le bellezze e distrae. Perchè apparentemente il vezzo distoglie nella leggerezza della superficie, mentre altra è l’attesa e il dialogo profondo. Così per noi, caro Signore – e lei ben lo sa-, le qualità sono quelle che ci vedono gli altri. Importanti per loro e leggere per noi che ci conosciamo bene e che vorremmo che le qualità coincidessero con la soddisfazione del desiderio d’essere, perchè essendo esigenti, la nostra è un’eterna rincorsa tra realtà e immagine. Quindi la nostra assenza di qualità è giudizio severo, ma anche via di fuga, che ci attribuiamo per lenire la  nostra insufficienza  di non essere come vorremmo.  Quello che di Lei mi ha preso, è la densità delle parole, la sensualità voluttuosa che alcune emanavano, il colore deciso di altre, messe a contorno del nulla della fine. Damaschi e profumi di sandalo, incensi ed interni soffici di luce e tenebra.  In quel tempo ridotto in cui si vive e sembra non accadere nulla, Lei mi ha condotto su una strada all’interno del senso. Pregno è la parola che più mi risuonava, come vi fosse una continuità tra le prime pulsioni dell’adolescenza, che in fondo mai finiscono, ma solo si mascherano d’altro nell’età adulta e formano quel capitolo dell’inconfessabile che collochiamo in una parte di noi cosi densa e sensibile da assimilarla al colore puro e vischioso. Quello  che verrebbe voglia di toccare, al tempo stesso sapendo che, toccatolo, non si staccherà e non basterà lavare. Sarà per questo che, nelle rare e apparentemente pudiche, scene di sesso, allontanavo il testo e mi pareva di seguirla nell’accidia dei pomeriggi d’estate, nelle notti in cui il risveglio dura tanto a lungo da confondere sogno e realtà, in un rimescolare di pensieri e sensazioni che oscillano tra due veri.

Lei sostiene che bisognerebbe vivere come in un romanzo, togliendo l’inessenziale e nel frattempo ci conduce tra le abitudini della giornata; per centinaia di pagine sembra non accadere nulla, mentre tutto si muove e brulica, ed emergono vite, vizi e virtù, consuetudini e viltà.  Ho capito che tutto accade in poco tempo e poi c’è una perenne ripetizione della scena, mutando attori, musiche e scenari, ma la qualità è l’essere eguali e diversi, caro Signor Musil, finendo l’inchiostro prima di scrivere la parola fine.

n.b. per quelle pagine che Lei non ha voluto approfondire quando era tempo e poi il tempo s’è spento:


farina e pesci guizzanti,

i nostri corpi, ad

impastare con colpi di coda

acque di mari,

perduti

nel desiderio liquido

da bere, versare,

inghiottire.

Tra poco ci sarà,

oltre la tensione superficiale,

il sole,

senza limite

di sabbia e d’ acqua.


le mie verità

Le mie verità

son così leggere

che le taglio in striscioline,

per tamburi di preghiera 

da ruotare tra le mani,

e ne ascolto il fruscio nell’aria,

come fossero non mie.

Le mie verità

durano così poco, che

son sorelle dei pastelli,

temperati con lentezza e gusto,

solo per  le striscie sottili

di briciole allineate di colore.

Le mie verità

sono così trasparenti

che l’aria le sorregge allegra,

sulle palme delle mani,

è così che non t’accorgi

che son frecce leggere

che s’insinuano nel cuore.

Le mie verità 

m’inseguono

e son pettegole quando le dimentico

tra compagne tintinnanti,

nei cassetti polverosi,

dove s’ allacciano fili

rossi e verdi

e bianchi

con aghi sottili di memoria.

Le mie verità

son così tenere

che le avvolgo in sete

e lini

per riporle tra lavande

di cassetti profumati e scuri.

Le mie verità

sono così futili, che

s’ alimentano di sogni

e temono la notte,

e bevono la luce

che filtra tra dita socchiuse.

Le mie verità

sono silenti,

per questo scrivo sui vetri appannati

che colano

nel caldo insano

dei nostri appartamenti malati.