il sasso in piccionaia

Osservando una mancata solidarietà tra donne, mi sono chiesto sbrigativamente, se l’essere madri venisse prima e quanto, dell’essere donne. Due post hanno ampliato, altrove, in maniera diversa l’argomento:

http://missminnie.wordpress.com/2010/03/20/motherfucker-post-assolutamente-scorretto/

http://lalbadentrolimbrunire.wordpress.com/2010/03/15/il-falso-mito-del-senso-materno

Devo dire che con alcune posizioni espresse non mi sono ritrovato, mi sembrava dicessero cose già sentite, magari vere parzialmente, ma che non mi accompagnavano come risposte nelle aree buie in cui non si vuole entrare. Però credo che le soluzioni e le risposte individuali, anche quando eliminano le domande siano la cosa migliore per vivere.  Comunque entrambi i post, con i loro commenti, m’hanno arricchito e sollevato nuove domande disordinate. In particolare la visione di Neru, mi è piaciuta: 

caro mio lettore che passi di qui, io vorrei dirti che il senso materno non è reale, che vale per alcune e non per tutte. che la televisione, i film, una cultura millenaria che sa bene dove vuole arrivare ci bombarda di queste minchiate, di sposarsi prima che i giochi siano finiti, che mettere al mondo un figlio è bello a prescindere, che da soli non si è niente, che siamo tutte fatte per essere madri.

balle. tutt’al più siamo fatte per procreare. ma prima ancora siamo fatte per essere noi stesse.

Mi sembra un modo positivo di rappresentare qualcosa che sta avvenendo, per una certa età e per una certa sensibilità femminile.

Ho capito che le domande che mi ponevo, si riferivano al mio essere maschio e figlio, che non sa cosa significa essere donna. Tutti abbiamo avuto una madre e il maschio che ha un rapporto almeno duplice con le donne, non è però, facilmente rimuovibile dal pensiero medio.

Partendo dal fatto che nell’essere non mi piacciono i ruoli, li considero un lavoro, una necessità, mi viene la sensazione che le semplificazioni dei ruoli e delle identificazioni di genere siano comode da entrambe le parti.

Ecco, senza pretese, il risultato parziale di ciò che mi è venuto in testa :

– la vita si è segmentata in stagioni di età, più che di ruoli e con il divorzio le donne hanno una maggiore mobilità nei sentimenti, ma ciò che induce a fare una famiglia a 30 anni non la fa rifare a 45,

– i giovani attuali e i 30enni sono coerciti dalla situazione di precarietà, essere madri e padri si sposta in avanti e fa mettere in discussione una specie di assioma per cui la donna madre è più donna,

– le donne madri giovani, sentono che le loro coetanee hanno stili di vita diversi, si pongono il problema dell’esclusione dal gruppo,

– la madre è donna e come tale ha intatto il suo potenziale erotico-seduttivo, solo fa il conti con un ruolo che le viene imposto,

Veniamo ai figli maschi:

-cosa chiedono alle madri in genere e alle madri separate, in particolare, e come le vedono in quanto donne?

– come si fanno condizionare le madri dai figli nel loro essere donne, nel senso di conservare l’attrattiva sessuale, come la occultano, quanto questo condiziona le domande relative alle loro scelte di vita, e il futuro?

– quanto tutto questo sconfina nella patologia e nel rifiuto del ruolo di madre, che occupa la cronaca nera?

Molte di queste domande non hanno una risposta se non l’individuale. Nella mia esperienza di figlio, in anni molto diversi da questi, credo di aver influito sulla decisione di mia madre a non risposarsi dopo la morte di mio padre. Credo cioè che sia prevalsa una considerazione di ruolo in lei che si conformava alle presunte aspettative mie e di mio fratello. E’ difficile per quelli della mia generazione, considerare che la madre abbia desideri e pulsioni, che orienti la sua vita su questi e non sul ruolo e sul sacrificio. Anche i sentimenti vengono graduati con un prima e un dopo. Lo dico con la considerazione che qualcosa adesso si è messo in movimento, ma che ancora risente della collocazione in cui la donna veniva messa fino a 40 anni fa.

E le donne madri come hanno elaborato tutto ciò? Credo ci siano grandi dichiarazioni di principio, ma per l’oggettiva debolezza derivante dal ricatto dei maschi per quanto concerne il mantenimento dei figli dopo le separazioni, per l’affido che limita il tempo a disposizione e libera più il maschio della donna, per la condizione generale di ineguaglianza esistente tra i sessi, tutto questo limiti la possibilità di essere come si vuole.

Mi si obbietterà che le esperienze personali sono differenti, che c’è un coraggio enorme nelle scelte di rottura, ma è proprio questo coraggio ad essere una eccezionale normalità che aiuta nell’autostima, e non una condizione sociale accettata, sostenuta, incentivata. Per questo la posizione di una ragazza come Neru, mi fa capire che il pensiero evolve e che la sua considerazione potrà diventare prevalente in tempi medi, cambiando i comportamenti attuali. Che cambieranno le richieste delle donne e l’analisi sulla loro condizione, che il genere potrà essere superato come barriera.

C’è un problema che riguarda i maschi, che sono pur sempre figli, ed è la scissione tra maschi e donne che avviene nella loro testa. Forse le figlie capiscono di più e scindono di meno, non collocano le loro madri in un empireo, battagliano con loro, si confrontano quando non si capiscono, ma per i maschi il problema esiste. Anche per una simbiosi vera o presunta che esiste tra figlio e madre, e che fa assumere atteggiamenti diversi nei confronti dei genitori di sesso differente.

Od almeno esisteva questa presunzione di simbiosi, può darsi che mi sia perso molto e che questa società funzioni diversamente.  Quello di cui sono sicuro è che nell’ansia di normalità che pervade il vivere, sono rimossi tutti i comportamenti devianti, i desideri vengono confinati, occultati, il vivere viene recintato, ma non per una scelta di rigore etico, piuttosto perchè entrare in territori poco esplorati diventa pericoloso, pone domande con risposta allegate scomode, introduce discontinuità difficili da gestire, fa cessare meccanismi di solidarietà.

Ecco, su questo punto, pensando anche alla vita della Merini, penso che la solidarietà sia conformistica, che solo per i grandi si tollera il comportamento deviante e che i ruoli siano una pantofola comoda.

Ma tutto è così parziale ed opinabile da sembrare ozioso, altrochè un sasso in piccionaia.

Tempus transit gelidum

 

Peculiarità della giovinezza è la reversibilità delle scelte. Tutto sembra definitivo, ma in realtà nulla lo è, perchè tutto è possibile. Per questo in quell’età biologico/mentale, si annidano le scelte, le speranze, la voglia di fare senza costrizioni, la libertà d’essere.

Ecco, giovinezza è libertà d’ essere e chi, per un qualsiasi motivo non l’ha vissuta, ne sente la mancanza e la cerca tutta la vita, altrove.

Non nel posto dove si trova, e cioè noi stessi, ma altrove.

p.s.
Tempus transit gelidum (Carmina Burana)

Tempus transit gelidum,
mundus renovatur,
verque redit floridum,
forma rebus datur.
avis modulatur,
modulans letatur
lucidior
et lenior
aer iam serenatur;
iam florea,
iam frondea
silva comis densatur. Ludunt super gramina
virgines decore,
quarum nova carmina
dulci sonant ore.
annuunt favore
volucres canore,
favet et odore
tellus picta flore.
cor igitur
et cingitur
et tangitur amore,
virginibus
et avibus
strepentibus sonore.

Tendit modo retia
puer pharetratus;
cui deorum cuna
prebet famulatus,
cuius dominatus
nimium est latus,
per hunc triumphatus
sum et sauciatus:
pugnaveram
et fueram
in primis reluctatus,
sed iterum
per puerum
sum Veneri prostratus. Unam, huius vulnere
saucius, amavi,
quam sub firmo federe
michi copulavi.
fidem, quam iuravi,
numquam violavi;
rei tam suavi
totum me dicavi.
quam dulcia
sunt basia
puelle! iam gustavi:
nec cinnamum
et balsamum
esset tam dulce favi!

la distanza dall’estate

 

Il verbo giusto è cavare con il suo alone di forza  arcaica e dialettale. Cosa da dentisti anziani, pensiero zen esercitato nel togliere senza fatica. E’ così che Britten estrae, dal fondo scuro del mare, il colore da portare alla luce, mentre sembra aleggi un pensiero in quest’acqua verdastra, ricca di materiali organici invisibili ai nostri occhi. Il mare pullula di vite e solo gli arroganti pensano che il colore nel fondo, nero ai nostri occhi, non serva a qualcuno.

Britten cavava con note fluide d’acqua e di vento e portava alla vista, ciò ch’ era nascosto. Cavando per l’appunto, con forza possente e continua. Immaginate i nostri occhi miopi che pensano d’essere al centro d’ogni universo. Ci accompagnano su gusci di legno e metallo, pensano che l’uso giustifichi il possesso. Ed invece ciò che ci è riservato è la  capacità di meravigliarci. Così il mare, come ogni fluido, sta a mezzo e trascina, muove, mostra, indifferente, tesori cavati dal fondo. Non si cura della minaccia di alghe che si protendono verso la luce, neppure nota il tenue segno di chiglia, semplicemente sta, come questo vento che scuote alberi e  pietre, e da ieri, a Trieste, riga il mare in sequenze di ricci di spuma. In porto hanno rafforzato gli ormeggi.  Guardavo finchè, a bassa voce, m’hanno detto: stasera la bora vi chiuderà nelle case mentre noi balleremo con la nave. Si scuoterà la baia tra rasoiate di vento e voleranno tegole ed insegne. Torni a casa, Non è adatto a questo vento. 

Ed io penso ai fluidi, ascoltando la musica del dialetto, vedo il vento e il mare, che riempiono di colore cavato dal fondo, la spiaggia dei sassi, dove d’estate si prende il sole nudi. Qui assi marrone, chiazzate di smalto blù marino, là, tra i sassi, pesci morti ed alghe verdi e rosse, ancora lucenti.

Nulla di ciò che abbiamo attorno è nostro davvero e quest’aria piena d’acqua mi ricolloca al posto assegnato. Possiamo solo vedere, meravigliarci, ascoltare, e  come si riesce, raccontare, Misuro la distanza dall’estate: di marzo ancora a poco servono, pensieri e smalti d’intuizione se ciò che si racconta è assentito da ipoacusie benevole.

la solitudine del coro

La solitudine spinge verso l’altro, è un motore dell’uomo, una condizione sottotraccia con cui misurarsi e vivere. Ma solitudine è anche  difficoltà di comunicazione profonda, delusione per l’immagine che di noi ci viene restituita, la distanza sbagliata in cui le traiettorie si spengono. Quindi la solitudine è una buona maestra, ci aiuta a capire noi stessi, ma al tempo stesso viene abborrita. Perchè? Ma soprattutto, cos’è davvero solitudine per me?

Per rappresentarla devo adoperare un’altra parola e sovrapporla: la solitudine vera è il vuoto. Il vuoto di presente e di futuro, l’incapacità di provare interesse, di porgere una mano, un gesto. Il vuoto che risucchia l’acqua sporca dei pensieri neri assieme al cervello. Questa solitudine è la disperazione d’essere amati, è il vuoto comunicativo amoroso che impedisce di essere e di fare. Credo che adoperiamo molti succedanei per evitare di parlare della solitudine del vuoto. Sono attese stremate di soluzione, si identificano con la solituine fisica, con l’amore scambiato malamente. Esemplifico: l’amore asimmetrico è comunicazione sghemba, fa star male entrambi, spesso non ha soluzioni, ma non è solitudine, non è vuoto. E’ una mancata rispondenza tra attesa e soddisfazione, e pur possedendo una sua dose di comunicazione, la svalorizza e la sente inutile.  Non ci si adatta alla condizione che ha a che fare con il possesso, si vuole la piena rispondenza al proprio desiderio, e trascurando di ascoltare l’altro, questa mancata rispondenza spesso misura la disperazione.  Non viene capito il perchè l’oggetto amato non risponda alle attese e soprattutto perchè non provi le stesse cose, con la stessa intensità. Tutto questo confonde e si scambia insoddisfazione con rifiuto, possesso con amore  e si pensa alla propria solitudine, ma questa non è l’esperienza del vuoto.

La meditazione è una disciplina del vuoto, ma chi medita non è solo, anzi è così pieno di presenze che riesce a scorgere le cifre profonde di sè, quindi fare vuoto è una pratica che conduce alla conoscenza, mentre essere vuoti porta alla disperazione. Qual’è lo iato che divide queste esperienze? Provo a dare una risposta personale: il vuoto della meditazione aspira l’universo dentro di sè, il vuoto della visione del presente e del futuro, espelle tutti da sè. L’uno è accoglienza, l’altro è repulsione. Passare dall’una all’altra esperienza significa rovesciarsi: accogliere e non essere d’altri contrapposto al rifiuto dell’altro mentre se ne avverte il bisogno spasmodico. La solitudine del meditare è scelta consapevole, bisogno di raccogliersi per accogliere. E non ha nulla di religioso codificato, lo può fare un agnostico come me, perchè è attenzione a ciò che si è. Una persona mi ha detto: non mi tradirò mai più, credo sia una consapevolezza da vuoto che si è rovesciato, un processo appreso in cui si è identificata e che non permette la solitudine.

Prestare attenzione a sè sembra difficile in questo momento in cui sembra più importante ciò che viene letto di noi e quanto questo coincida con l’immagine gradevole codificata che si poggia sugli aggettivi: spiritoso, intelligente, bello, giovane. Ma diminuendo l’ansia compensatoria dell’essere visto, il bisogno di approvazione, ascoltando e vedendo oltre l’apparenza, la solitudine scelta riacquista verità e dà forza anzichè toglierla. La solitudine del coro, per l’appunto.

tartare

 

Non ho paura di ciò che s’annida nella carne cruda.

Della consistenza elastica, della peluria tenue,

del lucore e della tenebra, io non ho paura.

Se parli, guardo il bianco tra le labbra,

mentre corri,sento l’altra tua metà,

e ascolto,

gli abbracci di cotone e seta,

tra pensieri fruscianti di sonno,

e la goccia che queta, segna il cuscino.

Su vetri in corsa, questa notte elettrica

schiaccia colori, con zampe di gallina:

son così preziosi e fragili, prima d’esser persi.

dove? con chi?  Poi non più,

in questa vita-pozza che non asciuga.

Ho amato tutto ciò che ho visto,

e ancor più quel che sentivo,

di te, di me, come una chiacchera da bar,

invidiosa e latente, profumata di caffè.

Io non ho paura,

della tua pelle, del tuo corpo steso

non ho paura, se non di te che vai,

e torni,

e ti soffermi su pensieri che scateneranno pioggie lontane.

 

 

 

 

alienazione

 

Con grazia maldestra, permettetemi qualche sincretismo azzardato, nemico dei lettori potenziali. Il poligono è Weber, Giansenio, Marx, Heller. Nella tesi di Weber il capitalismo nasce perchè favorito dalla concezione calvinista della grazia, per cui il successo economico è segno della benedizione di dio. Lavorate e diventate benestanti, reinvestite nell’imprea e cresceranno le opere utili alla salvezza. Giansenio  invece propende per la sostanziale incapacità dell’uomo ad aver diritto ad alcunchè non gli venga donato da dio. Così s’arrabatta tra necessità e costrizione in cerca di libero arbitrio, sapendo che quest’ultimo non impedisce l’esistere di entrambe e che solo la costrizione non può essere rimossa. Un bel modo per affidarsi ad un destino già scritto e suggellato. Sono questioni di libertà individuale, con visioni della vita quotidiana e del potere molto concrete e generatrici di dispute ben gestite da gesuiti e domenicani.  Dovrei evocare Pelagio ed Agostino, ma lasciamo in pace entrambi, nei loro anni, afosi di deserto e d’africa romana, con imperatori poco attenti, ma tolleranti nel lasciar fare ciò che sembrava avere poca consistenza di minaccia. Questo per dire che il capitalismo aveva ragioni di background da questa parte del mondo, un’aria che tirava la volata e che mescolava problemi quotidiani con salvezza ultraterrena. Una questione tra cattolici e protestanti, senza fastidi orientali.  La ricchezza e il lusso finchè non sono stati reinvestiti nelle aziende hanno prodotto ingiustizia, sopraffazione, abuso e morte, ma sembravano rispettare il bello. Il capitalismo ha prodotto la necessità del concorrere, ha messo dio da parte, ha sollevato problemi di mescolamento tra diritti e appartenenza: una bella re-distribuzione per la società fatta da chi aveva e chi aveva avuto. Come non vedere che diritti e democrazia hanno ricevuto uno spintone dal capitalismo, impensabile per chiese e per nobiltà?

Tutto questo è già un frutto maturo nel primo ‘800, Marx, non si perde e resta all’essenza, guarda l’alienazione priva di credo: un dio perfido ha diviso il mondo, da un lato la fatica, la perdità del sè nella mercificazione della propria capacità di forza e d’intelletto dall’altra benedizioni e ricchezze prive di ragione che non sia la rapina del dovuto. Se crescere è stato segno di benevolenza divina e reinvestire i capitali, per avere sempre più ricchezza, il modo per dimostrare il favore del terreno e dell’ultraterreno, ora il dominio e l’asservimento, uccidono il dio benefico, chiudono la salvezza per sempre alla vista degli uomini. Finalmente il confronto si sposta sul dovuto: a ciascuno secondo bisogno e merito. In questo disvelare la civiltà industriale, il produrre attraverso la manipolazione delle cose e degli uomini, sta la realtà del dio che muore. Che muore nell’ingiustizia quotidiana.  E che cos’è l’ingiustizia dice il capitalista, io ho quello che è giusto, perchè ho investito, lavorato, remunerato. Un coro risponde che l”ingiustizia è in quello che non c’è ed è dovuto: i bisogni e il quotidiano, così pericolosi già ai tempi di Marx, i bisogni che affliggono la canea, il lumpen proletariat e ne fanno massa manovra della reazione. I bisogni che, analizzati nella accezione del quotidiano,  tolgono il lavoro alla comunista Agnes Heller, ebrea sopravissuta ai campi di sterminio, e la mettono al margine e poi all’esilio, dalla comunista Ungheria. La forza del quotidiano e dei bisogni è così violenta da rendere schiavi gli stessi carnefici, da annichilire i portatori di diritti. Non è il lavoro ad essere sotto accusa, e neppure il capitale, non la ricchezza e neppure la miseria, ma ciò che le generano. Un tempo c’erano le classi, si scivolava innanzi, spesso scartando come pesci e con una parola composita, mobilità sociale, si portava la speranza nel giorno che s’apriva. In quel tempo i giorni non erano eguali, non erano intrisi di call center e di partite iva, il cocopro era un verso da pollaio, il diritto, difficile, ma una certezza da iscrivere nella volontà. Per chi non aveva ricevuto, sognare un sogno, aspettare un’attesa, era normale e concreto. Come il lavoro, appunto. Qualcuno dubitava del valore legale del titolo di studio, ma i medici facevano i medici, e così gli ingegneri, gli avvocati, e i professori. Anche gli operai facevano gli operai e spesso sogghignavano pensando agli impiegati, ma  facevano studiare il figlio, ragioniere. Il lavoro alienante e sfruttante era condizione per essere, quasi come il militare per i ragazzi, fare bene il proprio lavoro, simbolo d’orgoglio, di pretesa giusta, di braccia sul tavolo e di diritti che sarebbero venuti veri. Collettivi e individuali, non solo i secondi, che sembravano un abuso. Nessuno da questa parte del pensare sociale, ha mai pensato che il lavoro fosse nemico: solo la parte in più, quella rubata, faceva male. Pane e lavoro era un grido di battaglia socialista, qualcosa che ribadiva un diritto, mai che qualcuno chiedesse pane senza fatica. Oggi, in questa alienazione nuova, ben peggiore, ciò che è stato tolto è il lavoro e la sua funzione. E’ come venir privati della bandiera in battaglia e non si sa più dove andare, chi colpire, da chi fuggire. La confusione regna quando la bussola impazzisce e solo l’individuo resta, non è più uno e tanti. Bisognoso, senza dio, senza salvezza, con un capitalismo ricco di forza e povero di diritti. Chissà se se ne accorgono gli uomini che dicono di gestire divinità buone che il mondo è invaso, che dio ha lasciato il campo senza avvisare e l’antiuomo è arrivato, che la misura occidentale è colma. Oltre il cristianesimo, oltre l’occidente, c’è una sensibilità per l’ultra terreno che allarga le braccia, che non pone condizioni. Salvarsi aveva un significato sociale e individuale, in occidente, nei senza dio poteva generare il diritto e il socialismo, ma per chi non si cura dell’uomo, cosa resta se non la religione del possedere. E se questa religione non ha limiti, perchè non divorare il proprio simile?

Pensieri senza costrutto: la tesi è che senza mobilità sociale il lavoro perde sostanza per l’individuo, la società diventa fabbrica in cui il consumo viene incorporato nella produzione, restano i bisogni, prepotenti, assoluti, ma questi non aggregano, non producono giustizia, spingono il quotidiano verso l’anomia del soddisfacimento immediato. Pur di avere un lavoro, una indipendenza, un amore, un progetto, si accetta alienazione e sfruttamento. Non è il lavoro ad essere sotto accusa ma il modo di porgerlo e d’essere utili.

Anche l’alienazione di Tempi Moderni oggi avrebbe più senso dell’anomia che destruttura il lavoro e lo fa sentire un’ eventualità del vivere.

 

l’adipe del credente

Esiste una zona, appena sottopelle, in cui si annidano strati di acidi grassi, nessun neurone e poche terminazioni nervose. In questa zona un cervello pensa, desidera, si soddisfa, si pente e poi ricomincia.

Avete presente il film Maddalene? Uno stupro durante una festa per una comunione, la ragazza, che chiede giustizia e aiuto, viene espulsa dalla comunità, internata per espiare ciò che ha subito. Poi ancora sofferenze su sofferenza fino alla liberazione finale.  Il film mi tornava a mente nei giorni scorsi quando alti prelati cattolici irlandesi hanno chiesto scusa per le colpe perpetrate da sacerdoti.  Pedofilia ed altro. Perchè accade tutto questo dentro una cultura che pretende di avere una morale che distingue nettamente il male dal bene? C’è una zona gialla non scalfita, che mantiene l’adesione ad un credo e il suo contrario. Istinti senza filtro culturale, senza pietà per la sopraffazione, senza rispetto per l’uomo convivono con pratiche, riti, ostentazioni di fede. Cosa c’è lì sotto che rifiuta d’essere sottomesso e governato? Credo che il mantenimento della doppia morale, la possibilità di essere perdonati facilmente, faciliti il compromesso al ribasso tra istinto e suo governo. Come se il riconoscimento della debolezza dell’uomo, fosse un perdono preventivo e non lo spingesse a diventare migliore. Il successo di una fede di massa è anche nelle maglie larghe che consentono di far convivere facilmente istinti e regole. Se la forza con cui si respingono cellule staminali, eutanasia, aborto, divorzio fosse esercitata contro il cervello grasso che abbiamo sottopelle si potrebbe distinguere la differenza tra credente e non credente. Così è difficile.

la più classica

 

 

Cosa significa classico in musica, oppure in letteratura, o in poesia? E davvero classico è contrapposto a moderno, cioè necessariamente polveroso?

Per me classico è ciò che muove oltre il tempo, che tocca archetipi, che dialoga con chi ha voglia di ascoltare. Ma come si attua in musica?

E’ la perfezione armonica che include la dissonanza, la simmetria dell’ingegno che supera la variabilità della natura, il dialogo profondo dove chi parla e chi ascolta coincidono.

E’ la bravura, il coraggio, il genio che legge oltre gli altri, la pennellata densa, e il tratto scritto con piuma d’angelo.

Ancora si individua nella coesistenza della pace col fuoco. Oppure nel suono strappato con i denti dalle corde e dall’anima, nel mare di suono che avvolge e risucchia.

Ma è solo suono che parla, stupore della coincidenza ?

 Bernstein non condivide il tempo troppo lento di Gould eppure lo accompagna, accetta il dialogo e la discussione su ciò che può essere, qui classico è comunicazione tra chi suona e chi ha scritto la musica.

Quando è iniziato il mio interesse per la musica lo riservo ai ricordi, però se dovessi individuare la musica più classica che conosco, mi fermerei tra mille indecisioni, su Bach e su questa toccata e fuga in particolare.

 

L’archetipo non muta, è e basta, però si reincarna, ad esempio, nel pop.

 

 

oppure nelle contaminazioni del jazz,

 

 

spesso gira nella notte. 

Avete mai pensato al rapporto tra luce e musica?

 

 

Oppure si pone il problema del silenzio.

 

 

La classica è l’ordine che paziente ri-allinea e dispone: la fantasia del genio che vola e fa volare, senza comunicazione non c’è musica, solo rumore.

una tonda, nera gomma

Sulla tonda, nera, gomma, bucata,

tra polvere gialla e pezzi d’asfalto,

un bimbo rimbalza, e ride:

per il gioco e per l’aria

ch’ esce e gli solletica la pelle.

E’ notte,

arrivata presto, oltremisura:

tra pensieri e passi,

si spegne l’ansia,

i giorni troppo lunghi,

le decisioni in fila tumultuosa,

come le anatre che sanno

dove andare.

Un sospiro fondo sparge nell’asfalto,

le sensazioni di questo buio volo

che non finisce e non ha sonno.

Guardo,

 il davanzale troppo basso,

il vicolo, la strada gialla,

i lampioni pretenziosi.

Oltre.

E’ giorno e nel sole

il bimbo ride ancora,

fa argine al nero che monta ed invade,

traccia segni di polvere

e ride, mostrando labbra e denti al cielo:

ci è dato ricevere ed

inspiegabilmente, leggere

cose che la sabbia dei giorni

non trattiene.

ma allora

 

Ma allora non è servito a nulla. Parole, pensieri, vite modificate, sogni, speranze. Tutto inutile. Se non è cambiato il rapporto tra le persone, se le vite amorose sono fatte solo di possesso, siamo rimasti a 50 o 500 anni fa, tutto uguale, solo qualche articolo di codice modificato.

E’ solo questione di tradimenti, oppure c’è qualcos’altro? E’ il rispetto, la difficoltà di mantenere le promesse delle parole, oppure l’eternità a tempo di qualcosa che muta, e che non ha mai la stessa natura. Parliamo di qualcosa che a parità di sintomi non ha gli stessi effetti sulle persone. L’immutabilità e l’eternità sono stati un cappello recente per bisogni economici mutati, che tradotto significa: diamo una patente di bellezza, a prescindere, ai legami reali, anche quando non sono più una scelta. Ma se il possesso  rimane come primo corollario all’amore, come mutano i rapporti, le libertà, la scelta?

Eppoi, quando pensiamo all’amore, pensiamo all’amore borghese oppure a qualcosa di meno legato a una cultura e ad un tempo? Già trovare le costanti del sentimento amoroso sarebbe un bel passo avanti e il tutto potrebbe essere portato all’ufficio pesi e misure di Sevres per metterlo sotto teca e confrontarlo in caso di dubbio. Ma non è così e il battage che c’è attorno al termine, mistifica ed occulta cose tangibili e meno nobili. Ad esempio, la disputa sulla separazione di Berlusconi, mi lascia indifferente: è questione da avvocati, intrisa com’è di denaro e potere. Ciò che mi colpisce è che in qualche momento la parola amore sarà stata pronunciata, allora perchè dovrei presumere che quest’uomo abbia avuto sentimenti diversi dagli altri? Solo perchè è così distante da me e non mi fa bene, dovrei togliergli la possibilità d’essere stato innamorato, e allontanare anche questo tratto che lo accumuna gli uomini. Sono i suoi atti poco benevoli che lo inibiscono ad amare? Ecco, sulla natura dell’amore e sul suo rapporto con il bene mi fermo sgomento. Capisco che la capacità ce l’hanno tutti, che Hitler amava Eva Braun, ma che la forza benefica dell’amore è  un optional che spesso non c’è, e che comunque bisogna pagare a parte. Capisco che amare non genera necessariamente un bene palese. Anzi che il bene nell’amore, bisogna cercarlo, individuarlo, decrittarlo con pazienza, perchè non ha una sua evidenza, ma è piuttosto conseguenza: ciò che accade ed è accaduto mi ha reso quello che sono e questo è bene. Capisco però che, come in tutte le manifestazioni umane, i fluidi di scarto sono il resto dell’energia, e che puzzano e devono essere riconvertiti. E’ l’idea del sentimento che dura, non la sua attualizzazione. All’ordine del giorno resta il possesso di menti, corpi ed infine di patrimoni, ma allora valeva la pena di fare tutto quel can can sulla liberazione, sulla coscienza, sul rapporto di genere?

Capisco che sono oscuro, che seguo pensieri veloci come scie, qualcuno protesterà e non saprò che farci. Farmi domande è una attività che non ho mai smesso, e le mie sono elucubrazioni messe in piazza. La casalinga di Voghera me ne vorrà per il giusto tempo di cottura della pizza infornata, poi passerà ad altro. Perchè d’altro si parla altrove, soprattutto di quello che non s’ascolta, urgente e reale, tangibile, e spendibile: altro che i paraventi mentali per fancazzisti.

 

 

le mie scelte musicali seguono l’umore e l’età, sono un piacere e basta