a me l’oroscopo

La razionalità ha chiuso il reale in un ambito dove la tangibilità e il replicabile limitano l’universo. Solo ciò che si può ripetere esiste davvero, come se la freccia del tempo non sancisse l’irrepetibilità delle cose. Per fortuna abbiamo la possibilità dell’incoerenza, una delle poche cose che ci permette di comunicare davvero. Ed allora possiamo non stupirci dei realisti che leggono gli oroscopi, dei cinici pronti ad innamorarsi, dei sognatori incalliti che emettono sentenze diurne. Però è difficile andare oltre la presunta evidenza, anche perchè capire, stanca. Forse basterebbe pensare che gli ingredienti nelle teste sono sempre gli stessi e che è il mix che rende uniche le bevute di realtà.

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30 anni dopo, cosa salvare degli anni ’80?

e dove eravate?

sempre fuori posto eh…ma vi boccio, certo che vi boccio

la Klein com’è nata?

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Proseguo il post precedente seguendo il filo dei miei pensieri, nati anche dalla considerazione che nella vita e nella sua contaminazione in rete, si formano gruppi di affini, chiusi per scelta e che all’interno di questi gruppi chiusi ce ne sono altri, pure chiusi, con codici comunicativi diversi. Come dire: ci si sceglie e si comunica ciò che si vuole.

Avere la consapevolezza del proprio genere è già moltissimo, ma non basta, è un presupposto ed elude il problema della co-abitazione del mondo e della società. Non credo che gli uomini, come le donne, non si assicurino l’un l’altro più niente, mi sembra una posizione misogina che parte dall’autosufficienza, mentre ogni giornata ci ricorda che autosufficienti non siamo.  Non basta avere un lavoro, una indipendenza economica, affetti, il problema è il divenire oltre il presente, questione che si può rimuovere, occultare, ma che esiste nella nostra testa. La famiglia rispondeva a questo, stabiliva ruoli e regole comunicative, tracciava futuri. E’ stata superata, anche grazie al nostro apporto? Bene, ma i bisogni restano e spesso si traducono nella risposta alla solitudine individuale. Quindi escludere il bisogno di contributi reciproci importanti, mi pare privo di realtà, ma aggiungo che senza comunicazione neppure c’è scambio di bisogni. Si può cercare la novità, essere curiosi delle cose e degli uomini (credo di averne una discreta esperienza personale) e sono qualità importanti per una persona, ma c’è qualcosa in più che sollevavo come problema. Ed è il rinchiudersi nel genere, che poi significa il presupposto per lo scontro e la necessità di prevalere. Se non posso essere eguale, accetto la diversità, ma non l’incapacità di capirla. Si può dire che sia un problema maschile, che gli uomini sono in difficoltà. Qual’è l’aiuto per evitare che la violenza sia una forma di comunicazione? Aspetto di leggere analisi del mondo maschile scritte da donne e che possano superare Freud e Jung, perchè ho la sensazione di essermi perso molto sul tema, fuorviato da altri interessi. Nel frattempo, mi convince Laura che dice: è che nel momento in cui ti schianti in un ruolo, niente… ti sei schiantato, detto tutto. tenere le antenne alzate e non chiudersi negli accoglienti veli del proprio ombelico è difficile per le donne quanto per gli uomini. Che è come dire che la realtà è diversa da quella percepita, ma alcuni la percepiscono così e per questi il mondo si è fatto più difficile in termini comunicativi e presuppone rigidità non dissimili da quelle esecrate del mondo maschile. Quindi una realtà diversa e non migliore. Saperlo non basta.  Si può risolvere tutto nel quotidiano, nel domestico, ed è la dimensione principale delle soluzioni, se però il fatto è sociale e culturale, prima o poi i nodi vengono al pettine perchè questa è l’aria che si respira insieme. Quindi se il problema non è più assicurare il reddito, lo status, il ruolo, anche se questo è ancora vero per la maggioranza delle persone, come si risponde al fatto che l’indipendenza personale si appoggia sempre su altre persone? Amenochè non si scelga la trappe ed allora ci si appoggia su dio.

Lascio quattro domande, anche per me naturalmente:

Se il pensiero femminile mi arricchisce, il mio pensiero è significativo per l’altro genere?

E come può essere significativo se ciascuno prende ciò che gli serve secondo necessità, relegando la comunicazione gratuita tra gli optional?

La violenza è comunicazione, come posso toglierla dai rapporti tra pari? 

Melanie Klein mi convince più di Freud, ma esisterebbe senza Freud?

l’invidia della vagina

 

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Sarà che è femminile l’accogliere, oppure che millenni stratificati di sopraffazioni hanno prodotto linguaggi oscuri agli uomini -ricordate la lingua inventata in Cina a corte per comunicare tra donne?-, o forse è semplicemente la riscoperta della solitudine comunicativa del maschio, comunque sia il mondo femminile parla tra omologhe e i maschi guardano dai vetri. E la parola invidia non è eccessiva se questo guardare, alimenta rivincite ed ulteriore sopraffazione. Le donne parlano tra loro e i maschi non capiscono cosa si dicono, si sentono esclusi da un mondo fatto di diversità cognitive, allusioni, presunte superiorità di sentimenti, fedeltà misteriose (a cosa?, a chi?, perchè?), intriso di pulsioni/passioni, di incongrui ritorni, sopportazioni infinite e ribellioni, di vissuti e presupposti vantati o reali. Un mondo a parte che a volte singolarmente, a volte in blocco si propone allo sguardo stupito, ammirato e perciò invidioso dei maschi persi tra le loro tecnologie, i sogni di conquista, di crescita, di singolarità. Ed alimenta, in chi capisce, ulteriori solitudini inquiete. Nella classifica di ciò che divide è più banale lo sport oppure le soap, è più importante il reality o il gf della politica, i sentimenti hanno tassi di sofferenza diversa a seconda del genere? Le misteriose malattie femminili, le mestruazioni, la possibilità di fare figli sono una barriera invalicabile alla comunicazione del sentire? E soprattutto danno capacità di differenze così ampie da escludere la possibilità del trasmettere sensazioni e condivisione?  

In molti casi l’antidoto è la noia, il distacco, la supponenza. Oppure la decostruzione della superficie del problema, cucinata in salsa sociale. Io ti difendo e tu mi assicuri la discendenza, io ti alimento e tu mi curi, tu mi ami e io vivo di questo amore e dò senso alla diversità del mio.  Il succo di molta letteratura coniugata sui due versanti è questo e il ruolo di chi narra è la banalizzazione del problema della comprensione, scavalcandola con le finzioni delle parole pontiere, per far comprendere che i mondi sono speculari, ma intrinsecamente comunicanti. Ed invece non esiste uno specchio che rifletta l’uno e l’altro, sono proprio due parti dello stesso giardino in cui valicare il confine malcelato, significa restare se stessi, epperò lasciarsi convincere che non si è perfetti in sè. Solo la poesia si imbeve del problema e lo risolve per lampi, creando mantra da ripetere nella solitudine del pensiero.

Ma alla fine resta la consapevolezza che bastarsi oggi non basta più.

fuori luogo

A chi l’ha amata per le parole dolci e scabre, temprate dal vero, dispiace assai.  Non frequento la disperazione a distanza, mi colpisce, piuttosto, il silenzio senza appello, la storia che ferisce, banale e necessaria e ingiusta. C’è un coraggio bagnato di lacrime -l’avete veduto?- che dà senso alla Sua vita e fluisce a dar senso ad altre vite e alla follia quieta dei poeti.

Hai dato una interpretazione positiva alla sofferenza Alda, collocando l’amore per terra, esponendolo al vento e alla siccità e lasciando crescesse come un albero di mare, impavido e timoroso di timidezza quando viene accarezzato.

 

Alda Merini

Il mio passato

Spesso ripeto sottovoce
che si deve vivere di ricordi solo
quando mi sono rimasti pochi giorni.
Quello che e’ passato
e’ come se non ci fosse mai stato.
Il passato e’ un laccio che
stringe la gola alla mia mente
e toglie energie per affrontare il mio presente.
Il passato e’ solo fumo
di chi non ha vissuto.
Quello che ho gia’ visto
non conta piu’ niente.
Il passato ed il futuro
non sono realta’ ma solo effimere illusioni.
Devo liberarmi del tempo
e vivere il presente giacche’ non esiste altro tempo
che questo meraviglioso istante

trittico sulla vecchiezza II

Amico caro, ti avevo annunciato che avrei messo i piedi nel piatto dell’età e allora partirei dai temi che archiviamo in fretta nei nostri discorsi. Così fai  quando parli dei pochi anni che restano e  scherzi facendo trasparire un desiderio e una paura. La paura è quella della morte. O meglio la paura delle malattie dei vecchi che invalidano e tolgono progressivamente la vita. Hai presente l’ossessione del cavalier B.?  La potenza fisica, le capacità di movimento, l’intelligenza, la memoria e dover dire che si ha tutto come a 20 anni per i prossimi 50. Ma resta l’onere della prova in una dimostrazione giornaliera di efficienza per essere ciò che non si è: anagraficamente vecchi, però giovani nelle attività e nei tratti. Quando vedo miei coetanei che si sono imbalsamati tra i 40 e i 50 anni, non colgo differenze con la tristezza degli sfatti allegri, quelli che non si governano e hanno deciso di dimenticarsi tra alcool e mangiate. Entrambi non sostengono più l’identità e la dignità di essere. Noi più semplicemente, cerchiamo di giocare con la paura di cadere in qualche trabocchetto dell’età, di scivolare nell’alzaimer che ci rende presenze vuote, oppure di entrare nel girone infernale delle malattie coscienti e impronunciabili. Tutti esorcismi e la morte semplice, quella fatta del disporre di sè diviene un desiderio. Magari da collocare più avanti possibile, ma un desiderio di concludere bene. In fondo ci sarebbe dovuto, per le nostre colpe veniali, per gli impegni senza ignavia, per l’entusiasmo che abbiamo messo in tutte le cause perse frequentate ma anche per la pochezza delle vigliaccherie e le fughe fatte più per paura che per salvarsi. Molti coetanei fanno consuntivi, ti dicono: mica per essere finiti. No, solo per un budget veritiero. Altri e ci fanno più male, se ne vanno senza dire, per stanchezza, solitudine, disperazione. E per loro, come per quelli andati tra sofferenze immani, ci si chiede perchè. Anche della ragione di tanta sofferenza ci si chiede il motivo e nessuna risposta arriva. Sai cosa fa più male? La sofferenza silente consumata in solitudine, senza sbocchi, nè speranza. Ci si immaginano i giorni, le notti e ci si augura che non ci accada, che tutto finisca di botto, con il solo barlume di capire che davvero è così facile scivolare via. In realtà l’età porta verso il conto con il passato e adesso che siamo ancora in questa età indefinibile, pieni di sogni e di attese temperate,  si dovrebbe, per magia, trasferire un credito sul futuro. Assicurare una rendita in anni vicini al desiderio. Ma lo sappiamo tutti che non è così, sono il caso e la volontà che ci possono graziare e non per sempre. Ho pensato spesso, che si potesse rovesciare il tempo e lasciare che la possibilità non si spegnesse al suo mostrarsi, per verificarla, con generosità,  senza curarsi del resto. Tu sai, che tutto questo è sconsiderato, ma come vivere una vita regolata dalle certezze e pensare di vivere davvero? Alcune certezze ci sono indispensabili: amore, affetti profondi, relazioni, libertà d’essere e d’intendere, l’avere un senso a sè e magari anche agli altri. Se non ci sono grandi problemi economici, tutto questo dovrebbe consentirci di parlare anche delle paure e della morte, di ciò che accade attorno a noi. Ma parlarne come di un processo dinamico e non come di un muro contro il quale sbattere incoscienti a tutta velocità. Il tema etico del fine vita, emerge in questi anni e ha più consistenza: la libertà del finire come si desidera, la vita non come condanna, ma possibilità positiva. E’ una considerazione che dovrebbe portarci alla consapevolezza e togliere la paura. Ma non è facile e soprattutto bisogna scegliere un percorso che eviti i cronicari, gli ospizi, gli odori di minestre e orina, i discorsi senza memoria, i giardini con le cancellate e i mobili di melamina. Voler vivere a casa propria, finchè si vive. I nostri vecchi lo sapevano e nell’oscura necessità di convivenze tra famiglie assicuravano il passaggio, circondati da persone care. Lo so che succedeva anche il contrario, che la gente si sbranava davanti all’agonia, ma quando c’era rispetto per la persona, ovvero si aveva ben seminato, le cose erano più dolci. Naturali e senza accanimenti. Noi apparteniamo alla generazione che detiene il potere, gestiamo vite, vietiamo ai giovani di crescere, eppure le paure non le abbiamo eliminate. Ti ricordi di quando parlavamo di villa arzilla tra discorsi e vino rosso, pensavamo ad una convivenza tra persone che si conoscono e che bevono e parlano bene assieme. Badanti di noi stessi, plagiati dal mito di Amici miei e della Grande bouffe. Ma non funzionerebbe, amico mio, dopo poco ci staremmo tutti sulle scatole, in realtà la nostra risorsa sono le relazioni tra noi, il trasmetterci entusiasmi e positività; questo serve e non altro. Non siamo abituati a minestrine, ma forse la cosa che dovremmo  evitare è l’essere prigionieri dell’insofferenza, dei modi di dire, delle abitudini senza appello o della supponenza di aver capito già tutto. In realtà, e lo sappiamo entrambi, siamo degli ignoranti abissali e aver voglia di apprendere è già sintomo di futuro, ma non ci basterà, come non basterà il cinema, i libri, la musica. Dobbiamo investire in affetto quando l’egoismo diventa più forte per la preoccupazione di sè. In comunicazione quando pare ci sia poco da dire di sensato e nuovo. In pazienza quando le nostre urgenze sono solo desiderio di attenzione. E soprattutto dobbiamo convivere con la persona più difficile che conosciamo: noi stessi. Ma la consapevolezza non è una diminuzio, abbiamo chance notevoli da giocare, e magari ne parliamo la prossima volta. 

per Marina e per gli amici di strada

Scrive Marina:

Io, da sempre attiva in politica, sono oggi una “chiusa in casa”. La mia parte politica mi ha profondamente delusa. Vado ancora alle manifestazioni della mia parte ma il mio spirito è completamente diverso. Non lo faccio più perché credo che in molti si possa incidere sulla realtà ma solo per trovarmi tra persone che sento vicine, con i miei stessi ideali. Respiro per qualche ora un’aria un po’ più pulita di quella che respiro quotidianamente nei negozi, negli autobus, negli uffici della mia città.
No, non andrò a votare alle primarie. Sono stanca del ricatto morale: dobbiamo far vedere che c’è un’altra Italia non berlusconalizzata. L’onere della prova spetterebbe innanzi tutto alla classe dirigente del PD. Ma questa classe dirigente, fatta salva l’onestà personale, è del tutto inadeguata al momento storico che viviamo ma decisa a mantenere tra le sue mani la barra del potere. Sono sola senza referenti politici. Perdere non è un problema per me, sono sempre stata all’opposizione e so reggere le sconfitte. Ma la rivoluzione antropologica cui stiamo assistendo meriterebbe idee, persone, progetti nuovi. Io non li vedo. Il PD, che ha avuto il mio voto, ha scelto di non darsi una identità dietro lo slogan del “tenere tutti insieme”: Bene, si tengano insieme tra di loro. Me, mi hanno già cacciata. E non mi chiedano di portare il mio corpo ai loro seggi elettorali.

Apprezzo il tuo impegno e la tua buona volontà ma sono forse troppo vecchia per credere ancora che la buona volontà personale possa sostituire la mancanza di dirigenti politici capaci. Se votassi voterei per Marino. resterò a guardare per la prima volta nella mia lunga vita.
marina, amareggiata, sfiduciata, delusa e incazzata.

Condivido molto di quello che dici Marina, ma non resterò a casa domani e continuerò ad impegnarmi dentro o fuori del PD. Quando ho scelto di fare la campagna per Marino e Casson nel Veneto, l’ho fatto da isolato e con pochi amici, sapendo che molti di quelli con cui ho fatto politica erano da un’altra parte, ma a questo ci sono abituato. Non mi piaceva che fosse stato scelto con chi stare prima di leggere i programmi, di sapere chi erano i contendenti. Non mi piaceva l’idea di rifare un partito che conoscevo bene, che mi aveva dato tanto, ma che ormai non serviva più per cambiare il paese e così mi sono schierato con una possibilità di cambiamento. Per chi come me, ha ormai molti anni, certo più di te Marina, la scelta è di lavorare ancora per un po’ e poi stare a casa tra libri, musica e tranquillità, oppure incasinarsi la vita e  uscire, ribadendo a sè stessi, che può esserci un’alternativa al conformismo e alla noia. Sono stanco di star bene solo con chi conosco e che scelgo come amici, credo che ci siano molte persone come te, che vogliono qualcosa di diverso nella politica, che non si accontentano di una trattativa con Berlusconi. Mettiamo che un sogno di cambiare sia vero, che si possa davvero incidere nel corpo sonnacchioso del PD, mettiamo che Marino rappresenti una voce minoritaria che non ha paura di dire ciò che pensa, mettiamo che la critica diventi alternativa e non resti un mal di pancia. Mettiamo che ci sia la possibilità che sia vero, perchè non dovrei partecipare a questa possibilità? La mia incazzatura solitaria servirebbe a quelli che pensano che se me ne vado gli faccio un piacere, e non sono pochi.  Ebbene, non me vado, domani voterò e cercherò di convincere a votare Marino e poi la prossima settimana continuerò a pensare che si deve vivere come se davvero fossimo in democrazia, in un paese libero, con i diritti individuali e collettivi.  Tu dici: Perdere non è un problema per me, sono sempre stata all’opposizione e so reggere le sconfitte. Ma la rivoluzione antropologica cui stiamo assistendo meriterebbe idee, persone, progetti nuovi. Io non li vedo. Neppure io li vedo a livello generale, ma ieri sera eravamo in 35 a discutere di politica, di etica e di diritti della persona. E mi sono detto: se sono illuso non cambia molto, sulle delusioni mi sono rafforzato, ma se c’è una possibilità devo percorrerla sino in fondo, ci sono energie nuove che circolano. Perchè questa è la vita Marina, perchè siamo differenti, ci interessano queste cose futili e non ci arrendiamo, perchè non ci basta resistere, ma abbiamo bisogno di pensare che si possa vincere.  Serve una politica forte, un futuro possibile che sia condiviso, il PD è uno strumento, alla fine contano le persone, le idee, le speranze. Ti rendi conto che se non lo facciamo noi, i nostri figli, i giovani, da soli non ce la faranno, vivranno in una società peggiore della nostra, con meno speranze e possibilità. Non è tutto nel voto domani, se si fa la strada assieme si diventa comunque amici, questo è quello che conta. Domani lo dirò a mio modo, perchè  credo che una minoranza possa incidere e cambiare la maggioranza: abbiamo speranze e forza che riguardano tutti, è questo il nostro vantaggio: nessun egoista o cinico ci potrà mai sconfiggere.

Non ho mai cercato di convertire nessuno Marina, fai quello che ti fa stare bene, è importante che ci siano persone come te, che non si rassegnano e si arrabbiano col PD perchè non fa abbastanza, ma c’è  la necessità di dare un senso all’incazzatura.

Buona serata Marina e buon dì che speriamo sia di festa.


i fili

Rivoltando tra le carte e i passati, ieri pensavo ai rapporti con le persone importanti, chiedendomi se prendere sul serio ciò che si dice, è un optional, oppure no.  Se si dice: sarà così, mi spiace, ma per rispetto accetto. Ed io che non taglio i fili, prenderò atto oppure farò sforzi per riannodarli? Dipende, se si sa che non può essere come prima, magari diverso e bello, ma mai più come prima. Eppure sono i ricongiungimenti, gli affetti che si verificano, la comunicazione profonda, le amicizie, ad essere importanti. Capire l’altro non è un mestiere facile e neppure scontato e soprattutto deve tener conto che quella persona non siamo noi. Quando il filo viene tagliato vuol dire che era ora e come per gli aquiloni e i palloncini ci potranno essere altre visioni ed altri destini.

Ma, con l’amicizia non torna il conto, pensavo, chè quella intesse fili, li ri-annoda, li porta in sè, e il gomitolo ha sempre da dare al gatto per giocare.

ogni anno

Senza accorgerci siamo scivolati nella stagione in cui l’amore è levigato. Ti aggiri leggera nelle nostre vite, noi veniamo a trovare pezzi di noi in te, nel passato comune, nelle parole che furono dette e restarono. In ogni incontro cerchiamo le tue giovinezze, perchè lì dentro ci sono anche le nostre, e le insofferenze di un tempo si sono disciolte, com’era giusto fosse. Che strane e belle sono le vite: da piccoli cerchiamo una mano che ci rassicuri, conferisca approvazione ed amore, da adulti – e noi lo siamo ormai da molto – alla stessa mano chiediamo di accompagnare il nostro libero cammino.  Hai preoccupazioni sulle nostre felicità, riordini la tua giornata sui figli, le nuore,  i nipoti, le famiglie, e ci chiedi solo di non eccedere troppo. Pensa  che senza reticenze ancora ci pare giusto chiederti le tue abilità che muovono mani e consumati attrezzi da lavoro. Ma è anche un modo per far confusione nella tua casa pulita, per protrarre la nostra presenza. 

Per l’infinito bene che ho ricevuto, Mamma, non ti ho detto sì per forza. Da sempre ci siamo scambiati amoroso rispetto, anche sui nostri limiti e il più grande regalo che tu mi abbia fatto è stata l’indulgente carezza  quando non capivi. Buon compleanno Angela, forse adesso i tuoi anni servono più a noi che a Te e questo mi lascia senza domande, come se da sempre la tua vita fosse la risposta tra noi.

avviso ai naviganti:faber a nuoro

 

” Cosa avrebbe potuto fare alla fine degli anni ’60 un giovane nottambulo, incazzato, mediamente colto, sensibile alle vistose infamie di classe, innamorato dei topi e dei piccioni, forte bevitore, vagheggiatore di ogni miglioramento sociale, amico delle bagasce, cantore feroce di qualunque cordata politica, spesso inaffidabile, musicomane e assatanato di qualsiasi pezzo di carta stampata?

Se fosse sopravissuto e gliene fosse data l’occasione, costui, molto probabilmente, sarebbe diventato un cantautore. Così infatti è stato ma ci voleva un esempio.”

Fabrizio De André

Per quelli che c’erano e per quelli che hanno capito, eppoi, se siete in Sardegna, regalatevi una  visita a Nuoro. Al M.A.N. il museo della Provincia c’è una mostra dedicata a Fabrizio De Andrè. Si può passare la giornata tra musica, ricordi, immagini del passato recente. Una storia che non è stata di tutti, ma che tutti hanno vissuto. E per quelli che l’hanno amato per ciò che leggeva nei loro sogni, speranze, realtà, è una boccata d’aria buona che fa respirare.