cosa auguro in questi giorni


Risalgo negli anni, cerco di capire cosa significa l’augurio che mi viene rivolto in questi giorni. Ovvero cosa muove nei miei sentimenti di non credente. La prima riflessione è che viene evocata la morte violenta ed ingiusta di un uomo, e con essa tutte le morti ingiuste. Quindi la necessità di pace e giustizia prima che di resurrezione. Il problema del dopo, ciascuno lo risolve come gli viene, ma la necessità di vivere nella pace è immediata, fa parte del diritto del vivere. E io auguro questo, sperando in giorni sereni di sé, in una nostra forza nuova che non consideri il mondo come perduto, che pur godendo di ciò che abbiamo, non ci si scordi che attorno manca molto.

Confesso che pur amando la pace, e pensandola come bene comune supremo accanto alla giustizia, da tempo sono in difficoltà con il pacifismo. Non riesco a discernere il giusto e l’ingiusto. Credo che se si ama la pace, si dovrebbe manifestare non solo per un paese, ma contro la guerra ingiusta. Ed ogni guerra non è già di per se stessa ingiusta perché guerra. Questo pensano molti che amano la pace come processo attivo, non come dono senza merito. Io così penso e distinguo tra chi si difende, tra chi porta avanti libertà e diritti, tra chi insorge per la democrazia da chi persegue interessi economici. Se auguro la pace, allora io davvero sono un uomo di pace? Diciamo che ci provo a modo mio e che considero la pace non come la quiete, ma indissolubilmente legata alla giustizia e subordinata a questa. Forse per questo giustifico l’uso della violenza come legittima difesa della vita, quando l’uomo viene conculcato, vilipeso, impedito nel vivere.

Penso anche a come si vive in un paese in guerra. Nelle scorse settimane ero in Siria, paese in guerra con Israele dal tempo della guerra dei 6 giorni, paese in guerra con se stesso in questi giorni, ebbene se non si è in una manifestazione o su una linea di fuoco, la guerra si trasforma nei tempi lunghi alle frontiere,nei controlli più o meno discreti, ma la vita attorno continua senza apparente cambiamento. Ci si abitua. All’inizio della seconda intifada, mi capitò, a Nablus, di essere a 150 metri da uno scontro con uso di armi da fuoco. Non me ne resi conto appieno, anche del rischio e comunque, 500 metri più in là, le persone erano sedute al bar e conversavano e fumavano narghilè. La sera in albergo, sentivo il crepitare delle armi, i colpi ritmati delle mitragliatrici pesanti. Mangiavamo, si parlava, c’era un po’ di preoccupazione, ma non troppa. Come riguardasse altri. E c’era più timore di giorno, ai posti di blocco quando si guardava il dito sul grilletto e si sapeva che non c’era la sicura. Una normalità alterata, ma pur sempre una normalità.

Quindi esiste una normalità della guerra, una quotidianità non troppo dissimile dalla pace, con una sociologia propria,solo leggermente più complicata. Parlo di sociale perché le storie dei singoli, soprattutto dei militari sono ben diverse dalle altre, in quanto consegnate a regole e modalità totalmente diverse dal quotidiano conosciuto, in un universo parallelo dove tutto viene estremizzato e giustificato.

In un paese in guerra è la propaganda a sostenere la normalità e la giustezza della guerra, ma anche da noi avviene lo stesso, la percezione è quasi nulla grazie ai mezzi di informazione dove la notizia supera l’oggetto. Quindi se muore un fotoreporter questo fa notizia, se muoiono mille combattenti, questo è la normalità.

Vorrei che il pacifismo fosse il rifiuto della normalità della guerra, che il senso della violenza emergesse e che questa fosse la notizia che viene proposta. Capisco che è difficile, che la guerra attuale, così impersonale, è quasi una continuazione dei giochi dei bambini, ovvero uno scontro in cui non si muore mai davvero e si risorge per un’altro gioco quando si è stanchi. Ma non è così, nella realtà si muore davvero e la pace oggi, per me, non è l’esclusione della violenza per la giustizia, ma il rifiuto dell’ indifferenza.

Oltre alla pace che già è moltissimo, un altro augurio da non credente, mi sento di farlo: auguro alla chiesa cristiana di risorgere, di non essere accondiscendente, di essere fedele al messaggio che trasmette. Le auguro di riportare dentro di sé la teologia della liberazione, di condividere con chi cerca giustizia e non con il potere, la propria esistenza. Mi permetto di dirlo anche perché della religione, ha bisogno anche chi non ce l’ha, fosse solo perché prima che di una fede ha bisogno dell’uomo, del compagno nella giustizia, del sentire forte. Non importa in cosa si crede, ma degli uomini abbiamo bisogno per avere speranza e vivere. Auguri di prossimi giorni  sereni, di pace e giustizia a tutti Voi 

il resto di niente

Cosa resterà di questi anni, quali entusiasmi verranno ricordati, simboli, battaglie combattute.

Quali uomini resteranno nella memoria collettiva, tanto da poter dire li ho conosciuti, sono stato con loro, ho vissuto il loro tempo.

Resterà un po’ di musica, qualche film, dei libri, poca arte, meno poesia. Una politica limacciosa ed unta come una pozza di petrolio che potrebbe dare energia ed invece sporca .

Attorno c’è un brusio di bene che non aggrega, scelte individuali, molto edonismo e consumo dell’attimo. Anche le passioni durano poco, le più lunghe sono domestiche, mancano i baci di piazza, la gioia d’esserci e d’essere vivi assieme.

Prosegue una frana iniziata negli anni ’80, un suicidio della memoria, ma soprattutto la morte del nuovo.

La speranza non muore, lo smottare si fermerà, la china verrà risalita, ma sarà più duro e la fatica di riconquistare quello che si aveva, rallenterà il nuovo che spunterà altrove.

Mi chiedo dov’eravamo quando tutto questo ha iniziato a consumarsi, perché non abbiamo capito, ed abbiamo lasciato che le parole si svuotassero di contenuti, mentre gli uomini, noi stessi, diventavamo più soli di fronte all’ingiustizia, ai privilegi, alla demolizione di ciò che avevamo caro. Come se quell’amore sacrificato non ci riguardasse, e pur lottando, non ci fosse convinzione, costanza ed idee chiare per desiderare e vincere.

E’ rimasta una fatica a metà, che non è prima e non è dopo.


top gun

Per il top gun, adesso è l’ora. E’ pronto, si è allenato per questo con centinaia di ore di volo, migliaia di simulazioni di duello ed azione che sono ora sequenze naturali e vitali.

Decollo, avvicinamento, rilevazione obbiettivo, contraerea, fuoco, sgancio, rientro.

Ha affrontato sacrifici importanti, mentre i suoi coetanei passavano le giornate al bar, ha studiato, imparato a reagire automaticamente a macchine complesse che lo interrogano in linguaggi binari.

Sì/no, le indecisioni appartengono ad altri. Anche nella vita vera è così. Nessun dubbio, mai!

Dovere, missione, onore. E’ la prosecuzione del mestiere che altri hanno fallito. Bisogna metterci una toppa.

E’ stato ignorato, sottovalutato dai civili, veri goijn del vivere, ma alla fine è lui che risolve.

Ora.

Altri poi si prenderanno la gloria, e lui tornerà nell’ombra ad allenarsi.

Disciplina, dovere, onore. Lui. Ora. Chi altro?

Una moltitudine di spine dorsali senza nerbo, indecisi. Tocca a lui, poi scomparirà e si chiederanno se esistano ancora uomini d’armi. Concluderanno che non ci sono, ovvero sono pochi, e per finta. E’ il suo mestiere, esserci e non essere percepito. Si è allenato anche a questo. E’ stata la parte più difficile. Difficile essere ciò che si è e non farlo vedere.

Colpire, non consentire la replica, eliminare, se necessario sbagliare, ma colpire.

Uno o mille non fa differenza. Missione, obbiettivo inquadrato, sgancio, colpito.

Rientro.

se non ora, quando?

“Se io non sono per me stesso, chi sarà per me?

Eppure se io sono per me solo, che cosa sono io?

Se non ora, quando?”

Talmud

Mishnah, Abot, Hillel

 

E’ ora di domande, e di risposte. Solo restare fermi e vuoti, ci uccide.

la parola della settimana: gennaio

Aboliamo gennaio, è un mese inutile che ci riempie i corpi di patine fredde e tristi. Portiamo in avanti le feste, spostiamo il capodanno, eliminiamo anche novembre, con un anno di 10 mesi, a lunghezza variabile, ci sarebbe più sole per tutti, feste senza angoscie, con lunghe attese diluite, con il tempo da passare in casa, e finite le feste è già primavera e profumo d’estate. Aboliamo questo mese di pagamenti, di tredicesime divorate, di saldi inutili, di ripresa lavorativa su corpi intorpiditi. Aboliamo il freddo che aggredisce già il nome del mese più gelato. Pareva che con dicembre il conto si fosse già pagato ed invece eccolo senza tregua, ne feste per stare a casa. Aboliamolo senza dirglielo, semplicemente ignorandolo, riconvertendo i calendari, scoprendo l’effetto che fa avere il giorno 36 o 32. Aboliamolo nella nostra testa, chiamiamo i patafisici, mobilitiamo astronomi disponibili, adattiamo l’universo alla necessità umane.

Non rinunciamo a gennaio,  tantopiù se siamo innamorati. E’ un mese da piumoni, da luci gialle dentro ai bar, da mani da scaldare, da vetri che s’appannano in sintonia con i pensieri dell’assenza. E’ un mese necessario per avvolgere con abbracci, per baciare guance fredde, per pensare senza limiti all’altro. E ‘ un mese che non distrae, che accompagna, che addolora con la stessa capacità di rallegrare. Non rinunciamo a gennaio, c’è il fuoco nel camino, il tepore-odore della legna, le notizie del tiepido al sud che ci fanno sorridere ed amare il freddo fuori casa. Non rinunciamo a gennaio, ci sono stazioni con treni che partono ad ogni mezz’ora, luoghi lontani che s’avvicinano, pensieri che sembrano veri. Non rinunciamo ad un mese che fa mettere abiti pesanti, riscoprire debolezze nascoste, che fa nascere domande così importanti da scrollarci dalle abitudini.

Non rinunciamo a gennaio adesso che il festival di Sanremo è a febbraio.

il tempo accessorio

Esiste un tempo che serve solo quando lo si consuma. Assomiglia a quel tempo d’un altro fuso orario: la vita dov’è casa continua, le cose hanno i loro moti, le abitudini succedono a sé stesse. Ma altrove, fusi orari prima o dopo, dove si è fisicamente, qualcosa di diverso accade. La presenza può essere reale oppure aliena, la vita può essere vissuta o prestata. Questo tempo è accessorio solo a noi, è nella nostra disponibilità di vita, accadrà senza interferire se non lo vorremo. In alcuni orologi, si mostra il doppio tempo, il qui e l’altrove, e quello che gli orologiai svizzeri non hanno mai capito è che i due tempi non sono uguali; che nel bilancio d’una vita, il tempo accessorio è spesso più importante. Basta prendere un treno per scoprirlo.

 

la sindrome Hoepli

Appartengo alla generazione di coda del ‘900, quella che basta un manuale Hoepli e costruisci una nave spaziale, piastrelli il bagno o distilli in casa profumi e grappe. Eravamo gli ultimi devoti alla potenza dello scritto, alla trasmissione del sapere codificato. Pensavamo che da qualche parte ci doveva pur essere, nell’antico Egitto, una lunga sequela di geroglifici che, oltre ai soliti salamelecchi scaramantici, descrivevano minutamente come costruire una piramide in casa. Leonardo non faceva forse così? E tutti prima e dopo di lui, scrivevano come si faceva, cosa serviva, quindi questa era la civiltà. Ikea ha avuto successo perché è l’evoluzione pratica della generazione del manuale, ha aggiunto i pezzi di legno, la scatola di montaggio ed un sapere volatile che si butta con il manuale.

Adesso You tube mostra come si fa, la rete mostra come si fa, B. non mostra come si fa, ma lo fa intuire. Però vuoi mettere la sicurezza di un libro che sonnecchia pronto ad essere agguantato d’entusiasmo. Anche se poi sbollirà il tutto, già l’acquistarlo è il preannuncio del piacere dell’oggetto. Con il mio capo d’un tempo, abbiamo fiaccato commessi di librerie per avere manuali con disegni grandi come un appartamento, era il necessario grafico per costruire un gozzo, oppure una deriva. Il bello è che lui l’ha costruito davvero; alla fine gli sarà costato tre volte quello che poteva acquistare in un cantiere navale, ma per due anni ha piallato, graffato, saldato, avvitato, bestemmiato, infine varato, e poi venduto. Perché in fondo mica gli interessava tanto quella barca, voleva solo capire se era capace di farla.

E il sapere pratico si sedimentava nelle dita. Una conoscenza del fare, figlia della società dell’uso. Se penso ai danni fisici, ai tagli da scalpello, alle scottature da stagno, ai cacciaviti on ice che puntavano alle dita, ai fili con corrente, ma non l’avevo staccata, comunque non prendo la scossa, che stecca! ecc. ecc. E il manuale stava lì, consolante e solido, enigmatico nei casi concreti, ma faceva parte dell’intelligenza in fieri, quella che sarebbe arrivata con la piena comprensione del come si fa. Tutto travolto dalla società dei consumi, oggi fare non è più necessario, basta avere denaro per comprare, anche far di conto o scrivere non è più necessario, neppure imparare una lingua. Basta un traduttore, una calcolatrice, un correttore di testi.

Basta? Sono un dinosauro, me ne rendo conto.