il pomeriggio del 3 novembre

Il cielo si è scurito e l’aria grigia s’è sciolta in una pioggia fitta che ha investito piante, cose, uomini. Sembrava fosse giunta l’ora di un qualche evento differente che dapprima toglieva luce al cielo e poi alle cose, in un tremore di presagi. Ma non era così.

È solo il tempo che s’è guastato, mi son detto, adesso è finalmente autunno. E il pensiero è andato a quel guasto antico che aveva fatto terra bruciata attorno alle mura d’una casa che non c’era più. Io ero molto in là da venire, allora, però s’erano consumate le cose attorno ed era rimasto il silenzio che accompagna la fine d’un tempo.

D’autunno ero già tornato a scuola, ho pensato, ed era già finito il tempo degli odori cari dell’inizio. Ormai consuete le carte e le matite, restavano gli schiamazzi nei corridoi prima della campanella, le file per tre anche in piccoli percorsi. Il sole avrebbe regalato qualcosa a san Martino, ma ormai era l’avvicinarsi delle feste che contava.

Le feste contavano su di noi per essere celebrate, oscuramente lo sapevo, ci sarebbero stati riti minuscoli di importanza capitale, cerimonie, funzioni e finzioni. Ma intanto era già freddo e mia Madre, la sera, mi metteva in un letto scaldato da vecchia borraccia d’alluminio di mio padre che aveva fatto con lui il percorso a ritroso da Marsa Matruk fino all’Italia. Mi raccontava una storia e mi dava un bacio che avrebbe reso quieto il sonno. In cucina si abbassavano le voci e mia Nonna forse si sarebbe preparata per il giorno successivo. Andare a Monfalcone era un viaggio, ma era un modo per ricucire uno strappo. Così forse le pareva. Certo l’immagino, ma non sono distante dal vero perché Lei, anche se ne parlava poco, mi raccontava della vecchia Redipuglia, dove era difficile trovare una croce con un nome, tra fili spinati e cannoni abbandonati, ma l’aveva trovato e un posto per un fiore e per un discorso c’era stato. Poi era venuta quella nuova Redipuglia, grande e ancora più faticosa. Piena di sé, di pietra grigia e concepita solo monumento per dare un senso a tutte quelle vite deviate che compitavano i nomi sulle scalinate. Era ancora più difficile trovare il nome, impossibile lasciare un fiore, anche se lei ci riusciva, ma di continuare un discorso tra fanfare e altoparlanti non c’era modo. Così, mia Nonna o andava a Redipuglia prima del 4 novembre o si fermava finché il buio e la chiusura la spingevano via.

Non si copriva d’alberi il guasto attorno alla casa, alla sua casa, c’era un’ interruzione che aveva saccheggiato il prima e il possibile futuro. E se il dolore s’era dato una spiegazione, ciò che ne era venuto era stata un’ accettazione del presente : mio Padre era rimasto il suo tutto, aveva dato senso e direzione alla vita. Al faticare che si inventava il giorno, al non aver paura e non tirarsi indietro. Questo mai.

Poi sono venuti i nipoti, io, ma quello strappo era rimasto e nessuna data o mausoleo avrebbe potuto ricucirlo.

Mia Nonna non si risposò come fece sua sorella, davanti al disastro chiuse le porte, respinse, rinunciò alle decisioni che continuavano battaglie non più sue e lasciò che il suo tempo coincidesse con quello del Figlio.

Sono stato molto amato da Lei, moltissimo. Le parole hanno poco senso nel descrivere gli accrescitivi degli affetti, soprattutto non riescono a descrivere quello che un rapporto trasmette attraverso gesti immateriali e senza tempo. Forse per questo parlo ancora con Lei di queste cose che ci riguardano, come vi fosse la necessità di un procedere tra noi. Senza cercare cose che non ci sono ma restando alla sostanza degli amori.

Sai cos’è l’amore, Nonna, è quel riempire d’alberi il guasto, la terra bruciata attorno, il riedificare la casa, il metterci ciò che è bello e deve procedere. E pensare che Tu capisci e che ne sarebbe contento anche Lui, il Toni, in quella scalinata di pietra grigia da dove vede il mare e sente le stagioni e non ha mai cessato di amare.

A novembre si superava l’anniversario della fine della guerra e poi si puntava sulle feste, tutti assieme, con quello che si aveva. E che mia Nonna aveva colmato tutto ciò che poteva far male ad altri. Così posso dire che l’amore non mi è mai mancato. Mai.

6 pensieri su “il pomeriggio del 3 novembre

  1. Grazie Marta, è stata una fortuna aver avuto (e avere) presenze così amorose e importanti per me. Non smetterò mai di esser loro grato. 🙂

  2. Dicono che il web sia ‘lo specchio delle vanità’ e che il blog sia fine a se stesso ! Nasce nella mente del blogger, e là finisce, lasciandogli l’ illusione di illuminare il mondo ! E forse, nella maggior parte dei casi sarà così, ma non nel tuo, mio caro Willyco : Tu crei Poesia e trasmetti visioni, colori, suoni dimenticati, sogni, dolci ricordi …. emozioni !
    Valeas Amice …. ti sia sempre benigna la vita !
    😀

  3. Caro Bruno, sei sempre molto generoso con me, non credo di illuminare nulla ma c’è una idea del condividere che è comune a molti che scrivono. I miei sono frammenti, ricordi, spesso una autoanalisi di ciò che è stato, ed è, il mio piccolo punto di vista. Raccontare è una continuazione del vizio della memoria, che appartiene a tutti, forse quello che spesso non è usuale in questo tempo è considerare che la memoria guarda indietro per guardare all’adesso e al futuro. E’ il legante delle vite. O almeno così a me pare. Grazie Bruno e stai bene, per te e per chi ti è caro.

  4. Grazie, Will … il ricordo di tua Nonna, e quel suo volerti bene, mi hanno emozionato, suscitando in me ricordi analoghi … anche se ora sto imparando a vivere col cuore spezzato per la morte di mia figlia Francesca …. e rari sono gli attimi del giorno e della notte che io non la ricordi bella e sorridente com’ era da viva !

  5. Tua Figlia è con te, Bruno, e non ti lascia. Hai i suoi figlioli e quell’amore che porti a Lei portalo a loro. Sei importante in questo e molto d’altro.
    Cerca di sorridere e di vivere come puoi e Lei vorrebbe.

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