dare la mano

Mi è tornato tra le mani un vecchio post-it, rimasto appeso a lungo nella mia vecchia casa.

In quelle righe scritte in verticale, c’è il buio, un dolore muto, una domanda, lo smarrimento da assenza di risposte. Ed una riga che accenna ad una fiducia sospesa: un auspicio timido senza punto finale.

Come in tutte le situazioni di sconfitta, nelle parole la percezione della notte è tangibile, e non c’è quella del giorno. Si poteva sperare. Forse. Una mano mi ha aiutato, senza chiedere mi è stata accanto, una mano senza domande, che pensava a me, che condivideva oltre la comprensione. Nei momenti di crisi si fa piazza pulita, restano gli amici veri, gli affetti e le cose davvero importanti. Questo è vero, ma non basta, perché non toglie il senso di aver sbagliato qualcosa, la sensazione ustionante della sconfitta. Allora mi aiutò a vivere il tocco silenzioso, un dire senza voce ed il mondo, pur non meno doloroso, poteva ammettere che sarebbe passata la bufera.

Non so cosa sia davvero l’amore. Ovvero, l’ho tanto indagato da convincermi che sfugge a qualsiasi scatola definitoria, che è un codice binario, eppure ha sfumature infinite, che attraversa momenti euforici e silenzi senza orizzonte, che tiene ed eroga senza calcolo per sé e per l’altro e che, certamente, non si nutre di egoismo. Per qualche nanosecondo arriva alla fusione, poi origina altri stati, ma nel condividere la difficoltà c’è la sensazione della presenza dell’amore.

Quella mano nei momenti forti c’è stata, non ha mai impedito di crescere, non ha trattenuto, ha rispettato. Sono stato fortunato, forse in piccola parte l’ho meritato. Forse.

Rileggo le righe, guardo la scrittura ferma, mi riconosco nelle t non tagliate. Nella a che si confonde con la e, cerco la preoccupazione forte di allora. La sento. La rivivo.

Dopo tanti anni si ridimensiona una carriera spezzata e qualche ingiustizia patita può essere guardata serenamente. Se n’è andato pure il rimpianto, il rancore quasi non l’ho sentito. Non è stato facile, ma altri percorsi inattesi si sono aperti, la vita ha svoltato e la crescita non si è interrotta. Guardando, con gli occhi e le difficoltà di adesso, il filo positivo che ho imparato a riconoscere, si legge anche in quell’evento e sento che andare avanti è la soluzione del dilemma del vivere. L’uomo non è tarato per aver sempre ragione o successo, quasi mai riesce a leggere davvero il senso degli eventi quando ne è partecipe. Ci si deve rassegnare alle illazioni altrui, ai giudizi che semplificano e che, contrariamente al nome, non rendono giustizia. Fanno male, ma il tempo è davvero galantuomo:basta aver chiaro qualche principio e rispettare se stessi. Questo l’ho imparato.

La mano non l’ho mai ringraziata come dovevo, solo come potevo. Chissà se qualche volta l’ha sentito davvero e le è bastato.

disfare la storia

Quanto segue è solo una mia traccia, ovvero alcuni pensieri discutibili per riconciliarmi con la mia storia. Potevo non pubblicarla per quanto è personale, ma non credo di essere solo nel pensare così. Spesso mi viene detto quando obbietto: che bisogno ne hai, ciò che pensi è roba tua e basta, cerca di vivere, lascia perdere. Ed invece il bisogno esiste, perché le storie che ci vengono appiccicate costano una fatica enorme. Anche essere in un flusso non è gratis, bisogna far fatica per restare nella corrente ed essere se stessi e anche nel flusso sono forti i condizionamenti costanti a cui siamo tenuti. I si deve. I pro bono pacis. La soluzione più facile è essere due o tanti anziché uno. E’ possibile, si fa spesso, si interpretano parti, ma non può essere solo ad uso e consumo di non si sa chi. Forse è l’età, ma il mondo che mi raccontano non mi va più bene, perché non è il mondo che percepisco. Sono stanco del vuoto generato da problemi fasulli, non ne posso più che la mia storia, la mia unicità venga confusa, banalizzata, mandata in un tritacarne dove non c’è fatica di essere, ma solo conformità. I miei errori sono miei, ci tengo come per le fatiche. Mi chiedono di non fare, di essere immobile ed invece voglio correre, vedere, non chiudere gli occhi.

Intorno il banale prende il sopravvento, invade i desideri, la gestione della vita, altera la concezione del mio tempo, cerca di regolare la differenza. Allora se limito le pulsioni facili, vengo guardato malamente, se rivendico un individualismo sociale, non vengo inteso. E’ l’era degli ossimori. Non di quelli fasulli proposti nei talk show solo perché suonano bene, non di quelli usati perché non si trovano le parole, ma è l’ora di quelli silenti. Non occorre dire: sono una cosa e il suo contrario, e non mi contraddico, semplicemente contengo entrambe le opzioni e scelgo. Nello scegliere c’è forza, c’è purezza, almeno quella del gesto che sente i muscoli che l’accompagnano, che li individua uno per uno e non li sente staccati dal gesto. Consapevolezza. Una forma più alta di passione per combattere l’indifferenza che ci isola nel conformismo e il cinismo che inghiotte il futuro e il presente. Non è tutto eguale, non sono eguale. Per sentire l’ingiustizia devo uscire dalla storia fasulla, dall’eguaglianza senza rischio. Eguaglianza finta perché basata sul censo, sul genere, sul ruolo, sull’appartenenza. Ma io non voglio appartenere e la mia storia è mia e la posso mettere assieme solo con chi nuota come me. Posso compilare una lista aperta solo per raccogliere le idee, posso farlo perché pensare che ciò che scrivo sarà contraddetto è vitale, e che comunque è una mappa alternativa al conformarmi, alla resa. E’ un  modo per resistere, per pensare, discutere, essere. E se lo metto al plurale, è perché non mi sento solo, penso che tanti siano come me, insofferenti ed in cerca di una via per rimettersi a camminare. Assieme e senza raccontarcela troppo.

  • Siamo parziali, del passato teniamo solo ciò che ci serve per vivere.
  • Cerchiamo di assomigliare a ciò che ricordiamo di noi, ovvero facciamo in modo che sia verità.
  • Usiamo la gentilezza e la fermezza, nessuno di noi e’ solo un prodotto del caso, c’è molto di nostro in quello che siamo.
  • Usiamo tutte le resistenze contro ciò che non vogliamo perché non giusto per noi. Ovvero impariamo a dire di no.
  • Disorientiamo, se siamo noi stessi siamo imprevedibili.
  • Disfiamo la storia già scritta per noi, seguendo l’intuito e l’intelligenza. La nostra intelligenza, non quella altrui.
  • Impariamo ad apprezzare i segreti come cose preziose.
  • Non vantiamoci perché è una verità che non dura.
  • Puntiamo sulla nostra realtà, e’ l’unica cosa che abbiamo creato davvero.
  • Rispettiamo la realtà degli altri, che dimostra che non c’è un’unica verità.
  • Lasciamo che gli altri giudichino banale ciò che per noi ha significato e ribaltiamo il giudizio su di loro.
  • Facciamo parlare le cose, usiamo il significato delle parole, non le parole.
  • Abbattiamo ogni giorno, un pezzo di quello che ci fa male.
  • Impariamo a non aver paura della fatica, corriamo finché non abbiamo più fiato, fermiamoci finché il pensiero riprende e poi ricominciamo.
  • Non accontentiamoci mai e gioiamo di ciò che abbiamo avuto, che abbiamo e che avremo.
  • Ricordiamoci che appartenere a noi stessi è la fedeltà che possiamo donare.

cosa auguro in questi giorni


Risalgo negli anni, cerco di capire cosa significa l’augurio che mi viene rivolto in questi giorni. Ovvero cosa muove nei miei sentimenti di non credente. La prima riflessione è che viene evocata la morte violenta ed ingiusta di un uomo, e con essa tutte le morti ingiuste. Quindi la necessità di pace e giustizia prima che di resurrezione. Il problema del dopo, ciascuno lo risolve come gli viene, ma la necessità di vivere nella pace è immediata, fa parte del diritto del vivere. E io auguro questo, sperando in giorni sereni di sé, in una nostra forza nuova che non consideri il mondo come perduto, che pur godendo di ciò che abbiamo, non ci si scordi che attorno manca molto.

Confesso che pur amando la pace, e pensandola come bene comune supremo accanto alla giustizia, da tempo sono in difficoltà con il pacifismo. Non riesco a discernere il giusto e l’ingiusto. Credo che se si ama la pace, si dovrebbe manifestare non solo per un paese, ma contro la guerra ingiusta. Ed ogni guerra non è già di per se stessa ingiusta perché guerra. Questo pensano molti che amano la pace come processo attivo, non come dono senza merito. Io così penso e distinguo tra chi si difende, tra chi porta avanti libertà e diritti, tra chi insorge per la democrazia da chi persegue interessi economici. Se auguro la pace, allora io davvero sono un uomo di pace? Diciamo che ci provo a modo mio e che considero la pace non come la quiete, ma indissolubilmente legata alla giustizia e subordinata a questa. Forse per questo giustifico l’uso della violenza come legittima difesa della vita, quando l’uomo viene conculcato, vilipeso, impedito nel vivere.

Penso anche a come si vive in un paese in guerra. Nelle scorse settimane ero in Siria, paese in guerra con Israele dal tempo della guerra dei 6 giorni, paese in guerra con se stesso in questi giorni, ebbene se non si è in una manifestazione o su una linea di fuoco, la guerra si trasforma nei tempi lunghi alle frontiere,nei controlli più o meno discreti, ma la vita attorno continua senza apparente cambiamento. Ci si abitua. All’inizio della seconda intifada, mi capitò, a Nablus, di essere a 150 metri da uno scontro con uso di armi da fuoco. Non me ne resi conto appieno, anche del rischio e comunque, 500 metri più in là, le persone erano sedute al bar e conversavano e fumavano narghilè. La sera in albergo, sentivo il crepitare delle armi, i colpi ritmati delle mitragliatrici pesanti. Mangiavamo, si parlava, c’era un po’ di preoccupazione, ma non troppa. Come riguardasse altri. E c’era più timore di giorno, ai posti di blocco quando si guardava il dito sul grilletto e si sapeva che non c’era la sicura. Una normalità alterata, ma pur sempre una normalità.

Quindi esiste una normalità della guerra, una quotidianità non troppo dissimile dalla pace, con una sociologia propria,solo leggermente più complicata. Parlo di sociale perché le storie dei singoli, soprattutto dei militari sono ben diverse dalle altre, in quanto consegnate a regole e modalità totalmente diverse dal quotidiano conosciuto, in un universo parallelo dove tutto viene estremizzato e giustificato.

In un paese in guerra è la propaganda a sostenere la normalità e la giustezza della guerra, ma anche da noi avviene lo stesso, la percezione è quasi nulla grazie ai mezzi di informazione dove la notizia supera l’oggetto. Quindi se muore un fotoreporter questo fa notizia, se muoiono mille combattenti, questo è la normalità.

Vorrei che il pacifismo fosse il rifiuto della normalità della guerra, che il senso della violenza emergesse e che questa fosse la notizia che viene proposta. Capisco che è difficile, che la guerra attuale, così impersonale, è quasi una continuazione dei giochi dei bambini, ovvero uno scontro in cui non si muore mai davvero e si risorge per un’altro gioco quando si è stanchi. Ma non è così, nella realtà si muore davvero e la pace oggi, per me, non è l’esclusione della violenza per la giustizia, ma il rifiuto dell’ indifferenza.

Oltre alla pace che già è moltissimo, un altro augurio da non credente, mi sento di farlo: auguro alla chiesa cristiana di risorgere, di non essere accondiscendente, di essere fedele al messaggio che trasmette. Le auguro di riportare dentro di sé la teologia della liberazione, di condividere con chi cerca giustizia e non con il potere, la propria esistenza. Mi permetto di dirlo anche perché della religione, ha bisogno anche chi non ce l’ha, fosse solo perché prima che di una fede ha bisogno dell’uomo, del compagno nella giustizia, del sentire forte. Non importa in cosa si crede, ma degli uomini abbiamo bisogno per avere speranza e vivere. Auguri di prossimi giorni  sereni, di pace e giustizia a tutti Voi 

distrazioni di stagione

 

 

 

Siamo in guerra, ma nessuno se ne accorge e lemme lemme la guerra in Libia sta finendo. Male, per l’occidente e per gli insorti. Forse male anche per il popolo libico lasciato a metà del guado verso il cambiamento. Improvvisata, intempestiva, questa guerra, tolta dal vero contesto locale, certamente malato, dittatoriale, ma non per questo meno confuso, rispondeva a bisogni interni dei Paesi interventisti e quindi non poteva porsi troppe domande. 

Ero favorevole all’intervento, lo sono ancora. Non sui tempi e modi, ed è indubbio che la guerra, sul tavolo degli onesti, abbia messo una contraddizione pesante come un macigno, ovvero, perché in un paese sì e in un altro no? Ha aperto domande quali: c’è un limite ed una ragione costante per gli interventi, e quale ? La democrazia occidentale fino a dove può essere applicata? A cosa servono i servizi segreti se non hanno una visione reale di ciò che si agita nei paesi?  Domande oziose di un ozioso. Il tema perde interesse, anche per i profughi calerà la tensione. E’ singolare che dopo il can can dei giorni scorsi, le tendopoli siano vuote, i centri accoglienza semi deserti. I profughi abbandonano l’Italia, dichiarano che vogliono andare altrove e lo fanno. Dopo la fuga dei cervelli, la fuga dei disperati. Vorrà pur dire qualcosa. Forse dovrebbero abbassare il rating della speranza del Paese. Comunque sia l’emergenza l’hanno risolta loro, i profughi, e non se ne parla più. Altri i temi. Ci sono le elezioni a Milano, il suk parlamentare ribolle. Il premier ha problemi con la Giustizia? Rovescia la frittata: è la Giustizia ad avere problemi con il premier.

Nel paese di fàntasia nessuno se ne accorge, distratti da tutto, come i bambini che seguono il volo della giostrina sulla culla. Qualcuno dirà che, forse, non c’è la guerra o almeno solo a metà, e che comunque, di sicuro, noi non ci siamo entrati. Pareva a La Russa, ma non era così. L’hanno lasciato giocare, poi si sono stancati ed è rimasto solo a stirarsi divise improbabili ed alzare la voce. E’ strano questo amore dei politici per l’abbigliamento militare. Fosse solo per un giubbotto ed un cappellino tattico, devono appartenere ad un corpo. A tutti i corpi, in tutti i sensi.

Come lamentarsi? Dai secoli dell’illuminismo e del positivismo siamo transitati in quello dell’illusionismo. Nulla è più rassicurante che credere alle verità dei maghi. Parlano d’altro, di cose poco impegnative come il personale, la giornata, che poi significa dove andrò, cosa mangerò, con chi mi divertirò, chi amerò, come mi dispererò, quali desideri appagherò. Ecc. ecc.

La coscienza di essere nel secolo che non è eppure si vive.

Lasciamo ai vecchi il compito di avere l’amarezza dell’indecente. Ma non a tutti, ad alcuni ne lasceremo il governo.

p.s. Modesta proposta per mantenersi vivi: comportiamoci come se le cose che diciamo, e che vengono dette, fossero vere.

 

ora calma

Non sei a credito col mondo, forse ti pare perché non hai quello che desideri, ma se ci pensi dovresti vedere che continui a ricevere, indipendentemente da ciò che dai.

Questa tua incapacità di vedere il positivo della vita, te l’ho detto, condiziona i rapporti con gli altri. Tu pretendi, punti i piedi, dici: perché a me no? Come ti fosse dovuto.

Siamo tutti un po’ egoisti, è l’insoddisfazione che ci rende tali dopo essere stati bambini. Da piccoli si chiede, tutto è dovuto è non lascia traccia, ma non vale per sempre questa condizione. L’insoddisfazione è un grande motore, spinge verso altro. Non mi sono mai piaciuti i soddisfatti, e anche quelli che si vantano, mi sembrano già finiti, accoccolati come ruminanti dentro ad un recinto che si sono creati. Credo l’insoddisfazione tiri fuori parti buone di noi, che altrimenti dormirebbero,  ma estrae anche il negativo. L’invidia in particolare, ovvero  la visione negativa della felità altrui perché non è la nostra.

Nessuno confessa l’invidia. Magari la lussuria, la gola,  anche l’accidia e l’ira, si confessano, ma l’invidia, no. Eppure  bisogna chiedersi cosa si dà davvero, cioè quello che si cede in cambio di nulla. Quanto siamo disponibili verso qualcuno se non riceviamo.Questi sono buoni indici della misura della nostra invidia e della percezione del credito verso il mondo.

Mi ritrovo in tutte le manchevolezze che vedo negli altri, non sono migliore. Quello che di te mi infastidisce lo trovo in me e se mi pongo delle domande è perché vorrei essere più felice, agendo su di me,  non perché il mondo è ingiusto e la sfortuna lo asseconda.

Credo che tutto s’aggiri intorno alla carenza d’amore, l’abbandono che non finisce, forse per questo vorremmo essere al centro dei pensieri altrui, ma come vorremmo noi, non come ci pensa l’altro. Come fossimo lui, e il suo desiderio fosse il nostro, la sua attenzione precedesse il nostro bisogno. L’ essere accuditi, per diritto. Ecco, io credo che questo non sia vero e che incontrare significa dare senza attesa. Poi si attende sempre qualcosa, ma quando non c’è una domanda perentoria quello che arriva è sempre più grande. E meraviglia perché ci pare di non averlo meritato.

Sai quando mi sento maltrattato? Non quando non ricevo, ma quando non vengo riconosciuto come sono, quando vengo confuso con qualcun altro, rimproverato per non aver dato o pensato ciò che non era dovuto.

Se c’è del bello tra persone questo nasce dal rispetto e dal riconoscimento dell’altro e di quello che dà. Se non accade, con quelli che non ci stanno bene c’è sempre un modo di sistemare i rapporti: basta chiuderli.

il limite del costruire

gli edifici sovradimensionati rispetto all’uomo, contengono la loro distruzione e rovina

La megalopoli, il luogo della contaminazione istantanea, l’eros che si consuma nel contatto, la vita segmentata che non prosegue. L’illusione del poter fare per poter essere e lo thanatos, che emerge nascondendo la sua natura di soluzione definitiva: falsa pace che aspira la luce sino a far implodere i singoli prima ed il gruppo, la societas, poi.

Edifici e vite a perdere, nella città/campagna, senza distinzione perché fuga/ appartenenza in luoghi senza segni comuni. Agiti da calligrafi privi di traduzione, gli uomini vengono affidati al senso, ed ancor più alla sensazione. La necessità del trasmettere, del fruire/tramandare è annullata nella città babele. Come cercare il dna dei Maya negli Indios e non riuscire a leggere la grandezza dei popoli, delle vite, dei singoli ingegni, ma coglierne la traccia in un fondo d’occhi disperato di ricordo. Come la ricerca di qualcosa che è stato, e non riesce ad affiorare e genera solitudine nella consapevolezza d’essere appartenuti a qualcosa di più grande e comune. Vedere di tutto questo solo le coincidenze chimiche, quelle che danno forma agli occhi, scavano le guance, tengono minute le ossa. E non dare conto del malessere senza nome che racchiude il luogo, la città ch’era prima degli uomini ed ora è dell’occasione, del momento. Resta la forma che non basta più nel suo riempire l’aria, e nel restare muta d’oggi, mentre parla di un ricordo e di un altrove che non è verificabile. E quindi non è.

La megalopoli immagine dell’uomo e suo luogo. La città corpo. La casa corpo, funzione e sostanza d’essere, d’esistere. Non quindi i servizi che non si fruiscono, non l’occasione continua che non si può cogliere, ma il vivere del luogo e nel luogo.

Vivere, parola densa, sottovalutata, confusa con il consumare, il possedere, con l’ossimoro della durata dell’effimero. Parola sovrapposta alla religione del momento, della sensazione crescente, ovvero tutto quello che allontana dal peso dell’essere.

Essere, altra parola pastosa, che nasce dalla percezione del sé e travalica il contenitore, si spande e si contamina ( l’essere si contamina davvero) nel confine dove è ed al tempo stesso percepisce l’altro, si mischia, lo lascia entrare.

Difficile il cuore

e la parola a te dovuta.

Anche l’amore

a te dovuto,

arduo.

Difficile la condizione dell’uomo stretto tra ruolo, comunicazione, piacere, identità. E’ meglio vivere la propria contraddizione nella città immagine della semplicità, nella città corpo dov’ è centrale il sentire che ricorda ed apprende? Dove il segno architettonico è orizzontale. Quello più difficile, perché non totemico. Dove emerge il fermento del camminare, della conversazione, della comunicazione, del dubbio. Anche da soli. Dove il sé e la communitas sono presenti assieme ed è chiaro il nostro occupare lo spazio, non la scia di qualcosa che deve muoversi per non far domande. Oppure il luogo verticale, l’occasione continua, la megalopoli che offre sempre più software e non il tempo per fruirlo. In Cina progettano e realizzano città da 240 milioni di persone, dove esisterà tutto e tutto potrà essere fruito, purché si possa pagare. Dove tutto si toccherà per un attimo, dove il ricordo collettivo non esisterà, ma esisterà solo l’appartenenza. Le grandi città mondiali sono nella stessa scia, luoghi in cui tutto è possibile e perdonabile, dove l’uomo è parte pensando d’essere protagonista ed il tempo accelera. In queste città si è al centro del futuro, nel vortice che genera ciò che saremo. Ma in che termini saremo? Consumo? Possesso? Sovrapposizione continua? Sensazione?

Scegliere dove essere è dirimente, significa sapere cosa si vuol essere.

il perimetro dell’amore


In quanti modi si dice ti amo? In quante maniere si ha rispetto della parola e si usa il silenzio, l’eufemismo, il gesto, lo sguardo, l’attesa, il rifiuto, la violenza verso di sé. Fino alla rinuncia. Non parlo della violenza dell’amore che si esercita sull’amato, e che toglie, sottrae, limita, acceca, ferisce, uccide. E’ amore deviato, tossico senza futuro e senza amore, perché caratteristica d’ogni specie d’amore è la cura. E’ l’occuparsi dell’amato, sentirlo importante, non compiacerlo, non viziarlo, apprenderlo, crescere assieme a lui.

Qual’è il perimetro dell’amore, che si vorrebbe definire infinito?

Noi siamo il perimetro dell’amore, con quello che ci appartiene, che esprimiamo, che raccontiamo a noi stessi, sentiamo, crediamo. E se la consapevolezza di questo perimetro è la percezione dell’intangibile, allora abbiamo tolto la parte romantica e falsa all’amore, ovvero quella che non abbia limite. Il limite dell’amore è la dignità di chi lo prova, quella dignità  per cui si può cambiare, ma che non si deve snaturare, quel limite da accarezzare, ma non abbattere. E la libertà di entrambi, quella che si dona consapevolmente, è la comprensione di quel limite.

 


 

la libertà delle parole

Sono sempre stato estremamente restio a dare il nome di versi alla parte più musicale di quello che scrivevo. Ed ancor più a darli in giro.

Credo che la poesia sia altro rispetto alle mie parole e ai miei pensieri. 

C’è poi la convergenza di un’educazione in cui vantarsi od anche solo esibire era considerato inelegante e maleducato. Questo confluisce con la considerazione di me, mai troppo elevata su quello che produco.

Come dire che conosco sufficientemente i miei limiti e che lo stile è parte del vivere.

Però la stessa attenzione non l’ho usata per i testi di riflessione. E da quando una parte di quello che scrivo finisce in questi luoghi, ho capito che le parole, per me così dense di significato, hanno una libertà propria. Che esse stesse hanno ragioni forti, di consequienzialità e che conducono, nel descrivere, verso una loro verità condizionata al sentire, con cui mi devo confrontare. E’ il processo del chiarirsi, scrivendo, che aiuta a capire. L’uso dell’immagine poi, fornisce un confronto, tiene i piedi per terra.

Le parole esigono rispetto perché contengono altro, esigono previsione perché producono effetti, vogliono attenzione altrimenti cambiano significato.

Diverso è il ragionare per ideogrammi, per contenuti simbolici; dovremmo unificare i contenuti anziché il vocabolario ed all’interno di questi ricavare il nostro personale glossario che ci permette di dire chi siamo davvero. Tu mi devi capire attraverso quello che ti dico, così arriverai vicino a quello che sono. Se t’interessa, altrimenti non ascoltarmi.

Questa igiene dell’ascoltare partecipe mi basta per avere meno reticenze, ma non meno dubbi.

 

 

la parola della settimana: italiano

 

Come a bridge facciamo la dichiarazione: mi sento italiano e su questo sentire gioco la mia partita.

E per essere italiano non ho mai rinunciato ad essere profondamente veneto, all’amore per la mia lingua madre, ma non sacrificherei a questo amore per dove sono nato, la mia appartenenza all’Italia.  Nell’amore si appartiene, si porta la propria libertà e si chiede attenzione e rispetto per questa libertà. Si prende e si dà senza fare il conto. Se non amassi l’Italia non mi arrabbierei tanto per il vilipendio dello Stato che si perpetra quotidianamente, non soffrirei perché a questi cittadini viene negato ciò che a me è stato dato, ciò che era possibile ed ora sembra consegnato all’arbitrio. Non mi incazzerei se i diritti fossero eguali, se non sentissi la profonda ingiustizia che non aiuta chi è in difficoltà, se non fossi coinvolto dalla sofferenza di una parte grande del paese consegnato alla criminalità.

Questo è il mio Paese, lo è a dispetto di chi vuole dividerlo, a dispetto degli egoismi, delle acrobazie di chi fa finta di non vedere che non si può essere ministri di uno stato che si vuole fare a pezzi.

Questo è il mio Paese, è il mio luogo e nessuno me lo può sottrarre, potranno rendermi la vita difficile, scacciarmi, ma resterà il mio paese e ciò che gli devo, non lo devo ad un feticcio, ad una bandiera, ad un inno, ma a me stesso, al mio appartenere a qualcosa che è più grande di me, più alto per possibilità e futuro.

Non mi interessa discutere molto dell’unità, neppure se sia la lingua o la televisione che ha unito il Paese, so che questa unione è stata un riconoscersi che si è fatto strada tra ingiustizie, sopraffazioni, delitti. Lo so e penso che tutte quelle ingiustizie commesse sarebbero senza senso, se non ci fosse un risultato positivo. Nessuna ingiustizia attuale sanerebbe le ingiustizie di allora.

Mi commuovo quando cammino in altopiano, nell’isontino o sulle dolomiti. Le trincee, le pietre, i residui di quella guerra mi parlano di uomini che a malapena si capivano, che senza eroismi particolari, mai volentieri, andavano all’assalto nella più inconsulta delle guerre. Erano già italiani, erano persone del sud accanto ai miei nonni veneti. Uniti, dalla vita prima che dalla morte. Penso al senso di quelle vite, all’ingiustizia di quelle morti e li sento vicini. Uomini e italiani come me.

Cosa motiva una persona nella tragedia e nella gioia: l’essere uno e molti assieme, uniti. Non occorre un terremoto, basta una vittoria sportiva, uno scienziato per far emergere questo sentirsi parte. Voglio estrarlo coscientemente questo essere parte di qualcosa di più alto, continuare a sentirlo ogni giorno per indignarmi contro chi massacra la percezione dello stato, voglio continuare a sentirmi diverso e non massa, ma italiano, essere della nazione e volere lo stato. Essere Italiano per me è questo, oltre la retorica del momento, oltre i simboli, oltre le mie limitatezze, oltre la presunzione e il dubbio di essere nel giusto. Per questo non capisco le ipocrisie politiche, non comprendo il relativizzare i comportamenti, le furberie tra furbi. In quale paese un partito secessionista sarebbe al governo, potrebbe dispregiare i simboli comuni, dichiarare la non appartenenza allo stato e governarlo?

Mi sento e sono italiano perché qui voglio esercitare la mia libertà e metterla in comune con le altre, perché i valori che hanno tenuto assieme questo paese prima della sua nascita erano già così alti da essere riconosciuti come italiani prima che la nazione esistesse, voglio essere italiano perché è un mio diritto esserlo e nessuno me lo può togliere. Lo stesso diritto che ha, chi vuole appartenere a questo Paese, e sente di essere per sé e per gli altri, unito in un progetto comune, in una solidarietà di intenti. Questo è quello che penso ora che giovane non sono più e che pensavo anche quando il nazionalismo non mi piaceva, come non mi piace ora, quando lo stato sembrava opprimere, eppure toglieva meno libertà di adesso, quando la bandiera sembrava un limite più che un orgoglio, ma all’estero mi piaceva vederla e dirmi italiano. Allora i nazionalisti erano i fasci, noi eravamo internazionalisti, ma non smettevamo di essere italiani. Nessuno se lo dimenticava e la passione di allora era per i diritti e l’eguaglianza in questo Paese e nel mondo, come diritti dell’uomo.

Passione, diritti, doveri: per amore si appartiene e non per altro.

 

la parola della settimana: accoglienza

Pozzallo non è un grande porto, più o meno un milione e mezzo di tonnellate/anno. A fatica due navi in banchina, e neppure grosse: una ottantina di metri e 20.000 tonnellate al massimo.

La banchina allinea cumuli di sfusi, granaglie, cemento, legno e ferro. Pochissimi containers, un paio di volte a settimana, da Malta, arrivano i negozianti a fare il carico di orto frutta per abitanti e turisti. Storie di banchina, senza blasoni di conquiste, qui non siamo a Venezia, Genova o Trieste, si corre, si fatica, si cresce lentamente.

Mi è tornato alla mente il colloquio, in un officietto arrampicato sulla banchina, con un operatore del porto.

Vede – diceva- e il braccio indicava la prosecuzione della banchina verso il frangiflutti, abbiamo navi in rada che attendono. Lo sa quanto costa un giorno di attesa? Ma non è possibile mettere più di due navi in banchina, spesso solo una. Lavoriamo giorno e notte e non cresciamo. Sono quelle – e la mano quasi percuoteva una distesa di vecchie barche, alcune sfondate, in gran parte di legno dipinto d’azzurro- che non sanno dove mettere e che stanno invadendo il porto

Poco lontano, in un magazzino vuoto, appoggiati o seduti per terra, c’erano una quarantina di africani. Un tavolino e una sedia di plastica bianca, un poliziotto che scriveva, due volanti a fare da barriera. Era l’arredo del centro di identificazione o, forse, di prima accoglienza. La barca era ancora spiaggiata, erano arrivati nella notte. La procura, con il sequestro, l’avrebbe aggiunta alle altre come corpo del reato, in attesa di chissà quale improbabile asta. Nulla da conservare, solo legno da smaltire, neppure buono da bruciare.

Mi chiedo cosa accada in questi giorni a Pozzallo, quanto le regole renderanno la vita difficile a tutti. Agli immigrati, alla polizia, ai magistrati, agli operatori del porto, a chi ci lavora. In questi giorni è circolata la notizia dei primi (?) 7000 iscritti nel registro degli indagati per immigrazione clandestina. Una necessità (?) della legge Maroni, adesso si nomineranno i difensori d’ufficio, lo stato li pagherà, nel frattempo una buona parte degli immigrati sarà andato chissà dove, speriamo non restituiti alla Libia.

Le regole confliggono con l’accoglienza, non la disciplinano. Diventano la prigionia della realtà: c’è un mondo in fuga e l’emergenza si avvita in carte e procedure. Accoglienza, una parola antica, pronunciata e sacra quando gli uomini erano “feroci”, poco organizzati e privi di leggi. Qualcuno dalle mie parti mi dirà: accoglili a casa tua. Ho già risposto: ma a che mi servirebbe vivere in un contesto organizzato, in una società, se questa mi trasferisce intatto il problema dell’emergenza. E’ l’equivalente dell’arrangiati, quell’arroganza che ci porterà a disgregarci, non a conservare il benessere che abbiamo. Come posso, e non da solo, aiutiamo, diamo una mano perché le persone possano vivere nei paesi da dove vengono, ma questo implica una gestione dell’accoglienza, non lasciare il problema a Pozzallo o a Lampedusa, o a Santa Caterina dello Jonio. Accogliere non è disgiunto dal creare le condizioni per il ritorno, significa essere umani.

Intanto l’ingiusto diventa grottesco e la norma si ritorce contro chi l’ha emanata. Prigionieri della lettera, ciechi della realtà.