Gli errori non sono mai gli stessi, siamo noi che cambiando poco, nell’onnipotenza nostra, pensiamo che il mondo si conformi a noi. Non credo alla coazione a ripetere, ma piuttosto all’eccesso di fiducia nel proprio intuito. E quando questo si rivela fallace subentra la delusione, ogni volta nuova, verso noi stessi. Ci comportiamo come vi fosse una razionalità nell’intuito, stupendoci poi del contrario.
Parlo al plurale perché penso sia una condizione comune a molti che ogni volta, dopo la delusione, si mangerebbero le dita, morderebbero la lingua. Questo punirsi, sempre rivolto a sé, non è casuale, è il riconoscere il proprio errore di valutazione: l’altro non era che se stesso, noi abbiamo sbagliato e questo brucia. Però passa, e se non sfocia nel cinismo, che demolisce l’intuito negando il rapporto positivo tra persone, la delusione, l’insuccesso, qualche volta ci cambia. Appena dopo, il senso di fallimento, rende circospetti nel concedere fiducia, nel sospendere l’impressione positiva verso chi ha relazioni con noi, ma se una persona è fiduciosa, tutta questa cautela non dura e la propensione a credere negli altri riemergerà, sbaglierà ancora, ancora si pentirà. Tanto vale collocare tutto questo alternarsi di apertura e delusione, nel flusso del vivere, educandosi al possibile e difendendo la propria differenza, riconoscendone il valore e tenendola ben protetta.
Dopo ogni delusione, non si rinuncia agli altri, ma è necessario trovare i motivi per star bene, partendo da sé stessi, e dai punti fermi del proprio vivere. Quelli che con fatica, abbiamo costruito come educazione ai sentimenti, alla relazione.
Capire le ragioni dell’altro è necessario, anche concedere credito e nuove chances è importante, ma quante volte? E non dovremmo, a noi stessi concedere quella comprensione che diamo agli altri?
Se si viene presi a pesci in faccia una, due, enne volte, ad un certo momento è giusto, per noi farci delle domande su dove sbagliamo, ma anche trarre delle conclusioni. Non è cosa ed è ora di finire, altrimenti davvero, diventa coazione a ripetere. E’ la parte speculare e buona, della delusione, quella che fa vedere ciò che altrimenti si perderebbe, inaridendo i nostri rapporti. Nel kairos si coglie l’occasione, ma non si ha certezza del buon fine. E’ un’occasione, per l’appunto, e il bello di questo tempo è che questa si ripresenta, riportando fiducia in sé e nel futuro.
Improvvisa è emersa la consapevolezza della pletora di baci che circolano sui blog. Non me ne rendevo conto, distratto come sempre, ma che senso ha?
Un bacio è trasporto di mente e di labbra, non solo una parola. Su quelle labbra virtuali o meno c’è un pensiero non superficiale, meglio usarlo con parsimonia. E’ prezioso.
Oggi parlavo della leggerezza, di cosa significhi per me. La leggerezza è il pesare poco sulla terra, è l’essere bamboo, seguire il vento ed al tempo stesso saper fortemente chi si è. Occorre una forte identità per la leggerezza, una profondità che si affina scarnificando. Per questo un bacio, una parola, un amore, un affetto, valgono. Valgono se sono il noi profondo. Distratti e rituali non servono a nulla: rumore di fondo.
Chi voglio e chi mi vuole, si devono incontrare e come in ogni transazione positiva, ognuno perde qualcosa per avere molto di più. Non per un momento, ma per molto, moltissimo.
Allora torno all’affilé, il coltello che seziona e distingue nelle parole come negli affetti. Divento più esigente e l’homme armé riprende il suo posto.
Ci deve essere sempre un difensore dell’ortodossia. Un inquisitore, un crociato del paradigma, colui che difende ciò che è, non ciò che sarà, e anzi cerca di impedirlo perché non rientra negli schemi e quindi è potenzialmente pericoloso. Si può codificare tutto, anche la trasgressione, e ricondurla all’interno degli schemi. Si insegna la trasgressione, quella possibile, naturalmente, e quella possibile è quella che non tocca gli equilibri.
Dell’eccessiva importanza del sapere codificato, della tronfia celebrazione che esso fa di sé, ben attento a conservare i privilegi per pochi e il monopolio del sapere da trasmettere, ben sanno i giovani ricercatori, i talenti, i lavoratori della ricerca, anche quelli che talenti non saranno mai, ma semplicemente hanno fame e per questo sono più svegli. Di tutto questo non possiamo fare a meno, però quello che accompagna questo mondo si potrebbe rimettere in competizione. Di qualche giorno fa le dimissioni di Guido Pescosolido per l’assegnazione del premio Acqui a De Mattei, già vicepresidente del Cnr e antidarwiniano. Una tempesta in un periferico bicchier di vino, si potrebbe pensare, ma in realtà uno dei tanti contrasti tra modi di vedere la realtà. Se condivido il gesto di Pescosolido, contro una interpretazione confessionale della storia, non riesco a non pensare che tutto questo in realtà non cambia un sistema che coopta e include. Una casta si dice adesso, e come tutte le caste bisognosa di conservare ruolo e potere.
Il ruolo del sapere e della scienza nel mondo è fondamentale, ma quanto di questo toglie nella criticità, quanto conformismo c’è nella scienza, negli insegnanti, nella trasmissione del sapere e ancor più nell’abitudine da indurre al pratico utilizzo di questo? Quanto viene inoculata la certezza che per ogni problema ci sia una soluzione già pronta, che basta cercare o attendere, che ogni danno così si potrà riparare?
La funzione del dotto è mutata nel mondo, ed è abbastanza recente la sua professione libera, anche quella dell’insegnante come mestiere di grandi numeri, non arriva ai due secoli e mezzo di età. In fondo, che fosse Maria Teresa, imperatrice d’Austria il sovrano che impose l’istruzione elementare come istruzione di massa, forse aiuta a capire quanto la scuola fu vista come formazione di buoni cittadini e forza lavoro più che luogo per formare individui critici e demolitori di paradigmi.
Dei miei insegnanti molti erano Teresiani in spirito e insegnamento. Non voglio dire che erano bravi o meno, voglio dire che prima veniva la formazione sociale e poi la scienza e che entrambe non erano discutibili. Chi mi ha fatto amare il suo sapere era chi mi conduceva dentro la bellezza del capire il pensiero già stato e lasciava aperta la porta al cambiamento, all’evoluzione. Gli altri erano venditori di cadaveri, alcuni inutilmente severi, che nascondevano difficoltà, ignoranze, troppe certezze e noia. Mestiere difficile quello che si prende carico di spingere fuori dal solo desiderio, dalla facilità, dal senso, i giovani. Credo, dopo tanti anni dopo il ’68, che l’intuizione di una orizzontalità tra chi insegna e chi apprende avesse molta sostanza. Nel senso che c’è uno scambio necessario e se lo scambio non avviene, l’apprendimento vero non si realizza. L’apprendimento è ciò che ci trasforma, non quello che si ricorda. il mio insegnante di impianti chimici a ingegneria diceva che un buon ingegnere doveva saper leggere e ricordare dove trovare ciò che gli serviva per risolvere od almeno affrontare un problema. Non c’era internet, i libri erano molti e pesanti. Credo ci volesse insegnare che una mappa in testa, un grafo era un modo per essere adeguati.
E non era tronfio. Avrete capito che i tronfi mi stanno sulle scatole, perché non hanno limiti e dubbi. Ma questo sentire forse è solo protezione per i miei limiti, per le mie ignoranze abissali, però se non le conoscessi come potrei vendermi un po’ sopra il mio valore?
Queste righe le ho scritte per un blog fatto da Faty e altri giovani, per riflettere sulla condizione giovanile. http://noclaps.wordpress.com/
E’ quello che penso della mia generazione, convinto che questa abbia una occasione unica per non dichiarare il fallimento della propria vita collettiva, delle speranze che ha incarnato, del mondo che voleva ed in piccola parte ha cambiato. Lasciare ai giovani la possibilità di cambiare il mondo è un regalo che facciamo a noi stessi, un bene che ancora non conosciamo.
Questo del rapporto tra giovani e anziani (grandi come dicono loro, con molta misericordia, ma siamo vecchi, irreparabilmente vecchi, se non viviamo le nostre vite lasciando che quelli meno “grandi” di noi vivano le proprie) è un tema che sento molto presente in me, non solo attorno. Ne parlo con mio figlio e con altri giovani, quello che ricevo è talmente vitale che mi pare incredibile che questa non sia la vera riforma che una forza politica di cambiamento sceglie per governare il Paese.
Basta guardare gli eventi sui giornali, o andare alle inaugurazioni, alle celebrazioni. Non importa che siano grandi o piccole. Bisogna guardare nelle prime file, attribuire le età, riconoscere le facce. Se il mondo fosse vero, ovvero aderente alla realtà, dovrebbero esserci giovani uomini e donne in quelle file. Se il mondo procedesse in un senso lineare e non circolare, uno di quei giovani si dovrebbe alzare e chiamare un nome, invitandolo a dire di sé, testimoniare qualcosa, passare un testimone, raccontare cosa sta facendo perché adesso il mondo cresca, sia più giusto, vada un poco avanti nella coscienza del bene comune. E il chiamato dovrebbe dire, con la sintesi degli anni, di chi ne a viste, che non s’è stancato di vedere, dire. E poi dovrebbe tornare al suo posto, con una leggera commozione negli occhi e nella voce, perché gli uomini vecchi, anche quelli che non sanno di esserlo, sentono la difficoltà del mondo. Si commuovono. Poi gli passa, ma quel leggero tremore di voce gli scava dentro la sensazione che il percorso che avevano iniziato non si sia compiuto. Noi eravamo la testa di cento manifestazioni, avevamo un fuoco nelle mani, con cui giocare e fare luce nelle nostre notti. Le notti insonni saranno pur servite a qualcosa. Credo. Spero. Oppure no?
Noi eravamo e adesso cosa siamo? Forza queta, riflessione, cambiamento senza utile personale, oppure siamo diventati quelli che sembrano i più fortunati di noi: gli smoking delle prime, i culi per sedili delle auto grige, che però sono blù, gli oracoli che distillano saggezza e sono privi di cuore? Siamo davvero così banali? Una generazione, la mia, spiaccicata sull’essere-avere, che dopo aver osannato l’essere, ha ripiegato sull’avere spacciandolo per il primo. L’avere è il cialis della mia generazione, quello vero, quello che serve per il coito giornaliero con una vita non consenziente, che invece ti direbbe: fai altro, occupati di altro, dai una mano, mettiti a disposizione. E se non serve a far soldi, meglio, è così bello il mattino senza la pressione alta.
Il grande servizio che compirebbe il nostro sogno giovanile, che davvero prolungherebbe la giovinezza, sarebbe permettere il cambio generazionale, permettere che questa società diventi giovane, faccia errori nuovi, inventi virtù sconosciute, sperimenti piaceri meno banali. Questo chiedo a me stesso e ai miei coetanei: farsi da parte per scelta, che significa essere dentro, nel profondo, della società più giusta che volevamo. Non cacciati, ma utili, disponibili. E’ una così grande libertà dire ciò che si pensa, vivere come si pensa giusto, ed assieme a questa, è ancora più grande la libertà di ascoltare ciò che dice una persona che non ha la tua esperienza, la tua età, il tuo percorso e sentire.
Non annoia, capisci, non annoia. E noi siamo annoiati di noi stessi, sgrufoliamo in un mondo che è nostro, ma che contiene una domanda terribile: è un mondo peggiore di quello che abbiamo ricevuto?
Bisogna lasciar fare ed essere lo stesso, affrontare la realtà e non occultare il cadavere. Non faranno peggio di noi, avranno misericordia e cuore e soprattutto non annoieranno come noi stiamo facendo.
Credo che al di là dei nominalismi, del fascino delle parole d’importazione (indignados o altro), un sinonimo per la quasi perduta generazione, dei venti-trentenni, sia offesi.
Questa parte del paese è offesa perché privata di un orizzonte comune, di un ambito in cui poter dimostrare quanto vale. E deve valere, questa generazione, altrimenti non essa, ma il paese non ha futuro. Nei racconti, più o meno horror, della nuova chirurgia sostitutiva, si evoca ciò che potrebbe alimentare le banche d’organi, ovvero la donazione coatta o peggio. Ecco nel caso di questo nostro corpo sociale, una parte, quella giovane, sta coattivamente alimentando altra parte del corpo sociale. Sostituisce braccia, cuori, cervelli e capisce d’essere solo organo, non organismo.
I dati inps sulla gestione autonoma del popolo ( che è un modo per prendere in giro delle persone obbligate ad avere meno diritti) partite iva, informa che questa parte della previdenza, è in forte attivo: oltre 1.3 miliardi. Si dirà facile, questi contribuenti sono giovani, non hanno pensionati da sostenere, ma in questo caso non c’è accantonamento per le pensioni future, il gettito alimenta le altre pensioni, quelle dell’Italia dei pensionati baby degli anni 70-90, quelle dei trattamenti privilegiati e normali. Normale che che le persone attive assicurino i diritti maturati dalle persone in quiescienza, anormale che i primi non abbiano un orizzonte di diritti eguali.
Non mi interessano le guerre tra poveri, ma la questione del lavoro e della sua relazione con la vita privata e sociale dell’uomo, è il problema principale di questo paese. Senza una soluzione a questo problema anche l’evoluzione politica dell’Italia è bloccata, consegnata ad una sterile diatriba, tutta interna ai partiti, mentre cresce il partito dei no party, ovvero dei senza partito, dei senza storia, dei senza ideali. I bisogni non creano una nuova classe politica, ma certamente possono scrivere l’agenda delle priorità. La grande beffa è che in questo momento la crisi economica occlude tutto, e chi è più colpito dalla crisi dovrebbe fare lo sforzo di diventare un gigante, un soggetto che conosce il linguaggio sociale, che diventa alternativo e si struttura per restare permanente e alternativo. Gli esempi non mancano in Europa, i Grünen tedeschi, il nuovo governo Islandese, fino ai movimenti che stanno nascendo un po’ dappertutto, motivati dalla deprivazione di presente e futuro, ma anche da una carenza di evoluzione dei vecchi schieramenti storici di destra e sinistra, incapaci di affrontare una visione glocal del mondo.
Mi sono chiesto perché non c’è una protesta strutturata in Italia, perché ci sia sempre un ondeggiare tra entusiasmo e depressione, con vampate, che poi si spengono in fretta. Credo si tratti di una coscienza forte del proprio disagio senza un nemico certo, quindi priva di alleanze patitetiche, che manchi di base popolare (ma questo non è un problema, la storia viene spesso indirizzata da elites più sensibili) e che al tempo stesso, questa protesta, sia inserita in un sistema che sta ancora aggiungendo risorse private. Cioè il fondo del barile è nella famiglia, nei pochi risparmi disponibili. Ma anche nell’ideologia individualistica che è penetrata in questi anni di berlusconismo poco contrastato sul piano sociale e che porta il problema nella soluzione individuale, non collettiva.
Ci si lamenta della scarsa reattività dei partiti di sinistra riformisti, ma ciò che vive deve credere in sé. E se questo vale per il nuovo, vale anche per le strutture ormai moribonde, per le quali la credibilità verso se stesse è necessaria per conservare i privilegi. Bisogna saperlo e contrattare con questa esistenza, oppure avere sufficiente forza per ribaltarla. Molto spesso tutto finisce per inclusione e la protesta non assume sostanza politica di cambiamento. Una coscienza collettiva dell’offesa, può cambiare le cose, se ha la capacità di inserire le ragioni della protesta nella politica. E soprattutto se è in grado di pervicacemente insistere, mostrare, far diventare moda (in senso statistico) ciò che è percepito come marginale. Mi sono chiesto spesso cosa manchi all’Italia perché si attivi una vera protesta, non ho risposte, casomai sensazioni. Una di queste è, la discontinuità della protesta, la sua episodicità che sembra non testimoniare un problema vero. La seconda è la mancanza di una piattaforma comune e di obbiettivi raggiungibili. Il tutto deve essere esplicito, alla luce del sole. Non importa quanto alti siano gli obbiettivi, ma chi li propone dev’essere convinto che sono raggiungibili. La terza condizione è che i movimenti, forse per preservare una purezza presunta, non cercano alleati con cui parlare da pari a pari. La quarta ragione è che solo una ristretta minoranza di giovani è convinta che il proprio futuro passi attraverso una propria protesta collettiva, gli altri sembrano occupati in altro. Tutte queste condizioni possono essere mutate, ad esempio quanto ho citato sulle pensioni mi fa pensare che possibili alleati naturali per la soluzione dei problemi della generazione senza diritti, dovrebbero essere i beneficiari di questa situazione, cioè i pensionati. Ma per far questo non basta la giustezza delle ragioni, serve la capacità di tessere alleanze, il non isolarsi. Molti, come chi scrive, è dalla parte di questi giovani, disponibile a battaglie comuni e sente la loro condizione come offensa. Creare alleanze con i padri è forse la novità e il discrimine di questa stagione del mondo, ma si può fare. Si può fare.
Nei prossimi giorni ci sarà una manifestazione nazionale sul precariato, se accanto alla protesta “ufficiale” dei sindacati e dei partiti di sinistra, ci sarà una presenza grande dei senza partito, dei diretti portatori di bisogni, ordinata, con il silenzio di chi è senza parola in questo Paese, senza furia ed incidenti che alienano ogni consenso, ci sarebbe un enorme impatto ed un segno di identità e di forza. La vera premessa per quel partito nuovo, il no party progressista e risolutore dei problemi che non solo i giovani vogliono.
Ho l’impressione che da un po’ di tempo ci sia l’occultamento mediatico del cadavere e che i processi siano video game. L’assassino diventa il protagonista, l’ imputato una vittima.
Meglio un colpevole libero che un innocente in galera, ma c’e qualcosa che non va in questo rapporto società-giustizia. Parlo di rapporto, principi, meccanica dove dev’essere chiaro ciò che si dibatte e decide. Molti anni fa una ragazza venne assassinata vicino a dove abitavo, un ragazzo si presento’ ai carabinieri la sera, disse che l’aveva trovata morta, si era spaventato ed era fuggito. Non fu creduto, cominciarono i processi, condanne, assoluzioni, condanne, fughe all’estero, carcere. Grazia. Si fece comunque una quindicina d’anni di galera. Non l’ho mai creduto colpevole, ma quello che credevo io, contava e conta poco, chi ha ucciso quella ragazza?
Ecco, il compito, per me della giustizia era trovare e condannare il colpevole, ricucire uno strappo. Invece alla fine si parlo’ molto dell’imputato, che essendo di estrema sinistra, per quegli anni era il negro di turno. Sono state investite somme importanti dalla stampa americana sul processo di Perugia perché fosse un evento mediatico, perché un imputato era wasp, ma chi si e’ davvero curato che fosse fatta giustizia, ovvero trovato l’assassino? Adesso in galera c’e’ un extracomunitario, magari e’ solo lui il colpevole, anche se si parla di concorso in omicidio. Con chi? E davvero ha avuto gli stessi mezzi ed opportunità di difesa? Il dipartimento di stato americano esprime compiacimento, non ricordo se per la sentenza di assoluzione americana sui responsabili per la strage del Cermis, 20 morti, il governo italiano espresse disappunto, come se le sentenze appartenessero alla politica. Ma se stessero zitti sarebbe meglio, molto meglio.
Ci si capisce per gran parte, poi funziona il presumere. Si dovrebbe chiamare presunzione, invece si dice intuito. Ma l’intuito dovrebbe funzionare prima che le cose accadano, mentre si suppone sovrapponendo pezzi di sé su altri, dopo. Nel nostro “intuito” ci sono le nostre paure e le deviazioni rispetto allo star bene presunto (anch’esso), non una norma che non esiste. Ma se siamo singolari, unici, dovremmo essere eternamente stupiti dalla differenza, dal non ripetersi di noi in altri. Invece diciamo una cosa e ne pensiamo, più o meno consciamente, un’altra.
Dovrebbe esistere una “stolidità” intelligente, una propensione a capire in ritardo, che emerga come qualità, in questo mondo ben più sicuro e sentimentale (fondato sui sentimenti e meno sul sentire), di quello in cui la presunzione era necessaria alla sopravvivenza dell’individuo e del genere.
Se già tra persone potenzialmente vicine, od affini, non ci si capisce davvero, cosa può accadere tra gruppi potenzialmente concorrenti? Accade che la genericità che applichiamo per comodità di pensiero , si insinua e condiziona nel pensare vero. Così si dicono nel piccolo quotidiano, parole terribili come: voi uomini. Oppure:sei come tutti gli altri. E così via, coniugando al maschile o al femminile, indifferentemente.
E d’altro canto, per orgoglio, nasce la necessità di spiegare, anche mutando il vero nostro, approssimando per farsi sentire, intendere nella diversità. Come ce ne fosse bisogno. In realtà vorremmo dire: ma come non mi capisci? se non ci riesci, fidati, capirai, altrimenti lascia perdere. Ci siamo sbagliati.
Una mia amica quando, come succede spessissimo, non rispondevo ai suoi schemi, mi diceva: sei una patacca. Le prime volte mi incazzavo, poi ho imparato a riderci sopra, era una cosa allegra non rispondere a uno schema. Ma intanto, l’avevo derubricata dalla comunicazione importante. Perché poi è questo che si fa, si prova, si riprova ed infine si ridimensione. Sembrava, ma non era.
Ciascuno di noi, quando fornisce l’immagine di sé, attraverso il racconto di quello che sente, manda molte verità e non pochi desideri. Projetta quello che è e il cammino verso cui procede, dovrebbe essere preso così, capito anche quando non si capisce e scartato quando davvero incompatibile. Scavare nelle parole è sempre un esercizio fallace e affascinante. Le espressioni fisiche sono più sincere, ma anch’esse equivoche perché spesso è il tempo a fregarci, ossia la nostra percezione di averne poco e quindi se le cose non si incontrano, si rinuncia con un giudizio. Di solito lapidario. In realtà di tempo, ne abbiamo tanto, e non occorre correre per vedere più panorama.
L’economia degli incontri ha un valore crescente, si accumula nella vita ed è la diversità ad essere interessante, formante. Invece sembra che l’omologazione, il comprensibile subito, anche nella diversità, sia la condizione dell’utilità dei rapporti, come si riducesse tutto alla diade amico/nemico.
Funziona ed è efficace il ragionamento binario, come un flow chart.
Di molte persone conosciute negli anni del ribollire, conoscevo anche una seconda attività. La passione vissuta altrove. Chi recitava, altri suonavano, non pochi scrivevano, fotografavano. Tutti facevano altro, era un essere accessorio. Sottovalutato. Eppure era quello vero.
Scopro in una pagina di internet, una locandina di qualche anno fa. Il regista è un mio antico compagno di sindacato, ora scomparso. Di lui mi ricordo gli interventi sempre un po’ a sinistra mia, poi basta. Il sindacato, le categorie, sono fortilizi. Anche allora, faglie di mestieri, ciascuno difendeva competenze che facevano scomparire gli uomini.
Accadeva ovunque, del ragionar per circoli. Del mio compagno di banco in consiglio provinciale, conoscevo la passione politica, il parlare che si ascoltava molto, il mestiere di dirigente puntiglioso. Uno scassacoglioni dicevano i sottoposti, ma la sua passione per la danza non la conoscevo. E mi sorprese vederlo ascendere come organizzatore di stagioni importanti di spettacoli.
Ho ignorato abbastanza, non mi sono stupito a sufficienza degli amici scultori, dello scrittore avvocato poi famoso, del notaio pittore, ma anche dell’insegnante di istituto d’arte, le cui opere fotografiche sono al Moma, e poi dei chirurghi poeti e pittori, dello psichiatra che scriveva testi teatrali. Mi è sfuggito l’importante sotto la coltre di ciò che sembrava il centro della persona, ovvero la politica o l’abilità professionale. Quello che aveva un valore economico o sociale. Devo dire che analoga sorte toccava a me, si stupivano i miei compagni di lavoro o di politica, del fatto che scrivessi, o fotografassi. Ci si rideva su assieme per un poco e si passava ad altro, in fondo nessuno vuole veder dietro l’apparenza: è troppo coinvolgente.
Però l’importante era l’altra natura. Il doppio che riservavamo a noi e ai pochi che potevano capire quanto fosse vitale. Il doppio, ovvero quello che non mostriamo con facilità, quello a cui teniamo e che contiene i desideri, l’essenza di noi. Anche il dolore di non essere contiene, la fatica della maschera dell’altro, il tempo che manca, l’insoddisfazione, la penombra della libertà. Il doppio contiene la reale misura di sé, ciò che vorremmo esibire, ma non si può, se non quando prevale il successo, il valore economico appunto.
Il dilettante si diletta dell’opera sua, la tiene come proprio piacere e dannazione, e su questa costruisce un io altrettanto poco vero dell’altro, perché non può vedere la luce, mostrarsi.
Il doppio, il bagatto. Scandagliate, scandagliate tanto non mostrerete, spesso neppure a voi stessi, la vostra vera natura. Si dovrà leggere tra le righe, andare per percezione, come se l’unica vita vera non fosse quella esterna, ovvero ciò che si mostra, e cogliere invece l’altra che s’agita altrove. Questa sì, più importante e vera.
Adesso sono più attento, ho perso troppi pezzi sull’apparenza. Il metodo è togliere il giudizio, cercare di capire dove sta davvero chi mi è davanti, non tutti ovvio, ma solo chi m’interessa. E cercare di capire più le passioncelle, che i titoli o le abilità.
Un grande spazio di terrazza naturale, un campo aiutato dall’uomo a spianarsi, appena fuori del paese. Una vista magnifica. Verso ovest digradano i monti, oltre c’è il mare. Siamo al centro della Sardegna, nel Mandrolisai. Fortezza naturale, luogo di passaggio per le greggi, ma soprattutto sito di arcaiche stanzialità contadine. Sul lato del campo, un lastricato di pietre antiche, cavate, squadrate, posate con sapienza d’uso. Un tempo era il luogo della battitura del grano, adesso è un campo delimitato da una grande quercia. Si scende per un sentiero breve. Con me, donne, uomini, in abiti scuri, da domenica d’un tempo. Una serie di sedie vuote attendono. Poi arrivano le donne, tutte vestite di nero, reggono rami d’albero con biglietti scritti, appesi. Si siedono, sembrano dormire, attendono il silenzio. Poi parte la musica di sottofondo e la rappresentazione inizia.
Qui la descrizione si ferma. Potrei parlare del giallo della paglia che si mescola al marrone della terra, del sole che fa vibrare le foglie di quercia, che trascolora il nero e scalda abbracciando terra e uomini, assieme, delle voci che si inseguono, della gioia degli uccelli in settembre, dei monti che si fanno azzurri, ma tutto questo era cornice. Anche le donne, attrici brave, intente ad un compito che non è il loro usuale, sono diventate, per me, canale di sensazioni. Così il testo, che mi arriva a blocchi, segmentato in mattoni di significato denso d’umanità, diventa sensazione. E la sensazione è quella del rito della terra che si ripete. Solo le donne possono essere officianti del miracolo del riprodursi, ma sono l’evidenza del rito, la sostanza si agita nel profondo. L’uomo contadino, guarda e apprende ciò che sa: occorre una certezza ragionevole, solida, perché la terra diventi stabile in lui. Prima che diventasse contadino, la terra non era parte umana, l’uomo seguiva le migrazioni degli animali e delle messi selvatiche, mangiava tutto il mangiabile, poi si spostava. L’archetipo si stabilizzò con la sensazione di concretezza, di risoluzione buona di un problema vitale, diventando esso stesso vita e ritornando sull’uomo. Questo sento, finché parlano di lavoro duro, valore del denaro che devia le menti, accumulo, contrapposti ad una economia primigenia, basata sulla necessità, sul gruppo, sulla convivialità.
Una verità percorre il sole del pomeriggio: la guerra sacrifica i contadini. La fabbrica, gli operai, sono necessari alla guerra, ne forniscono materia e sostegno. Non per colpa loro, è il capitale che così decide nella divisione del lavoro sporco, ai contadini morire e combattere, agli operai tocca fornire materia e scopo della vittoria. Sentivo dentro le stesse cose sul san Michele, sopra Gorizia, dove masse immense di contadini si sono macellate a vicenda, 100.000 morti in tre mesi. Molti erano sardi, ma anche siciliani, calabresi, veneti, lombardi, abruzzesi, piemontesi. I contadini si assomigliano tutti, qual’era la differenza quando erano a terra morti, o quando vivevano dentro la terra, nelle trincee che scavavano come a far canali per portare l’acqua nel campo. Nessuna. I contadini conoscono la terra e poi, pensavano i generali, i contadini si riproducono facilmente, i contadini fanno contadini, e con la guerra intanto, si diminuiscono le bocche da sfamare.
Il carso assomiglia a questi luoghi, Anche lì il mare è appena oltre i monti, il territorio è arso d’acqua, pochi boschi, tanta piccola macchia. Terra anche quella di contadini. Ritrovo qui le emozioni di luoghi che conosco, ma ciò che la rappresentazione evoca, va oltre. Un soffio caldo di passato, e gelido d’assenza, di rottura con l’umanità ricevuta. L’archetipo del contadino lo possediamo tutti, eppure sembra scomparso. Dove s’è interrotta la sequenza del mettere assieme lavoro duro ritmato dalle carestie, del con dividere, del trasmettere sapienze e specificità d’un luogo, con le vite?
Karl Kraus diceva che mettendo assieme terra e sangue si ottiene solo tetano, ma lui pensava già all’emergere dei miti della razza, sentiva che i perimetri umani senza accoglienza diventano morte. Qui prima, l’accoglienza era sacra. Ancora oggi lo è.
E’ tutto così arcaico in questo luogo, la quercia è un contenitore di simboli, assieme alle pietre allineate per contenere il raccolto, alla vista dell’universo chiuso dai monti. L’infinito di Leopardi, vissuto ogni giorno. Uscendo per tornare, appena fuori delle luci del paese, sotto una stellata incredibile, ho riprovato la stessa sensazione d’un universo che si mostra e piega verso il basso, e tocca e feconda la positività degli uomini.
La mente va alla Sacre di Stravinskij, anche qui, ad Austis, potrebbero esserci necessità d’ingraziarsi dei riottosi di benedizione, ma è l’uomo, non il dio antropomorfo, che si aggira per il campo. Ci sono due sfere, quella degli uomini che sanno cosa li attende, il rischio e la speranza. E questo è il loro luogo. Poi il contenuto esterno al progetto del vivere, ovvero quello che la fatica e l’ingegno non governano. Lì subentra la paura del conosciuto negativo e la necessità di capovolgerlo in bene, o di almeno limitarlo. Ma oggi quella parte non si sente, si avverte l’uomo che è stato navigatore, guerriero, cacciatore ed ora s’è fermato. Un uomo che vorrebbe dire la ragione della bellezza del vivere in questo posto, raccontando perché, pur con fatica, questo è il suo luogo. Al suo posto, lo raccontano, le opere stanziali, l’aia, le case, la cura degli alberi e dei campi. E con il silenzio e la nenia. Se avessi talento, scriverei un’opera per Austis, fatta di silenzio, occhi per vedere e nenia. Nenia è quella musica che si ripete durante la fatica, nella solitudine. Che mutata arriva alla culla, e poi ancora esce all’aria filtrando tra i denti, passata in altri. Non è il ballo gioioso e bellissimo che seguirà poi nella piazza, non il canto a tenores e neppure le gare di versi a tema tra poeti. No, il silenzio, la nenia, le parole che restano a mezzo, tra bocca e aria, risuonando nelle teste, sono il dialogo dell’uomo con la terra.
La nenia e gli altri sensi sono la compagnia di chi parla con il mondo. In confidenza, e timore d’autorità, gli sussurra, accettandolo anche nelle sue sfuriate, sapendo che non dura. La terra. Un tempo, la terra era ovunque. La terra non era sporca, veniva calpestata con leggerezza, per rispetto del suo ruolo di madre. La terra, oggi così incongrua da uscire dal vissuto, è la terra che parla poco, che quasi non fa rumore, che viene rimossa dall’esistere..
Cercavo di trovare la terra in noi, ascoltando e guardando, davanti alla quercia. Cercavo la terra leggera di vita e il sentire, mi interrogavo sulle sovrapposizioni: dove finisce l’uomo di carne ed inizia l’uomo di terra.
Tutto questo accadeva a s’arzola, ad Austis, ieri.
Internet, i blog, sono luoghi a basso rischio, a parte la dipendenza e il ruolo di compensazione. Sono un utile allenamento ad altro. Lo scrivere, per chi lo considera importante, e’ fatto di una dimensione personale intima e di una dimensione esibizionista. Per chi scrive da sempre questi temi dovrebbero essere chiari, ma a volte resta un pungolo ad essere differenti.
Il luogo dello scrivere, oltre un sé fatto di pezzetti di specchio, e’ il libro. Per scrivere un libro serve coraggio ed incoscienza, passione ed assiduità. Nel piccolo è consentito bearsi nella frase tornita, nel pensiero terso, ma questo limite e’ furbo, perché evita la fatica di provare a crescere e toglie il rischio dell’ insuccesso.
Non occorre scrivere libri per forza, ne escono già una quantità inverosimile e per la stragrande maggioranza sono inutili, al massimo cambiano chi li scrive. Del resto il piacere di scrivere è altra cosa, ovunque lo si faccia, può frequentare cose personali o generali, è un discorso a sé, alla propria sensibilità.
Io sento quando le parole mi si usurano tra le dita, quando perdono significato. Cuore, amore, anima, sentire, percepire, e allora devo nettare, mettere da parte questi contenitori e far emergere quello che si agita davvero. Che è fatto di pieghe, di corrugare sottile, di poco e di variazioni. Il diavolo si agita nelle variazioni e il diavolo per chi scrive, è il progetto, il disegno ampio. Che io vorrei lineare e troppo spesso è circolare, come il ricordo e il rimorso.
Porsi dei limiti, sapendo chi si è, fa parte dell’apprendistato, ma superare il piacere ed affrontare fatica e giudizio, su un progetto ampio ha bisogno d’altro.
Altrimenti ci si esprime come si può e, a meno di essere Karl Kraus, si sa che nel breve c’è la nostra altezza.