mi rendo conto

Nella hall dell’albergo meno del tacco 10 non e’ amore, le ragazze camminano portando avanti il bacino, la schiena continua l’arco all’indietro, fino alla testa, in equilibri strani. In un paese dove la paga media e’ meno di 100 euro, un paio di jeans alla moda e una pancina abbronzata sono un biglietto da visita inequivocabile. In questo posto mi rendo conto che spesso borbotto tra me, che parlo di legami deboli e di donne che tengono con guinzagli lunghi dando illusioni di liberta’. Qui dove la liberta’ c’e’ tutta, le donne ti chiamano amore perche’ e’ la prima parola che hanno imparato in italiano. E’ qui che i pensieri si avvitano sulle gradazioni d’amore, diventano spirali da percorrere scegliendo il senso di se’. Ma ogni tanto, nelle equazioni sentimentali, sarebbe utile fare tutti i passaggi e non enunciare il risultato raggiunto. 

E’ strano scrivere da una tastiera cirillica cose che fatico a pensare in italiano. E sento i limiti di tutto questo cercare di capire per vestire la realta’ di concretezza.

Lo so che l’importante e’ vivere e non pensare di vivere, ma ho attenuanti signor giudice, io vivo e sto cercando solo di accordare le corde per suonare.

non si fa

Alcune cose non si fanno, il confine tra il dire e il tacere è netto nei sentimenti. Non si può condividere il nuovo amore con chi viene sostituito. E’ pernicioso, ha un prezzo altissimo ed esacerba le ferite: non si fa e basta. Occorre affrontare la sofferenza di chi si lascia, soffrire un poco e non cercare comprensione. Via gli sms in diretta, via i telefonini, via le richieste di aiuto: non si condivide, non si può condividere. Quando ci si lascia far capire di più del necessario, è una violenza che cambia. Meglio non dire per rispettare, tacere e tenersi i magoni. Altrimenti resteranno meno che macerie: solo sale e terra bruciata. 

il teorema di annette

Dato un uomo, le linee di forza che lo vincolano e lo orientano verso un fine condiviso da annette, sono indipendenti dallo stato sentimentale corrente.

Sillogismo:

Tutte le donne vorrebbero governare un uomo, non tutte le donne sono annette => gli uomini non saranno tutti governati.

annette vince il banco perde, ovvero gli infiniti ritorni.

ich

E’ come dire IO ad alta voce e poi fermarsi per sentire bene il voglio che c’è racchiuso: consapevolezza d’essere, del proprio peso che calca la strada, dei muscoli sottopelle, del sangue che gira forte e piano a comando.

Ich,

qui adesso,

io,

sono.

E sostenere lo sguardo proprio, lasciar da parte i dubbi, ora che un’unghia è lama e che la vittoria è in pugno.

Anche seppoi della vittoria non resterà che un pensieromosca, fastidioso per quanto è stato, per come ero, per dove; adesso voglio, io, essere. 

parole foglie

Parole foglie, ora mutano gradevolmente. Chi ci legge stagioni pregresse, chi individua una persistenza nonostante, chi trova ragioni di caducità seguite da rinascite. Sotto altre forme riemergono articolazioni arcaiche, parlava il caldeo nella stagione vicina alle piogge incollando suoni su pulsioni eguali. I sentimenti sono gli stessi da qualche decina di migliaia d’anni, solo le regole mutano e ci vestono. La parola è nuda come le foglie, ma a noi, che vibriamo di paura per un terremoto, mentre la terra trema di continuo, cosa interessa che sia meno che attuale. L’amore che aspetta all’angolo stasera, è il futuro, il per sempre alla portata, che si sporca se, appena appena, la verità d’un pensiero viene lasciata correre verso il desiderio. Parole foglie con bisogno di vento in allegria di mulinelli. Le luci gialle, che ci fanno compagnia, guardano, ma guardano per non vedere, per non sentire il freddo che ancora si fa quatto. Il freddo che è assenza d’amore, che è solitudine rappresa, che è abitudine insensata. Al dio dell’autunno possiamo chiedere che la primavera ci redima, che i sogni dell’estate conservino calore, gli possiamo chiedere verità pazienti. Al dio dell’autunno possiamo raccontare ciò che non è sperando in un abbraccio. Comprensivo e caldo.

Solo l’amore è per sempre, non le stagioni.

 

musica maestro

Un tempo giocavo a bridge e mi piaceva. Il legame tra la licitazione e il risultato era un gioco di intelligenza, di attesa, alla fine emergeva lo scostamento e si pagava. Anche adesso sento dichiarazioni nette, anch’io ne faccio, mi metto da una parte, escludo alternative, accetto il rischio dell’errore. Però rispetto alle geometrie di un tempo, alle prese di posizione ideologiche preferisco sapere dove sono, come mi muovo, seguire una traccia, un tom tom interiore. Non escludo la sofferenza, cerco di darle un senso come alla felicità. E’ strano dare un senso a cose prive di continuità, perchè non si soffre, nè si è felici per sempre, ma per qualcosa di contingente che poi lascia una scia lunga nel tempo. Minnie dice che a parlare di sentimenti ci sono un sacco di persone, mentre a parlare di problemi dell’umanità si resta in due gatti. E’ vero, forse dipende dal fatto che il mondo, con la caduta delle ideologie, si è allontanato, sterilizzato di sentimenti. Ora non si lotterebbe e soffrirebbe per il Viet Nam e un disastro che non tocchi l’Italia, diventa più notizia che orrore, Ne parlava Emma della sofferenza silente e domestica sotto il cielo. Stento però a credere che questo ottundimento, sia definitivo. Lo dico da bradipo sentimentale e non solo per speranza, ma per convinzione che il personale e il collettivo si sovrappongano quando c’è necessità di cambiamento. Oggi questa necessità sembra passata sullo sfondo, divenuta non urgente e quotidiana. In questa stagione, mi sembra strano proclamare in modo assoluto: io sarò così, farò quest’altro, anzichè dire, cercherò di essere, proverò a fare sul serio. Il rigore interiore non deve per forza trasparire, anzi quando si sposa alla leggerezza diventa ballo della vita: passi certi, fantasia, divertimento, scioltezza progressiva, con la musica che suona dentro. 

Ecco, vorrei che senza imporla, la mia musica risuonasse, contando sulla curiosità e sulla forza di convinzione.

equinozio

Nell’ingresso due dirigenti folletto, stile casalingasuasion, parlano di problemi: le diffidenze nel porta a porta, i margini ridotti, gli obbiettivi troppo alti. Non si scopa più come un tempo, difficile la vita, prendiamoci un secondo macchiatone. Anche la brioche? Si anche… 

Stamattina ho pensieri spocchiosetti, da sinistra impegnata con tutto il peso del mondo sulle spalle. Alitalia, crisi sub prime, equilibri in medio oriente, l’azienda che dovrei dirigere; ecchè sarà mai questo personale che diventa politico? Ed invece sbaglio, perchè nei flussi che percorrono il nostro sistema simpatico, il quotidiano sfavilla e rende fioco tutto il resto. Secondo me i neuroni sono conservativi e tendenzialmente di destra, al contrario degli ormoni sempre impegnati a tumultuare e vociare in scambi osmotici. Divago come il dottore di Pasternak, ma la Lehman è oggi importante se ho soldi investiti, il medio oriente se cresce il prezzo della benzina, la cina se avvelena con i propri prodotti una fetta di mondo. Il quotidiano converge e si piega per rendere concreti i problemi e la notizia resta tale finchè non tocca personalmente, altrimenti flatus vocis. Eppure, in questo preannuncio di nebbia, di profumi zuccherosi da sagre paesane, il pensiero si accoccola gattoso sulla medietà berlusconiana: tutto domestico, come i voli alitalia, come i pensieri folletto, come gli amori da retrobottega. Basta voli alti ed ambizioni che non siano gessatini, tacco 10, bocche rosse a cui togliere il rossetto prima dell’uso, basta parlar di politica: qui si vive e non ci si fanno seghe sul mondo e sui posteri. Così disse un genio parlamentare: ma chi saranno poi questi posteri, che neppure votano. Ed io mi incazzai, senza capire di questa realtà che mi manca e che mi fa animale fuori tempo.

Buon equinozio agli scontenti e ai coraggiosi.

alla prossima

Il convegno è andato bene, la sala era piena, le autorità partecipi, molte televisioni e interviste, discorsi densi, sollecitazioni. Al ministro era chiaro che gli avrebbero impedito di trasvolare, non è venuto, nessuno si è lamentato. Pochi gli sfaccendati disattenti, quelli che non hanno mai ascoltato una parola in vita loro. Tra questi, quelli che han mangiato sempre bene e si sono tarati per vincere una poltrona, poi il nulla, ma non era il loro convegno, non hanno disturbato. Gli altri, erano tanti, contenti e sorpresi.

Per chi conosce i propri limiti, le possibilità erano superiori e non accontentarsi fa parte dello stile e sostanza di vita. Due piani quindi: la soddisfazione esterna e la voglia di far meglio e di più. C’è movimento in tutto questo, è la positività vera della fatica, che la relativizza e ne fa desiderare altra, non per stordirsi ma per fare.

Alla prossima.