L’ho capito ieri mattina, la vetrinetta dove tengo una piccola collezione di solidi geometrici di cristallo, manda bagliori. Tracce di luce sulle pareti da seguire pensando ad altro. E ogni mattina, mentre non ci sono, lo spettacolo si ripete in silenzio, come un amore trascurato. Non pensiamo a chi ci sta vicino, non lo vediamo distratti dal mondo, mentre questo attende silente, sciorinando meraviglie senza spettatori. Cose d’ordine antico e immobili, desiderose d’ una mano che tolga polvere: basterebbe un gesto d’ammirazione in cui credere per farle attendere fedeli.
fallimenti
Han morso senza tregua i fallimenti e ora, inattesi, emergono riscontri: qui una crescita, lì una fermata salutare, appena oltre una cicatrice, un tatuaggio che sorride e duole un pò.
Che vuole Signora mia, il tempo incerto, l’età, la testa, tutto prende altro… colore, significato, senso? No, è la vita, Signora mia, solo la vita.
I fallimenti sono lucertole leggere, con code fragili da prendere, perfette per stare al sole. Ed entrambi costruiti per correre sui sassi, con bocche senza denti.
Ho un dolore che fa compagnia, ormai è di famiglia:se non lo sento qualcosa non mi torna.
Capirlo prima che una decisione è un passo avanti e che la rabbia sfuma presto, ho passato troppo tempo ad infilare perle per giudici severi che han chiesto sempre il conto. Ma ora si stancano e scrollando il capo, se ne vanno: ho deluso molto e non mi importa niente.
Rido Signora mia, rido perchè la posta manda lettere fasulle, qualcuno mi saluta, qualcun altro saccheggia il conto, ma cercano tutti nel posto sbagliato. Per questo rido Signora mia, perchè l’indirizzo non è giusto.
Rimproverano fallimenti, ti raccontano i tuoi anni e ricordano al tuo posto: niente è inavvertito. Ma demolendo ciò che resta, non guardano davvero e l’importante non nascosto, nessuno lo raccoglie. Creditori stupidi, accaniti su miserie.
M’hanno raccontato il passato e il futuro, han detto che il bilancio è ormai fallito. Non sanno Signora mia, che ho una carta per sbaragliarli tutti. Solo che non m’importa: ho imparato e non mi pesa ora. Ascoltando i miei avvocati ho buttato tempo e amori, frequentato luoghi comuni e gente senza senso. Solo quando ho giocato e perso mi sono perdonato, ho fallito e mi sono perdonato.
settembre
E’ arrivata, insistente e fitta, a spazzare le illusioni d’estate. Le stagioni incongrue non mentono più di tanto, proprio come gli uomini. Basta cercare quel fondo di verità e tenerlo saldamente in mano, non deluderanno. Ma questo ben lo sanno le donne che vogliono tenere un uomo. Nel frattempo tocca alle “ragazze” che si bagnano appese agli alberi, vorticare e mutare presto d’umore e d’abito. Tra noi tutti c’è un patto: ci riposeremo un poco, appanneremo vetri con i fiati, berremo cioccolate calde condite di parole distratte e amorose. Fuori correremo perchè il freddo non ci prenda. Ma tutti, davvero tutti, noi sodali, tra qualche mese rideremo di nuove tiepide speranze.
lettera ipotetica ad un amore ipotetico
Sai cosa mi ha colpito all’inizio di Te? La lentezza: facevi tutto come se ci fosse sempre tempo. E avevi pure ragione. Ma così hai scombinato le mie categorie: desiderio-passione-innamoramento. I colpi di teatro iniziali, la fase dell’affascinamento. Ho zampettato come un gallo e tu giravi al largo, persa in chissà quali pensieri. Stanco del cortile, mi sono avvicinato ed ancora una volta le regole si sono sovvertite, non ti negavi, ma per conto tuo, con i tuoi tempi. Finchè ho capito che bisognava vivere, senza fretta, parlar d’altro, curarsi di sè per curarsi dell’altro. Impossibile, allora, dirti ti amo, anche oggi è sempre prematuro per te. Solo la passione ha i tempi giusti. Quelli che conoscevo. Il resto, per me così lento a scrivere, poteva essere descritto pensando le parole con cura. Ricordi? Un giorno, mi hai chiesto cosa provavo per Te, ma mica volevi subito la risposta. Ti bastava, averla fatta quella domanda, che ci pensassi pure e quando ho iniziato a dire, mi hai fermato con un bacio, era tempo per altro, non per le risposte. Credo che dopo la scoperta della tua lentezza, la mia vita abbia avuto un senso diverso: è emersa la mia, di lentezza. Quella nascosta, fatta di sentimenti bradiposi, un poco buffi, radicati, ma prima sepolti sotto un vagare inconsistente e faccendoso. Adesso ho un fare apparentemente just in time, in realtà ordino cassetti, rispondo a telefonate, mi prendo tempo per pensarti quando non ci sei. Ho messo i sentimenti alla porta nell’agire veloce e tapezzato di ninfee il mio cammino con te: salto dall’una all’altra e non affogo. La mattina, quando mi alzo, ti confondo con la marmellata spalmata con cura sul pane caldo, ti seguo nel profumo di caffè, nel latte che conosci. Sei la giornata che si apre nelle cose che mi accompagnano, ti sembro normale? Ma neppure Tu sei normale, strana è la parola giusta per Te, ed è la tua stranezza che mi cambia, mi prende. Che mi permette di essere me. Mi dicevi: mi parli poco, non so quel che fai, ma non ti interessava in fondo. L’unica cosa che ti interessava davvero era alzarmi la maschera. Ciò che hai visto ti è piaciuto, a modo tuo, e hai sancito con una risata. Eri presa? Non mi pare, almeno non nel senso comune., non dipendi. E’ per questo che non capisco più cosa sia amore o meno. Così la vita si è scombinata e non ho più nessuna certezza. A parte Te, che ci sei, ma a modo tuo, senza rispetto per le mie ossificate convinzioni. Che stia acquisendo un nuovo modo di sentire? bah! Cosa sta accadendo che io non abbia già vissuto? Non siamo ragazzini, non è la prima volta, la novità è che mi hai costretto ad investigare su di me, invece di accettarmi e basta. Mi viene da pensare che tra noi sia come per i legami deboli: la materia sta assieme ma loro, senza parere tengono le orbite a posto, e impediscono agli atomi di vagare. Così il mondo resta solido, non una palude in cui si affonderebbero le ginocchia.
alias
Ogni terza domenica del mese, è presente al mercato bric a brac in prato. Lo conoscono i commercianti di cartoline, di foto e di dischi. Gli mostrano gli ultimi ritrovamenti fotografici fatti per lui, ma è merce difficile, spesso testimonianza di disastri in corso. Lui guarda, contratta, a volte acquista. Compra soprattutto foto di persone, ma anche cartoline e dischi, purchè della stessa epoca. Osserva con attenzione, a decifrare i volti nelle foto, i sorrisi, le mani posate. Ci deve essere compatibilità con gli anni dal ’60 all’80: la sua epoca giovane, noi ci conosciamo da allora. Sulle foto si è costruito passati dimostrabili e ne parla convinto, senza invadere troppo i discorsi. La casa si è piegata a raccogliere questi alias di vita: vetrinette, album di foto, librerie ricche di oggetti. Mi ha raccontato di quando eravamo ragazzi e ci siamo persi tornando al campeggio, delle ragazze che aveva baciato in quell’estate, di un temporale che ci ha inzuppato e allagato la tenda.
Non mi riconosce, ascolto, assento, sarebbe bello fosse vero.
confini
Questo articolo mi ha riportato alla mente i racconti terribili ascoltati, senza parere, quand’ero piccolo. Due zii maschi concludevano dicendo delle loro disposizioni post mortem per essere sicuri di non risvegliarsi. Non c’erano i trapianti e forse avrebbero preferito essere spenti contando ancora qualcosa, piuttosto di ribadire la morte. Ciò che penso è che il diritto non si spenga per decisione altrui, che il confine lo poniamo noi e decidere prima, coscientemente, è allo stesso tempo, un atto personale e sociale. A questo punto basterebbe codificare una prassi e dare un consenso esplicito per fare incontrare dubbi, etica e volontà individuale.
filosofia
Al bakarà, in piazza dei Signori, si riunisce e discetta l’accademia pensionata, ma solo fino alle 11.30, pochi posti a sedere, meglio prenotare. Lettura ad alta voce dei giornali, sport, scienza e politica, fatti locali ed emozioni planetarie: intelligenza trasversale sciorinata all’inclita. Il mercato delle piazze pullula all’esterno, ma il problema vitale è arrivare a mezzogiorno, tornare a casa, mangiare e affrontare moglie e pomeriggio. Stamattina il tema era: cossa xea ‘sta filosofia?
Caciari, no, nol xe filosofo
e Butilione xeo filofo, queo? un politico, un democristian, altrochè.
E Pera, cossa disito de Pera?
mah, i dixe che’l xe el filosofo de Berlusconi e che lo ciama anca de note.
Anca me mujere me ciama de note e la me dixe:” Piero vame tore un goto de acqua che gò sen ma gò cossì tanto sono” . Xea filofa anca me mujere alora?
Noo ciò, to mujere gà solo el culo pesante, invesse i dixe che cò la filosofia ‘e done xe affasinae, varda Caciari, ch’ el ghe nà sempre de nove.
Sarà par queo che Berlusconi ciama de note Pera. El ghe dirà: Fammi Pera un discorso belo e filosoffico, che affassino la qui presente. Altro che ti e to mujere e el bicer de acqua.
Ma alora la filosofia serve par trombare
Si, e el viagra xe la pilola filosofale.
Vivere nella città che ha una delle più antiche università del mondo, vorrà pur dire qualcosa, no?
presenze
Mio zio aveva un nome strano, molto bello e poco adatto a lui: Gelsomino. Non era dolce, solo silenzioso e per conto suo. Mia madre sottovoce diceva che era “un salvadego”. Compariva in casa verso fine ottobre, dopo la partenza di mia zia Adele. Non si amavano, loro, anzi si evitavano, ma entrambi “amavano” noi. Adele veniva con le figlie, che restavano poco, al contrario della madre. Peccato perchè erano divertenti, grandi, in attesa di trovare mariti diversi da quelli che avevano, con me giocavano e cantavano. Anche i loro nomi erano finalmente normali: Lina e Gabriella. Ben strana questa storia dei nomi in famiglia, queste cugine erano tra le poche dicibili, le altre si chiamavano Teonilda, Irlanda che aveva sposato Italo, Pulcheria, ida, Oreste e via andare. Una rassegna dell’ottocento trasfusa per chissà quali rivoli nelle nostre famiglie collegate da almeno 300 anni di presenza nello stesso posto. Zia Adele, quando era misericordiosa, stazionava per un paio di mesi, da fine agosto fino all’arrivo di Gelsomino, con uno scambio consegne, utile alla disperazione di mia madre. Zia Adele non si dava ragione del molto perduto e cercava le tracce della famiglia sciamata all’estero, trovava tovagliati, mobili, i resti degli arredi dissipati. Quindi aveva una attività programmata di incontri, ricerche, ricordi patrimoniali che si spingeva sino a chiedere le “onoranze” del raccolto ai cugini che coltivavano i terreni di famiglia. Molto diverso, lo zio Gelsomino, che non si capiva cosa facesse. Si alzava al mattino presto e dopo colazione, spariva, credo stazionasse all’osteria o nelle piazze vicine, combinando affari complicati per le nostre teste semplici. Tornava a pranzo, si sedeva e in silenzio mangiava con il cappello in testa, altra gioia di mia madre, per poi uscire fino alla cena. Il piacere reciproco durava fino a dicembre, poi com’era arrivato, in silenzio andava, immerso nei suoi misteri. Mia madre era finalmente tranquilla, disinfettava i pavimenti con la gommalacca e l’alcool, per eliminare gli animaletti dell’autunno, addobbava la casa. Una breve pausa e a natale, con i loro nomi strani, le cugine e zie sarebbero passate a far gli auguri.
Non Gelsomino, nè Adele che, dopo aver svernato in riviera oppure sui colli, sarebbero tornati l’anno successivo sempre misteriosi, sempre uguali, con la forza dell’abitudine che si fa diritto.
Finchè un giorno tutto s’è dissolto e mia madre ha sorriso.
il giovane blogger
Alla ricerca di un nik inagibile, rovisto tra blog abbandonati: c’è un’umanità che si è stancata presto. Una notizia di sè, un commento del 2004, poi più nulla. Alcuni neppure quel commento e morti di solitudine. Per motivi economici, abbiamo decine di migliaia di blog, nulla viene cancellato, forse nella speranza che la vita rifluisca, ma credo che in fondo non interessi a nessuno. E’ come osservare le lapidi di un cimitero, senza curiosità necrofile, per capire dov’era la vita, ricostruire le storie scrutando volti, mettendo assieme parole e interessi. Per provare un giovane blogger si è cercato un’altra identità, ha costruito un’idea di sè e l’ha poi abbandonata dopo poche o molte parole. Schiuma d’intelligenza, di comunicazione. Cerini per la notte. Il blogger cerca di toccare qualcosa. Si protende, guardando dentro a raschiare sensazioni e molto fuori, in attesa di conferme, dialoghi, comprensioni. Il blogger offre la sua solitudine e aspetta, curioso di sorprese, con il vestitino buono. Come ogni scrittore, dipende dal lettore, dall’attenzione comprensiva. Oltre il piacere della parola ben levigata, c’è una speranza che qualcuno alzi il telefono dicendo: ci sono. Picchettare un territorio e lasciare la porta aperta, come nella notte quando la solitudine non ha paura del buio, del silenzio, ma dell’anima rigata che altera le dimensioni. E basta una presenza, ad animare la notte.
Ma poi ci si stanca e non è da uomini vivere di schiuma.
senza rimpianti
La mia famiglia paterna ha disperso cose e persone per l’europa. Ogni parente che si installava in casa per settimane, faceva riemergere persone e pezzi di passato, ma non c’era più niente di tangibile. Di case, ricordi, lavori: era rimasta solo una cultura orale di città, fatta nella lingua madre, il veneto. Una guerra aveva spazzato via la casa natale di mio padre in germania, quella successiva aveva raso al suolo, la casa dei miei genitori. E ciò che non era stato distrutto era stato sottratto, ma non ho mai sentito un rimpianto, che non riguardasse le persone. Come se questo essere sballottati dall’una all’altra parte, l’aver mutato condizione, fosse stato parte della vita. Anche i racconti, sempre pudichi e frammentari, parlavano di abilità, di pericoli scampati, di occasioni rifiutate, mai di proprietà. Tanto che gli ultimi resti di queste, sono transitati, con indolenza, al patrimonio dello stato. In questo clima gli oggetti sciamavano in un pulviscolo indistinto, con fotografie rare e ingiallite. E le mie domande additate, cos’è questo, dov’è ora? ricevevano risposte vaghe, indifferenti. Le soffitte dei traslochi inghiottivano mobili, le stufe facevano il resto, senza rimpianti.
Nulla era importante se non le vite vissute con la forza dell’essere.