vento del sud

Questo vento è fatto di refoli, di lunghe dita curiose che accarezzano l’acqua, sciolgono le rocce di arenaria e granito e alimentano di sabbie le rive. E’ un vento caldo che odora di deserto, di legna disseccata, di fuochi accesi a  mitigare la notte, porta con sè i profumi e gli echi di voci. E’ dolce lasciarsi avvolgere, ascoltare i brividi leggeri che strie di fresco alzano sulla pelle. Il vento, forse non sa leggere, ma percorre da sempre queste pianure, ha visto alternarsi imprese e sconfitte, generare nuove solitudini e creare illusioni. Ogni esercito pensava che le bandiere, gli orifiamma, gli stendardi pieni d’aria fossero segno del destino propizio ed invece era lo stesso vento che seppellì l’armata di Cambise. Sembra indifferente il vento mentre gioca con i mulinelli di paglie e sabbia, ed invece parla con le rocce più antiche del mondo. Da queste parti, molto tempo fa, uno sparuto drappello di homini si mise in marcia. A volte usavano ancora le braccia per dare stabilità all’andatura e seguivano l’acqua, con una vita dietro l’altra, da mettere sovrapposte a guadagnar distanza. Fuggivano? Cercavano? Non si può sapere perchè un ambiente enorme divenne troppo stretto per pochi individui. Del loro sapere, ben poco serviva nel deserto, eppure conoscevano il vento e i suoi segreti, ben più di quanto noi lo conosciamo, lo usavano e conversavano con lui. Ogni generazione ha guadagnato palmi di lontananza, si è fermata, contaminata ed è ripartita e 1000 di questi drappelli, sono morti senza memoria. Sono disciolti e trasportati dal vento, nascosti e dispersi nella piana. Stanotte, dopo la furia, sono emerse scisti vulcaniche, selci acuminate ed ora un falco si aggira sospettoso. Si muove cauto, non conosce il paesaggio mutato e neppure teme gli uomini, ha necessità di cibo e spiega le ali in cerca d’altro: da sempre, siamo troppo grossi  per essere interessanti. 

portolano 3

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5684&ID_sezione=&sezione=

http://www.repubblica.it/2007/02/rubriche/bussole/esuli/esuli.html

http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/prodi-tv-nera/prodi-tv-nera/prodi-tv-nera.html

http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecnologia/indirizzi-web/indirizzi-web20/indirizzi-web20.html

sabato

Arrivo al sabato troppo stanco, vengo da te,  distratto ascolto e spesso assento, sono perso nei miei pensieri. Ti basta che ci sia, mentre mi chiedi come va il lavoro, come sto dentro. Mi scruti, finchè parli, cercando di capire cosa c’è dietro ai miei occhi: l’hai sempre fatto, preoccupandoti del mio star bene. Racconti del condominio, delle piccole avventure di viaggio giornaliero e il pranzo passa, con qualche ricordo che fa capolino, ormai senza collocazione temporale. E’ stato tempo fa, tu eri giovane, sono successe cose importanti, poi il fluire si è ingarbugliato e hai smesso di pensare che si invecchiava. Per te sempre tutti presenti a tavola, al loro posto e nessun discorso si è mai interrotto tra noi. A volte penso che più che una famiglia eravamo un clan, un piccolo clan fatto di abitudini antiche e di storie senza contesto.

E come fai tu il coniglio non lo fa nessuno.

il cerchio del lupo

Allo zoo di Basilea un lupo, male in arnese, girava in tondo. Una gabbia larga, una fossa che neppure pareva recinto e lui a girare, a sbattere il muso sul vetro mostrando  denti. Mio figlio mi chiese: ma è questo il lupo di Cappuccetto Rosso? Ed io gli risposi: no, non proprio lui, un parente. Un poco di silenzio e poi, coi lucciconi già evidenti, disse: andiamo via, papà, andiamo via.

del prestare libri

Sono affezionato ai miei libri e alla mia musica. Il mio possessivo reiterato non è fuori luogo perchè questi oggetti sono il prodotto di un processo mentale di acquisizione, in cui il prezzo pagato non è la parte più importante. Nulla è avvenuto per caso, c’è stato un incontro, una scelta, un dialogo che è iniziato. E poichè capisco che la quantità  di libri e cd accumulata, può essere scambiata dai miei visitatori per abbondanza o disponibilità, spesso devo disilluderli perchè non è così. Ognuno di questi “oggetti” ha un posto nella mia testa, non sostituibile, è il prodotto di un’emozione. Per questo non mi piace prestarli, perchè non hanno lo stesso significato per chi li vuole e soprattutto difficilmente torneranno a casa. Questi no, mi costano fatica, ancor più se c’è insistenza, il ricatto del non ti fidi di me. E’ vero non mi fido, perchè oltre le buone intenzioni finirà come penso e se a volte cedo, è a malincuore. E’ sempre stato così, se posso preferisco regalare i libri comprandoli apposta per chi li apprezza. Raramente regalo qualcosa di mio. Sono libri sottolineati e commentati, è il maggior regalo che possa fare, perchè è un pezzo di me e permette di vedere oltre le parole. Quasi tutti i miei amici leggono, nessuno ha le mie stesse manie, questo è un problema. Le tipologie umane vanno da A. grande lettore che esaurisce l’interesse nella lettura, per cui se il libro è troppo grosso da tenere in mano, lo rompe a pezzi più maneggevoli e poi lo butta, fino  ad M. che ha disperso libri e musica in mezzo mondo, salvo poi dolersi che i titoli e le esecuzioni non si trovino più e mi chiede copie e fotocopie. C’è chi si vanta come R. che tutti i libri posseduti sono stati letti, fino a F. che non perde una primizia e spende metà dello stipendio in libri e ha paura di aprire troppo il libro per non guastare la rilegatura. Nel rapporto con il libro oggetto c’è la raffigurazione di ciò che siamo, le nostre libertà e catene, le storture e la capacità di volare. Il libro è un contenitore di parole, a volte di emozioni, che cambiano chi legge, è un oggetto da introspezione, spesso per solitari. Compensa e nutre, è oggetto di desiderio e rassicurazione, ma solo per chi spende il tempo nella solitudine della lettura e accetta la sua comunicazione a-temporale.

Difficile spiegarlo a chi non condivide, inutile credo, ma comunque non chiedetemi libri a prestito.

è mattina

Ci sarà sempre un caffè nel tuo mattino e una finestra da cui perdere lo sguardo. Un pane che si tosta, profumato e  caldo. Una magia d’attimi sospesi. 

Oggi l’aria ha il colore del tuo shampoo e ti sei fermato ad ascoltare che cantavi in bagno.

Un pensiero sopravvissuto al sonno ti fa ancora compagnia e pensi che si può fermare il tempo.

Solo dopo uscirai da una porta e in qualche modo andrai verso un lavoro.

E’ mattina.

piccoli delitti

dei nostri piccoli delitti portiamo sproporzionata pena: un codice interiore ci condanna. Forse tra tutte le similitudini, l’arrovellarsi sul giogo di Gordio è lo specchio di ciò che ci differenzia: Alessandro aveva una spada affilata e risolse il problema, gli altri, noi compresi, erano lì a sciogliere e lisciar canapi, pensando di mantenere integra la gomena e il carro. Nè consola che lo spirito d’Alessandro risolse presto anche la vita propria, era il suo destino, altro è il nostro. E in entrambi non c’era minor sproporzionata pena.

Ma questo vale per chi non lascia scorrere via la vita ed accetta vi sia il posto per la tristezza e il riso e che il giorno porti in sè smemoratezza e coscienzaNulla è dato davvero per l’ultima volta: questo è il motivo del sublime errore che si ripete e dei nuovi sbagli a cui faremo posto.

A volte vien da pensare che non i volonterosi, non i sensibili, ma i furbi mediocri gestori dell’insensibilità, siano il prodotto dell’evoluzione e che agli altri spetti inventare e fabbricar i carri su cui far loro posto.

riserbo

Parliamo di cose generiche, alludiamo, diluiamo riferendo di sguardi e di sensazioni. Qualche volta, quando fa più male, le emozioni circolano allo stato puro. Com’ è consentito, secondo educazione e rispetto della privacy altrui, che di questo in fondo si parla quando si lavano i panni: di me posso dire, ma degli altri è necessario tacere. Si parla della ferita e non del coltello, ma basta? Naturalmente ognuno ha il suo stile, però quel che è chiaro è che, mentre si piantano picchetti per difendere il proprio orto, lasciamo porte aperte in cui tutti entrano attirati da un misto di comunicazione/aiuto, contemplazione narcisistica del sè visto all’esterno, approfondimento dell’ introspezione personale. Questo nasce dal fatto che scrivendo capisco di più di me stesso, e scrivendo d’altri vedo le loro relazioni con me e con il mondo. Scrivendo mi misuro con la parola e la incollo sulle sensazioni e sul reale, attraverso la parola riproduco e creo il mio mondo. Scrivendo mostro le mie nudità e gli abiti suntuosi, ma a chi sto parlando e qual’è il limite del riserbo? Ci sono più piani comunicativi, fino alla conoscenza diretta, terrò conto che se il riserbo è eccessivo il contenuto è privo d’interesse, giocherò tra il mostrare e il velare, ma non basterà. Oggi ogni mio percorso è tracciato, l’intimità è violata ripetutatemente da telefonini, macchine fotografiche digitali, password trascritte, pubblicità che scruta le mie preferenze, archivi che posseggono il mio nome e stabiliscono relazioni, mi interrogano ed ora mi leggono. Questo è il salto di qualità dell’intromissione sulla comunicazione libera, dove l’interesse è morboso e sganciato da me, perchè è chiaro che non sto parlando solo a voi, ma a molti altri che conosceranno il mio umore e le mie debolezze e, come riporta l’articolo allegato, potranno usare queste informazioni contro di me. La piazza digitale non è più virtuale e da libera si sta trasformando in qualcosa di diverso, ne devo essere consapevole e se la libertà non viene tutelata, diventerò sempre meno libero nel dire, mi uniformerò a chi presumo legga fino al silenzio. Ricordate i Tre giorni del condor? Qualcuno legge tra le righe e cerca di capire chi sono, dove vado, chi frequento oltre quello che dico. E’ questo che voglio?

Ecco, la risposta a questa domanda racchiude tutto quello che posso pensare di chi mi governa o vuole governarmi.

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