festa d’inizio estate

Informale abbigliarsi, diceva l’invito. Incredule, stanotte le toilette si sprecavano, i tacchi in tinta con le sciarpe, le abbronzature senza limite, i vestiti impalpabili, nuance d’estate.

La conca verde ha un solo proprietario, nessuno si disturberà del suono alto di fisarmoniche. voci e clarini. I gruppi si aggregano, disperdono, ricombinano. Ciascuno, solo od in coppia, s’aggira con passi di tango, tra solitudini ed apparenza, importante è percorrere la pista.

I fritti, i crudi, le sorprese escono continue dalle cucine. Come i vini, strani e nuovi per avere un posto di commento e ricordo.

Poi i tavoli, aggregano, come le parole, e come queste, dividono. Meglio parlar di nulla, guardarsi attorno. 

Qualche civetteria, una curva, un accenno di seduzione si infrange nel monologo iniziato dall’attore e nel divertimento mio.

Grande la sua passione del recitare, grande la lingua vecchia di 5 secoli, grande il periodare denso d’ immagine, di cose, di disincantato sguardo.

20 generazioni ed avremmo calpestato le stesse pietre.

Ma il richiamo della lingua ruvida e tonda, non dice nulla ai molti, neppure gli accenti sapidi sulle virtù delle pute, attirano attenzione e sorriso. La curiosità si spegne, finché un applauso zittisce. Riprende il teatro del mondo, riti e convenienze, seduzioni celate. 

Mi attacco ad un toscano per guardare lo spettacolo e pensare ad altro.

Nel prato, la notte è dolcissima, i colli hanno punte d’albero imbiancate dalla luna.

Un inizio di commozione basta per andare.

todo cambia

E’ questione di stile e portamento. Non si può fare altro, perché non si cambia, non ci si raddrizza più. E bisognerebbe saperlo, sin da piccoli, ma non con gli avvisi dei genitori, che a poco servono per saper guidare la vita.

E pensare che si vedono subito i segni. Ero indolente, potevo fare di più. Rispetto a cosa, e perché?  Bastava spiegare, far vedere i vantaggi, no? Tutto sarebbe andato allo stesso modo, ma diverso, perché i fondamentali sono li, vicino alle radici. Si parla di predestinazione, di seguire qualcosa che abbiamo dentro, tutto vero, ma se si segue solo l’indole, il resto si perde e con esso le persone. Anche noi.  

Uno sconsiderato resta tale, non migliora, una persona abituata ad avere si stupirà, se non arriva il desiderio soddisfatto. Poi il vivere tra persone complica la vita, c’è sempre qualcuno che attende qualcosa. Anche noi stessi. Ho scelto di fare l’inafferrabile, non mi prendono eppure non sono contento. Vorremmo leggessero ciò che vogliamo davvero. 

Spesso si dà la colpa al narciso che conteniamo, un motore monocorde che fa tirar dentro la pancia ed affiggere specchi di vetro, parole, carta, sorrisi, carezze. Narciso non tollera il rifiuto alla sua bellezza presunta, per lui è il disamore, la negazione del bello che ha messo in comune. Basterebbe spiegarlo, spiegarsi, fare esercizio di considerazione di sé non riflessa. Cercare l’eros in se’ oltre che nell’altro, volendosi, ironicamente, bene. Ed invece…

Non si muta, ovvero si cambia tantissimo, ma a modo nostro, non come vorremmo, né come vorrebbero. Che poi mica è vero che ci viene chiesto di cambiare, anzi viene preferita l’immutabilità, la costanza d’essere. Quella ben conosciuta, possibilmente. Viene chiesta, invece, la compiacenza, l’atto rassicurante per il tempo in cui si sta assieme. Era quello riservato ai transitori zii, che di nient’altro avevano bisogno, se non di rassicurante amore.

Averlo saputo sarei rimasto all’età del no, avrei preso meno sberle, si sarebbero dovuti esercitare nel correggere la riottosità innata fino all’esaurimento, ed invece quel raddrizzare d’ allora, ha prodotto una serie di sì con l’anima negativa. Una cosa perniciosa. Ma vorrei rassicurarvi, non è accaduto nulla di grave, solo una piccola resipiscenza sul vivere, spostando picchetti in avanti per trovare il positivo.

Ci pensavo ieri che, salvo poche eccezioni, non sopporto parecchio, però ho pazienza. Il positivo che trovo, oltre al bello esterno a me, è tutta questa risibile esperienza, che forse non era necessaria, ma a farla era piacevole e dolorosa. La parte dolorosa sarebbe passata, come il mal di denti, bastava un po’ d’analgesico. Il tempo, ad esempio. Quella restante è rimasta, e mi ha cambiato a modo suo, tanto che adesso, devo riconoscermi.

 

p.s. la canzone è bellissima, parla dell’ Argentina, un paese che mi ha impressionato e preso molto, il video parla di Nahui Olin, ovvero Carmen Mondragon, così ben raccontata da Cacucci in Nahui .

devi capire (mantra della notte)

Devi capire. Oltre il limite della pazienza, capire. Governare l’impeto di mollare tutto e respirare profondo.

Capire tutto, significa com-prendere. Non occorre che tu capisca davvero, ma che accetti quelli che giudichi errori nel tuo flusso di tempo. Gli altri non hanno la tua testa, i tuoi interessi, le tue priorità, non ragionano come te. Devi comprendere ed immettere le presenze nel vivere, non espellere.

Ti chiedono di essere diverso da come sei, non è possibile. Aspetta e governa le decisioni, anche quella di andartene, non seguire l’impulso, lascia che le cose abbiano tempo di ricombinarsi. Arginare la furia vuol dire essere fermi e flessibili. Attendere che passi ciò che muore, lasciare che le nuove possibilità emergano. Solo il vecchio è rigido e non permette la crescita delle possibilità.

Esercita la pazienza della forza, controlla ciò che dici, scava nel significato e nel tempo. Scarnifica, riportati all’essenziale. Pensa alle motivazioni vere: devi capire gli errori, anche i tuoi, ammetterli nel tuo vissuto. E comprendere anche quelli precedenti, fanno parte di ciò che ha generato il presente. 

Leggi il buono che già c’è, sviluppa quello che ci sarà. Coltiva solo quello e non permettere che sia lo scontro a modificare le cose. Fai quello che devi fare, non dipende tutto da te, fai emergere il buono. Polemos è madre crudele di ogni cosa, ma è il punto che rompe il tempo. Il tuo tempo. E forse non è necessario. Attendi e governa.  

 

pensieri d’acqua

Il pensiero liquefa sino ad esser mare,

e risacca dalle lunghe dita d’alga,

e schiuma, strati d’acqua,

seta che scivola su seta,

sempre più piano,

fino allo scuro ed immoto fondo.

Sopra me, meduse di luce,

scie lanterne d’ animali,

pesci da branco e solitari predatori,

e sul fondo, archetipi di vita,

compagni del mio esser vero.

Ascolto e guardo il mare,

che sciacqua ed ondeggia dentro,

sento l’urto della furia,

il placido guizzar notturno,

nell’amore di lune che si ripetono mai eguali,

mai diverse,

ed allora la forza del prender legno,

forgiar ferro, 

è urgenza d’ issare tele,

e pur mare su mare

dovrò accarezzare e blandire,

acquattarmi sul fondo dell’ira,

prendere il vento grato,

andare e approdare,

sapendo ch’è solo trarre respiro fondo,

prima d’altro partire.

senza titolo

Attesa?

Fuori tempo?

Coppia?

Politica?

Lavoro?

Amore?

Quotidiano?

Abitudini?

Comunicazione?

Generazioni?

Individuo?

Conflitto?

Generi?

Accoglienza?

Scuola?

Blogs?

Altro?

l’esercizio

Tutto questo tempo di palestra,

passato nell’imparare altri sudori,

tra astrusi docciashampoo,

e nudità mostrate in altre vesti.

Inutile tempo di fatiche mute,

ed ora sono esperto

nell’esercitar arti banali.


 


sino alla quiete…

 

Vorrei circondarti di furia

come usa il mare,

scuotendo le membra riottose

nell’inverno della sua giovinezza.

Vorrei sferzarti d’aria,

rilucendo ogni palpito nervoso,

e blandirti nel rovescio

perchè tu non capisca il tuo senso.

Vorrei farti desiderare la corsa

di piccoli animali gelati

che trovano e cercano

nuove nascoste identità.

Vorrei ribollire come acqua e sale

e bruciare e spegnere,

avvolgere e strappare

sino alla quiete.

Sino alla quiete

che accarezza ciò che s’abbandona,

e illude il sole

perchè non segua il giorno.

Sino alla quiete…

un passo oltre il limite

 

Prendiamo farmaci per conservare la memoria,  in palestre tecnologiche attiviamo endorfine per dimenticare. Procedendo per ossimori navighiamo decisi verso l’infelicità come condizione vitale, mentre le volte che siamo felici, l’ossimoro è scisso e ne scegliamo la parte immemore: quella del qui e ora.

Bisogna accettarsi, fare un passo oltre il limite che ci si è posti – è passata quasi un’ora – fanno 100 euro.

Quando si è stati troppo dentro di sè e si riemerge, intorno le cose hanno dimensioni strane: le facce, le ore non son giuste e l’aria taglia il viso e le mani e stupisce perchè non è lei quella che conosciamo. E offende, anzichè accarezzare, e risveglia senza garbo, togliendo una goccia di saliva dimenticata al bordo della bocca, così, di malagrazia. 

Appena fuori, le gocce scorrevano e sbavavano le luci. E’ solo tempo perso -pensava- è solo inverno, anche dentro, ché di primavera la luce accende la pioggia, colora l’incolore e la porta verso il verde. Basta guardarla che, tiepida, ripulisce dentro. In questo freddo, l’acqua è incongrua, nè carne, nè pesce, è solo fastidio.

Ma così si pensa ad un passo oltre il limite dell’autunno. I dolori, in primavera non sono meno feroci, c’è solo l’attesa dell’estate che salva, del sole, del corpo immerso nell’aria e nel calore, delle giornate lunghe che neppure sembrano, perchè la notte non basta e il giorno corre.

Con cerchi oscillanti andava verso una decisione a termine: sapevo che sarebbe durata finchè non ci fosse stato un nuovo singulto di memoria. Che a raccontarlo fanno 100 euro. Siamo fatti malamente, ci manca troppo il nulla che non c’è per sua natura, eppure dovrebbe -o potrebbe- esserci e così si frusta la convinzione d’essere impermeabili, di aver veduto e vissuto a sufficienza per imparare. Mentre il freddo non si impara e imbeve tutto e piega la bocca quando ti parlano d’un sentimento guizzante. Di qualcosa che appena lascia scia e profumo e tu sai che è quello che conta, ma che non si può dire, perchè vorremmo essere orafi ed invece facciamo i manovali.

Mentre tornava, pensava come le gocce: facendo finta di rigare il vetro. Ci si atteggia, ma non siamo di vetro –pensava- o forse sì, a volte, quando ci lasciamo andare – e una consapevolezza s’era fatta strada, tra l’acqua che cadeva già sporca, inzaccherando uomini e cose – il mondo è una pozzanghera, ma è passata la nottata, non conta più, per domani si ricomincerà da dove s’è lasciato.

Magari no, non proprio, meglio da un passo prima del limite.

 

la diabetica domata

Tutta questa dolcezza

fa ammalar

d’attesa.

Punta di lingua esplora

polpastrelli,

scie d’essenze,

e spezie da tostare

con miele e caramello.

Conosci la golosità esigente

dell’algebra del gusto:

 i sapori non si elidono,

e con discrezione, 

si sommano per strati.

Vuoi seguirmi?

Allora tieni

vicino al francipane,

un miele di corbezzolo,

e dell’amaro in grani,

per confinare a margine

la golosità banale.

 

l’arte oscura del rigare i sogni

M’ hai insegnato che con arte oscura i sogni son rigati,

d’unghia, di lacrime, d’inutile ansia.

Poi senza chiedere,

mani avvicinano lembi di vetro:

alle ferite parlano i cuori.

Che c’è da capire che non sia stato detto:

un’illusione sciolta, una passeggiata oltre il delirio,

la volta della notte da dipingere in blù scuro. 

Nel pugno il giallo, ad appiccicare stelle,

e ai tuoi piedi il tango, come mossa di cavallo.

Lei è Ute Lemper e chi volteggia tra pianoforte e gola, è Kurt Weill