la democrazia non è buona

I partiti sono strutture di pace che non funzionano in tempo di guerra e questo e’ un tempo di guerra che si esercita su un sistema crudele. Chi l’ha detto che la democrazia e’ buona? Non e’, né misericordiosa né giusta, è solo, sinora, il miglior compromesso elaborato per non divorare una minoranza. E questo suo fraintendimento iniziale (in aggiunta, per sua natura, è incline al conservare ciò che esiste) funziona ancor meno nei tempi d’ eccezione. Credo che tutti noi vorremmo una democrazia più giusta, ma passando ai fatti: quali sono oggi le nostre idee per uscire dalla crisi e far ripartire un paese?

Non ho aderito al liberismo come panacea dei mali degli uomini, non mi sono iscritto al partito di Merkel e Sarkozy, se devo stare zitto ed accettare che non parteciperò al mio presente ed al mio futuro, non ho bisogno di un partito. Ma io un partito ce l’ho, finché dura e se capisco la solitudine del suo gruppo dirigente, se capisco molto di molto, ho anche colleghi che resteranno senza lavoro e senza pensione a sessant’anni. Facile dire a una persona riciclati, lavora, scegli il nuovo, ma se non funziona a trenta, come funzionerà a sessanta. Per avere un poca d’equità, bisognerebbe almeno avere delle norme in deroga che tutelino i licenziati anziani, accompagnarli fuori dal lavoro dignitosamente. Credo che un sottosegretario al lavoro che abbia lavorato in fabbrica, farebbe bene ad un governo di persone  che, quando vanno in pensione a 75 anni, pensano d’ aver subito un sopruso. Sono lavori diversi, ma penso alle donne che verranno tenute a forza nei posti di lavoro, oltre i 40 anni di contributi, oltre i sessant’anni. E’ l’Europa si dice, ma altrove ci sono strutture ed accessi multipli al lavoro talmente diversi da dare libertà sconosdciute in Italia. Se si pensa che le donne assommano normalmente l’attività di cura al lavoro, a 60 anni, lasciamo loro almeno la scelta. Per chi lavora due volte qualche pensiero si dovrebbe pur fare nel senso dell’equità.

Penso poi a come si pagherà la crisi della finanza, non parlo per me, sto bene senza particolari ricchezze, pagherò, ma in assenza di una patrimoniale vera, senza un sequestro dei beni degli evasori, in questo momento, dov’è l’ equità nei confronti delle persone che si vedono ritirare il fido, ridiscutere il mutuo, vendere la casa per debiti?

Non e’ un problema solo italiano, dicono. E’ vero, ma noi abbiamo fatto di più e meglio nel debito e nella crisi, e per restare tra quelli che contano adesso ci viene detto, che in due mesi si devono recuperare 10 anni, che l’Italia deve salvare se stessa e l’euro. Mi pare un compito immane e senza solidarietà non so che Europa verrà fuori, di certo, pensando a quale Italia pagherà il costo del salvataggio, ne uscirà un paese stremato, diviso, incattivito. Possiamo dire che queste sono le ricette e le richieste della destra, dei mercati finanziari,  allora ciò che m’ impressiona è la carenza di elaborazione alternativa. Il riformismo occidentale tace e non dice nulla sulla sua ragione fondante, ovvero come pensa di assicurare diritti, tutelare i deboli, creare una società più giusta e partecipata. Non parla di come verra’ affrontato il problema del lavoro e dei giovani nel mercato globalizzato. La terza via di Blair e’ fallita, anche quella di Zapatero ha fatto una fine ingloriosa, Obama, non ha una via liberal per uscire dalla crisi e delude, dipendendo troppo da regole che non riesce a scrivere, ciò significa che il riformismo, senza una propria visione della società che comprenda eguaglianza e giustizia, termini che significano disciplina e leggi di governo dei mercati, non esiste. Sistemi economici, sovrastrutture si scontrano. Oggi sul mercato c’è una massa di denaro pari a 6 volte il pil mondiale, che compra la democrazia, impone governi e dittatori, piega aziende e mercati delle merci, condiziona le vite, i desideri, i bisogni dell’intera umanità. La finanza non è al servizio dell’homo faber, ma a servizio di se stessa. Pensare che la produzione, il benessere degli uomini, il pianeta siano governabili in queste condizioni, senza regole, è demenziale. Cosa racconteremo, noi che siamo di sinistra, che siamo riformisti, o semplicemete ci rendiamo conto di ciò che sta accadendo, che questo mondo e’  irriformabile? Nel redivivo Candide, interpreteremo il Pangloss della situazione, sostenendo che questo e’ il migliore dei mondi possibili?

Dei tre diritti fondamentali, la democrazia così interpretata, ma ancor più il riformismo, e’ in grado di assicurare solo la libertà di pensiero e di parola. Per questo è necessario, impellente farsi domande, esserci. Voglio essere ottimista e pensare che nel dopo Berlusconi si apra una grande stagione di confronto, in Italia, sull’idea di modernizzazione e di futuro, che venga individuata una strada per portare il paese in Europa, verso una unione di fatto e di diritto, che finiscano le pagliacciate sui secessionismi e le piccole patrie senza luogo, che nel confronto tra destra e sinistra ci sia la consapevolezza che l’intero edificio è un valore.

Ma nell’attesa, vorrei anche partecipare al presente, avere la possibilità di discutere della crisi dell’economia e dei partiti, cioè dei due vincoli che governano la mia vita, non essere in una democrazia di guerra che zittisce. I presupposti su cui sono nati i partiti maggiori in Italia erano diversi. Non solo i partiti non servono in guerra, ma è la situazione in cui sono nati che non prevedeva tale e tanta gravita’ e cambiamento. Francamente nessuno oggi, anche se lo spera, vuole sentirsi raccontare di non preoccuparsi, che passera’ e che tutto sarà come prima. Per questo credo che, nel ribollire delle urgenze, ci sia uno statu nascendi da creare, che l’equità immediata sia necessaria come la privazione, che l’abbattimento del privilegio, porti a nuove regole di pulizia nell’essere sociale. Nell’attuale, incredibile situazione di democrazia alterata, è compito di chi vorrà governare poi, dire subito cosa accadrà, dare un senso ai sacrifici, stipulare patti vincolanti, introdurre la comprensione della realtà accanto alla tensione dell’orizzonte verso cui si vuole andare.

Ricostruire regole e convivenza, spazzare via il vecchio che ha portato a questa situazione, riprendere in mano il proprio destino, non ci può essere solo accettazione supina, questo lo deve sapere il corpaccione vecchio della politica, e lo deve sapere anche il governo dei tecnici a cui è chiesto, non di fare ciò che altri non ha avuto il coraggio di fare, ma di trovare strade nuove e poi lasciare il campo perché è finita l’epoca del governo dei generali e torna la normalità.

La democrazia non è buona, ma la dittatura della finanza è peggio.

mondi paralleli

Ho toccato spesso un mondo parallelo, quello in cui i parametri del denaro, delle priorità, dei principi sono differenti. Non è il mio mondo, mi sento fuori posto e se devo frequentarlo  nel lavoro, per reggerlo cerco l’umanità. E quasi sempre la trovo. E’ successo anche stamattina, dove oltre al lavoro, ben poco ci accumunava. Ma una caratteristica negli affari fa la differenza: la schiettezza. Non serve avere le stesse idee, ma è importante avere lo stesso obbiettivo. Chi mette soldi suoi spesso è sincero, va al nocciolo delle cose perché non fa beneficenza, dice di sì e di no. E se regala qualcosa lo dice, ma di solito non regala nulla. Anche se il progetto è grande, oppure evocativo, viene valutato per quanto può dare. Sembra poco, ma il denaro in questi casi è un gran regolatore. Anche per gli uomini coinvolti.

Poi ci sono i bastardi, quelli non li sopporto. Ti fregano le idee, cercano di modificare il contratto prima di firmarlo, di cambiare le carte in tavola. Naturalmente ci sono più tipi di bastardi, ci sono quelli simpatici che si vantano di esserlo. Ti mettono sull’avviso. Ci sono quelli che te lo dicono e si comportano in altro modo così non capisci più nulla. Ci sono quelli che non te lo dicono e li provi sulla tua pelle. Avere parametri di vita diversi aiuta, non c’è competizione, si resta sull’oggetto che ha messo assieme persone così disparate. Stamattina mi è stato fatto un elenco di passioni, case di vacanza o meno, di investimenti e capitali, ma anche di difficoltà. Le difficoltà dei ricchi, le banche voraci, i beni e le tasse, il lavoro senza limite. Quello tra noi era lavoro, non occupazione del tempo, mi sono stupito della competenza e decisione, non delle case e delle piscine. Anche nella vita è così, se cerchi di portare avanti un progetto con chi non ha i tuoi stessi intenti, e non percepisce l’utile, sarà un disastro. E di solito chi va al disastro è la parte meno attrezzata, meno stronza.

Vado avanti senza aver sviluppato forme di cinismo particolare, e mi stupisco ogni volta, quando mi fregano, poi sono più cauto, ma dura poco. Fino alla prossima. 

la rotta

E’ uno dei primi ricordi di cui mi resta memoria, segno che scavò un suo posto senza bisogno di ragionare. C’era un muro di sacchi di sabbia  tutt’attorno la cappella degli Scrovegni. Appena dietro, un lago d’acqua enorme, mai più veduto, che invadeva il teatro dei miei giochi di bambinetto. Con mia nonna, aggirammo il parco, passando sul ponte del corso, guardando attoniti, l’acqua invadeva l’intera luce delle arcate, fin davanti al teatro, sulla riva opposta. Di lì si vedeva l’acqua tracimata, il fiume interno che si era creato invadendo prima la “maresana” e poi le mura. Quelle mura avevano retto alla lega di Cambray ed ora erano impotenti, ma io mica lo sapevo, mi pareva così meraviglioso e naturale che ci fosse tutta quell’acqua grigio/marrone con chiazze arcobaleno, che correva ed allungava le dita, invadendo erba e pietra. Sciacquava piano, senz’onde quasi, e correva dove di solito io correvo, riunendosi più a valle, in posti in cui la nonna non mi lasciava mai andare. Era libera quell’acqua, più di me. Di tutto questo mi è rimasta l’immagine fotografica, il senso di stupore e le parole concitate dei grandi. La sera, a casa, la radio parlava del Po, della preoccupazione che era quasi una invocazione, una preghiera: basta, prima la guerra, poi la miseria di questi anni difficili e ancora disgrazie, basta. Non c’erano punti esclamativi, rassegnazione piuttosto. Quella notte il Po, ruppe, tracimò, invase, uccise, spostò popolazioni già provate in un esodo che per molti non ha avuto ritorno. Si riempirono le campagne e le città, di povera gente, donne, bambini, uomini, per lo più braccianti. Sfollati, loro che avevano accolto durante la guerra, chi fuggiva dalle città, erano adesso, erano ospiti d’altri. Si aprì una catena di solidarietà che coinvolse l’intero paese, anche noi demmo qualcosa, tra poveri ci si capiva allora. Per molto tempo la ferità divenne l’incubo annuale delle piene d’autunno. Poi, come accade per i disastri e le guerre, la memoria degli altri rimosse, coinvolta da nuove sollecitazioni e disgrazie, come se ciascuna disgrazia non fosse un problema a sé. Ne sanno qualcosa gli abitanti dell’ Aquila, che anche senza terremoti scompaiono dall’attenzione comune. A sessant’anni da quella che fu la più grande alluvione del Paese non c’è sicurezza che non possa riaccadere, ma forse non è neppure questo il problema maggiore. La tragedia ulteriore è la rimozione dell’accaduto, del dolore e del rivolgimento sociale che ne conseguette. Molti polesani andarono in Fiat, in Falk, nelle grandi fabbriche del nord, molti diventarono altro da sé, spinti da una forza che non aveva mediazione umana e quello che mi chiedo, anche in questi giorni in cui i giornali non hanno ricordato, e solo radio tre, si è cimentata con l’analisi e la memoria, quanto pesi non avere una memoria collettiva che tenga il disastro e la solidarietà, i singoli e la collettività nel nostro essere uomini. Tutti i giorni uomini, non solo quando qualcosa ci tira per i capelli.

Era il 14 novembre del 1951.

Zanzotto, Jobs e Amartya Sen

Zanzotto continuerà a parlare. Con le sue poesie, e con il suo messaggio sociale e civile per la difesa del territorio, della bellezza, della dignità del vivere e non dell’avere. In questo progresso scorsoio, una intervista pochi anni fa, ma anche nel dialogo con Paolini, c’è la visione del poeta che vive di realtà, denuncia il rischio, combatte l’imbarbarimento. La lega e l’uso distorto del dialetto è stato un suo obbiettivo, non il principale, ma quello evidente, che faceva notizia quando la definiva una peste. In realtà nella brutalità degli appetiti portati a norma, coglieva la distorsione delle parti migliori di una civiltà fatta di secoli di contaminazione e accoglienza, di apertura e battaglie per i valori comuni, tutto sacrificato su slogan che diventavano modo di pensare e arretravano tutti anziché far crescere. Zanzotto parlava così forte dei rischi della nostra crescita cieca di futuro e umanità, sui rischi del profitto senza il bene comune, che si rischiava di perdere l’altissima poesia fatta di penetrazione nelle cose, di assonanza tra civiltà, uomo e parola.

Pensando a lui, mi è venuto da riflettere su quanto è stato detto su Steve Jobs in questi giorni, dopo la sua morte. Grande è il suo contributo al cambiamento del modo di vivere, una svolta impensabile se letta nei paradigmi dell’informatica degli anni ’60 e ’70. Ho lavorato per molti anni in quel settore ed è difficile spiegare a chi non ha vissuto in quegli anni, cos’era un mainframe, quale fosse la distanza sacrale che esisteva tra i centri di calcolo e le altre parti dell’azienda. Il dato, l’informazione in quegli anni esplicava un valore dirompente, come ci fosse davvero la possibilità del governo e della manipolazione del tutto. Il gruppo che costruì il primo portatile rivoluzionò il concetto gerarchico dell’informazione, la rese portatile e la tradusse in un’ attività non specialistica. Il computer come macchina personale, da usare senza sapere come funziona. Un elettrodomestico.

In quegli anni la parola parlata aveva preso il sopravvento su quella scritta, il telefono era davvero la tua voce, come diceva uno slogan, ma il p.c. rovesciò le priorità, ritornò al centro lo scrivere. Noi stessi siamo parte di quella rivoluzione e di quello che ne seguì. Quindi Jobs fu geniale, nell’intuire e nel mettere assieme competenze, che singolarmente non producevano nulla se non curiosità, in un oggetto talmente innovativo da scardinare modi di vivere. Fin qui il suo grande talento ed abilità. E non parlo del marketing, certamente anche quello fu centrale, ma fa parte del genio averlo così tanto enfatizzato e reso protagonista. Quello che passa in ombra è come questi oggetti meravigliosi vengono prodotti, quanto conculcano gli uomini che li fanno materialmente, quanta sofferenza racchiudano quei profitti. Questo è il lato oscuro di Jobs. Sapeva, ma questo non era eticamente contrario ai suoi principi, tutto si svolgeva in una transazione dove ciascuna delle parti massimizzava, non importa come, il profitto.

E qui vengo ad Amantya Sen quando sostiene che è fondamentale per l’uomo non essere succube dei valori e della propria storia, ma agire dialetticamente con essi, chiedersi se, pur nel rispetto di essi, ci saranno conseguenze sociali nel proprio agire. In questo l’economia crea mostri etici perché la fedeltà ai principi toglie domande ai depositari della fiducia degli azionisti, giustifica l’ingiustificabile semplicemente non considerandolo un problema proprio. Questo permette, in nome del profitto di alterare l’ambiente, imporre condizioni dure alla vita di chi lavora, toglie diritti reali dicendo: è il mercato, baby. 

Zanzotto questi problemi se li poneva e sollecitava una via umana alla crescita. Ogni volta che prendo in mano il mio portatile dovrei pormi una domanda sulla crescita tecnologica e quella umana. C’è stato un momento in cui andavano assieme, adesso non è più così e la prima si inerpica mentre la seconda arretra. Gli effetti sono intorno a noi, ed una riflessione sull’economia del benessere è quantomai attuale. Andrea Zanzotto ci ha aiutato in questo, lo farà anche in futuro.

la caverna di platone

Il giorno dopo si deplora, si stigmatizza, si strumentalizza. In fondo le cose sono semplici: da una parte una stragrande maggioranza di ragioni, di diritti violati, di negazioni quotidiane, quindi una legittima protesta. Dall’altra una volontà di distruggere, di rompere cose e simboli senza nome. Ogni domenica in molti stadi la stessa voglia si manifesta e viene arginata, controllata, ricondotta ad evento marginale. Qui ci si potrebbe chiedere perché i black blok  nostrani non vengano trattati come gli ultras più esagitati, ovvero arginati, ricondotti in alveo di violenza controllata, separati dal resto dello scorrere sociale. Forse si tratta di cultura dell’ordine pubblico, non perché i carabinieri o la polizia non ce l’abbiano, ma perché dopo “masse e potere” e una letteratura socio-analitica che ha scandagliato il fenomeno, la violenza non può solo essere esecrata, e quindi accantonata, esiste e deve essere riportata in in gestione sociale. A questo serve la legge e certamente la tecnica dell’uso della forza. Non ho nulla da insegnare, neppure ho retropensieri, l’uso della disinformazione e della violenza coinvolge tutti, ci siano o meno pupari e pupi, certo è che la violenza non cancella l’evento. Epifenomeno del diritto violato. 

Chi era in piazza ed erano tantissimi, confinati dalla violenza e dalle cariche, è stato testimone di molta dissenatezza ieri pomeriggio. Chissà cosa ne pensavano, ieri sera mi è stato detto: succede. E’ vero succede e, com’ è successo, riaccadrà, ma è naturale essere preoccupati, proprio per l’ inesistente violenza della stragrande maggioranza di loro, per l’incapacità della maggioranza dei giovani di offendere dopo aver riconosciuto l’offesa che ricevono. E’ questa caratteristica che dovrebbe portarci dentro le cose e che dovrebbe essere evidenziata dalla stampa, dai telegiornali: sono giovani che patiscono e non sono violenti, altrimenti non vivremmo tranquilli nelle nostre case, non attenderemmo che qualcuno risolva, metta mano al disagio che ora è sofferenza, dolore. Ieri non potevo essere alla manifestazione, per un evento non rinviabile,ma ero là con la testa, perché mi considero parte della comprensione di quanto accade. Ed andrò alle prossime manifestazioni, come continuerò a guardare, analizzare, pensare e dire che siamo dentro un evento, dove il termine storico, finalmente non viene sprecato. Si ricorderanno le aperture dei telegiornali. Accadde in altri momenti della storia planetaria,  e se l’Italia verrà derubricata, come accade troppo spesso, dovremmo chiederci perché, ma il problema esiste e troverà un suo sbocco. Dovremmo avere la coscienza di vivere, non in un fatto marginale, ma in una situazione che riguarda le nostre vite e che ha solo una soluzione: cambiare le condizioni di accesso al lavoro, modificare il meccanismo di rapina legale delle risorse comuni, riportare regole vere di crescita sociale collettiva. Non mi interessano gli individui, non sono la soluzione del problema, gli stessi potenti sono in-potenti, perché possono innescare soluzioni, ma non determinarle. Siamo in un reattore, una pentola in cui ogni variabile produce effetti e la prima azione è diminuire temperatura e pressione. Lo faranno?

Le ragioni sono talmente evidenti che è impossibile negarle, lo stanno facendo uomini di destra e di sinistra, solo qualche imbecille tenta di utilizzare ciò che accade a suo vantaggio, perché dev’essere chiaro che ciò attualmente governa in Italia o nel mondo, ma anche la struttura ossificata della politica non riuscirà a trarre vantaggio da quanto ha sinora ignorato e contribuito a creare. La mia sensazione, e questo riguarda anche e soprattutto l’area politica a cui aderisco, è che si vedano le ombre, si immagini una realtà e per paura o impotenza non si voglia entrare nel giorno. Questo conduce a risposte sul particolare, non affronta il cambiamento necessario perché non lo considera il problema principale. Si pensa che il problema più urgente sia governare i bilanci degli stati, arginare gli attacchi della finanza eversiva (non creativa), anziché capire che la massa su cui si agisce non è argilla inerte e che è questa da governare. da riportare all’interno di una dialettica tra bisogni personali e collettivi. Solo che i bisogni vengono pensati come materia di leggi di polizia, anziché essere trattati come motore del mondo. La libertà può essere conculcata, ma il bisogno non scompare è un assioma dell’umanità, vale anche per il mondo animale. Quindi il ribollire del mondo chiederà soluzioni. Verranno queste, in molti posti con ancora maggiori limitazioni, con privazione di ulteriori diritti, ma altrove con aperture e soluzioni nuove.

Vorrei scrivere d’altro, oggi non mi riesce e senza fare il millenarista, è utile per me ricordarmi che vivo qui e ora e che devo scegliere da che parte stare. Non accontentarmi delle ombre, ma guardare in faccia ciò che accade.

 

la crepa

Si sta dividendo il pensiero del mondo. Quel mondo che sembrava a pensiero unico, a vincitore unico, è in sofferenza. L’ha generata lui stesso la sofferenza ed adesso la crepa segna l’edificio,  avanza,  è un disegno di folgore, una radice. Alla fine aprirà la pietra e mostrerà il melograno nel suo succo.

Domani, in centinaia di città nel mondo, giovani e non giovani, mostreranno la sofferenza che sinora è stata occlusa.

Basterà? Non credo, ma già i giovani americani hanno portato davanti ai luoghi della finanza la loro insofferenza per l’imbroglio planetario che si sta consumando. Premi Nobel, avanzano dubbi sulle soluzioni alle crisi economiche del mondo, parlano dell’altra faccia della crisi, ovvero della miseria, dell’assenza di futuro, dell’inutilità della democrazia che non governa. Si affaccia una concezione insofferente del mondo che ramifica nelle coscienze e coinvolge l’ambiente, la mobilità sociale, l’ingiustizia, il potere, la libertà, i vincoli, il denaro.

Basterà? Non credo, ma per la prima volta dopo molti anni il disagio è mondiale, e qualche governo dichiara che capisce. Obama l’ha già fatto. Se non arriveranno fatti difficilmente la corrente si arresterà, per il semplice motivo che il mondo, ovvero la maggioranza di esso si sta impoverendo con la velocità di una guerra, senza che ci sia la guerra.

Riprende la voglia di pensare, di guardare dentro alle cose, l’individualismo, il vero cancro di questa gestione del mondo, perde evidenza. Inizia la coscienza che le cose non si risolvono più da soli, occorrono almeno basi e opportunità comuni.

Basterà? Non credo. Ci sarà bisogno di una alleanza vasta che guardi in faccia le priorità vere, basti pensare che mentre i governi discutono di pensioni e di diritti nel lavoro di chi ce l’ha, nessuno parla che milioni di persone non hanno né l’uno né l’altro. I partiti d’opposizione ancora non capiscono, al più blandiscono, si rivolgono ai giovani militanti, ma questi ben poco hanno capito perché altrimenti avrebbero già rovesciato le politiche dei partiti, riscritto le agende.

Basterà? Lo spero, abbiamo bisogno di un bagno di realtà, di capire che così sta morendo la maggioranza delle idee, la possibilità di riformare la società portando più giustizia. Credo ci sarà molta confusione nelle teste, che sarà facile smarrirsi, ma se verrà mantenuta la critica a ciò che ha generato questa situazione, ovvero la smodata volontà di profitto, sterzate anche brusche, inizieranno. C’è un mondo da ripensare, la gestione della cosa pubblica e dell’economia da reinventare, solo l’insofferenza per l’offesa patita e in atto assiame all’incoscienza, possono affrontare un cambiamento così immane. Spero molto in questa rinascita del senso comune della storia, di uno statu nascendi che, per la prima volta nella storia, affronti senza guerra l’esistenza di una società con diritti spendibili da tutti.

Può cambiare il mondo e vivere in questi anni può diventare l’avventura di una vita.

 

l’evoluzione della specie 2

Qualche anno fa, affrontando, allegramente, un sottopasso in Catalogna, un amico, incaglio’ il tetto della roulotte e semplicemente, la dissolse. Si fermo’ dopo 100 metri e, guardando la scia di abiti, stoviglie, coperte, oggetti, disse: Giovana, ma quanta roba gheto porta’ via. Poi raccolto il raccoglibile, la vacanza continuo’ in albergo.
Nell’evoluzione della specie, i neuroni e il dna, si sono specializzati. In una dialettica tra forma e contenuto, all’uomo e’ stata destinata la forma. E quindi una particolare abilita’/acuzia nel trattare i volumi. Questa innata capacita’, ormai 2 milioni di anni di viaggi pesano sulle predisposizioni, fa si che il momento dello stivare il bagaglio, sia momento sacrale della parte maschile del genere. In quel momento, l’uomo si ricongiunge con tutti gli appartenenti maschi della sua stirpe. Ascende in linea retta verso gli antenati, ne ascolta sciamanicamente il consiglio e dispone, impila, allinea, assicura l’immenso bagaglio, ovvero la casa appresso, che l’altra parte del genere ha preparato. C’e una fiducia estrema del maschio nei confronti della femmina, a lei si affida, lascia che intuisca pensieri, necessita’ ipotetiche, ma soprattutto le delega, la soddisfazione dei bisogni.

E’ questa fiducia che farà scoprire, a posteriori, la diversità della visione del mondo tra generi, sia nelle necessita’, come pure nella percezione e nel concetto di numero. Come considerare equivalenti gli insiemi, se da una parte troviamo in tutto due camicie, una maglietta e un pantalone, da confrontare con 8 vestiti, 3 gonne, quattro shorts, sei pantaloni, 5 camicette, 2 maglioni,4 paia di scarpe, il tutto con dovizia di creme, unguenti, boccette e foularini sparsi?
Gran parte degli abiti faranno un giro turistico senza toccare corpi. Creme, attrezzi, sandali resteranno nelle loro buste, ma il senso di sicurezza che infonderanno nella proprietaria sarà impagabile.
E lui, il maschio, che sa tutto questo e soffrirà alternativamente caldo e freddo (ma non faceva caldo in medio oriente? Si, cara, ma siamo a gennaio, non in agosto), ad ogni ritorno cancellerà il ricordo, e la volta successiva, si affiderà con immutata, bambina, fiducia a chi ben meglio di lui, sa, cosa serve. E’ la presenza della madre provvida che continua, introiettata nell’ adulto che trova così bello affidarsi. 
Se fare il bagaglio e’ caratteristica somma dei viaggiatori, dobbiamo pur dire che e’ gene ballerino e recessivo, che la sapienza accumulata in innumeri migrazioni, si disperde ad ogni generazione. L’uomo si fida dei contenuti e dispone i volumi, con talento geometrico, impila verso la forma principe del bagaglio, ovvero il parallelepipedo. Incastra come in un puzzle tridimensionale, assicura e poi rimira l’opera che terra’ conto della velocità, dell’incidenza dell’aria, dei moti di Bernoulli, della teoria dei gas applicata ai moscerini.

Ma anche questa capacità è ormai in disuso, almeno in occidente, ha raggiunto il massimo della sua espressione tra gli anni ’60 e ’80, per poi lentamente è confluita in forme fisiche aerodinamiche, facili e prive di cognizione e intelletto. Infatti a partire dagli anni’90, il parallelepipedo fu, gradualmente, sostituito da quei siluri di derivazione germanica che ancora oggi occupano i pochi portabagagli in circolazione.
Qualunque cosa abbia sopra la testa (non fate i maliziosi), ad ogni sosta, il maschio della specie evoluta, scenderà e verificherà. Dopo aver congruamente ammirato l’opera ed essersi silenziosamente congratulato con il motore ansante, controllerà la tensione e lo sfibramento dei cavi, la forma e l’equilibrio del parallelepipedo sovrastante l’abitacolo,oppure la tenuta del siluro, questo, invero assai stabile e poco dipendente dalla sua perizia, ma nonostante questo, per riflesso condizionato, almeno le chiusure a scatto, le verificherà. La vera novità, per la specie migrante, è stata la station wagon, in questa il maschio trasferisce il talento aereo della combinazione e dell’incastro. La forma nirvanica del bagaglio nella s.w. e’ la calma orizzontale della superficie composita. Ovvero il piano assoluto e li per un attimo, ad ogni sosta, il nostro si bea, di  tanta varia forma ricomposta nella superficie piatta, un luogo geometrico su cui una sfera potrebbe correre, se ve ne fosse gioco o necessita’. Ecco quello è il momento in cui una voce più acuta di un’ottava e mezza, dice soavemente: caro, potresti prendermi, per favore,…

Qualunque cosa sia, sta sotto, e per prenderla, il caro, dovrà infrangere quella superficie costruita con tanta cura, disseminare attorno una quantità inverosimile di contenitori, non trovarla e disperarsi, perché quello che prima si incastrava, stava e ricomponeva l’ordine universale, adesso è cresciuto, E caso unico di contraddizione alla termodinamica, senza aumentare l’entropia, enfatizza il volume, lievita. Insomma non ci sta più.

Di fronte a questa domanda terribile, il genere maschile dei caro, si scinde in due grandi tronconi, quello militare che risponde: adesso no, non si può, dopo all’arrivo. E resiste impavido ad ogni: ma ne ho bisogno, ma cosa ti costa, è proprio lì.

Di questi uomini sono stati costruiti gli imperi.

L’altro troncone è quello remissivo, che scava, cerca e quasi mai trova, perché l’oggetto cercato non stava lì, e nella quasi totalità dei casi era dentro l’abitacolo sul sedile posteriore.

Se l’abolizione della schiavitù,la democrazia, l’istruzione di massa hanno fornito basi solide per nuove grandi eguaglianze, hanno però sottratto una libertà, prima incondizionata: i ricchi avevano chi faceva, pensava, trasportava i bagagli, e non erano le mogli, i poveri non avevano nulla e quindi il problema non esisteva. Questo dimostra che, nell’evoluzione della specie, l’uomo si fa carico non solo di creare la democrazia e perseguire l’eguaglianza, ma ne porta anche il peso. E di questo se ne farà carico non solo nell’andare, ma anche nel viaggio di ritorno, con rinnovato impegno, visto che nel frattempo il carico è raddoppiato. (tanto porta la macchina).

Assioma del maschio viaggiatore:

non esiste un viaggio di ritorno, a parte i naufragi, in cui la quantità di cose, abiti, cibi, monili, suppellettili, da trasportare, sia eguale a quella dell’andata. 

l’evoluzione della specie

Nell’evoluzione del maschio umano c’e una pulsione irresistibile, ed e’ quella di aprire il cofano motore quando c’e una sosta in un lungo viaggio. Dopo l’apertura del cofano, la specie umana maschile si divide in sottospecie: i pratici, i contemplativi, i teorici.

I pratici, toccano con leggerezza non priva di forza, l’innesto delle candele, estraggono l’astina dell’olio, ne guardano densità e colore, figli di quell’antica scienza degli umori che ha costruito la medicina fino all’età moderna, annusano. Se potessero assaggerebbero e non è detto che qualcuno non lo faccia. Altri picchiettano con discrezione i tappi roventi, guardano livelli, alla fine soddisfatti chiudono il cofano, scuotendo leggermente il capo, perché il malato è sano, ma senza cure e sguardi amorosi sarebbe destinato alla rovina.

I contemplativi non toccano nulla, semplicemente guardano, sono sorpresi di tanta benevolenza. Si perdono nella coscienza del motore immoto, lasciano che lo zen dell’assenza di gesto li pervada e da loro si trasfonda nella parte meccanica, finalmente parte del tutto, segmento disponibile dell’universo la cui conoscenza può solo entrare per propria natura e non per induzione. Questi maschi hanno solo un difetto, non chiudono il cofano e non ripartono persi come sono in un non tempo contemplativo. Di solito provvede una donna, moglie, compagna, amante, non importa, a richiamare il nostro nella realtà e dal sospiro che accompagna la chiusura del cofano, si capisce che lo stato nirvanico abbandonato per la banale realtà, costa molto al maschio contemplativo

I teorici, hanno la comprensione totale e profonda. Al contrario dei pratici, non toccano nulla, ma vedono, Al contrario dei contemplativi che attendono, loro sentono. Sentono i fluidi scorrere, ne vedono i percorsi, non toccano nulla perché non c’è nulla da toccare se una persona sa come funziona, basta l’occhiata rassicurante che racchiude la complessità ad assicurare i viaggio sereno. Di solito chiudono il cofano dicendo: tutto bene. Magari non lo dicono, bastano gli occhi. Da quelli si vede che l’auto scelta è nella testa del teorico, anzi appartiene alla testa del teorico.

Fin qui il maschio umano automobilista, ma se ha una moto, il comportamento muta. Sembrano gesti analoghi quelli che fanno aprire il serbatoio e guardare dentro, pensando che lo spirito del viaggio parli attraverso i vapori di benzina. Oppure sembra eguale la contemplazione dei tubi benzina e delle testate, solitamente fatta accucciati, in modo semiorante. Sbagliato!

L’umano motociclista è differente e mentre l’automobilista è un uomo solitario, egli è socievole, anche se solo con i propri simili. Scherza, maschera la conoscenza profonda del mezzo, parla del viaggio, del casco, sembra interessato ma non così tanto. Non fidatevi. Ha molto di più da dire, basta attendere ed un forte elemento socializzante emergerà con tecnica e conoscenza, ad esempio, nelle aree di sosta, parlare dei battistrada dei pneumatici e della loro scolpitura, è più aggregante di un partito politico.  Oppure dissertare delle pinze dei freni anteriori, confrontandone dimensione e bellezza, maschera fremiti ed allusioni, sessuali notevoli. A volte, ma è più difficile, perché molto intimo, si sente ragionare sulla trazione; meglio quella cardanica, o quella a cinghia? Quella a catena è quasi banale. La trazione del missionario.   

Pare che anche nell’antichita’ nelle soste ci fosse chi osservava attentamente il cavallo cercandone i motivi di contemplazione, mentre altri si dedicavano agli assali od allo stato dei cerchioni delle ruote. Ma c’è poca letteratura sull’argomento e spesso inquinata da altre vicende, come gli inseguimenti, gli agguati, il derubamento del viaggiatore, che poco giovano al motivo reale della sosta, ovvero la contemplazione stupita del mezzo e della strada percorsa. Come in un confronto mentale da telecinesi realizzata: ero qui ed adesso sono qua. Cosa sarà accaduto della realtà nel posto lasciato e cosa accade della realtà nel posto in cui sono. Dubbi tomistici che il conduttore di carrozze semplificava con la teoria dei bisogni, ma che hanno fatto, ed ancora sostengono, non poca parte del pensiero umano occidentale evoluto. Perché è bene saperlo, un indice di civiltà inequivocabile è dato dal numero di persone che guardano dentro al cofano: agli stadi più alti della civiltà occidentale, l’uomo è solo, Con il crescere del numero dei contemplanti, la civiltà occidentale si diluisce, ed infine si perde. Provate ad aprire un cofano in Africa o in oriente, improvvisamente decine di persone che non c’erano, oppure erano intente ad  altro, vi si affolleranno intorno, consigliando, disquisendo, proponendo e se per caso, c’è un problema, potete star sicuri, non che verrà risolto, ma che in decine ci proveranno. 

Ho osservato attentamente le pulsioni degli altri primati, ma non ho trovato nulla di equivalente, questi scopano e si spidocchiano, a volte sembrano ridere, questo è il segno che si sono fermati nell’evoluzione.

Friburgo i.b.

Le spinte, i pilastri con le volute d’arenaria rossa scolpita, il sesto acuto degli archi, l’organo.

A chi piace il suono e la musica dell’organo, adesso? Eppure nell’organo barocco, c’è una fatica fisica ed un senso dell’assieme che solo il pop ed il rock possono capire. Senso di dominio delle menti e degli spazi, dialogo con i volumi. Si diffonde a ondate nella navata. Pedale, ripieno, tre tastiere che si incrociano, cambiano registri. Femmineo a tratti, merletto, maschio, furibondo, cosciente, si quieta, riparte. Il senso tattile del suono. Chiudo gli occhi, ascolto.

Fuori c’è mercato. Markt platz, fiori, frutta, miele, artigianato di legno e paglia, tisane, chioschi di wüstel e salsicce. Vista la quantità di bratwürst, senape, molta e colante, maionese, polpette e birra che si spaccia, che ci faranno con tutte queste tisane? Birra fresca, non pastorizzata, piena di fermenti, si combina con il profumo dell’aria, scende a grossi sorsi, fa scordare che è prima mattina.

Icona della Germania, il chiosco dei wûstel, gusto rude, nessun rispetto per la logica del nutrirsi, solo gusto, piacere che schizza dalle papille al cervello. Ipotalamo in festa, poi di quel che scende, che sarà, sarà. Non è così forse, per ogni piacere che non sia intellettuale? Un altrove animale, fatto di acuzia ed elaborazione automatica. Con rutto finale. L’ordine nel disordine ed il suo contrario, come fosse tutto reversibile. Non è reversibile, nulla è reversibile. Si vede nelle pance.

Appena attorno l’impressione linda degli uffici, dei negozi, la precisione dell’essere pubblico, immagine incollata sullo specchio della società, che provoca l’affollarsi ordinato. Educa. Penso agli stranieri, a me che frequento questi posti e mi adeguo. Le regole ed il luogo mi educano. Non faccio il furbo con il parcheggio, attendo il cameriere che so che arriva, mi metto al mio posto. Chi abita in questi posti, non importa da dove venga, è soverchiato, educato dalle regole non scritte e rispettate, più che dalle leggi. Non si integra in casa? Non importa, fuori si sottomette. Non c’è nulla di male nella libera sottomissione, si può trasgredire, ma si sa che la sanzione sociale arriverà.

La città nel ’45, era rasa al suolo, rispettata solo la torre campanaria ed alcuni edifici della piazza, il resto macerie. E’ stato riedificato tutto quello che era importante, ricostruite le vetrate al piombo nei palazzi e nelle chiese, introdotto il nuovo che sembrava utile. La seconda guerra mondiale ha distrutto in tre anni, ovvero tedeschi, americani, russi, inglesi, francesi, hanno distrutto, più di quello, che quattro secoli di invasioni barbariche e guerre, siano riuscite a distruggere. La rinascita ha portato nuove ricchezze, speculazione. Anche qui, il brutto si è fatto strada con edifici pretenziosi. Spesso banali. I segni sono diventati anonimi in tempi brevi. La vera svolta è avvenuta 20 anni fa, quando il governo federale decise di costruire una centrale nucleare vicina alla città. Ci fu la rivolta ordinata, ma non pacifica, dei cittadini. La vittoria e poi la scelta delle energie rinnovabili, la mobilitazione di un territorio, il cambio della cultura del buttare l’energia. Da quel momento il territorio, uso questa parola globale che è fatta di cittadini, animali, piante, economia, orienta, condiziona, controlla le politiche degli amministratori, pronto a cambiarli se non rispettano i patti. Da 8 anni un sindaco giovane, un grünen, un verde, governa la città. Anche il governatore del Land, siamo nel Baden Wuttemberg, da quest’anno, è un grünen. Questo Land per 50 anni è stato un feudo CDU, il partito del Cancelliere. E’ il segno di una direzione del benessere, non della direzione, è una possibilità. Qui di benessere ce n’è molto e l’affare della crescita compatibile è stato fiutato per tempo, adesso procede per suo conto, tra ricerca, produzione, commercio.

L’organo procede per ripieni. Lo suona una ragazza. Avrà poco più di 20 anni. Il volume sonoro cresce, emoziona, riempie. In città c’è un conservatorio importante, e la terza università della Germania, la nona d’Europa. Fuori una bambina di 8/9 anni suona compunta la tromba, pezzi discretamente complessi, raccoglie i soldi per acquistare la sua bicicletta. L’arte, a volte, fa guadagnare subito.

Questa è una città di 200.000 mila abitanti, poca cosa rispetto alle megalopoli che stanno crescendo altrove. Anche in Germania. Sembra ancora più piccola. Nella crescita si è scelto un modello estensivo e contenuto in altezza. L’agricoltura è importante e rispettata. Negli ultimi anni i nuovi quartieri, due, sono stati fatti in linea con la scelta energetica della città: sono a basso consumo ed autosufficienti. Ricchi di parchi, di tetti in erba, di case passive, con una presenza anomala di bici e ciclisti. Qui la bici è un mezzo vero di trasporto, prepotente nelle sue piste ciclabili, considerate regni invalicabili. Chi sceglie di non avere l’auto, riceve un congruo contributo mensile dal comune per lo spostamento con i mezzi pubblici.  Beauburg, Vauban, i due nuovi quartieri, hanno spopolato il centro,  e il comune ha dovuto incentivare la presenza delle persone nella città perché il verde e i servizi portano verso i quartieri periferici.

Il console italiano mi diceva tempo fa, che si impiega tempo a sopportare i ciclisti, a considerare che bagnarsi con la pioggia non è una tragedia, che risparmiare energia ed acqua sembra inutile, ma poi diventa un’abitudine e che quando si torna sembra strano che già non si faccia ovunque. In fondo serve poco.

Fuori il mercato continua, nel duomo è fresco. Non tutto va bene da queste parti, è un altro modo di vivere. Un modo possibile, magari non mi andrebbe mai bene, però trovare la maniera di utilizzare esperienze e poi innovarle secondo lo spirito, la cultura del posto in cui si vive, sarebbe una riduzione dello spreco dei tentativi a vuoto.

 p.s. a proposito di biciclette, energia, alternative non possiamo dire di non sapere:

2 agosto 1980

File:PicassoGuernica.jpg

Il due agosto 1980, prima di mezzogiorno, ero da poco fuori Adria. In macchina con me, mia moglie e mio figlio. Avevo una 128 blu che correva nella campagna d’agosto verso Rovigo. Lì, tra il verde ed il giallo dei campi, in quella campagna così bella di sole e d’acqua, sentii dell’attentato alla stazione di Bologna. L’istinto fu quello di dire: andiamo. Non per vedere, ma per dare una mano. I militanti, ci chiamavamo così allora, c’erano, non avevano paura. Poi pensai all’inutilità, quanto stava accadendo a Bologna, poteva essere l’inizio di qualcos’altro. In quegli anni il timore di un colpo di stato era forte. E non era accaduto in un posto qualsiasi. Bologna. Un simbolo, un baluardo.

Non avevamo capito nulla, abbiamo vissuto in quegli anni, ma eravamo altrove pur essendoci, pur restando nell’occhio del ciclone. Sembrava fosse nell’ordine delle cose, vivere nell’insicurezza, Pensare che il treno non era poi il mezzo così sicuro che ci consigliavano i genitori.

Parlavano di alcuni morti e di feriti, al Gr2, ma col passare del tempo, il racconto, la cronaca rendeva l’atto per quello che era: un gesto di guerra. Credo che il fascismo, così come lo intesero gli estremisti di destra estrema, i golpisti, avesse lo stesso segno delle stragi che si sono consumate poi in Europa. Ultima questa di Oslo, che il dato fosse il gesto eclatante, la risonanza, lo scuotere l’albero dalla radice per troncarla e sradicarlo. Non successe perché nel conto, non entra mai la reazione positiva, la disperazione che supera la paura, non il dolore.

Ciò che venne da Bologna fu l’orrore che le stragi sui treni non erano riuscite a portare così in alto, Fu la consapevolezza che eravamo paese, comunità e il resto, qualunque fosse il motivo, era barbarie.

Non ci sono state verità, come in quasi tutte le stragi, e in molti attentati. I processi si sono conclusi con condanne, ma resta l’impressione che non tutto si sia detto. Ogni volta che passo in stazione a Bologna guardo quella breccia, mi interrogo su quanto sia stato fatto e quanto si poteva fare per sapere, eradicare, impedire dopo la strage. Mi chiedo cosa valga la memoria civile, Quanto la misericordia si debba esercitare dopo la giustizia. Però prima la giustizia, poi, forse, il perdono. E quel prima non è ancora concluso, quella breccia è ancora aperta, Ogni commemorazione la tiene intatta. Spero che un presidente della Repubblica, un capo del Governo, un vice presidente del Csm, vada prima o poi in quella piazza ed assicuri che si chiuderà quella breccia.

E che non si riaprirà mai più.

Per tutte le Guernica che mettono uomini e città in una rete del dolore senza ragione.