lettera al segretario del mio partito

Caro segretario Pier Luigi Bersani,

ciò che sta accadendo nel nostro Paese e’ una grande opportunità. La percezione comune della situazione reale e del futuro personale delle persone, si sta riavvicinando alla politica e sarebbe riduttivo pensare che tutto questo riguardi solo il declino e la successione a Berlusconi. In realtà l’indicazione, che proviene dal Paese, riguarda molto l’opposizione ed il PD in particolare. C’è una richiesta di rimettere le cose a posto, che coinvolge anche la destra, una spinta per uscire dall’ ubriacatura di promesse di questi anni e ridare credibilità alla politica, come gestione e speranza del Paese. Il PD  deve cogliere la novità che emerge e che si esprime attraverso i consensi a molti candidati progressisti, in primis Pisapia e De Magistris. Sono indicazioni che stanno facendo la differenza di questo momento della politica ed aiutano, finalmente, ad uscire dall’aria forzatamente viziata in cui si sono vissuti questi anni. Al PD non sono mancati i programmi, è mancata la sintonia tra le proposte e la percezione degli elettori.

Potremmo fare un elenco alla Quelli che:

  • non ci votano perché ci vorrebbero diversi, 
  • non ci votano perché ci considerano eguali agli altri, 
  • non ci votano perché non si sentono rappresentati da noi,
  • non ci votano perché tanto non cambia nulla,
  • non capiscono gli eterni scontri interni al partito,
  • non capiscono perché il nuovo è fatto sempre dagli stessi,

per riassumere che gli elettori potenziali, non capiscono il distacco tra le promesse di un nuovo modo di fare politica e la pratica gestione nel territorio, troppo spesso continuazione del passato, pratiche e uomini compresi.

Il consenso a questi candidati sindaci che non fanno parte del PD, ma rappresentano la speranza di cambiamento per molti cittadini, è il messaggio che il paese manda a chi vuole cambiare l’Italia. E quindi a noi, per quanto ci riguarda. E quello che personalmente chiedo a te, come segretario del mio partito, e’ di rispettare questo rinnovamento richiesto, di farlo tuo e di tutti noi.

Non mi piacciono gli individualismi, le personalizzazioni di cui e’ stata ricca la politica del centro sinistra in questi anni. All’interno ed all’esterno. E se si facesse ciò che ci insegna il Presidente Napolitano, paradossalmente il “comunista più amato d’Italia”, facendo percepire che il bene comune è il primo obbiettivo, il consenso nei confronti del cambiamento cambierebbe in positivo, radicherebbe fino a guidare il Paese. So che non è cosa facile, che la lotta politica eleva la divisione, ma la prassi dell’integrazione del confronto e del bene comune deve emergere, a partire dal nostro interno, dove molti sono maturi per fare i padri nobili, e adesso potrebbero aiutare a far emergere i successori e i valori comuni.

Comunque se il vento del cambiamento si e’ levato, è anche merito nostro, anche se tutto questo guarda molto al di fuori dai nostri esili confini. I cittadini chiedono -e sono disposti a dare- fiducia, oltre l’appartenza, magari non la capiscono oltre i fatti concreti, ma dimostrano di fidarsi delle persone. Hanno bisogno di risposte semplici a problemi complessi ed adesso, fatto fondamentale, sono disponibili a cambiare. Una nuova generazione di amministratori sta emergendo, considerare che questi sono il fondamento del buon provvedere alle persone ed alla cosa pubblica e’ determinante. Il loro successo è il nostro successo, aiuta a creare un PD del territorio, affidabile, e pulito, in grado di essere assunto nell’immaginario come una diversità della politica.

Questo è quello che a mio avviso, serve.

Non serve inglobare il nuovo che emerge, le persone che hanno consenso, ma mettersi a fianco e dentro il rinnovamento della politica, confrontarsi, accogliere la diversità nel percorso comune. Alludo ai molti che con idee nuove, non importa se del PD o meno, interpretano i bisogni e la domanda di governo, con molti punti di contatto con noi. Penso a Pisapia, De Magistris,Vendola, Renzi, ed ai molti altri che, silenziosamente, senza scrivere libri od apparire sui  canali nazionali, fanno il loro lavoro di amministratori e sono apprezzati localmente. Le primarie, nate con il PD, sono un grande mezzo per far emergere questa sintonia tra territorio ed amministratori. E il consenso nel territorio dovrebbe essere una grande leva di selezione politica, oltre che il test per verificare lo stato delle proposte nazionali.

Ti chiedo di ascoltare ed interpretare ciò che sta avvenendo, caro Segretario, di usare ogni forza interna per mettere il PD al servizio di un Paese che vuole cambiare.

E’ ora di uscire con coraggio da diatribe interne, non di metterle da parte, proprio di uscirne. Tu sei il segretario di tutto il partito, e anche gran parte di chi non ti ha votato, considera chiusa la competizione congressuale. Adesso è ora di essere protagonisti nel Paese. C’è una bella parola che usiamo poco ultimamente: essere al servizio. Non è necessario pronunciarla, quando c’è, i cittadini la capiscono subito, ben più degli inglesismi e dei facili innamoramenti delle politiche altrui. I problemi li conosci, anche le priorità, proponiamo risposte semplici, senza bizantinismi, usando un codice binario della politica fatto di si e di no fermi. Assieme ad altri, puntiamo sulla possibilità di cambiare, adesso si può.


la notte prima degli esami

Credo si sappia dove batte il mio cuore. Qualcuno, persino, conosce pezzi della mia storia. Se stasera sono contento, si capirà. Aspetto ad essere felice, perché ne ho viste tante, perché le vittorie mi piacciono quando sono un passo che conquista qualcosa per tutti. Perché ho il senso del relativo nella contentezza, e ciò che oggi sembra una conquista fatta, senza il cuore, il cervello e la costanza dell’impegno, durerà poco. Forse neppure sino al ballottaggio.

Sono una persona che si contenta e scontenta, mai indifferente. Vorrei che andare avanti non fosse una fatica immane, e che chi gioisce questa notte domani fosse al “servizio” ( che bella parola) perché questo nostro paese cambiasse davvero. Che vivesse questa notte come la notte prima degli esami, con un po’ di paura e tutte le possibilità in tasca.

Godiamoci questo momento di forza inattesa e facciamo in modo che sia una felicità.

distrazioni di stagione

 

 

 

Siamo in guerra, ma nessuno se ne accorge e lemme lemme la guerra in Libia sta finendo. Male, per l’occidente e per gli insorti. Forse male anche per il popolo libico lasciato a metà del guado verso il cambiamento. Improvvisata, intempestiva, questa guerra, tolta dal vero contesto locale, certamente malato, dittatoriale, ma non per questo meno confuso, rispondeva a bisogni interni dei Paesi interventisti e quindi non poteva porsi troppe domande. 

Ero favorevole all’intervento, lo sono ancora. Non sui tempi e modi, ed è indubbio che la guerra, sul tavolo degli onesti, abbia messo una contraddizione pesante come un macigno, ovvero, perché in un paese sì e in un altro no? Ha aperto domande quali: c’è un limite ed una ragione costante per gli interventi, e quale ? La democrazia occidentale fino a dove può essere applicata? A cosa servono i servizi segreti se non hanno una visione reale di ciò che si agita nei paesi?  Domande oziose di un ozioso. Il tema perde interesse, anche per i profughi calerà la tensione. E’ singolare che dopo il can can dei giorni scorsi, le tendopoli siano vuote, i centri accoglienza semi deserti. I profughi abbandonano l’Italia, dichiarano che vogliono andare altrove e lo fanno. Dopo la fuga dei cervelli, la fuga dei disperati. Vorrà pur dire qualcosa. Forse dovrebbero abbassare il rating della speranza del Paese. Comunque sia l’emergenza l’hanno risolta loro, i profughi, e non se ne parla più. Altri i temi. Ci sono le elezioni a Milano, il suk parlamentare ribolle. Il premier ha problemi con la Giustizia? Rovescia la frittata: è la Giustizia ad avere problemi con il premier.

Nel paese di fàntasia nessuno se ne accorge, distratti da tutto, come i bambini che seguono il volo della giostrina sulla culla. Qualcuno dirà che, forse, non c’è la guerra o almeno solo a metà, e che comunque, di sicuro, noi non ci siamo entrati. Pareva a La Russa, ma non era così. L’hanno lasciato giocare, poi si sono stancati ed è rimasto solo a stirarsi divise improbabili ed alzare la voce. E’ strano questo amore dei politici per l’abbigliamento militare. Fosse solo per un giubbotto ed un cappellino tattico, devono appartenere ad un corpo. A tutti i corpi, in tutti i sensi.

Come lamentarsi? Dai secoli dell’illuminismo e del positivismo siamo transitati in quello dell’illusionismo. Nulla è più rassicurante che credere alle verità dei maghi. Parlano d’altro, di cose poco impegnative come il personale, la giornata, che poi significa dove andrò, cosa mangerò, con chi mi divertirò, chi amerò, come mi dispererò, quali desideri appagherò. Ecc. ecc.

La coscienza di essere nel secolo che non è eppure si vive.

Lasciamo ai vecchi il compito di avere l’amarezza dell’indecente. Ma non a tutti, ad alcuni ne lasceremo il governo.

p.s. Modesta proposta per mantenersi vivi: comportiamoci come se le cose che diciamo, e che vengono dette, fossero vere.

 

il venditore d’elisir

Chiamiamo con il suo vero nome chi, senza pudore, governa i desideri immediati di parte non piccola di questo paese: Dulcamara.

DULCAMARA Io son ricco, e tu sei bella, io ducati, e vezzi hai tu: perché a me sarai rubella? Nina mia! Che vuoi di più?

ADINA Quale onore! Un senatore me d’amore supplicar! Ma, modesta gondoliera, un par mio mi vo’ sposar.

DULCAMARA Idol mio, non più rigor. Fa felice un senator.

ADINA Eccellenza! Troppo onor; io non merto un senator.

DULCAMARA Adorata barcarola, prendi l’oro e lascia amor. Lieto è questo, e lieve vola; pesa quello, e resta ognor.

la parola della settimana: italiano

 

Come a bridge facciamo la dichiarazione: mi sento italiano e su questo sentire gioco la mia partita.

E per essere italiano non ho mai rinunciato ad essere profondamente veneto, all’amore per la mia lingua madre, ma non sacrificherei a questo amore per dove sono nato, la mia appartenenza all’Italia.  Nell’amore si appartiene, si porta la propria libertà e si chiede attenzione e rispetto per questa libertà. Si prende e si dà senza fare il conto. Se non amassi l’Italia non mi arrabbierei tanto per il vilipendio dello Stato che si perpetra quotidianamente, non soffrirei perché a questi cittadini viene negato ciò che a me è stato dato, ciò che era possibile ed ora sembra consegnato all’arbitrio. Non mi incazzerei se i diritti fossero eguali, se non sentissi la profonda ingiustizia che non aiuta chi è in difficoltà, se non fossi coinvolto dalla sofferenza di una parte grande del paese consegnato alla criminalità.

Questo è il mio Paese, lo è a dispetto di chi vuole dividerlo, a dispetto degli egoismi, delle acrobazie di chi fa finta di non vedere che non si può essere ministri di uno stato che si vuole fare a pezzi.

Questo è il mio Paese, è il mio luogo e nessuno me lo può sottrarre, potranno rendermi la vita difficile, scacciarmi, ma resterà il mio paese e ciò che gli devo, non lo devo ad un feticcio, ad una bandiera, ad un inno, ma a me stesso, al mio appartenere a qualcosa che è più grande di me, più alto per possibilità e futuro.

Non mi interessa discutere molto dell’unità, neppure se sia la lingua o la televisione che ha unito il Paese, so che questa unione è stata un riconoscersi che si è fatto strada tra ingiustizie, sopraffazioni, delitti. Lo so e penso che tutte quelle ingiustizie commesse sarebbero senza senso, se non ci fosse un risultato positivo. Nessuna ingiustizia attuale sanerebbe le ingiustizie di allora.

Mi commuovo quando cammino in altopiano, nell’isontino o sulle dolomiti. Le trincee, le pietre, i residui di quella guerra mi parlano di uomini che a malapena si capivano, che senza eroismi particolari, mai volentieri, andavano all’assalto nella più inconsulta delle guerre. Erano già italiani, erano persone del sud accanto ai miei nonni veneti. Uniti, dalla vita prima che dalla morte. Penso al senso di quelle vite, all’ingiustizia di quelle morti e li sento vicini. Uomini e italiani come me.

Cosa motiva una persona nella tragedia e nella gioia: l’essere uno e molti assieme, uniti. Non occorre un terremoto, basta una vittoria sportiva, uno scienziato per far emergere questo sentirsi parte. Voglio estrarlo coscientemente questo essere parte di qualcosa di più alto, continuare a sentirlo ogni giorno per indignarmi contro chi massacra la percezione dello stato, voglio continuare a sentirmi diverso e non massa, ma italiano, essere della nazione e volere lo stato. Essere Italiano per me è questo, oltre la retorica del momento, oltre i simboli, oltre le mie limitatezze, oltre la presunzione e il dubbio di essere nel giusto. Per questo non capisco le ipocrisie politiche, non comprendo il relativizzare i comportamenti, le furberie tra furbi. In quale paese un partito secessionista sarebbe al governo, potrebbe dispregiare i simboli comuni, dichiarare la non appartenenza allo stato e governarlo?

Mi sento e sono italiano perché qui voglio esercitare la mia libertà e metterla in comune con le altre, perché i valori che hanno tenuto assieme questo paese prima della sua nascita erano già così alti da essere riconosciuti come italiani prima che la nazione esistesse, voglio essere italiano perché è un mio diritto esserlo e nessuno me lo può togliere. Lo stesso diritto che ha, chi vuole appartenere a questo Paese, e sente di essere per sé e per gli altri, unito in un progetto comune, in una solidarietà di intenti. Questo è quello che penso ora che giovane non sono più e che pensavo anche quando il nazionalismo non mi piaceva, come non mi piace ora, quando lo stato sembrava opprimere, eppure toglieva meno libertà di adesso, quando la bandiera sembrava un limite più che un orgoglio, ma all’estero mi piaceva vederla e dirmi italiano. Allora i nazionalisti erano i fasci, noi eravamo internazionalisti, ma non smettevamo di essere italiani. Nessuno se lo dimenticava e la passione di allora era per i diritti e l’eguaglianza in questo Paese e nel mondo, come diritti dell’uomo.

Passione, diritti, doveri: per amore si appartiene e non per altro.

 

la parola della settimana: transizione

La piazza protesta, allegra ma non troppo, determinata. Cosciente di quanto accade, sembra persino flebile nel suo urlo, non c’è la rabbia cieca della fame. E’ una piazza che ragiona, composta, l’antitesi della massa. Come fossimo un popolo di filosofi abituati alle difficili imprese del discettare e della ragione ultima.

Ho riscritto tre volte queste parole, sentendo la volatilità del mutamento. Transizione è una parola fugace nelle rivoluzioni, duratura nei processi politici. Difficile dire in cosa ci troviamo, certamente né l’uno, né l’altro. Il Mubarak pensiero, arriva da altri contesti ben più forti.  Fa scuola. Va, non va? Va. Bisogna costringere alla porta,  perché per l’imperatore il destino del paese, nel delirio di onnipotenza, coincide con il proprio e la fine, è la fine di un mondo. In questo mondo ci sono i pretoriani, la guardia dell’imperatore che soppesa e valuta. Appena oltre, il carosello silente dei nuovi pretendenti: Tremonti, Letta, gli altri meno titolati perché più indipendenti. Intanto gli estenuanti difensori dell’impossibile da difendere, fanno più danni del capo. Avvalorano e difendono la degenerazione genetica, non si dovrebbe mai trattare con questi: avvelenano i pozzi della vita sociale.  Ma che faranno i pretoriani, sosterranno il vecchio imperatore oppure salteranno sulla barca della transizione?

Intanto l’opposizione deve proporre alternative credibili, lottare ed agire, partendo dall’ assioma che scegliersi il nemico è intelligenza politica ed anche scommessa sulla vita: la propria. Allora capire che bisogna istancabilmente erodere il contorno, le linee di difesa basate sul relativizzare tutto, diviene fondamentale. Non arrestrare, non stancarsi, contare sul sostegno della piazza, ma non tradirla. Basterà aver chiaro che la transizione non farà prigionieri?

La transizione è la parola magica, come fosse un indovinello in cui c’è una capra, un cavolo, un lupo da portare sull’altra sponda. Napolitano è una persona educata, ferma nei principi, con una storia poco agiografica, un comunista ammodo, che non era comunista neanche quando era un dirigente del Pci. Ha la violenza gentile dei miti, quella che non deflette, ragiona, ma non si sposta dalla direzione intrapresa. Vorrà guidare la transizione, come la vorrebbe la maggioranza del paese, ovvero senza scosse letali, usando la barca della Costituzione?

La piazza ribolle per un giorno, vedremo domani che accadrà, ma non basterà. Però da tempo, molti hanno cominciato a farsi domande, si deve trovare una via d’uscita, un modo indolore. Che poi indolore non sarà. Sapete che pensano i benpensanti? Va bene transigere purché paghi qualcun altro.

Per noi che assistiamo partecipi, c’è la scelta se essere capra, cavolo, o lupo.


la parola della settimana: federalismo

Il primo esempio di federalismo pratico emerge dai pagamenti per le feste del premier: 500-1000 euro per le escort pugliesi, Daddario & c. , qualche bigiotteria, alberghi puliti ma senza troppe stelle contro le decine di migliaia di euro, i gioielli, il residence riservato, le auto, ecc. ecc. per le ospiti lombarde. La Puglia proletaria di Vendola e la Lombardia capitalista di Formigoni, hanno costi standard differenti. Anche nel divertimento. 

Il federalismo nominalistico e disaggregante si farà, anche oltre il pareggio in cameralina, ma all’italiana, senza un quadro vero della spesa, senza sapere come si muoveranno i flussi interni di persone e servizi, senza obbiettivi di crescita che mettano insieme almeno l’interesse economico ad essere uniti. Sorprende il silenzio del sud, Forse i sensi di colpa per il troppo ricevuto senza risultati, forse l’eterno ricatto del voto che vanifica qualsiasi decisione, oppure, peggio, l’incapacità culturale di proporre una propria via reale alla crescita. La leadership meridionale, oggi, è fatta di potentati locali dove il federalismo esiste già perché c’è stata una autoriduzione in un ghetto di sussistenza assistita. Le schiene dritte che dovrebbero puntigliosamente dettare le agende, l’ adesso o mai più. Il dito che dovrebbe alzarsi per accompagnare l’orgoglio, la coscienza di sé e del proprio valore, invece si piega nelle estenuanti trattative sui tempi e sui parametri. Le intelligenze e le volontà positive sono impegnate nella lotta alla criminalità, nel buono della politica locale, nel quotidiano più difficile quando ci sono le mafie e lo stato è distante.  Una resa dell’intelletto e della capacità di creare il proprio futuro comprensibile, ma francamente disarmante.

Ma anche al centro e al nord non si scherza quanto a vuoto di proposte e di obbiettivi. Non si capisce bene di cosa si stia parlando oltre il paroni a casa nostra declinato in una decina di dialetti incomprensibili tra loro, ma alla fine, sembra un prezzo da pagare alla Lega che governa, tiene bordone, foraggia i ripianamenti dei dissesti senza cercare responsabili. Un prezzo politico per mantenere in piedi un presidente del consiglio, che poi verrà lasciato a sé stesso e regalato all’Italia, se lo rivoterà. Perché se non fosse chiaro, ottenuto il federalismo, sia pure all’italiana, a qualcuno bisognerà pur dare questa presenza ingombrante sia all’interno che all’esterno del paese. E a chi se non all’Italia dell’ a-politica, tanto poi si potrà rimarcare la differenza tra territori e paese, il noi siamo altra cosa. E comunque, avere qualcuno che è obbligato a dare, non è mica cosa da poco, come ben sapevano le ragazze dell’olgettina. Di questi condizionamenti non si parla, si rimuovono dalle coscienze, perché la lega sembra utile a governare, ma in realtà si asseconda un disegno disgregativo che è il contrario del governo del paese.

Uno stato federale e una crescita condivisa. Non occorre andare distante, basta guardare alla Germania della Merkel, in 20 anni si sono allineate le economie interne e non si è smesso di conquistare economicamente il mondo. I land hanno velocità diverse di crescita, ma i diritti di cittadinanza sono garantiti ovunque, e così la mobilità sociale e fisica. Segno che si può fare, anche risanando l’economia, nel senso che gli investimenti fatti rendono più forte il paese, danno lavoro e competitività, attirano imprese, conservano e fanno crescere quelle che ci sono. 

Si può fare se si ha idea di qual’è l’obbiettivo, del valore di uno sforzo condiviso, di una volontà forte di essere paese, nazione, stato. Lo dico da veneto orgoglioso della mia lingua e identità, lo dico da italiano orgoglioso di esserlo, della lingua che mi permette di aprire la mia testa, dell’identità nazionale che finora mi ha fatto andare nel mondo contento di esserlo, sapendo che valevo di più del mio essere veneto.

 

lettera ad un amico che ogni giorno racconta cosa non va nel mio partito

buon giorno Amico mio. Ogni mattina quando leggo i commenti alle “imprese dei nostri” del giorno precedente ho l’impressione di un cupio dissolvi illimitato. Questo mi fa stare male senza ragione, nè speranza.

Ti sembrerò troppo romantico, ma io credo in un paese buono, dove esistono buone pratiche, peccati veniali per chi crede, piccoli rimorsi per chi non crede. Credo in un paese dove le persone, senza connotazione di destra o sinistra, vogliono vivere ed ogni giorno si misurano con problemi concreti. Credo che le persone che conosco siano frequentabili, ovvero che abbiano un codice etico simile al mio, che quelli che non ce l’hanno non meritano la mia amicizia.

Credo anche che, dal punto di vista morale, non etico, la maggioranza di questo paese, assistita dai silenzi interessati della chiesa, abbia sviluppato un relativismo importante, che smotta le coscienze e gli atti quotidiani, inficia il concetto di legalità, toglie il senso di appartenere allo stesso paese. Ma ripeto, per me questo non è un paese di malfattori ed ogni giorno nella scuola, negli uffici, negli ospedali, nelle fabbriche, gran parte delle persone fanno quello che serve a mandare avanti la nave. Quella in cui siamo tutti. Credo anche di non essere in un partito di malfattori, ti dirò di più, penso non ci siano partiti di malfattori, ma malfattori che si servono di partiti. E che questo, nonostante tutto non sia così forte da essere la prassi e neppure così frequente. In sostanza penso che mettere un’etichetta impedisca di vedere davvero cosa c’è sotto.

Vorrei, non desiderei, dare un senso costruttivo a ciò che faccio assieme ad altri, partendo dalla mia vita, da ciò in credo. Una prospettiva, un orizzonte verso cui camminare. Non mi importa di zigzagare, di fare più strada, ma una direzione serve. Questo vorrei e forse molti altri lo vogliono. Io credo in quelli che fanno le cose gratis, che se hanno obbiettivi personali, sono leciti, e credo siano tanti. Quelliche pensano, come te, che il bene di tutti non sia una cosa astratta, ma una parte della vita dei singoli. Per cui mi interessa sempre meno il nominalismo della politica, del Pd o di altro, mi interessa una ragione al fare e non la mia demoralizzazione quotidiana perché il mondo non è come lo vorrei. Vorrei cambiare, cambiare il mondo, amico mio, un poco, quello che è possibile, non fare il cronista del mio tempo.

sabato pomeriggio

 

Sabato pomeriggio, direzione del Pd. Nonostante la scelta tafazziana di tempo e luogo, la sala è gremita. Si parla di giovani, di costituzione, di intelligenza (ovvero come capire) della realtà. C’è attenzione vera. Mirafiori emerge negli interventi, non verrà rimossa, ci sono opinioni differenti. Dietro il tavolo della presidenza, scorrono ogni tanto dei corti. Spezzoni di film, commenti raccolti tra la gente. Il cinema ha già toccato la realtà, l’ha mostrata ed anestetizzata agli occhi di chi può, e poteva, intervenire. Come bastasse parlarne, essere coscienti ogni tanto. Interviene una liceale, dice il disagio; non racconta, dice. Parla della sensazione di caduta d’orizzonte generata dalla Gelmini, dell’abbandono esterno che si sente nella scuola. E’ calma, parla di ciò che conosce. Non siamo ancora al lavoro, alla sua tragica mancanza, ma la privazione della speranza comincia prima. Già nella scuola c’è l’odore dei rifiuti che questi ragazzi si sentiranno ripetere. Una colpa enorme non potrà essere perdonata a Berlusconi e a noi che non ci muoviamo per sconfiggerlo, ed è l’aver privato della speranza una generazione. I nostri figli.

L’assemblea continua. Tentativi di proposta, poi l’uscita organizzativa. Fare è lo sbocco per misurare un impegno, un possibile obbiettivo. Si costituiscono i luoghi del capire. Un posto dove discutere e programmare, non è ancora un sentiero, ma almeno è un argine alla frana. Non solo parole, speriamo che il capire generi forza, volontà, caparbietà di fare. I corti continuano ad essere proiettati, sono discreti e ben costruiti. Documentano una realtà inadatta ai riti, agli schemi del passato, c’è la rabbia di insufficienza propria, sentore di inanità. Però. In un’assemblea di sinistra dopo l’analisi del reale c’è sempre un però che svolta a 180° gradi, ma qui ci sta perché questo non è un luogo di morte. C’è tristezza, ma c’è anche speranza. Magari le idee non sono chiarissime, e non perché  manchi il materiale, anzi ce n’è troppo. Manca piuttosto un’unitarietà di pensiero, una trama forte che riunisca, ricucia il tutto in un progetto forte e leggibile con leggerezza e semplicità. Si sa dove si può stare, altrove sarebbe impossibile, ma non basta. E’ uno dei problemi irrisolti dopo la caduta delle ideologie, quando ci sono visioni diverse, la sintesi è il vero salto di qualità della politica che vuole incidere. Come un mantra da ripetere senza paura, forte come un’equazione fondamentale: l’eguaglianza, i diritti inalienabili, l’onestà e il bene di tutti, i sì e i no che non mutano in funzione delle alleanze. Senza deroghe. Una mappa per uscire dal presente e puntare sul futuro. La speranza nasce dal fatto che di questo oggi c’era coscienza e volontà.

Portiamo questo Paese fuori dalla tristezza limacciosa in cui è precipitato. Non andiamo via.

 

la parola della settimana : Mirafiori

Mirafiori: parola composita che mette assieme oggetto e soggetto esterno. Come ad un cimitero.

Troppa responsabilità a Mirafiori, troppi interventi a gamba tesa, troppe domande inevase. E tutto sulle spalle dei 5500 lavoratori che non decidono su qualcosa di astratto, ma sul loro futuro. Questa è la prima ingiustizia creata dagli ignavi.

Troppe presenze interessate da altro a Mirafiori, Berlusconi che giustifica quello che nessun leader di destra mai giustificherebbe, ovvero il depauperamento industriale del paese, Vendola che non capisce che il suo posto è altrove e soprattutto che non è Berlinguer, Chiamparino che fa il sindaco, non il segretario del Pd e dovrebbe dirlo, Bossi che tace  come se la Fiat risiedesse ad Algeri, ma lui l’avrebbe fatta fallire 2 anni fa, Renzi che parla di cose opinabili come fossero verità rivelate e fa capire che non tutti i rottamatori sono eguali, Bersani che non è presente e si sente, gli industriali che aspettano che passi il referendum per applicarlo nelle loro aziende senza farlo, ecc.ecc.

Mirafiori non ha mai portato bene e la domanda se per la Fiat di Marchionne, Torino sia la sede di uno stabilimento sussidiario del gruppo oppure la sede dell’intelligenza e della forza di crescita della società, è evitata. Ovvero la risposta c’è ed è negativa: la Fiat non è più italiana e non ha più sede in Italia. Allora Mirafiori è un luogo in cui si può perdere, ma dipende cosa: la guerra, la battaglia, la dignità.

Troppo carico su 5500 persone, che non sono pupi, che sono uomini, famiglie, futuro.

Troppi furbi a Mirafiori, davanti a Mirafiori, non dentro a Mirafiori.

p.s. se non si fosse capito sono con la Fiom, e se si lascia solo un sindacato non ne verrà bene.