A furia d’essere in ritardo mi son visto che arrivavo.
A furia d’essere in ritardo mi son visto che arrivavo.
Anche quest’anno ho regalato musica e libri. Anche quest’anno, guardando le facce, spesso mi sono sentito stupido e fuori tempo. Anche quest’anno me ne sono fatta una ragione: non cambierò mai, perché in fondo mi va bene così, e non saprei come essere diverso.
I doni sono un’attenzione ed un’imposizione di sé, non ho più bimbi piccoli da seguire nelle attese ed i desideri degli adulti sono la coda di ciò che si può soddisfare direttamente. Certo non ho regalato cd di musica fiamminga del 16° secolo, ma neppure ho acquistato gli hits del momento. La tecnologia è rimasta nel tradizionale e anche sui libri sono rimasto nelle preferenze che mi accompagnano. Un po’ di violenza nel dare, serve. Mi è mancato qualcuno, in questi giorni si manca comunque di più. Ho depennato qualche dono di circostanza e qualche telefonata inutile.
Vorrei regalare l’affetto, il bene, a chi è nel mio cuore, mentre gli auguri continuano ad intrecciarsi e diventano clamore collettivo. In queste concentrazioni di bene vero ed augurato, qualcosa di positivo accadrà, se restiamo all’interno del tornado.
Il silenzio interiore non è pratica facile, ma è :
Terapia, per sanare le ferite ricevute o provocate.
Meditazione per lasciar entrare qualche consapevolezza.
Riposo dopo i si e i nò che costano fatica.
Coesione per rabberciare quello che tende a disperdersi.
Espiazione per lasciare che i rimproveri interiori emergano.
Allegria per ri trovare le ragioni del sorriso.
Attesa per lasciare che decanti il rumore ed emerga il suono.
Bene per non dire ciò che non si pensa.
Il silenzio interiore è il vuoto scelto consapevolmente.
Tornerò a dormir poco la notte,
per l’attesa di me che non arrivo,
voraci pensieri verranno a rubare il sonno,
mentre tra il tiepido alleverò un mattino
stanco
e vuoto, come ogni anno che si succede,
prigioniero di me, senza speranza.
Genero i miei giorni, li consumo,
ma le mie notti sono prede che offrono la gola.
Un rivolo giallo, denso d’argilla si stacca dal cumolo di sabbia e sassolini nel vicolo. Lentamente conquista centimetri verso la grata, segue i principi del minor sforzo, della via più breve, mentre lotta contro il vento e la pioggia che dilavano l’asfalto. Sovrappone pazientemente strati di particelle impermeabili, in una scia che s’ingrossa sotto l’effetto dell’acqua: ciò che lo minaccia nel suo successo è ragione della sua crescita. Facile per un pensiero trasversale cercare analogie umane, regole che aiutino a capire. Quando si esce dal contingente, ma resta la sofferenza di fondo, i fatti hanno bisogno di elevarsi. Di assumere un’evidenza probante nell’epica delle nostre piccole vite. Far capire ciò che ci accade nel contrasto di forze che prostrano: l’essere, il dover essere. la propria natura, la ricerca dell’essenza. Proprio quest’ultima assume il rango di legge fondamentale, il cui sembiante sembra essere la vita sobria. L’equilibrio dinamico del non dipendere, neppure da sé.
Stanotte il vento ha giocato con i camini, anche il rosmarino è stato coinvolto ritmando le folate sui vetri della terrazza. Ascoltavo nel buio relativo della città, e la vita sobria sembrava ad un passo, intrinsecamente quieta come il tepore del primo inverno.
Ciò che sembra minacciarci nel successo è ragione della nostra crescita. Basta trovare la legge che ri compone le forze, che senza assegnare posti, indica una direzione. In una direzione c’è posto per le passioni, la vita sobria le contiene, le enfatizza e le pone nel loro ruolo di motore della vita.
Non vorrei che qualcuno mi togliesse il peso, ma che il vivere assieme fosse un capire il senso e m’ aiutasse a mutarne la ragione nella libertà.
Il vento ha trascinato le nuvole nella notte, le ha addensate in pioggia, che ora scaglia contro il tetto, sui vetri. Suoni nervosi, ricchi di fretta di concludere, come i rapporti senza stima e condivisione. Mentre scie di goccie al buio s’ ingrossano e rincorrono veloci; a loro modo passioni che pongono regole individuali e non si mescolano alla furia del temporale.
Vorrei scrivere con le goccie di pioggia, disegnare con la sabbia, costruire il mio mandala di regole talmente labili che solo la loro consapevolezza sia ferrea.
Dal cumolo di sabbia, giù in basso, inizia la lenta marcia del rivolo giallo verso il chiusino: percorso breve, minima energia per il fine, pazienza e costanza che governano, assecondando, il moto scomposto dei contrasti.
La regola della libertà, è la congruenza con il fine, non il fine stesso.
Particelle d’argilla si sovrappongono, procedono, conquistano. La vita sobria ha il colore meraviglioso del sole ed è sintesi di ogni forza scatenata nella notte.
I suoni si gonfiano dalla vecchia radio;
morbidi sul rumore di fondo
assomigliano a colpe mai perdonate.
Onde medie e valvole imprecise, per scelta,
oggi riportano ai rumori/tepori d’infanzia,
agli elastici un po’ lenti,
alla voglia di rimettere a posto indumenti
negli accordi che sbavano appena.
Basta tendere l’orecchio e s’ intuiscono pensieri,
che infilano imbuti di note:
pare, m’era sembrato, mi pareva,
bianchi e neri di suoni, simmetrie di sentimenti, rimbalzi.
La musica ? Non ci salverà, come i ricordi.
Il pensiero è altrove,
nella luce d’inverno che corre presto nella notte,
rossa ed umida,
e fa vibrare di carezze il cuore.
Se avessi un cane andrei d’autunno al mare
a correre insieme sulla sabbia dura,
soli e felici di crollare ansanti,
nel freddo che morde come una felicità inattesa.
Se avessi un cane andrei d’autunno al mare,
nei giorni senza nome tra le settimane,
persi ciascuno nei pensieri sulla riva,
prima d’essere carezza e poi ricordo grato.
Noi soli, a giocare,
davanti alle vetrate,
dove spuntano occhi dai fumanti cappuccini.
Hai compiuto novant’anni, non ti ricordo vecchia. E neppure stanca. Annoiata del tuo troppo tempo, forse, ma così comprensiva da capire che la mia fretta è voglia di fuggire dal poco tempo che mi dedico. Comprendi anche la mia testa tra le nuvole, forse perché insegui la tua immagine di me, quello che dovrei essere: sereno quanto basta, attento, ma soprattutto felice di esserci. Hai la capacità di sorprendermi. Non posso dire ancora, perché non hai mai smesso. Non sempre mi è piaciuto tutto tra di noi, i mondi dei figli devono essere diversi da quelli dei genitori, ma hai avuto la debolezza di amare anche quello che non capivi. Prova a farlo, sembra che tu mi dica.
In questi giorni particolarmente persi, pensavo che la nostra vita è un perenne rincorrere quell’età del completo dipendere ed amore che si ha prima della nascita. Quell’amore senza reciprocità e senza obblighi. E quello che viene dopo è la vita, percorsa con quel fondo di ricordo, che è unità di misura senza possibilità di confronto. Mi hai sempre avvolto, segno che te lo ricordavi anche tu quell’amore che si formava allora tra noi, e questa esperienza ci segna. Piacevolmente e definitivamente: ognuno per la sua strada ed intrecciati come giunchi al vento. Buon compleanno Mamma, a te novanta sembrano pochi e anche a noi fanno lo stesso effetto.
Ritorna la furia queta,
animale immoto pronto ad azzannare,
prendo la mia gola inerme.
Nel primo accenno di freddo,
anche la mia banalità mi uccide,
a poco, a poco, a poco.
Vorrei l’elasticità dell’acqua,
nel generare onde che si sovrappongono,
disegnano,
ritraggono conchiglie in un gioco indifferente.
Ma lo sai che la luce gialla di queste sere,
ancora da camicia,
cola,
ed antica colla odorosa,
gela in pensieri di resina.
Vorrei essere un greco che trae piacere
dal sorseggiare la propria retzina.