Dovrei sapere dove collocarmi, invece metto passi in fila come le formiche. Ciò che m’assomiglia nell’andare è questo meridiano che percorro da nord verso sud. E all’inverso, incessantemente. Nella testa gli odori di timo e di cannella, nei polpastrelli, licheni che trattengono l’odore del sole come i condannati.
Si uscirà dalle linee virtuali, se ne riconoscerà il limite.
Intanto è piacevole vagare tra il grigio e i colori pastello. Così le sensazioni si sovrappongono ed emergono singolarità inaspettate: sono il terreno su cui camminare a piedi nudi.
Non lo senti come risuona andare: è una parola che oscilla dentro e chiede di ascoltare. Soprattutto ascoltare.
E non c’è obbligo all’ andare, è solo un motivo per cui si potrà tornare.
Mercoledì sera ero a Roma e ho scelto di andare a cena in ghetto. Non è stata una scelta casuale.
Faccio una premessa: provo un fastidio fisico per le celebrazioni, in particolare quelle che durano un giorno e scaricano la coscienza. Quando penso all’olocausto, mi viene da pensare alle stragi che continuano, a quelle senza attenzione nè addirittura nome. Morire per nulla è il massimo del disprezzo per la vita.
Mercoledì mi piaceva l’idea di andare in posto conosciuto ed ascoltare. Laicamente ascoltare. Anche il silenzio, la banalità, la ripetizione, ma ascoltare, ed invece la cosa è andata altrimenti.
Il posto ha una sua identità non pretenziosa, si mangia bene una cucina Kosher, romana, fatta di fritti e concia. Il cibo è ruvido di profumi e ricorda le voci scambiate tra case, dialetto e identità, la sensazione di essere ciò che si è in qualunque posto.
Mangiavo e ascoltavo, anche i miei pensieri ascoltavo, finchè da un tavolo vicino, un mio coetaneo sconosciuto, ha smesso di parlare con la sua compagna e si è rivolto a me chiedendo da dove venivo. Sempre ognuno al suo tavolo si è parlato di età, ’68, politica, evoluzione e diversità biologica e culturale, PioXII, storia, diritti, Rom, ecc. Il tutto con una partecipazione crescente dai tavoli vicini, finchè l’intera sala interloquiva. Una scena incredibile!
Naturalmente è emersa la shoah, ma con un assunto diverso: per capire ciò che è accaduto e continua ad accadere bisogna pensare dalla parte dei carnefici. Solo se ci pone nella logica del male, nella sua banalità alla Arendt, ma anche nella sua intelligenza, si entra nella stanza buia dove sentimenti, cultura, sensibilità, connotati come buoni, convivono assieme al male assoluto che annienta il diverso proprio perchè eguale.
Ci continuo a pensare e sento che lì è il problema, ma quali sono le ragioni del male?
Ho visto uomini e donne bellissimi in Senegal. Camminavano nella polvere che viene dal Mali, giocavano con i bimbi sul mirador, entravano nell’oceano ridendo, dopo aver corso sulla spiaggia. Non mi hanno mai lasciato il tempo di pensare: chissà cosa pensano davvero? Mi pareva coincidesse il gesto col pensiero.
Ho visto uomini e donne bellissimi. Vendevano pesci sulla spiaggia, si coprivano il viso se eri indiscreto, ti offrivano cibo prezioso per loro e difficile per noi, pregavano 5 volte al giorno restando animisti, meditavano guardando il mare.
L’ africa è una soglia che s’ apre con una tenda, le porte sono ornamenti senza sicurezze: noi chiudiamo e loro lasciano che una tenda ondeggi alla brezza della notte. Cumbacarà è una porta, Kolda è una porta, Dakar è una porta, la Gambia con il fiume che si solca con un arco largo è una porta.
L’africa è un continente a perdere, han detto sommessamente gli gnomi dell’economia, materie prime in cambio di rifiuti, carità al posto dell’autosufficienza, ma questo, gli africani, non lo sanno, non lo vogliono sapere e neppure si rassegnano all’evidenza. E’ per questo che avranno futuro, perchè non ci ascoltano.
Si allenano, mentre riposiamo in riva al mare. Si allenano, mentre ascoltiamo musiche fatte di suono puro, di ritmo senza tecnologia. Si allenano nelle notti percosse dagli jambè, si allenano alzandosi con il sorgere del sole, passano da un lavoro all’altro senza angoscia, pensano cambierà.
Per noi è ancora la notte senza leoni che si riempie di rumori, di fruscii e correre di zampette, è la notte in cui davvero riposa il sole, è la notte sudata che sovrappone pensieri di panna acida: l’occidente si può bere, ma non metabolizzare. L’hanno capito loro, dovremmo capirlo noi.
Ascolto idee semplici che parlano di credito rotativo delle capre, di sementi. Noi siamo complicati, ma adattiamo i sensi di colpa al bisogno, portando soldi per acquistare greggi e fare orti.
Le donne bianche chiedono dell’infibulazione, del dolore inutile che viene inferto, parlano di dominio dell’uomo, di potere reiterato. Non si capisce quanto sia diffusa questa tragedia femminile; con l’istruzione la pratica si allontana, dicono. Quanto lontano non si sa, ma in Guinea si fa ancora, dicono. E il confine è appena oltre le risaie del villaggio.
Il rappresentante di 53 villaggi della Guinea Bissau ha un berretto trapunto d’oro e la veste ricamata. E’ arrivato per chiedere che una frontiera tracciata dai bianchi non sia il muro per contenere la miseria e il bisogno. Aspetta il suo turno mentre parlano le donne – sono loro le protagoniste-, gli verrà concesso di parlare alla fine. Ogni giorno è giorno per le donne. Vanno a scuola con i proventi dell’orto e delle capre . Chiedono spazi in politica, vogliono partecipare all’ amministrazione dei villaggi, alla gestione dei beni comuni. L’autosufficienza alimentare che parte dall’orto di casa, permette di pensare, di fare richieste sui ruoli e meriti.
Gli uomini apparentemente lasciano fare. Adesso i bimbi vivono meglio, gli anziani sono rispettati e le nuove prassi hanno anche una loro saggezza. Chissà cosa accadrà quando emergerà davvero il cambiamento.
Un ragazzo corre, reggendo sulla testa un bacile di carboni ardenti e lascia scie di fuoco nella notte. Cade una brace, lui la schiva con una mossa di ballo, e ridendo, si perde tra le case. Una ragazza vestita di rosso, chiede la carità, osserva, poi prende il carbone e comincia a lanciarlo in aria. Lo prende in mano, guarda la scia, lo riprende e lancia verso l’alto. E ride.
Questa è l’africa.
Questa è l’africa dei bimbi di Dakar e di Cumbacarà che già dormono nella stanza con le donne. Questa è l’africa che ha visto tornare la dengue con la stagione delle pioggie ed ora aspetta il vento del deserto per spazzarla via.
Questa è l’africa dei bianchi assieme con le ragazze ed i ragazzi, dei bungalow veri e di quelli finti, delle parole che suonano familiari, ma significano altro.
Questa è l’africa degli animali che mangiano le sementi e bisogna metterle sul tetto del thialy, questa è l’africa degli uomini che mangiano le sementi perchè c’è carestia e fame e non si ha tempo d’aspettare un raccolto nuovo.
Questa è l’africa dove l’acqua esce color d’argilla dai rubinetti e ci si lava pensando che è meglio che niente. Questa è l’africa dove la notte è filtrata dalle zanzariere e cola giù dai tetti assieme a rumori di uccelli e topi, finchè tutto si risolve tra squillar di galli.
Questa è l’africa dove il mare dà pesci a non finire per barche di legno con la prua a becco che odora di resina e vernice.
Questa è l’africa dove le buche divorano l’asfalto e le piste sono meglio della strada.
Questa è l’africa così colorata che pare sempre allegra, dove la miseria sfibra chi la vede e non toglie la speranza a chi la vive.
Questa è l’africa che non ha cartoline, che non è un pezzo d’atlante, che è il riso dei bambini che si vedono sulla digitale e salutano. Salutano quando arrivi e quando te ne vai e chiedono il tuo nome, non da dove vieni, e ti stringono la mano e ridono perchè ci sei. Questa è l’africa che si sovrappone alla vita conosciuta e si capisce che non si è capito nulla, ma davvero nulla. Ed allora per salvarsi si cambia idea perchè bisogna fare, e poi si cambia di nuovo idea, di nuovo, finchè subentra il rispetto, e finalmente si sta zitti finchè non cesserà la paura di sbagliare.
Da Dakar a Cumbacarà, Casamancã, al confine della Guinea Bissau, cosa cambia? In città manca l’albero degli antenati, l’albero magico che protegge gli abitanti del villaggio, l’albero dove si seppellivano i Griot, i cantastorie animisti che sapevano troppo ed avevano troppi dei per essere tollerati nei cimiteri monoteisti. Eppure l’albero non è sparito, è cresciuto dentro questo popolo che ondeggia e ritma sui Jembé improvvisati, che balla con i griot dal berretto crinato, che è animista anche con un solo dio e mescola colori, povertà, risate, speranze forti e lucide, come gli aspiranti lottatori che la sera si allenano sulla spiaggia, e si preparano per una competizione con un disegno chiaro. Un disegno che noi non capiamo più.
Appena fuori dagli alberghi, la vita ribolle, i bambini si affollano per un bonbon, una foto. i venditori offrono thè, arachidi, arance verdi, intrugli e schiuma di tecnologia. La notte è tiepida, ma dura poco per noi occidentali, indagatori su piatti di carne, riso e strane presenze che emergono da pertugi pieni di fuoco per essere serviti. Cosa c’è dentro, cos’è, com’è fatto? Poi gli interrogativi s’accantonano e avvolgendoci d’autan, i discorsi ondeggiano tra ciò che si è visto e il pensiero della malaria, della dengue, della febbre gialla, delle zanzare. Già, le zanzare che portano tutto quello che non piace e che preoccupano noi e non chi vive tutto l’anno in questa terra. Tra poche ore il muezzin inviterà alla prima delle cinque preghiere, e noi, nei letti umidi, ci chiederemo dell’inverno, dell’africa, del giorno dopo.
Noi, non loro.
Il capovillaggio di N’diaye N’diaye ha detto, prima di pregare per noi e tra noi, che l’uomo può solo sperare, ma non cambiare il corso delle cose. L’ha ripetuto anche ai tedeschi che gli hanno promesso l’elettricità: servirà, ma non è tutto. Dicono abbia cent’anni, non è vero, ma oltre ad un corano e un quaderno, usa la testa e la parola lenta, ricca di sguardi, per governare. Non chiede – e come potrebbe se tutto è tracciato – ma accetta, riflette e comunica la speranza ai suoi, agli anziani che gli stanno attorno, da pari, alle donne che pestano arachidi nei grandi mortai di legno, agli uomini tornati dall’estero per aiutare il villaggio. Dice che è passato sopra l’Italia, una volta, andando alla Mecca, che ha un figlio che fa qualcosa da qualche parte tra noi. Non sa dove, ma tornerà. L’Italia annega nel sole che entra dalla soglia senza porta, tutti ascoltano la preghiera, mentre la luce invade il letto, la zanzariera piena di buchi rattoppati, la crepa larga sulla parete di mattoni crudi. L’Italia qui non conta, l’italia siamo noi che siamo qui, chissà per cosa e chissà perchè, con i dubbi di chi capisce poco e non ha pazienza, ma siamo benvenuti.
In una sera come questa, ero a Kiel, via dalla compagnia, per nausea e per tedio. E come capita, ai cortesi insofferenti, il mare quetava le furie.
Nel buio, intenerito di chiazze gialle, davanti a me, una casa accese improvvise le luci. Tutte. Una sola figura si muoveva all’interno e passava da una stanza all’altra, incurante d’essere vista. Finchè una finestra s’aprì e le note di Chopin uscirono con la luce. Quella figura aveva addosso la solitudine della sera, voleva scrollarla di dosso e la spargeva attorno.
Si addensano le nubi, erano regali senza promessa le striature della sera.
Non durerà per sempre, occorre veder oltre la stagione e il giorno.
Con la notte i propositi addensano in timori: bisogna costruire solide case, per piazze lastricate in pietra; fare angoli senza fregi, come spie distratte di flussi convergenti.
Ma non durerà se lo sguardo non s’allunga: a volte basta un colore per mutare una direzione.
Costruire case, semplici d’eleganza, da beffare il tempo e giardini arabi, impudichi nel sole con gli alberi da frutto .
Progettare e costruire cose, tutte inutili nel giorno, prima che si sciolga la fretta che c’opprime.
Far della costanza, solida pietra iridescente, una stella da incastonare in cielo.
In questa stagione il caldo ha bruciato tutto quello che poteva, le colline sembrano ordinate, come fosse stata tagliata l’erba. In realtà è tutto giallo, gli steli sono ripiegati e le poche vacche al pascolo, mangiano paglia. Nel sole della sera, l’oro dell’erba è specchio del giorno, denso di luce gialla senza tregua d’ombra. Come un ricordo che si protrae nella notte e nel calore della terra bruna. Ma l’aria è già fresca e giù, al campo della tosse, i ragazzini giocano a pallone, vociando tra sbuffi di polvere. Arriva solo l’eco di gioie e delusioni momentanee, ma qui, lungo la strada, il silenzio ti prende e toglie la voglia di andare.
Ancora mezz’ora, aspetta, siediti sull’erba. La terra è calda come una madre.
In altri tempi, un uomo sarebbe uscito nello spiazzo davanti casa e sedendosi avrebbe guardato il sole basso, misurando ombre, pensieri, stagione.
L’autunno, gli odori, il silenzio: ascoltando il corpo, la mente si distende, trova pace e non corre perchè non c’è posto dove andare. L’incoscienza dell’attesa dice che si sta bene qui. Dove si è.
La pioggia arriva a fiotti e riga vetri d’incandescenza giallo oro.
Da quanto tempo manca il fumo dai marmi tondi del caffè? Desideri di tabacco, piacere denso, cenere, vita istantanea.
In un bavero di giacca e nei passi che scorrono veloci, i segnali dell’autunno. Mezzo sigaro all’aria di folata.
Fumo e rhum invecchiato per pensieri galleggianti nel tempo che non scorre. Sarebbe bello avere vizi stagionali che non diventino prigioni.
Penso.
Caldo umido di bar, cucchiaino, panna, guardo, annuso, mescolo luci in cerchi di cioccolata. Scie bianche e gialle: dentro, fuori, fuori, dentro.
La tua voce, è pelo morbido di gatto: riempie spazi, tra pensieri diseguali. Non ascolto, ma guardali, se vuoi, i pensieri di carta stropicciata, sono luce scivolata sotto porta. E’ ancora possibile decidere tra noia ed interesse?
Andare nel colore della pioggia. Fuori.
Il mare cinge il molo, maltrattandolo di carezze e baci. Un’onda incontinente spruzza la notte di vento salso, ancora tiepido.
Al bar Roma già Talmone, l’happy hour è a discrezione. Sul tavolo tondo, a fianco giacciono, (non scomposte, che non è poi una necessità), carte geografiche, una guida aperta, del ghiaccio che impallidisce l’aperitivo. I proprietari sono entrati a caccia di tramezzini, verdurine, fantasie di pasta fredda. Il vento caldo fa vibrare una mappa e la x di siete qui si rassicura per rendere la notte meno tremolante. Tornano i guerrieri, forse giapponesi, con due piatti colmi a testa. Non era a discrezione? E masticando riprende il programma d’assalto alla città.
Per ora una melanzana ai ferri ha assaltato la guida e palazzo Madama pensa a ripulirsi.
Chi glielo ha detto alla quercia, al leccio di spingersi sino alla riva del mare?
Sono cresciuti incuranti del salso, delle mareggiate d’inverno, del sole che toglie umori e dissecca le radici e per convincerli a retrocedere, il vento li ha accarezzati e percossi senza ritegno.
Inutile fatica.
Finchè due anni fa, una tempesta d’agosto, impaurì e spezzò rami grossi come corpi. Nessuno si ferì e fu fortuna. Constatati i danni la vita riprese arricchita dei racconti di ciascuno. Ma per le querce e i lecci, non era mai cessata.
Chi glielo ha detto alla quercia e al leccio di spingersi sino alla riva del mare?