l’età dell’immagine

Questione d’attrezzatura e di reticenza, un tempo le foto, si facevano nei momenti memorabili del vivere, il matrimonio, il militare, appena nati, o da vecchi, erano patrimonio di famiglia, un legame di persone più che uno scorrere di tempo. Quasi sempre i visi, le espressioni e le idee che esprimevano, erano così paradigmatici che la giovinezza, la funzione, e l’esserci venivano privati del contesto, per cui non c’era confronto di modi d’essere. Uno non poteva dire: cosa pensavo, chi ero? Perché quando articolava il pensiero era esattamente, o quasi, come nel momento in cui era stato fotografato. Le foto venivano fatte per lasciare una traccia del soggetto, una testimonianza che non si sarebbe perso nel gorgo dell’anonimato: lui, per sé e per gli altri, c’era stato.

Guardo una mia foto da giovane, la barba nera, folta, i capelli ricci, l’espressione, il sorriso è di quegli anni, così diversi e aperti. Forse aperti perché molto sembrava possibile, quasi tutto. Non sono anni confrontabili con gli attuali e non solo per motivi di età, ho la sensazione che il mondo nel frattempo si sia chiuso. O forse sono io che mi chiudo? Il mondo cambia e mi cambia. Mia nonna aveva vissuto in un’epoca in cui era nata l’automobile e l’aereo, con una grande guerra mondiale poi seguita da un’altra ancora più immane, eppure chi non moriva, chi tornava a casa, era, sì, segnato dall’esperienza, però aveva un cielo di stelle fisse che mutava lentamente: il lavoro, la sua organizzazione, gli oggetti, le abitudini, lo stesso svago, lo sport erano delle costanti. Quindi la società rassicurava e permetteva di assimilare, di crescere assieme. La cosa assomigliva al moto lamellare dei liquidi o meglio al Mediterraneo che cambia le sue acque in oltre un secolo e quindi si modifica con lentezza verso l’esterno.

Guardo i calzoni nocciola a zampa d’elefante, li ricordo bene, erano senza tasche, non sapevo dove mettere le cose ed avevo un borsello di pelle che mi sembrava ridicolo, dovevo farmi violenza per portarlo. Anche la camicia a disegni serpeggianti, attillata, la ricordo bene. Nello sguardo c’è il sentore del cambiamento: lo so che il mondo sta mutando, mi sento dentro al flusso e un protagonista. Non è solo questione di moda, noi tutti, ci sentiamo attori di qualcosa che interpretiamo. Interpretare è la parola giusta perché non si capisce bene cosa stia accadendo davvero, ci sono sogni, lotte, consuetudini nuove. Si usa molto la parola rivoluzione, ma ha un significato sociale, si riferisce alle persone e ai rapporti, non agli oggetti. Forse la cosa più innovativa che ho è un’auto, una ‘500, e un calcolatore Texas che riesce a fare calcoli complicati per il regolo. Il resto è consolidato, la tv diventa a colori, ma è più o meno la stessa minestra. Il consumo non è ancora un problema, l’ambiente sì è un problema, ma nessuno se ne accorge che sia una priorità.

A lato c’è, posato, un cappello rosso, texano, che mi ha seguito per moltissimi anni e che anche mio figlio ha poi conosciuto e adoperato, finito non tanti anni fa in una stagione di tuffi e nuotate a Pantelleria. Quel cappello è del ’67, ha un significato di liberazione. L’ho portato nel primo lungo viaggio in auto in centro europa, alla frontiera tedesca mi hanno fermato per un’ora e mezza per capire chi ero davvero. Mi pare una medaglia questo essere oggetto di curiosità, in realtà è espressione di quel vivere in un limite educato, dove la trasgressione non è violenza esplicita, neppure cambiamento radicale o liberazione integrale del corpo e del sé, piuttosto mediazione tra il nuovo di cui mi pare di essere parte e quello che vedo, sento e interpreto, con gli strumenti che ho a disposizione.

La novità vera è che quella foto non è confrontabile con le precedenti, non è una testimonianza per qualcuno, è solamente un immagine, adesso sopravissuta con poche altre. Il vero mutamento di civiltà è la gratuità di quell’immagine, che non ha un fine o un uso, può essere semplicemente una merce di scambio che parla di un momento. Ecco in questo, pur fotografando molto già allora, non riesco a cogliere se non un dato documentale privato, mentre in realtà la rivoluzione è già avvenuta e l’immagine è diventata pubblica, non contestualizzabile nel privato solamente, neppure più proprietà del soggetto. E’ un certain régard sulla realtà, e lo sguardo si sposta dai simboli a ciò che questi significano all’esterno. Da allora, dall’epoca Instamatic e Polaroid, l’immagine diventerà essa stessa civiltà fino al dilagare incivile e ridondante del digitale che esclude il vedere per la gran parte di ciò che fissa e vede, accumula e getta in una fornace archivistica priva di sbocchi. Non è il mezzo sotto accusa, ma manca l’interrogativo sul significato sociale della nuova civiltà dell’immagine, sul suo dirci: cosa, come, a chi serva. E parli del suo utilizzo sociale, di come esso muti e ci muta, come tutta la tecnologia che facilita e non si assorbe, ma ci cambia e riserva ad altri il compito di stabilre cosa e come potremo fare delle nostre vite.

Era solo una foto sopravissuta, non aveva altri significati, i colori tendono tutti all’ocra e al marrone, solo il cappello rosso sta a fianco come un punto fermo di pensiero.

scosso

Ci pensavo stamattina durante l’ultima scossetta, 3.5 Richter, una sciocchezza, ma gustata in bagno. Nei giorni scorsi, un po’ ridendo, mi chiedevo com’era la fuga come si è, in quei momenti quotidiani, naturalmente per sdrammatizzare. Qui anche se scuote bene siamo distanti dall’epicentro e dai disastri veri. Però…

Però l’insicurezza che sta instillando questo terremoto tocca ben altro. Ridimensiona tutto, consegna ad una dimensione del non prevedibile cose a cui non eravamo più abituati. Il vivere quotidiano ad esempio. La natura, nome un po’ degradato a ubbia dei verdi, riprende il suo posto splendente, che non è fatto solo di tramonti, mari e montagne scintillanti, ma di forza e imprevedibilità. Quello che viene detto è l’imprevedibile, nell’alzare dotto delle mani testimoni del non sapere. L’esattezza della fisica, l’ascendere inesausto matematico, la tangibilità dei prodotti delle reazioni chimiche ci hanno abituato a considerare ciò che non è impresa risolutiva a breve della mente, come materiale di serie b ed invece ci si accorge che, mentre si sono fatti passi enormi nell’infinitamente piccolo, che tra gli astri si snocciola una teoria al mese, basta scendere di una decina di chilometri e non sappiamo più nulla, i modelli predittivi fanno ridere gli scommettitori del superenalotto, la capacità di descrivere rientra nel pressapoco.

Uso una parola cara ai greci (e molto a me): meccanica. L’ordinato svolgersi del moto, il confronto e la composizione delle forze, ché sempre queste hanno un ordine e qualcosa a cui rispondere che a noi qui sfugge. Bene, in questa parola sta anche il terremoto, i disastri delle nostre, piccole cose, inadatte all’eccezionale, l’economia fatta, banalmente, sempre di un prevedibile andamento senza intoppi che non siano i mercati, la vita quotidiana assuefatta al controllo del futuro e non all’indecisione. In questo sta il timore controllato che mi assale. Mi hanno abituato a considerare la scienza come unica risposta al mondo, l’uso dei suoi proodotti e della tecnologia per convincere il succedere degli eventi, delle ore, delle abitudini, ad accadere davvero. Ed ora?

Capisco che esiste un ossimoro della scienza che imprigiona le menti, quando questa viene intesa come solutore e non spiegazione del reale. Che la scienza tratta del reale, ovvero di ciò che accade e lo spiega quando può. Troppa fiducia viene riposta da chi attende una risposta, nelle capacità risolutive di persone, magari distanti migliaia di chilometri, ed esiste una profonda, enorme differenza tra chi studia un fenomeno, ci ragiona sopra, emette delle teorie le verifica o falsifica, trae delle conclusioni sulla ripetitività e chi invece quel fenomeno lo vive e lo considera negativo nel ripetersi e vorrebbe una parola che dicesse basta. Una parola in sé salvifica ed autorevole per riportare a sé il controllo del suo destino. Sappiamo di non sapere, ma quanto ce ne rendiamo conto? In fondo il mondo è fatto di scorciatoie, di risultati che poggiano su giacimenti di numeri. Nel fare c’era la comprensione del risolvere un problema, trasformare e portare ad un ordine maggiore, trasferibile nelle vicinanze, ma c’era anche il limite, si sapeva dove si poteva arrivare, ora tutto si nasconde in una complicazione che si esaurisce nell’uso nella prigione dell’uso e nella sua accelerazione. Compro qualcosa che mi permette di fare un sacco di cose, la cui esattezza non posso verificare perché tutte poggiano su uno strato di algoritmi. Io parlo con un’interfaccia, credo, penso, che sapere come muovermi con essa sia conoscere il mezzo, con il terremoto non ho interfaccia, vado alla ragione che non capisco e ne provo paura, anche se non sono minacciato direttamente la minaccia dell’inconoscibile emerge.

La parola scossa di per sé contiene lo stupefacere dell’inatteso, sommuove e mi mette di fronte a me stesso, alla mia dimensione. Non mi sento piccolo, mi sento fragile e incapace di previsione e controllo. Mi oppongo alla scossa, non oscillo con essa, l’esorcizzo quando la rappresento come il gigante in giardino, ne cerco un lato non offensivo, esperienziale senza danni, so bene che sono alla sua mercè, qualcosa di oscuro, non prevedibile, che non si capisce bene nella dinamica, può disporre di me e la scossa sarà un’occasione per vedere diversamente il mondo se mi risparmierà. Me e il mio mondo. 

Sono scosso, ovvero senza cavaliere, come nel palio di Siena e corro e rincorro, senza paura, qualcosa che non capisco, ma so che con lo scemare dello sciame sismico, tutto tornerà come prima ed il conto sarà solo tra danni e ricostruzione. Invece proprio la scienza, adesso negletta dall’assenza di effetti, mi riporterebbe al fare, quello che capisce, che è fatto di messa in sicurezza, di mani di muratori, di materiali e ferri correttamente applicati, di pesi, norme e precauzioni. Il risultato di questo riconciliarmi, sarebbe che alla fine oscillerei con la scossa, ne porterei il timore, ma la paura non investirebbe il mio mondo fatto di interno ed esterno, finalmente ricomposti nel vedere.

E se parlo di vedere, parlo di ciò che vedo nel presente e nel futuro, come conseguenza di un modo di vivere dove l’economia si scuote e si orienta come gli uomini al possibile ed al compatibile con la natura.

Vorrei che le scosse non fossero inutili, ecco!

dal tempo esatto al tempo probabilmente 2

I tempi d’Africa sono quelli della sospensione, si vive in quella nicchia di tempo in cui probabilmente le cose accadono. C’è chi si lamenta che così non c’è più certezza di nulla ed invece non è vero, le cose continuano ad esistere, il pullman, l’albergo, i villaggi, le persone esistono, ma i fatti accadono per incroci di possibile, di tempi che si accolgono tra loro festosi.

A Kaolak arriviamo in ritardo di 8 ore, l’incontro del mattino, si svolge alla sera, bevendo birra analcoolica per solidarietà, si fissa un’altro incontro fra un paio di mesi, non è ancora avvenuto, avverrà. Penso.

Il pullman, l’albergo, gli appuntamenti hanno un’ora, ma potrebbero non averla, in fondo è il caso e il flusso che ci mettono assieme. Capisco che molti non sopportino, quelli per cui il tempo vuol dire molto, anche in termini vitali, non si adeguano, hanno ragione. La stessa ragione di chi abita in questi paesi e considera diversamente. E’ casa  loro, al massimo si può crescere assieme. 

Il rapido, il presto, esistono, ma non coincidono. Le persone corrono per motivi differenti. In una contrattazione -e si contratta quasi tutto- il presto può durare ore, giorni, non chiudersi e non finire. Non c’è un criterio di convenienza immediato, se non nel negozio in cui si deve consumare, ma il resto è un vivere, accettando ciò che accade. In questo, io occidentale, pur adattandomi, faccio fatica perché voglio che accade il mio volere, ma in questi paesi non funziona per tutti, funziona solo per me. Sono asincrono finché non cammino allo stesso passo. Questa dimensione del tempo è dimensione dell’accadere, ovvero ciò che accade, poco o tanto che sia, è il possibile. Una dimensione che introduce altro, perché l’attesa genera la sorpresa che è dietro l’angolo. Senza questa attesa sospesa, quello che sorprende -ed è molto più frequente che in occidente- non ci sarebbe stato, sarebbe stato previsto.

Ciò che è determinato non lo è più tanto con questa nozione del tempo; capisco la difficoltà degli occidentali che lavorano in questi paesi, gli viene tolto uno strumento essenziale di lavoro, ma io non ho questo problema. Per ora. Quando posso andare in Africa, semplicemente mi adatto. Mi viene da pensare a come ci portiamo dietro il tempo come bagaglio, a come, tra noi, viviamo in una bolla che ci isola dal contesto anche quando viviamo in paesi differenti.  Parlare, litigare, far l’amore, sorridere, sono necessità contingenti, e sembra che, nell’Africa che ho viaggiato, abbiano il futuro che ciascuno gli assegna e mai così importanti da determinare vite. Accadono, e sono, come tutto il resto, importanti e in movimento. Ecco, penso che questi paesi senza il mio tempo, siano in movimento come nel treno di Einstein e guardino fuori, mentre si muovono nel vagone. Se il treno non si schianta, la vita prosegue per suo conto senza necessità di accordo tra due velocità differenti. 

Probabilmente.

primomaggio

Oggi il mio pensiero va agli amici d’una cooperativa fallita. Persone per bene, che hanno sempre aiutato gli altri, oltre a fare il loro lavoro, senza mai calcoli di convenienza. Quando serviva sistemare una persona bisognosa d’aiuto, si telefonava a loro; e loro rispondevano, aiutavano. Con la cooperativa, se ne sono andati anche i risparmi di molti lavoratori. Nelle cooperative accade che per autofinanziarsi i soci versino somme personali. Tutto perduto. Ma non basta, con la cooperativa fallita sono a rischio le case, parliamo di abitazioni popolari, dei dirigenti della cooperativa: erano state date in garanzia per ottenere prestiti dalle banche. La frana è nata con un comune che non ha riconosciuto un pagamento, poi le banche hanno fatto il resto. Chi fa impresa sa che gli equilibri sono sempre precari, che basta poco perché tutto frani, basta un pagamento perduto, una banca che chiede il rientro, il mercato che non tira. Così tra mercato e banche, sono andati in fumo 40 anni di lavoro e un patrimonio di conoscenze, ma questo è il danno sociale, che dire delle vite di queste persone che non sanno più che fare?

In un film di Capra: La vita è meravigliosa, quello che passano ogni Natale, l’intero paese si stringe attorno al protagonista, riconosce il bene fatto, ma qui non è stato così. Qualche intelligente ha detto: è il mercato, qualcun altro: è crisi per tutti, ma nessuno ha pensato che il lavoro e le persone sono più importanti del mercato, che molto bene comune, lavoro, reddito era stato dato.

Non ci sono favole per questo giorno, ma neppure la realtà va bene e se non si cambia la realtà saranno le persone per bene a pagare di più.

Se dire buon primo maggio significa voler impegnarsi perché non continui così, allora buon primo maggio a tutti quelli che lo vogliono.

 

il bosco dell’appennino

Attraversare un bosco ininterrotto, di lecci, querce e castagni, sulla via antica nellle tracce d’una appia apocrifa da X legio, questo nell’ appennino, così pieno di vita e solitudine. Da Sasso Marconi a Fiesole, ché sporchi non si deve scendere in Firenze. Mi sono sentito Gianni Schicchi mentre guardavo la città dall’alto, con la presa del pensiero urbano che riprendeva mappe, coscienza del proprio vestire, desideri di città.

Che si pensa per tre giorni quando si incontrano 5 persone in tutto? Allora era agosto, un pensare caldo, che riporta in sé, ma soprattutto si trasforma in meditazione, in uscita dalle spirali in cui ci consegna la fatica leggera dei giorni di città. Adesso sarebbe pensiero di gelo, un quadro di Bruegel senza buone case borghesi vicine. Eppure conosco il rumore della neve sotto il vibram degli scarponi, il gelo che prende quello che può mentre il corpo fuma, e l’ impressione di solitudine estrema, dove il silenzio entra dentro scavando il calore della parola. Alla fine, nel gelo e nella fatica, parli solo con te, non c’è alcun piacere, solo forza e resistenza. Il sogno del caldo non ha desideri, sembra così povero tutto quel penare delle voglie quando è vivere che conta.

Nel mio riflettere sull’età, ho ben presente il limite. Anche superarlo un poco fa bene. Credo sempre che sia un problema di resistenza, di allenamento, che, pur a mio modo, mettersi alla prova sia parte del nostro dialogo interiore. Non c’è nulla da dimostrare, solo sapere quello che si fa. Ripensando alla via degli dei, mi viene in mente lo stupore dei giorni passati senza uscire dall’ombra, coperto da una foresta che non ha più uomini che la vivono e curano. Come se la natura nonostante gli insulti, si adattasse per prendere il sopravvento, arrivare, come un secolo fa, alle porte delle città. L’appennino ha la stessa vicenda dei fiumi e dei laghi rispetto al mare, gli uni e gli altri sembrano di serie b e più facili. Anche la gente pare meno di montagna, ed invece sono vite diverse, bellezze diverse. Se penso a quel sentiero, adesso sotto la neve, mi prende una tenerezza che non provo per altri sentieri sulle dolomiti. Certamente bellissimi, eppure meno umani nel loro atletismo e scabrosità. Nell’appennino è la montagna che scende in città con tutto il suo armamentario, quasi gentilmente volesse prendere casa.

bazar

Le pile accumulate di libri senza ordine, oggetti che seguono ed evocano discreti. Persone animate da sentimenti diversi passano, qual’è il filo, le parti comuni che metteranno assieme un ordine profondo e segreto?

Nel rispetto per noi troviamo senso profondo ai nostri segreti, le parti che con fatica guardiamo e non mostriamo, se non in una intimità assoluta.

Sono cifre preziose che lasciamo uscire con-fidando, e comprendiamo davvero nel timore del mostrarsi e vedersi riflessi.


koro

Nel 2009 scoprono una nuova lingua il koro, parlata da un migliaio di persone in una zona poco accessibile nel distretto del Kameng Orientale al ovest del Arunachal Pradesh. Di loro si hanno il parlato, riprese, la ricostruzione della grammatica, le persone.

A loro differenza gli etruschi erano accessibili, i romani ne distrussero regni e lingua, così per i veneti e per non pochi altri popoli italici, eppure adesso i romani godono di ottima opinione, mentre gli altri hanno al più, la misera gloria degli sconfitti. Come se la storia della sopraffazione vincesse quella del diritto. Non parlo di bene o male, se avessero vinto gli etruschi sarebbe stato lo stesso. Questo del diritto e dell’uomo come codice interpretativo e’ una inversione del modo di leggere la storia e soprattutto di scriverla, basti pensare alle guerre recenti in nome della democrazia e a come sia labile il sapere chi davvero si sta difendendo.

In una lingua verbi e vocaboli descrivono la visione del mondo di un popolo, c’e una base su cui un dittatore o un leader democratico costruiscono un linguaggio che diventerà aspettativa, prassi, storia. Pensare ad un mondo costruito sui diritti significa agire sulla lingua pensata ed usata e mettere in conto che in altro modo qualcuno può cancellare la nostra visione delle cose, delle persone.