ma dove sta zazà?

Un intervento di Beba, http://hopersoleparoleancora.spaces.live.com/default.aspx?wa=wsignin1.0&sa=747869588 , mi ha fatto pensare alla ricerca della libertà sessuale dopo il ’68. La premessa, e cioè lo scopare gratis, era il rapporto tra corpo, desiderio, relazione, liberato dalle regole fino ad allora vigenti. Tutto questo fu messo in discussione in quegli anni, ma le soluzioni proposte furono circoscritte nel sesso finalmente libero, nella messa in discussione della famiglia come unico luogo in cui il sesso potesse trovare espressione, lasciando però, che il tema restasse sostanzialmente a livello individuale. E a livello individuale le risposte sono state le stesse di prima, con i film, le corse e le discese a vite, le fughe con le stesse parole: ti amerò per sempre, ma me ne devo andare.

Dopo il’68, nulla è più stato come prima nei rapporti personali tra sessi, eppure queste domande sono rimaste inevase. Credo che due generazioni, quella dei sessantottini e la successiva, abbiano fatto da generazioni ponte verso un nuovo assetto dei rapporti sessuali e amorosi  e che il divario tra opinione sociale e realtà sia ancora molto ampio. Ciò che fa la differenza sono i comportamenti accettati e soprattutto il tasso di felicità media che contiene questa l’interpretazione della libertà reciproca. Lascio perdere la famiglia aperta, le relazioni libere, le comuni, che come soluzioni hanno esaurito il loro fascino, è rimasta la ri-appropriazione del corpo e la difesa della sua espressione. Si reprime meno, si accetta di più, ma la nuova libertà non è diventata struttura sociale e il modello consolidato è più o meno il precedente. La conseguenza è che il singolo sopporta un peso ulteriore rispetto alle scelte personali, visto che la libertà affermata è molto diversa da quella reale e che l’ipocrisia non è diminuita, anzi.

Il sesso liberato non può prescindere dalla comunicazione, salvo qualificarlo come una bottarella e via, e questo assunto comporta regole note e condivise. E anche allora non basta per fermare la delusione.  Se la frase scopare gratis si riferisce alla mitigazione della responsabilità, alla ri-conduzione dell’atto sessuale nel rapporto a legame debole da due persone, sono le attese connesse che fanno il discrimine, ma allora, cosa ci si attende da un rapporto che include il sesso?

Il meccanismo di attesa-soddisfazione genera delusione, anche quando non è esplicitato, anche quando non c’è nelle intenzioni. Anzi quando non si chiede nulla e ci si attende di essere interpretati e soddisfatti è anche peggio, perchè subentra la delusione dell’attenzione mancata, della comunicazione carente: non sono importante per te.

Probabilmente il gratis si riferisce all’eliminazione di questo meccanismo, ovvero la de-responsabilizzazione come possibilità di non attesa, di soddisfazione circoscritta.

Embè, mi pare che su questa strada ci sia davvero poco di nuovo, nel modo comune di pensare. Per questo penso che il singolo si trova tra le mani una libertà che dice una cosa e ne fa un’altra, che comunque ci sarà un’attesa ed un prezzo che qualcuno pagherà. Che così il tasso di infelicità aumenta, toglie prospettive e fa giungere a conclusioni generali sulla vita, mentre il problema resta intatto nella sua singola evidenza: nulla è gratis per davvero.

Le persone nei sentimenti, a volte sono in due, ma più spesso sono sole e questo le colloca nel buio della notte. Da lì inizia il bastarsi ed ognuno trova la strada verso la propria gratuità. 

 

donne

Il figlio del proprietario, mostrando l’ambitus aziendale, tra lampeggi del Rolex d’oro, ha detto:

Qui comanda mia madre.

Vedendo quanto stava accadendo alle donne attorno, m’è venuta la domanda: ma le madri sono donne?

 

p.s. vedendo il primo commento, mi rendo conto che ciò che ho scritto è troppo stringato.

 Premetto che quelle che seguono sono domande più che considerazioni:

–  perchè le madri sono innanzitutto madri, e si affievolisce il genere?

– perchè la complicità che si esercita tra chi ha figliato, stabilisce differenze nel genere, come se la donna madre fosse più donna?

– perchè le madri hanno un potere enorme, ma non orientano i maschi a dare maggiori diritti alle donne? 

– perchè le donne chiuse nei clan familiari diventano più maschiliste dei maschi nel difendere i maschi di famiglia? 

Mi pare che quando si parla di donne, come di uomini si tenda a dare un giudizio di valore da cui si escludono i presenti, nulla da obiettare, basta che si sappia e che non ci siano attese.

la più classica

 

 

Cosa significa classico in musica, oppure in letteratura, o in poesia? E davvero classico è contrapposto a moderno, cioè necessariamente polveroso?

Per me classico è ciò che muove oltre il tempo, che tocca archetipi, che dialoga con chi ha voglia di ascoltare. Ma come si attua in musica?

E’ la perfezione armonica che include la dissonanza, la simmetria dell’ingegno che supera la variabilità della natura, il dialogo profondo dove chi parla e chi ascolta coincidono.

E’ la bravura, il coraggio, il genio che legge oltre gli altri, la pennellata densa, e il tratto scritto con piuma d’angelo.

Ancora si individua nella coesistenza della pace col fuoco. Oppure nel suono strappato con i denti dalle corde e dall’anima, nel mare di suono che avvolge e risucchia.

Ma è solo suono che parla, stupore della coincidenza ?

 Bernstein non condivide il tempo troppo lento di Gould eppure lo accompagna, accetta il dialogo e la discussione su ciò che può essere, qui classico è comunicazione tra chi suona e chi ha scritto la musica.

Quando è iniziato il mio interesse per la musica lo riservo ai ricordi, però se dovessi individuare la musica più classica che conosco, mi fermerei tra mille indecisioni, su Bach e su questa toccata e fuga in particolare.

 

L’archetipo non muta, è e basta, però si reincarna, ad esempio, nel pop.

 

 

oppure nelle contaminazioni del jazz,

 

 

spesso gira nella notte. 

Avete mai pensato al rapporto tra luce e musica?

 

 

Oppure si pone il problema del silenzio.

 

 

La classica è l’ordine che paziente ri-allinea e dispone: la fantasia del genio che vola e fa volare, senza comunicazione non c’è musica, solo rumore.

noi non ci sanremo

Sanremo è uno specchio di quella parte maggioritaria del paese che quelli come me si ostinano ad ignorare. C’è in noi la presunzione della superiorità del ragionamento sul numero, il contrario della democrazia, a cui ci pare di aderire. Ma questo non mi preoccupa più di tanto, perchè credo ci sia un determinismo nel voler essere minoranza, un tratto radical che stabilisce criteri di compensazione del tipo: critico e la giustezza di quello che penso alla fine vi contaminerà e cambierà. Se questo sia di per sè sufficiente, lo lascio alla meditazione di ciascuno. Ma, per restare a Sanremo, in fondo la miseria di ciò che viene proposto e che, sembra, tutti critichino sorridendo, i budget insultanti per chi non ha di che vivere, i lustrini sguaiati, il canta che ti passa, cosa muove in realtà? Nulla, occupa il tempo e dice che chi ha un problema se lo deve risolvere. Credo ci sia una grossa coincidenza tra l’immagine che questo paese ha di sè stesso e quello che gli viene offerto dalla politica. Per la presunzione di contaminazione sopra accennata, la cosa mi colpisce meno. E vedo come un traguardo di medio termine, quello della ripresa di dignità collettiva, della ri-appropriazione del maltolto in termini di speranza collettiva. Perchè è proprio la speranza collettiva che è stata demolita ed ognuno ora ha una sua speranza personale da far coincidere con quello che potrebbe essere, ma non è. Nei miei pensieri attempati, ho cercato di capire perchè, oltre la gioventù, mi manchi qualcosa. Perchè mi manchino Tenco, Gaber, la Sannia, Mia Martini, e perchè sia rassicurante la presenza di Vecchioni, Cammariere, Conte,  Finardi, De Gregori ecc. Mi è parso di scorgere la differenza tra chi ascoltava i Beatles e i Rolling Stones e trovava parole intelleggibili, di un versante italiano vicino alle cose che s’agitavano scomposte e chi per necessità, cerca solo altrove, per mancanza di offerta. Ci sono cose qui, appena fuori, confuse e contaminanti e inagite, eppure non provocano cortocircuiti felici. I vecchi sono patetici nei ricordi al presente, nulla è mai stato come si ricorda, ma la sensazione che una canzone tenesse assieme molti, mi resta. Sarà un’illusione, ma non mi rende infelice. E questo è quanto conta.

stechiometria del sogno

 

Laura mi invita nel suo commento  a  “ma allora…”, a guardare al positivo nato in questi anni post ’68, ed è vero che molto è mutato, che non è stato inutile, che il senso comune esecra di meno, ma

la differenza tra chi allora, ha sognato e chi poi, più giovane, ha vissuto è oggi lo scarto tra desiderio e realtà. Un quanta di quel cambiamento è in quelli che c’erano e non dormivano, quindi non dispero, ma inspiegabilmente un processo si è fermato. E’ come se in chimica, per una anomalia termodinamica, la reazione si arrestasse a mezzo e le basi e gli acidi, non più quelli di prima, restassero indecisi sul da farsi.

C’è una stechiometria del sogno che in qualche modo deve far tornare i conti. E non mi si dica che solo la realtà conta, perchè di contabili dei sentimenti ne abbiamo a josa, sempre intenti a dimostrare vantaggi, salvo poi doverli ricostruire ogni mattina.

Una settimana fa ero ad Orvieto ad un incontro di sciammannati sostenitori di ciò che sbrigativamente era definita mozione Marino. Il bello di questa congerie variopinta di idee, libertinismi, sensibilità ambientali e diritti soggettivi e sociali, era che ognuno aveva una priorità, ma la somma delle priorità era comunque una volontà positiva, non un dilemma di Buridano in attesa di un calcione amico per procedere. Non c’era rassegnazione  forse perchè con più cuore a disposizione, il sangue circolava.

Qui arriva il però del dubbio: ma se il ’68 e il ’77, con il codazzo di pantere, girotondi, ecc. hanno poi  prodotto questa situazione e così tante presenze ex libertarie nelle file berlusconiane, dove abbiamo sbagliato e perchè tutto si è fermato sul possesso?

Perchè sempre di possesso si parla nei sentimenti, nei rapporti, nelle cose, nel lavoro. Questo essere attaccati a ciò che si ha, soprattutto il potere, ed estenderlo nelle persone vicine porta a distorcere i rapporti migliori. Lo sapevamo anche allora, ma ciò che ne è venuto poi ha bloccato la riflessione e quindi il procedere della reazione di cambiamento. Ciò che è mutato, è mutato per spinta acefala seguendo il principio della minore resistenza, piuttosto che perseguire una direzione: più libertà sessuale non corrisponde ad un minore potere esercitato tra i sessi, più contratti di lavoro non corrispondono a maggiore mobilità sociale e possibilità reali.

Lancio una riflessione che parla della realtà sociale come la vedo: la generazione degli attuali trentenni è spossessata dai padri, del lavoro, della mobilità sociale, e nel giovanilismo imperante, anche degli amori. Nessuno si fa da parte, non emerge un patto tra generazioni che dica: tu mi cedi una parte del potere che hai, mi affianchi, mi fai crescere, ed io ti riconoscerò importante. La somma dei privilegi che si annidano nelle generazioni attualmente al potere impedisce qualsiasi prospettiva di redistribuzione e di uscita dalla precarizzazione. Ciò comporta che una generazione verrà sacrificata sull’altare del potere generazionale perchè gli attuali trentenni arriveranno alla soglia della mobilità sociale a cinquant’anni. Basta fare un conto: i sessantenni lavorano fino a 65-70 anni e verranno sostituiti dagli attuali quarantenni, che resteranno ai posti di lavoro/comando per almeno 25 anni, quindi i trentenni arriveranno troppo tardi. Forse per questa cattiva coscienza si è preferito investire sull’assenza di difficoltà alzando la protezione piuttosto che lasciare che lo scontro generazionale assicurasse il ricambio. I nostri figli non sono bamboccioni, sono tenuti in condizione di non nuocere e mantenuti ai margini dello status quo. In questo penso che una riflessione sul concetto largo di possesso che parta dalle persone, i sentimenti ed arrivi al lavoro potrebbe essere utile.  

 

ma allora

 

Ma allora non è servito a nulla. Parole, pensieri, vite modificate, sogni, speranze. Tutto inutile. Se non è cambiato il rapporto tra le persone, se le vite amorose sono fatte solo di possesso, siamo rimasti a 50 o 500 anni fa, tutto uguale, solo qualche articolo di codice modificato.

E’ solo questione di tradimenti, oppure c’è qualcos’altro? E’ il rispetto, la difficoltà di mantenere le promesse delle parole, oppure l’eternità a tempo di qualcosa che muta, e che non ha mai la stessa natura. Parliamo di qualcosa che a parità di sintomi non ha gli stessi effetti sulle persone. L’immutabilità e l’eternità sono stati un cappello recente per bisogni economici mutati, che tradotto significa: diamo una patente di bellezza, a prescindere, ai legami reali, anche quando non sono più una scelta. Ma se il possesso  rimane come primo corollario all’amore, come mutano i rapporti, le libertà, la scelta?

Eppoi, quando pensiamo all’amore, pensiamo all’amore borghese oppure a qualcosa di meno legato a una cultura e ad un tempo? Già trovare le costanti del sentimento amoroso sarebbe un bel passo avanti e il tutto potrebbe essere portato all’ufficio pesi e misure di Sevres per metterlo sotto teca e confrontarlo in caso di dubbio. Ma non è così e il battage che c’è attorno al termine, mistifica ed occulta cose tangibili e meno nobili. Ad esempio, la disputa sulla separazione di Berlusconi, mi lascia indifferente: è questione da avvocati, intrisa com’è di denaro e potere. Ciò che mi colpisce è che in qualche momento la parola amore sarà stata pronunciata, allora perchè dovrei presumere che quest’uomo abbia avuto sentimenti diversi dagli altri? Solo perchè è così distante da me e non mi fa bene, dovrei togliergli la possibilità d’essere stato innamorato, e allontanare anche questo tratto che lo accumuna gli uomini. Sono i suoi atti poco benevoli che lo inibiscono ad amare? Ecco, sulla natura dell’amore e sul suo rapporto con il bene mi fermo sgomento. Capisco che la capacità ce l’hanno tutti, che Hitler amava Eva Braun, ma che la forza benefica dell’amore è  un optional che spesso non c’è, e che comunque bisogna pagare a parte. Capisco che amare non genera necessariamente un bene palese. Anzi che il bene nell’amore, bisogna cercarlo, individuarlo, decrittarlo con pazienza, perchè non ha una sua evidenza, ma è piuttosto conseguenza: ciò che accade ed è accaduto mi ha reso quello che sono e questo è bene. Capisco però che, come in tutte le manifestazioni umane, i fluidi di scarto sono il resto dell’energia, e che puzzano e devono essere riconvertiti. E’ l’idea del sentimento che dura, non la sua attualizzazione. All’ordine del giorno resta il possesso di menti, corpi ed infine di patrimoni, ma allora valeva la pena di fare tutto quel can can sulla liberazione, sulla coscienza, sul rapporto di genere?

Capisco che sono oscuro, che seguo pensieri veloci come scie, qualcuno protesterà e non saprò che farci. Farmi domande è una attività che non ho mai smesso, e le mie sono elucubrazioni messe in piazza. La casalinga di Voghera me ne vorrà per il giusto tempo di cottura della pizza infornata, poi passerà ad altro. Perchè d’altro si parla altrove, soprattutto di quello che non s’ascolta, urgente e reale, tangibile, e spendibile: altro che i paraventi mentali per fancazzisti.

 

 

le mie scelte musicali seguono l’umore e l’età, sono un piacere e basta

sintomi

 

” La politica non si faceva più. Se ne parlava soltanto, camminando su e giù per la piazza, le mani dietro la schiena… Interminabili discorsi su ciò che avrebbe potuto essere. Su ciò che avrebbe dovuto essere.

L’entusiasmo che l’aveva sostenuto in tutte le attività della sua vita, anche quelle intraprese tardivamente, l’abbandonò. Niente gli sembrava valere più la pena. Iniziò a diventare irascibile. Sbottava per delle sciocchezze, con stupore di quelli che l’avevano conosciuto come un uomo ponderato e mite, e peggiorò con gli anni finchè nessuno ci fece più caso.

…si accorse all’improvviso che gli sarebbe piaciuto non tornare a casa, quel giorno. E nemmeno il giorno dopo e quello dopo ancora. Non tornare più da nessuna parte.

…,poi invece quando trovò una piazzola di sosta fece inversione e tornò indietro, ma fu come se una parte di lui, forse la migliore, certamente quella più viva, fosse rimasta lì, ad aggirarsi per le strade deserte…”

Mariolina Venezia: mille anni che sto qui. Einaudi

La perdita, il rifiuto, la rottura con il mondo consolidato.

Chissà se è un percorso obbligato per gli uomini inquieti.

la perdita dell’innocenza

 

Ma davvero si perde l’innocenza? E quando la si perde?

La presunzione di un’età mentale e fisica dell’oro, in cui il buono è prevalente e non esiste un secondo fine nell’agire, farebbe coincidere l’idea della perdita con la coscienza della responsabilità del vivere. Invece le connotazioni sessuali che vedono la perdita dell’innocenza legata alle prime pulsioni e desideri, mi sembrano molto legate alla morale cattolica ed al concetto di peccato più che all’innocenza vera.

La stessa cosa si ripete per la dimensione utilitarista dell’uomo: l’ingenuo come iconografia del disinteressato e raffigurato nel bambino, non regge molto ad una analisi sul fine dei loro atti e quanto questi siano legati ad un utile atteso. Quindi emerge nuovamente una relatività anziché un assoluto, e non aiuta un concetto di violazione della regola morale, del furbo che si avvantaggia ingiustamente perché qui emerge il male che sta oltre l’innocenza. E a nulla giova che ci sia chi sa come funzionano le cose rispetto all’ingenuo che non conosce il mondo vero, perché quel vero è intriso di male e di bene, cose che l’innocente maneggia con difficoltà.  Quindi l’innocenza sembrerebbe esistere prima della conoscenza, come si pensa da molto nella storia dell’umanità: quando si capisce si perde l’ingenuità. 

A me pare che la perdita dell’innocenza sia un processo esteriore che non dà ragione di quanto accade davvero, che se l’innocenza è operare conformemente a sé, le persone l’innocenza non la perdano mai, e che comunque non venga mai perduta la speranza di riaverla. A questo proposito credo che anche nelle cose pratiche, a partire dalla sfera sessuale, l’innocenza si ricomponga nella vita della persona e che il percorso di recupero, di riconquista dell’innocenza, duri l’intera esistenza. Una persona che decide della propria vita è, almeno, innocente, magari non sarà ingenua, ma certamente porta con sè uno schema di valutazione della risposta tra l’attesa, il desiderio, la pulsione e il governo di questi verso la soddisfazione o meno, che la configura come attiva e quindi innocente. Da ciò si capisce già un significato che attribuisco all’innocenza, intesa come disporre consapevole di sè, rispettoso degli altri. Naturalmente i contenuti etici ci sono e non considero innocente un criminale nazista, ma penso che una persona che sceglie coscientemente, che dice dei sì e dei no, che rispetta la dignità altrui, quando fa qualcosa, parte dalla presunzione  d’innocenza.

Il secondo discrimine è la conformazione a sé, al proprio destino, inteso come vita vissuta, non come predeterminazione. Il cinico non è innocente perchè violenta sé stesso, perché toglie alla propria vita la dimensione del cambiamento, dell’attesa, della speranza: sa già come andrà a finire. La scelta, in questo caso, è il rifiuto predeterminato dell’altro, il giudizio inappellabile di utilità ed allora non ci può essere innocenza.

Credo che nel crescere, ovvero nel vivere, il recupero dell’innocenza sia la continua costruzione di se stessi oltre i condizionamenti esterni, il rifiuto dell’ossequio, del calcolo, della vita appaltata al luogo comune. La riconquista dell’innocenza è il rifiuto dello scambio tra approvazione e amore, dove l’amore è anzitutto amore di sé che viene scambiato liberamente, contrapposto all’approvazione sociale come espropriazione della capacità di essere sé stessi.

Accompagnare le regole con la conoscenza di cos’è bene e cos’è male, significa capire che lo sforzo della vita è nell’individuare il bene come parte di essa e non come approvazione esterna.

Chi decide ed è se stesso ha una tensione positiva che lo rende tendenzialmente innocente o almeno avrà la consapevolezza di provare ad esserlo.

le ragioni del male

Quali sono le ragioni del male?

Mercoledì sera ero a Roma e ho scelto di andare a cena in ghetto. Non è stata una scelta casuale.

Faccio una premessa: provo un fastidio fisico per le celebrazioni, in particolare quelle che durano un giorno e scaricano la coscienza. Quando penso all’olocausto, mi viene da pensare alle stragi che continuano, a quelle senza attenzione nè addirittura nome. Morire per nulla è il massimo del disprezzo per la vita.

Mercoledì mi piaceva l’idea di andare in posto conosciuto ed ascoltare. Laicamente ascoltare.  Anche il silenzio, la banalità, la ripetizione, ma ascoltare, ed invece la cosa è andata altrimenti.

Il posto ha una sua identità non pretenziosa, si mangia bene una cucina Kosher, romana, fatta di fritti e concia. Il cibo è ruvido di profumi e ricorda le voci scambiate tra case, dialetto e identità, la sensazione di essere ciò che si è in qualunque posto.

Mangiavo e ascoltavo, anche i miei pensieri ascoltavo, finchè da un tavolo vicino, un mio coetaneo sconosciuto, ha smesso di parlare con la sua compagna e si è rivolto a me chiedendo da dove venivo. Sempre ognuno al suo tavolo si è parlato di età, ’68, politica, evoluzione e diversità biologica e culturale, PioXII, storia, diritti, Rom, ecc. Il tutto con una partecipazione crescente dai tavoli vicini, finchè l’intera sala interloquiva. Una scena incredibile!

Naturalmente è emersa la shoah, ma con un assunto diverso: per capire ciò che è accaduto e continua ad accadere bisogna pensare dalla parte dei carnefici. Solo se ci pone nella logica del male, nella sua banalità alla Arendt, ma anche nella sua intelligenza, si entra nella stanza buia dove sentimenti, cultura, sensibilità, connotati come buoni, convivono assieme al male assoluto che annienta il diverso proprio perchè eguale.

Ci continuo a pensare e sento che lì è il problema, ma quali sono le ragioni del male?

 

 

l’orto di casa

 

Ho visto uomini e donne bellissimi in Senegal. Camminavano nella polvere che viene dal Mali,  giocavano con i bimbi sul mirador, entravano nell’oceano ridendo, dopo aver corso sulla spiaggia. Non mi hanno mai lasciato il tempo di pensare: chissà cosa pensano davvero?  Mi pareva coincidesse il gesto col pensiero.

Ho visto uomini e donne bellissimi.  Vendevano pesci sulla spiaggia, si coprivano il viso se eri indiscreto, ti offrivano cibo prezioso per loro e difficile per noi, pregavano 5 volte al giorno restando animisti, meditavano guardando il mare.

L’ africa è una soglia che s’ apre con una tenda, le porte sono ornamenti senza sicurezze: noi chiudiamo e loro lasciano che una tenda ondeggi alla brezza della notte. Cumbacarà è una porta, Kolda è una porta, Dakar è una porta, la Gambia con il fiume che si solca con un arco largo è una porta.

L’africa è un continente a perdere, han detto sommessamente gli gnomi dell’economia, materie prime in cambio di rifiuti, carità al posto dell’autosufficienza, ma questo, gli africani,  non lo sanno, non lo vogliono sapere e neppure si rassegnano all’evidenza. E’ per questo che avranno futuro, perchè non ci ascoltano.

Si allenano, mentre riposiamo in riva al mare. Si allenano, mentre ascoltiamo musiche fatte di suono puro, di ritmo senza tecnologia. Si allenano nelle notti percosse dagli jambè, si allenano alzandosi con il sorgere del sole, passano da un lavoro all’altro senza angoscia, pensano cambierà.

Per noi è ancora la notte senza leoni che si riempie di rumori, di fruscii e correre di zampette, è la notte in cui davvero riposa il sole, è la notte sudata che sovrappone pensieri di panna acida: l’occidente si può bere, ma non metabolizzare. L’hanno capito loro, dovremmo capirlo noi.

Ascolto idee semplici che parlano di credito rotativo delle capre, di sementi. Noi siamo complicati, ma adattiamo i sensi di colpa al bisogno, portando soldi per acquistare greggi e fare orti.

Le donne bianche chiedono dell’infibulazione, del dolore inutile che viene inferto, parlano di dominio dell’uomo, di potere reiterato. Non si capisce quanto sia diffusa questa tragedia femminile; con l’istruzione la pratica si allontana, dicono. Quanto lontano non si sa, ma in Guinea si fa ancora, dicono. E il confine è appena oltre le risaie del villaggio.

Il rappresentante di 53 villaggi della Guinea Bissau ha un berretto trapunto d’oro e la veste ricamata. E’ arrivato per chiedere che una frontiera tracciata dai bianchi non sia il muro per contenere la miseria e il bisogno. Aspetta il suo turno mentre parlano le donne – sono loro le protagoniste-, gli verrà concesso di parlare alla fine. Ogni giorno è giorno per le donne. Vanno a scuola con i proventi dell’orto e delle capre . Chiedono spazi in politica, vogliono partecipare all’ amministrazione dei villaggi, alla gestione dei beni comuni. L’autosufficienza alimentare che parte dall’orto di casa, permette di pensare, di fare richieste sui ruoli e meriti.

Gli uomini apparentemente lasciano fare. Adesso i bimbi vivono meglio, gli anziani sono rispettati e le nuove prassi hanno anche una loro saggezza. Chissà cosa accadrà quando emergerà davvero il cambiamento.