la parola della settimana: natale

Qualche settimana fa ho visto Uomini di Dio, un film che non ha smesso di pormi domande. Non mi ha colpito solo la parte cinematografica, comunque di gran pregio, ma l’idea che, indipendentemente da ciò che si crede o non si crede, ci sia un compito nella vita, ed una fedeltà ad esso che coincide con la dignità di sé. Questo compito ci può mettere in difficoltà, ma quando diviene parte di noi, è anche fonte di serenità nelle decisioni.  I monaci di Uomini di Dio, dicono all’integralista musulmano: Natale, è una nostra festa, e parlano di loro stessi, di quello in cui credono. Il mussulmano capisce, rispetta e se ne va. Capire e rispettare, ed attendere analogo trattamento dai cristiani, così potrebbe funzionare la convivenza, in questa società di anomie, di credenze formali. Credo anche che natale riguardi molto i non credenti, o ancor più gli atei, rispetto ai credenti, perché i primi e i secondi, si sentono strattonati, investiti, da qualcosa che ha uno stacco tra immagine e realtà elevato. Qualcosa che è mercificato ma pretende altre dignità. Natale è una parola strana perché il riferimento alla nascita non è un fatto collettivo. E’ una gioia domestica, che porta verso la speranza, ma è circoscritta. Le gioia collettiva la imponevano i potenti per i loro figli, come continuazione di un potere, di un dominio, ma forse per i sudditi contavano di più i festeggiamenti collegati che il nuovo nato. Natale quindi rompe una parola conosciuta dal suo ambito intimo, la spezza in un significato che interpella il non credente, ignorarlo è impossibile: troppo baccano, troppa attesa generata, troppo paganesimo salvifico, fatto di regali, ipocrisie, slanci veri, falsità colossali, gioie bambine, tristezze adulte. Tutto visibile e preparato per tempo.

Natale è il momento in cui chi non è al posto giusto deve ricollocare la testa, una sorta di giorno legale in cui si spostano le lancette in avanti. Natale è una questione semplice se diventa privo di significato. Natale divide tra chi non si fa domande perchè già sa, da chi non ci pensa e si diverte e basta, e da chi ha domande e non ha risposte. Natale per chi non crede è un giorno come un altro, però diverso, è come una festa altrui a cui si è costretti a partecipare. Ma forse le cose sono davvero più semplici e Natale era anche il mio vicino di casa, che faceva il muratore, si ammazzava di fatica tutto l’anno. Lui, a natale, riposava e basta.

 

  


la lingua segreta delle donne

 

Ci sono angoli preclusi all’uomo, luoghi dove non entrerà mai, sia che si sforzi ed agisca per convinzione o prepotenza.

In Cina nacque una vera lingua, con letteratura, insegnamento parallelo, sogni e realtà d’un mondo altro, segreto  e interdetto all’uomo. Che del resto non se ne curava, tronfio nella sua convinzione d’essere superiore e domino.

In Grecia, ed ancor prima, forze telluriche si ripetevano nei misteri dionisiaci, mondi potenti e paurosi, segreti veri, in grado di fare a pezzi l’autorità e la convenzione del ruolo maschile.

In maniera molto più immediata, oggi, nel mondo dei blogs, molte donne hanno una vita diversa e propria, segreta rispetto a quella quotidiana. E parte del loro mondo viene finalmente narrato, esposto sulla soglia della penombra, generando soddisfazione senza mostrarla, concretezza al sogno, nel mentre, al massimo, gli uomini cercano la realtà.

Coltivare il segreto alla luce del sole, è un invito all’essere nascosto e vero che alberga nel profondo a superare la soglia della confidenza. Al leggere tra le righe, all’alludere e all’ intuire, in un gioco di rimandi che maschera l’esplicito, lo confina quasi a mera superficie. Solo le confidenze tra donne, altra pratica che gli uomini non capiscono, al massimo temono e solitamente rimuovono, possono avere tanta esplicita alterità.

La potenza di internet è di poter essere altro per essere sé stessi, e supera le convenzioni, l’educazione, la norma del lecito definito. Chi più delle donne, oggetto massimo di convenzioni e limiti, poteva intuire la forza scardinatrice di una “stanza tutta per sé” esposta ed al tempo stesso segreta?

Le donne immettono potenziali seduttivi sconosciuti, emerge un don Giovanni femminile ignoto anche a chi lo esprime. Esse stesse assistono, con meraviglia, ad effetti che hanno legami labili con la causa, come venisse letto il pensiero prima che si formi, il desiderio inespresso, l’allusione finalmente colta nella sua potenza ammaliatrice.

Gli uomini, al massimo, possono seguire, intromettersi prepotenti, ostentare forza, intelligenza o stupidità con lingue povere, ricche solo di codici banali. Coercendo e parlando d’altro, come accade in casa, quando basta alzare la voce, deviare il discorso, usando priorità ch’essi stessi hanno bisogno di credere più forti della comunicazione. Quante volte la differenza è lo sport, oppure la politica, o il discorso volgare, oppure il lavoro mai compreso, ma comunque più importante? Qualsiasi peculiarità “maschile” viene assunta a diversità equipollente, basta illudersi sia sufficiente a ristabilire distanze e supremazie, come pensare che basti possedere un uccello per fare la differenza.

Penetrare la testa delle donne è una presunzione, un tempo si pensava bastasse ridurle a schema compreso nel ruolo, oggi anche il silenzio, suprema risorsa del capire, è insufficiente. E le donne lo sanno, quelle interessanti lo sanno, e sorridono, giocano, parlano tra loro e a chi intende, nella lingua segreta dei cicli, dei sottointesi, della seduzione del diverso alto. E lasciano che gli uomini intuiscano la loro minorità, l’esclusione inclusiva, il vedere senza capire davvero. Così, senza cattiveria, solo per coscienza e diversità.

p.s. per capire, anche solo malamente, bisogna fare fatica e considerarlo utile, altrimenti il parlare diventa rumore di fondo.

 

 

consapevolezza

Ognuno di noi contiene la propria malattia. Ne ha sensibilità, ma la mette in disparte, la maschera di necessità.

Scrivo di marginalità, penso cose strane e futili, uso quello che conosco per indagare con lo sguardo a lato. Mi interessa vedere intorno dopo aver guardato negli occhi, perché lì trovo pezzi di me.

Conoscere la propria malattia significa averne intera la paura, vedere che l’indifferenza è appena dietro l’angolo pronta ad azzannare.

Curare la propria malattia, significa capirla e temere il cinismo che non fornisce interessi veri. Solo le passioni sono a lato del cinismo, agiscono con chimica strana che combina occasioni e sentire. E se quasi mai si completano negli enunciati che le avevano generate, forniscono, comunque, la materia del vivere.

Scrivo spesso di cazzate e mi occupo di cose vere, mi saturo di realtà ogni giorno, al contrario di quando si parlava molto e si faceva poco o nulla e si viveva altrove. A lato. Allora restava quel vuoto, quell’inanità che genera la percezione della propria insufficienza colpevole.

Anche adesso.

Così la mia indignazione diventa passione e si scatena appena fuori della banalità di ciò che questo paese è diventato.

Ognuno è soggetto felice delle proprie passioni.

Per età potrei dire che non è più compito mio, che non m’interessa più. Ma in fondo la terza metà della vita, non è destinata a fare ciò che non si poteva fare prima, quello che non si è fatto è definitivamente perduto, ma è il nuovo che è interessante, i nuovi percorsi e vincoli, le nuove virtù.

Ognuno di noi contiene la propria pazzia e ne ha nozione.

Spesso è l’unica libertà, la parte vera che si possiede, per questo è intollerabile viverla con continuità. La pazzia non conosce il limite tra il particolare e il generale. Totius ex parte. Era uno dei principi della magia antica, nel particolare c’è tutto il conoscibile dell’universo, tutte le contraddizioni, tutte le forze e le equazioni fondamentali. Per questo cerco la mia pazzia nei particolari, li lego alle passioni con sottili rossi fili di seta, scrivo di cazzate e m’intrido di realtà.

i viaggi con la stilografica

Ogni mia penna stilografica ha una personalità. Ci adattiamo entrambi ai rispettivi caratteri, e se voglio cambiarla quando non mi segue, la devo trattare con dolcezza. Alla fine so che lei sarà l’impronta della mia mano. Per imparare a convivere bisogna sperimentare assieme gli aggettivi, le parole obese di vocali che aiutano i repentini cambi di tratto. Chi scrive con una biro non sente che la mano accompagna le anse, le curvature. Con la stilografica e ancor più con il pennino intinto, è come usare un pennello, bisogna dosare la forza per trovare la giusta dimensione del segno. Quando giocavo a biliardo qualcuno mi spiegò che per essere bravi, bisognava avere la geometria e la fisica dentro, la mia testa immaginava traiettorie, la mano seguiva effetti, il braccio misurava la forza ed i risultati erano spesso deludenti. Solo quando lasciavo che la mia parte zen prendesse il sopravvento, subentrava lo stato di grazia e le palle seguivano il fine trascurando i mezzi. E allora la partita non m’importava più, m’interessava il gesto armonico con il risultato e il momento diventava l’assoluto. Così mi accadeva con la scrittura: riconquistavo i pennini senza averli mai davvero abbandonati come se gli anni della prevalenza della biro fossero stati un interludio dettato dalle competizioni che regolarmente perdevo. Continuava  a vivere quella parte di me che si ostinava a conservare i ricordi, che metteva da parte la comodità. Anche se ne posseggo diverse non ho l’animo del collezionista di penne stilografiche e di strumenti di scrittura, semplicemente ho il senso dell’inchiostro. Delle carte che assorbono ed amplificano il pensiero, dei pennini che sono al servizio delle parole. Viaggio quando scrivo e scrivo quando viaggio e mi piace viaggiare, scegliere il mezzo. Ci sarà pure una corrispondenza tra il mio piacere nel camminare e nello scrivere con la stilografica. E come tutti quelli che amano qualcosa, ho preferenze, non mi piacciono le personalità facili in ciò che comunica con me, alcune penne le usa da 40 anni, di loro conosco tutto, ma quelle che mi sfidano sono quelle che non hanno ancora un’impronta. Pennini aristocratici troppo duri e pieni di sé, con tratti indecisi per scarsa fluidità, oppure pennini senza personalità, macchine da consumo che non vogliono dire chi sono. Con questi scrivo, trascuro la tastiera, faccio doppie scritture, guardo la pagina alla fine, cercando di cogliere l’ordine complessivo. Il testo sono io, ma anche le righe, i caratteri. Lì si nota una stanchezza, qui un furore, le t non sono state tagliate, le asole delle g trascurate, gli accenti si confondono con i punti.

Devo confrontare due pagine, nell’una il mare di caratteri si è gonfiato, ha preso la mano, è scorso mentre le guance s’arrossavano. La scrittura ordinata si è mossa con folate di vento interiore che la spostavano, per confluire in un golfo, dove si è quietata. E’ rimasta in attesa, non conclusa dopo il punto. Pronta a ripartire. Segno che il pensiero dipanato ha evocato altro e sollecitato nuove curiosità. Nell’altro foglio la scrittura è fluita, ma trattenuta. Si vede che pensieri laterali l’attraggono. Deve conservare un ordine, portarsi verso una conclusione. Potrebbe essere una relazione o un racconto a tema, il suo percorso è circolare, punteggiato di pensieri, i caratteri si staccano netti come se le parole fossero funzionali e non creature guizzanti. Guardando da distante, i fogli senza rigatura rivelano ordini diversi. Cerco il senso degli spazi, i silenzi che alimentano il mistero. Nel primo foglio gli spazi sono irregolari, in alcuni punti la scrittura si è arrampicata di lato per non passare alla pagina successiva. Dei rimandi interpolano le parole, ma gli spazi evidenziano una crepa che segna il foglio dall’alto verso il basso, come una discesa nel proprio deimos. Nell’altro foglio gli spazi sono più larghi, silenzi direzionati per raccogliere le forze verso il passo successivo. Come per le nuvole si può leggere una faccia, un animale, un sogno: era quello che veniva tenuto a bada e che esce come può.

Gli inchiostri diversi hanno marcato la differenza iniziale, il nero blù per la scrittura a tema, il tabacco per quella più libera. Il tempo ossiderà entrambi e scivoleranno verso quel grigio che mi piace così tanto ed è il colore del ricordo leggibile, ma che non pesa.


l’autorottamazione

Stanotte mi sono regalato un sogno molto lungo: l’intera notte in una storia unitaria, tessuta di passione e di quotidianità, con la politica al centro, come avrei voluto fosse per me cioè fatta di persone e di ragioni. Era il sogno d’un viaggio, bello e stancante come tutti i viaggi, insostituibile come tutti i sogni, privo di vincoli ed al limite del verosimile, un viaggio in cui si poteva discutere e capire, vedere la vita in mutande oltre che paludata. Il sogno sembra altro da noi, ma forse non si possono sognare sogni diversi da quello che si è davvero. Al risveglio, pensando al sogno, a quanto accade a Firenze, alla mia vita politica, ho capito che quando mi sono autorottamato non sono uscito dalla mia storia, ma l’ho continuata.

Chi ha fatto politica sul serio, sa che è cosa difficile l’uscire, che la voglia di far emergere il proprio sapere è incontenibile, che smettere davvero non succede quasi mai, che la droga dell’interesse altrui, dell’essere al centro delle decisioni, del cambiamento non ha dosi terapeutiche. Tutto questo quando non è il potere stesso la droga, l’essere importanti a sé perché si conta per gli altri. Comunque sia la decisione di uscire è difficile, genera domande, rischia di trasformarsi in rancore, di far pensare in modo antagonista, non oggettivo. Lo dico per esperienza personale, anche se non mi sono pentito d’essermi autorottamato. Mettersi in disparte è come chiudere una storia d’amore, spesso peggio, perché la somma di passioni che l’hanno generata, sorretta, alimentata coincide pienamente con lunghi periodi di vita, con l’aggiunta di confronti, lotte, vittorie, sconfitte che l’ hanno trasformata da storia personale a storia pubblica. Il futuro sembra chiudersi in una domanda: che farò? Che significa: come occuperò il mio tempo e chi sarò. La malinconia dei reduci, la disperazione degli sconfitti è cosa diversa dal non essere che provano i messi da parte.  E’ per questo che capisco la difficoltà, ma il mettersi da parte, l’autorottamarsi, ha una grandezza verso di sé. Non è un favore fatto a qualche nuovo candidato, a quello che a sua volta farà fatica a mettersi da parte perché sentirà la propria indispensabilità, no, piuttosto è il pensare che si vale comunque, che la vita non si esaurisce in un solo modo d’essere. Ho messo a disposizione un tempo non banale per sentire questa nuova libertà, ma alla fine posso dire di non aver rinunciato a me stesso e di poter agire senza secondi fini. Cosa molto difficile quando si persegue una strategia. Passare dal dovere al piacere del far politica è libertà. Il potersi incazzare illimitatamente senza il vincolo del possibile, della responsabilità collettiva. Il vedere e capire gli errori e non doverli giustificare, è una libertà che il politico non possiede, e che magari neppure desidera, preso com’è dalla necessità, dal compatibile. Per questo lo considero l’autorottamazione un valore per sé, magari la parola è brutta, negativa, ma se diventasse una categoria dell’etica della politica fatta in modo diverso, aiuterebbe a percepire che si può governare senza tempi supplementari e quindi più vicini alle necessità temporali dei governati. La gestione del vecchio in politica, è un problema di tutte le democrazie e non è solo un problema di potere e di ruoli, ma proprio di vite e dispersione delle competenze. Ma dopo Bach la musica non si è fermata e credo sia più facile gestire la fine del genio in politica che nell’arte o la scienza. Forse aiuterebbe sapere fin dall’inizio che finisce, che i due mandati parlamentari o regionali o comunali (10 anni) sono la regola senza eccezioni, che andare in parlamento non ha pensione pubblica, che chi sceglie di governare non può avere una vita morale peggiore di quella dei governati, che non c’è immunità, che si può vivere e fare politica senza essere pagati dalla politica, ecc, ecc. Aiuterebbe, anche se penso che l’autorottamazione sia una libera scelta e che il senso del proprio relativo è fondamentale prima per sé che per gli altri. C’è molto d’altro che si può fare.

Utili e basta, potrebbe essere il nome di una corrente di pensiero politico.

 


dizionario personale:la misura

 

La giusta misura.

La misura è colma.

Non c’è misura.

Due pesi e due misure.

Misura le parole.

Far cose adatte alla propria misura.

Io sono la mia misura.

Smisurato.

Misura te stesso.

Ti prendo le misure.

Misuriamoci…

Cerca di misurarti.

ecc. ecc.

Non è questione di confronti, anche se altro non è la misura. E neppure  si può sempre avere una barra di platino-iridio depositata a temperatura controllata a Sevres, perché sia sempre possibile il confronto. Nel dire misura ad alta voce, ci sono accenti minacciosi, muscolari. Un preannuncio di qualcosa di fisico. Altre volte è il preannuncio della terribile lotta interiore, constatazione di tranquillità disfatte: mi misuro con me stesso per capire chi sono. Od ancora é l’atteggiamento terzo del “geometra” che traccia perimetri: fino a questo punto e non oltre. Anche la sconsideratezza si fa viva nel non aver misura, come fosse l’esterno che ha l’obbligo di contenerci e non noi stessi. 

E lo stile, non è l’esteriorità della misura? Il gesto governato e l’autocontrollo, il glorificare un super io assassino che placa i vicini di aura e al tempo stesso fa ribollire il sangue.

E l’armonia non è sezione aurea della misura? Un tracciare linee per l’anima e l’agire in accordo e condividendo a tal punto da far star bene e star bene? Non sempre e non per sempre,  almeno fintanto che la stanchezza non prenda il sopravvento; ed allora la misura perde i toni minacciosi, si confina nella nostalgia e il non stato diviene superiore a ciò che è stato ed è.

La misura di noi è mutevole, ci accompagna senza oggettività. Per questo nel tracciare i segni per il confronto penso che l’umore sià in realtà un sovrano che troppo spesso occultiamo e che sia davvero lui la nostra misura.  

Mahler,  tonale e senza misura e perché nella mia testa ha sempre cercato una misura: la sua.

dizionario personale …

C’è qualcosa che non ha nome nel mio dizionario, ed è quel sentire impalpabile e poco definito che sta tra il desiderio e la libertà. Nel mio orizzonte di maschio occidentale, con una parte importante della vita vissuta, si materializza, magari il tardo pomeriggio di agosto, col mare davanti, le poche persone sulla spiaggia libera. E’ il desiderio/ponte tra ciò che è stato e ciò che può essere. Potrei cercare di definirlo attraverso la negazione, ma sarebbe fargli un torto perché non è una nostalgia, una saudade, è la percezione di aver vissuto e di poter vivere.

A quell’ora il sole già trattiene il fiato, non è autunno, però l’estate è passata. L’estate degli adulti finisce alla fine di luglio, poi è attesa e rinnovo, ma resta il piacere del mare, dell’aria tiepida, oltre il vincolo assurdo delle stagioni. Sulla riva ci sono coppie giovani o meno giovani, sono affettuose, praticano l’antidoto alla solitudine, cioè la speranza di vivere con possibilità ed interesse. Ma soprattutto sono espressioni della libertà di poter essere. Sugli altri si possono proiettare le pienezze che ci si è negati, se non si indulge nella scorciatoia del cinismo, si può anche pensare che i gesti siano nuovi e le diverse abitudini siano libertà anziché vincoli autoimposti.

L’idea della vita libera e civile, l’accumulare di esperienze passando di passione in passione, come se davvero fosse possibile vivere senza abitudini, senza tempi interiezione che servono a prendere il fiato. Una corsa senza fine nel mutamento assunto a valore consapevole. Si pensa a queste cose impossibili da vivere davvero, quando ci sono affetti, certezze che sorreggono. E’ come lanciarsi da un trampolino sapendo che c’è acqua a sufficienza e la riva esiste. Non sono i sentimenti dei naufraghi, questi. Anche nella corsa serve ciò che sorregge, altrimenti ci si sbilancia in avanti sino a cadere nella polvere della propria velocità.

Sentire la libertà e il desiderio di vivere frammisti, non la fuga dalla solitudine dell’esserci e dal ricordo di ciò che non è stato. E non riuscire a dare un nome a tutto ciò, che pur positivo è inquietudine che non fa star fermi. Tutti abbiamo un giardino amato, ed è quello che abbiamo creato, con fatica leggera, ché la fatica buona non si sente nel momento in cui la si compie, è il giardino di cui ci rendiamo conto a partire da quella che è la più bella parte della vita e che inizia a 40 anni per finire quando decidiamo.

Nell’orizzonte di questo giardino, immagino questa cosa senza nome che è desiderio senz’ansia e la libertà di essere e di poter essere nell’orizzonte prescelto. Non d’ essere di qualcuno per non essere soli.


la linea sottile del pudore

Dove finisce la  sottile linea del lecito nei sensi? Perché non c’ è solo il vedere di sguincio, ma l’uso di tutti i sensi: esiste un odorato indecente e un tatto voglioso, un udito pruriginoso, un gusto scostumato. E non è solo applicato al sesso, ma anche al voyeurismo che cerca le nudità, il carpire il nascosto, l’emozione morbosa. Il sesso che è cosa troppo vitale, allegra e seria, per confonderlo con la prudérie di derivazione post cattolica. C’è nel sesso, un gioco del mostrarsi che non è l’equivalente del vedere di nascosto. Una linea sottile del pudore dove ognuno lascia ciò che vuol far vedere. E la decenza implica il mostrarsi a chi può vedere la persona e non la superficie. Conta anche  il contesto, una spiaggia nudista è un luogo casto, la casa e chi ha l’accesso conclamato al vedere intimo, sono luoghi senza vergogna, un amore è il contenitore d’ogni nuda intimità. Ovunque e comunque, il limite si sposta, parte dal morboso ed invade il quotidiano, l’immaginazione è molto più pudica di una rivista di gossip. Guardare dal buco della serratura e scandalizzarsi pubblicamente, come se il nome, il pudore, le voglie fossero scisse dalla stessa persona, è invece, l’evoluzione del senso deviato del pudore. Pudore è ciò che esercito su di me, ciò che metto in comune e non impongo, ciò che non uso a mio vantaggio. E il confine del libero esercizio d’ogni nudità va dal reale al virtuale. Come non si può imporre ad una persona d’essere nuda su una spiaggia, in un luogo, fosse pure una casa,  davanti ad altri, così sarebbe una violenza nei confronti per chi è costretto a vedere. Allora il discrimine su cui corre la linea sottile del vedere è la libertà del vedere e dell’essere visti, in una sorta di patto reciproco e non ciò che si mostra. E questo limite mentale applicato secondo libertà e convenienza, quanto vale in rete? Quante nudità vengono esibite da quelli che non mostrano nulla di fisico e propongono il virtuale anatomico? Un tempo si parlava di comune senso del pudore, come fosse esistito davvero un codice comune che misurava centimetri di pelle,  l’altezza dell’elastico delle mutande, il volume geometrico visibile della rotondità dei seni. Il limite era il capezzolo e il pelo che rispondevano ad una sbavante pruderie da astinenza. Allora il il nudo aveva odore di sagrestia, mentre c’era una bulimia del vedere e l’immaginare non aveva limiti. Ora si immagina molto meno e il superamento del limite sembra essere la misura dell’individuo. In ogni campo, politico, sociale, intellettuale, la proposizione di sé, è esibizione, muscolo guizzante ed oliato, nudità indifferente perché senza contesto. Allora perchè non dovrebbe essere spostato il limite nel cattivo gusto, nell’indecenza, nella parte sconfinata dell’ imposizione dei propri vizi come normalità?  Lo spostamento del confine non riguarda più la nudità, ma un comune sentire che ottunde le teste e i corpi, li rende tutti simile, tutti esposti. La nudità indecente è debole, ma a chi serve? Certo non al sesso, mai così vilipeso e geneticamente modificato da togliere il gusto e lasciare l’involucro. Questo mi infastidisce e il mio pudore coincide con la nudità che dedico a chi voglio.

flow

Dell’associazione con chart mi piace la parola flow:  è morbida, una flanella leggera di pensiero. Ordinata come un navigatore, svagata come un albero a giugno. Decisa e sostenuta, flessibile e conformante, un bambou che conosce il sole e la tempesta.  Modella regole come cassetti, che contengono con gioia qualsiasi cosa, purché sia semplice e chiara. Ed allora si sente odor di buono per la testa. Vien voglia di gettarla in aria ed osservare come muta ondeggiando. Come un foulard, un lenzuolo al vento.

 

rispetto

Rispetto per l’altro è non cercare di forzarne la volontà.

Rispetto per l’altro è capirlo e vivere la propria vita.

Rispetto per l’altro è volere il suo bene senza togliersi il proprio.

continua…

 

 

 

da http://tereza.splinder.com/ trovo ulteriore precisazione per un pensiero, che non parte solo dai rapporti amorosi:

Rispetto e reciprocità sono necessari l’uno all’altro, anche se a dimostrare il contrario, esistono sempre gli eroi.