il rating delle capre

In questi giorni passati in Senegal, mi chiedevo come le agenzie di rating giudicherebbero la banca delle capre: tripla A, A+, oppure perenne rischio di default? Credo opterebbero per l’ultima opzione, abituati come sono sono a pensare che la crescita sia indipendente dagli uomini. In questo caso, donne, perché loro sono le correntiste della banca. Loro devono trovare i 4000 CFA, i circa sei euro che saranno il loro investimento sulla capra. E possono essere tanti o pochi per chi ha poco o nulla. Loro, i bambini, porteranno le capre al pascolo, ricaveranno il poco latte, i bambini lo berranno. Servono tre o quattro capre per un litro di latte, c’è poco da mangiare anche per le capre. Il meccanismo che riconsegna alla banca alternativamente ad ogni nascita, le capre prelevate (una capra comporta riconsegnare una capra riconsegnata ogni due parti), allarga il credito ad altre donne, che stanno creando una microeconomia basata sull’orto e le capre. Oltre al baratto, in questi luoghi c’è il piccolo commercio che assicura l’accesso alle piccole cose che servono in famiglie con molti bambini. Una penna, un quaderno, i bambini sono affascinati e cercano le biro, ma soprattutto prosegue una crescita verso la scolarizzazione. Un’altra ong si occupa di sostenere e diffondere la necessità di studiare, di esserci nel mondo e a scuola si mescolano bambini e bambine. Siamo in un paese musulmano, non è così scontato, ma qui non ci sono veli, le donne vestono magnificamente senza obblighi, e sono orgogliose della loro bellezza. Le capre non crescono mai troppo, vengono vendute per carne oppure consumate nei periodi di carestia. Questo risponde anche ad un equilibrio dell’ecosistema che non tollererebbe troppi animali onnivori, che mangiano germogli, foglie, tutto quel che trovano, cartone compreso, quindi come nelle nostre campagne gli animali, sono amati, nutriti e poi consumati. Attualmente il flottante della banca dovrebbe, scrivo dovrebbe perché in quelle parti, mai nulla è davvero certo, dovrebbe essere superiore alle 4000 capre, suddivise su 12 villaggi, che dovrebbero aver generato almeno il doppio di animali viventi, quindi in totale circa 12.000 capre. Il che significa un 2500-3000, donne coinvolte. Non oso calcolare il numero di bambini, visto che sono 4-5 per famiglia. In questo viaggio i nostri aiuti specifici, per le sole capre permetteranno di acquistare subito una sessantina di capre a 20-22 euro l’una, poi con i due progetti che stanno andando avanti, altre ne verranno. L’obbiettivo è di incrementare di 150 capre all’anno il flottante. Il progetto delle capre è il più appariscente, ma altri sono ben più pesanti. Le sementi ad esempio, con questa occasione di visita sono stati forniti i mezzi per acquistare subito 60 quintali di sementi, con la promessa di ricavare ulteriore finanziamento da alcune iniziative che già a febbraio verranno fatte in Italia, m’illumino di meno, ad esempio, per acquistarne almeno altrettante prima della semina di marzo. Poi ci sono progetti sui pozzi, i mulini, ecc. ecc. Sono piccole cose, ma per 23 villaggi stanno giocando un ruolo di affiancamento nella crescita e nell’autosufficienza che deve vedere protagonisti gli abitanti.

Ci sono state diverse riunioni nei villaggi, tutte piene di festa per noi, da parte di persone che a volte neppure sanno bene dov’è l’Italia, in tutte si è parlato dei progetti di cooperazione e in ognuna ci è stato offerto il cibo. Offrire cibo, indipendentemente dalla capacità economica di chi lo offre, fa parte del principio immutabile della sacralità dell’ospite. I villaggi in cui eravamo, sono nel sud della provincia di Kolda, una parte povera del Senegal, confinante con la Guinea Bissau, paese ancora più povero, e sono luoghi in cui la carenza di cibo si manifesta con periodicità quasi annuale. Dipende dal tempo, dalla stagione delle piogge, dall’impossibilità di conservare derrate alimentare senza l’attacco di topi e uccelli e gli altri animali che considerano il territorio altrettanto loro quanto gli uomini. Nella savana il terreno coltivabile viene gestito nell’equilibrio che non può superare un certo limite per fornire legna per il fuoco, assicurare rifugio ed alimento ai predatori, frenare la desertificazione in continuo avanzamento. Non tutto si può coltivare e infatti l’ong 7A con cui collaboriamo, si oppone alla piantagione intensiva di Jatropha per fare bio diesel da esportare, ed invece propone di usare la stessa pianta per radicare il terreno e fare olio da usare sul posto per sapone, autoconsumo come combustibile per preservare legna o altro. Il problema è molto presente, perché il governo tende a dare concessioni trentennali ad aziende, alcune italiane, che pensano di mettere a coltivazione di Jatropha, migliaia di ettari, ripetendo quello che già i francesi hanno fatto, ovvero produrre arachidi destinate all’esportazione, mentre la gente muore di fame.

Capire questo equilibrio di un eco sistema precarissimo, dove non esiste autosufficienza alimentare per gli abitanti di un paese con la stessa dimensione dell’Italia, che è senza montagne ed ha 13 milioni di abitanti, con acqua e terreni fertili, ma anche tantissima savana e deserto che sta crescendo, significa entrare in una delle tante contraddizioni che in Africa sono normalità, perché l’intera Africa, è in realtà il magazzino del primo mondo e come tale non produce per sé, non si arricchisce e finisce nell’indigenza. Superare l’idea dell’intervento sulla fame ed andare verso l’autosufficienza, significa pensare che si possa agire localmente. Con pazienza, cercando di mutare lentamente costumi e rassegnazione verso la coscienza del valore del proprio territorio. Bisogna anche dire che i terreni non sono spesso di proprietà, ma appartengono allo stato e quindi le comunità che li usano  possono essere in qualsiasi momento private di questa possibilità. In Africa ci sono altri parametri, tenderei a dire che è tutto precario, ma è precario per me occidentale, non per chi ci abita e conosce le regole e le tradizioni del vivere. La banca delle capre e quella dei semi sono rispettose delle regole locali, in pratica si inseriscono in un sistema che migliora le sue prestazioni e cambia senza strappi. Come tutte le banche può fallire, quella delle galline è fallita, ad esempio, anche se riproveremo a metterla in piedi, ma ha una azione fondamentale sulla coscienza delle persone che la usano: le rendono protagoniste, responsabili. E’ un passaggio che si inserisce in un mondo che sta mutando con velocità contraddittorie, quasi incomprensibili, nel senso che convive il telefonino con l’infibulazione e il problema non è ritardare l’uso del telefonino, ma eliminare dalle tradizioni, l’infibulazione. Questo passa attraverso la coscienza delle donne del proprio valore. Una cosa piccola come le capre aiuta l’indipendenza economica delle donne, ed è un progetto che cresce, tanto che in una delle riunioni era presente la rappresentante di associazioni di donne di 21 villaggi di confine, oltre 1200 donne, venuta per capire e partecipare alla banca delle capre. E’ bello, fondamentale che questo lavoro si diffonda, che non finisca. Noi possiamo fare poco e molto assieme. Poco perché i nostri contributi sono limitati, anche se crescenti. Molto perché queste persone sanno che ci siamo, che condividiamo con loro lo sforzo di vivere cambiando, che da qualche parte in Italia, progetti comuni crescono.  Sapere che qualcuno mangerà grazie a se stesso, che crescerà bambini con una mortalità infantile minore, che seguirà quel cartello che è presente in ogni villaggio e che vedete nella foto, dà la soddisfazione di fare qualcosa che serve, quindi siamo noi che ringraziamo loro. Questo in qualche modo glielo stiamo dicendo.

p.s. mi è stato chiesto come acquistare una capra. E’ possibile farlo attraverso un versamento di 20 euro sul conto corrente intestato a Gruppo donne ponte san Nicolò, con la causale : credito rotativo delle capre.

L’ Iban è il seguente: IT12 T062 2562 7701 0000000 4258.  Il grazie è anticipato 🙂

Per maggiori notizie sull’ ong, sull’area di intervento e i suoi problemi, consiglio di leggere il sito: http://www.ong7a.org/italiano/2b-kolda.html

 

foto d’interno con famiglia

Quasi tutti hanno gli occhi chiusi o altrove. La macchina fotografica è entrata nella casa, già ha modificato i rapporti tra l’apparire e l’essere. Atteggiarsi è più importante per dare misura dell’essere consoni al ruolo. Ognuna di queste persone ha una vita propria diversa. Siamo in Spagna, prima della grande guerra. L’interno è quello di una casa borghese, già si è superato il limite dell’affetto ottocentesco, il lei appartiene più ai genitori che ai figli. Il giovinotto segna il distacco pur mantenendo il legame. La posa, la camicia con il colletto rigido , il panciotto dal taglio elegante, lo fanno più adulto e un po’ zerbinotto. Ha già avuto le sue esperienze, i suoi amici lo attendono al caffè, è in apprendistato per il vivere.  In Spagna ci sono i casini, i circoli dei borghesi, dei nobili, della caccia e via dicendo, ma fa fatica ad espandersi il cabaret, soprattutto in provincia. La ragazza si affida alla casa, ai genitori, le troveranno un marito, ma i suoi occhi diretti, gli unici che guardano l’obbiettivo, fanno presupporre una ingenuità, mista a coraggio. Forse il marito lo proporrà lei, anzi il pensiero è già presente. Si esce di casa presto, per maritarsi e per riprodurre l’agiatezza da cui si proviene. Lo status è un contenitore in cui le vite si sviluppano, un incubatore. Sopra l’ottomana, simmetrici ci sono i ritratti dei nonni, probabilmente entrambi morti, sono numi tutelari del ricordo di ciò che si è. I genitori sono intorno ai quarantanni, forse più giovani considerata l’età dei ragazzi, ma già molto maturi entrambi, infagottati negli abiti che diventano corazza verso gli altri e verso se stessi. I mobili, la tappezzeria, l’ampiezza della stanza e le suppellettili, testimoniano una condizione agiata. Adesso possiamo chiederci quali pensieri si aggirano nelle teste, quanto il fotografo abbia celato nel mestiere e quanto abbia lasciato trasparire nelle pose, nella noncuranza del marito sul bracciolo, nel comporre un ritratto rassicurante, che si avvicina più a quella del pittore che a quello di chi ruba lo sguardo e il lampo di pensiero. C’è un’apparente calma e unità, ma avverto una tensione che diverge, ogni persona ha un obbiettivo proprio. Quella che sembra con meno futuro, ovvero con un presente solido da riprodurre, è la madre. E’ ancora nell’altro secolo e la figlia cerca in lei l’affetto, non lo specchio. I due uomini si stanno rincorrendo, il padre tiene a bada, ha un buon controllo della situazione familiare, il figlio avrà le libertà che lui deciderà. Complessivamente l’affetto circola, non sono assieme per caso, la fotografia deve testimoniare un’unità, un come eravamo che sia esemplare. Se ci riesca o meno poi ognuno è libero di pensarlo. Mi interessano i pensieri, li sento tutti diversi, l’unità è il vincolo familiare, ma le vite divaricano. 

Burning out

Lo scorso anno partecipai ad una giornata di approfondimento sull’usura da lavoro. I consigli alla fine della giornata, per evitare il burning out oppure uscirne, erano sensati: aumentare del 10% il tempo per sé, non pensare al lavoro fuori dell’ufficio, prendere pause brevi ed intense tra i periodi canonici di vacanza, ecc, ecc. Come tutti i consigli, erano buoni per chi li dà e ragionevoli per chi li riceve, ma finiva lì. Le cose ci riguardano quando ci siamo dentro, non prima, e dopo si dimentica. Per questo vorrei meglio capire il rapporto tra energia e decisione nell’affrontare il rischio, il nuovo. Quando sparisce l’energia e subentra la rassegnazione, ovvero quello che fa decidere ad altro e subire? Pur pensando di avere il controllo della propria vita e presente, le persone, i popoli si svuotano, perché?

Sintomi di burning out, singoli e collettivi. Nel vitalismo assunto a testimonianza che si e’ vivi, operativi come dicono i conformisti (sei operativo? sono operativo, sul pezzo, ma che vorrà poi, dire questo linguaggio da comandi militari in una vita in cui si è spesso guidati e condizionati da altri e in cui si fa quello che ci viene richiesto senza pensarci troppo?), non ci possono essere cedimenti nel ritmo. Casomai fallimenti, ma non domande. Il fallimento è contemplato, i cadaveri sono ammessi, a volte perfino, indicati ad esempio: non ha vissuto per sé, si è immolato. A chi? Perché?

Immagino una mappa per uscire da questa gabbia, e che parta dai propri veri bisogni. Una lunga striscia di carta, larga 21 cm, su cui annotare, come un tazebao, bisogni, fasi, rimedi, cadute, emersione dell’occultato e del disfatto dalla tirannia del fare. A margine, rimuovere costantemente la sensazione d’essere un pneumatico, servibile o inservibile ad un mezzo che deve correre. Perché vuol correre? Solo perché così ha senso, come le vite che vogliono dimenticare ? Cosa voglio dimenticare?

Nel tazebao distinguere quello che serve davvero, quello che è utile, quello che si deve fare perché c’è uno stipendio, una necessità, un ruolo. E poi confinare, perseguendo una vita che includa il benessere diffuso. Prendere spazi e silenzio. Con gusto bulimico togliere molto, vedere il moltissimo in più. Che neppure fa bene. Senza fretta, con tenerezza verso sé. Inventare un carattere idiografico che dica: basta saperlo, farne un sigillo e metterlo a fianco dei percorsi di questo sinusoidale vivere. Avete mai osservato che la sinusoide abbraccia e libera?

barbieria

Mi piacciono i piccoli negozi di barbiere la mattina. Quelli, spesso vuoti di clienti, con un grande specchio e due poltrone, una sedia e un pacco di giornali vecchi. Annuso l’odore delle lozioni e della brillantina, scelgo un giornale. Poi un altro, due. Sempre bulimico. E la felicità è sedersi, spegnere il telefonino, lasciare che m’avvolgano nel telo e poi dire: si, il solito.

Da dietro il barbiere parla, un po’ con me che ascolto a mezzo e leggo, e un poco, al signore senza lavoro (adesso dice così, ma in realtà è in pensione e non vuole dirlo. Disoccupato gli pare più nobile) che è seduto su una delle due sedie di vinilpelle nera.  Semi nuove, sai, inox, le ho comprate da un salone che rifà l’arredamento ogni due anni e con solo due bruciature di sigaretta, che neppure si vedono ( ma da quanto tempo non si fuma più in un negozio di barbiere?). In realtà le due sedie sono due quarantenni, con maliziosi baffi di ruggine e chi le ha vendute ha chiuso la barbieria. Lo conosco bene, ha chiuso, all’improvviso: è andato in pensione, con la stessa violenza con cui chiudeva la serranda. Incazzato con il governo e con il progresso, con la sua progressiva inutilità che neppure gli faceva pagare le tasse.  Ma a volte torna nel negozio a prendersi qualcosa e a farsi la barba. Con il rasoio vero, non con questi gillette che con cinque lame non riescono a fare una rasatura liscia come il rasoio vero. Quello a lama libera con cui ti posso tagliare la gola, ma non lo faccio perché per un coglione morto ci sarebbe un intelligente in galera e il cambio non vale. Offrimi da bere e da fumare, lo sai che adesso non posso più né bere, né fumare e che me ne faccio della pensione, se non posso godermi la vita.

Siamo andati a bere, era un torrente di parole calme, fluenti come il movimento della mano che rade. Bere con lui è la cosa più solitaria che possa capitare dopo il bere da soli. Come entra al bar, subito viene risucchiato da una moltitudine di conoscenti- pensionati ansiosi di rimettere in ordine il data base del quartiere. Quello che mi ha messo di buon umore è stato il saluto quando ho pagato, mentre lui restava: grazie r. è sempre un piacere parlare con te.

Se non sta al bar, fa qualche barba e capelli a domicilio, arrotonda.  

Mi perdo, godendo questo angolo di universo e intanto il mio barbiere sta accorciando troppo. Lui parla, il disoccupato interloquisce, io sto zitto, mi pare d’essere di troppo, se non per la testa che permette di occupargli le mani.

  

pozze di nero

E’ una casa solida, antica. Una di quelle fattorie fortificate che si usavano nei territori di frontiera. Forse questa è una ragione che è proseguita nelle teste. Nel sangue, si diceva un tempo, rendendolo più spesso, impermeabile al cambiamento del tempo.

Adesso è un ristorante, si mangia bene, sono gentili e sbrigativi. Il dialetto è bello, quasi del tutto incomprensibile, e le alpi carniche, testimoni di migrazioni, fatiche e invasioni, sono bellissime e vicine.

Guardo la mensola del camino e sparisce il piacere del vino e del cibo. Vedo foto con cappelli che conosco. Sono foto vecchie, i cappelli sono quelli che usavano gli ustascia, in una cornice c’è un gruppo con auto degli anni ’30, uomini in divisa, ufficiali. Continuo ad osservare e su un lato c’è un piccolo busto di bronzo, davanti a una foto di Mussolini.

Non indago oltre, ma non ho più voglia di scherzare, mi concentro, è un pranzo di lavoro e prima finisce, meglio è.

Penso alle pozze di nero che ancora si annidano, ideologie che non s’asciugano, fango che ha seppellito uomini, cose, possibilità, accoglienza.

Mi versano il vino. Nero, come dicono da queste parti. Per me, rosso, insisto. Sono un cugino per loro, accettato perché veneto, ma altra cosa, quasi straniero.

Saluto ed esco. La casa è bella, fatta di pietra viva squadrata, il cortile è grande, circondato da un muro alto. Dietro gli alberi, e le alpi. Non voglio e non devo immaginare, cos’ha visto questa casa, è un luogo che evoca pensieri bui, adesso.

Poco oltre, sulla strada, trovo un campo grande di alberi secchi, grandi, spezzati e sradicati, come fosse passata una tromba d’aria. Sembra essere uno specchio di ciò che produce una pozza di nero. Di qualsiasi colore nero d’anima e di cuore.

l’evoluzione della specie 2

Qualche anno fa, affrontando, allegramente, un sottopasso in Catalogna, un amico, incaglio’ il tetto della roulotte e semplicemente, la dissolse. Si fermo’ dopo 100 metri e, guardando la scia di abiti, stoviglie, coperte, oggetti, disse: Giovana, ma quanta roba gheto porta’ via. Poi raccolto il raccoglibile, la vacanza continuo’ in albergo.
Nell’evoluzione della specie, i neuroni e il dna, si sono specializzati. In una dialettica tra forma e contenuto, all’uomo e’ stata destinata la forma. E quindi una particolare abilita’/acuzia nel trattare i volumi. Questa innata capacita’, ormai 2 milioni di anni di viaggi pesano sulle predisposizioni, fa si che il momento dello stivare il bagaglio, sia momento sacrale della parte maschile del genere. In quel momento, l’uomo si ricongiunge con tutti gli appartenenti maschi della sua stirpe. Ascende in linea retta verso gli antenati, ne ascolta sciamanicamente il consiglio e dispone, impila, allinea, assicura l’immenso bagaglio, ovvero la casa appresso, che l’altra parte del genere ha preparato. C’e una fiducia estrema del maschio nei confronti della femmina, a lei si affida, lascia che intuisca pensieri, necessita’ ipotetiche, ma soprattutto le delega, la soddisfazione dei bisogni.

E’ questa fiducia che farà scoprire, a posteriori, la diversità della visione del mondo tra generi, sia nelle necessita’, come pure nella percezione e nel concetto di numero. Come considerare equivalenti gli insiemi, se da una parte troviamo in tutto due camicie, una maglietta e un pantalone, da confrontare con 8 vestiti, 3 gonne, quattro shorts, sei pantaloni, 5 camicette, 2 maglioni,4 paia di scarpe, il tutto con dovizia di creme, unguenti, boccette e foularini sparsi?
Gran parte degli abiti faranno un giro turistico senza toccare corpi. Creme, attrezzi, sandali resteranno nelle loro buste, ma il senso di sicurezza che infonderanno nella proprietaria sarà impagabile.
E lui, il maschio, che sa tutto questo e soffrirà alternativamente caldo e freddo (ma non faceva caldo in medio oriente? Si, cara, ma siamo a gennaio, non in agosto), ad ogni ritorno cancellerà il ricordo, e la volta successiva, si affiderà con immutata, bambina, fiducia a chi ben meglio di lui, sa, cosa serve. E’ la presenza della madre provvida che continua, introiettata nell’ adulto che trova così bello affidarsi. 
Se fare il bagaglio e’ caratteristica somma dei viaggiatori, dobbiamo pur dire che e’ gene ballerino e recessivo, che la sapienza accumulata in innumeri migrazioni, si disperde ad ogni generazione. L’uomo si fida dei contenuti e dispone i volumi, con talento geometrico, impila verso la forma principe del bagaglio, ovvero il parallelepipedo. Incastra come in un puzzle tridimensionale, assicura e poi rimira l’opera che terra’ conto della velocità, dell’incidenza dell’aria, dei moti di Bernoulli, della teoria dei gas applicata ai moscerini.

Ma anche questa capacità è ormai in disuso, almeno in occidente, ha raggiunto il massimo della sua espressione tra gli anni ’60 e ’80, per poi lentamente è confluita in forme fisiche aerodinamiche, facili e prive di cognizione e intelletto. Infatti a partire dagli anni’90, il parallelepipedo fu, gradualmente, sostituito da quei siluri di derivazione germanica che ancora oggi occupano i pochi portabagagli in circolazione.
Qualunque cosa abbia sopra la testa (non fate i maliziosi), ad ogni sosta, il maschio della specie evoluta, scenderà e verificherà. Dopo aver congruamente ammirato l’opera ed essersi silenziosamente congratulato con il motore ansante, controllerà la tensione e lo sfibramento dei cavi, la forma e l’equilibrio del parallelepipedo sovrastante l’abitacolo,oppure la tenuta del siluro, questo, invero assai stabile e poco dipendente dalla sua perizia, ma nonostante questo, per riflesso condizionato, almeno le chiusure a scatto, le verificherà. La vera novità, per la specie migrante, è stata la station wagon, in questa il maschio trasferisce il talento aereo della combinazione e dell’incastro. La forma nirvanica del bagaglio nella s.w. e’ la calma orizzontale della superficie composita. Ovvero il piano assoluto e li per un attimo, ad ogni sosta, il nostro si bea, di  tanta varia forma ricomposta nella superficie piatta, un luogo geometrico su cui una sfera potrebbe correre, se ve ne fosse gioco o necessita’. Ecco quello è il momento in cui una voce più acuta di un’ottava e mezza, dice soavemente: caro, potresti prendermi, per favore,…

Qualunque cosa sia, sta sotto, e per prenderla, il caro, dovrà infrangere quella superficie costruita con tanta cura, disseminare attorno una quantità inverosimile di contenitori, non trovarla e disperarsi, perché quello che prima si incastrava, stava e ricomponeva l’ordine universale, adesso è cresciuto, E caso unico di contraddizione alla termodinamica, senza aumentare l’entropia, enfatizza il volume, lievita. Insomma non ci sta più.

Di fronte a questa domanda terribile, il genere maschile dei caro, si scinde in due grandi tronconi, quello militare che risponde: adesso no, non si può, dopo all’arrivo. E resiste impavido ad ogni: ma ne ho bisogno, ma cosa ti costa, è proprio lì.

Di questi uomini sono stati costruiti gli imperi.

L’altro troncone è quello remissivo, che scava, cerca e quasi mai trova, perché l’oggetto cercato non stava lì, e nella quasi totalità dei casi era dentro l’abitacolo sul sedile posteriore.

Se l’abolizione della schiavitù,la democrazia, l’istruzione di massa hanno fornito basi solide per nuove grandi eguaglianze, hanno però sottratto una libertà, prima incondizionata: i ricchi avevano chi faceva, pensava, trasportava i bagagli, e non erano le mogli, i poveri non avevano nulla e quindi il problema non esisteva. Questo dimostra che, nell’evoluzione della specie, l’uomo si fa carico non solo di creare la democrazia e perseguire l’eguaglianza, ma ne porta anche il peso. E di questo se ne farà carico non solo nell’andare, ma anche nel viaggio di ritorno, con rinnovato impegno, visto che nel frattempo il carico è raddoppiato. (tanto porta la macchina).

Assioma del maschio viaggiatore:

non esiste un viaggio di ritorno, a parte i naufragi, in cui la quantità di cose, abiti, cibi, monili, suppellettili, da trasportare, sia eguale a quella dell’andata. 

arena morenica

Governare sé. Con il capire profondo, fatto di silenzi che cavano parole per riconoscersi.

Guardare dentro e trovare la libertà. Metterla davanti ed allora dire di no. All’unisono, tra dentro e fuori.

Tutti i no necessari, non per capriccio o convenienza, quelli sofferti e quelli sereni. Con incompreso amore, dire.

 

Nel sole del primo pomeriggio, davanti alle alpi Giulie. Arena morenica, magredi, ultime tracce di neve. Alle spalle: voci, parole piene di vocali che si aprono, intercalare di bestemmie senza intenzione. Qui dio è di casa, non si stacca dalle vite.

Il maglio ritma colpi sordi, dentro il capannone. Batte cuore possente, parla di fatiche. Arriva al bar, dove le parole parlano di fatiche. A volte ridono, ma il riso è rappresentazione,  attende il consenso di chi ascolta, ed intanto trattiene il respiro. Poi ancora, fiotto, nero, di sangue usato e rappreso, le nuove fatiche narrate.

Epiche.

Presenti.

Future.

Ad est la vita dei campi s’è trasferita in fabbrica, portando con sé la religione della forza e della fatica, l’istinto di piegare qualunque cosa si metta davanti alle braccia. Pasolini era nato poco distante, sapeva che la fatica si compie anche sui libri. Pervicacemente capire, piegare, penetrare, disfare con dita grosse e gentili, rifare. Come piantare una pianta da orto: scegliere il sole e l’ombra, il riparo dal vento. Crescere, provando, riprovando e il raccolto verrà.

La religione del fare. Dal bujo dei secoli a Pasqua, nella messa dello spadone, il prete alza al cielo il simbolo di guerra. Lo mostra e lo offre. Una guerra per forza, come il lavoro, come lo studio, come la cultura. Non c’è velluto, né morbidezza, ma poesia sì, in questa eterna lotta che strappa il vivere ai giorni. Mai arrendersi, riposare per ricominciare.

E l’uomo si identifica con la fatica. E’ fatica.

il limite del costruire

gli edifici sovradimensionati rispetto all’uomo, contengono la loro distruzione e rovina

La megalopoli, il luogo della contaminazione istantanea, l’eros che si consuma nel contatto, la vita segmentata che non prosegue. L’illusione del poter fare per poter essere e lo thanatos, che emerge nascondendo la sua natura di soluzione definitiva: falsa pace che aspira la luce sino a far implodere i singoli prima ed il gruppo, la societas, poi.

Edifici e vite a perdere, nella città/campagna, senza distinzione perché fuga/ appartenenza in luoghi senza segni comuni. Agiti da calligrafi privi di traduzione, gli uomini vengono affidati al senso, ed ancor più alla sensazione. La necessità del trasmettere, del fruire/tramandare è annullata nella città babele. Come cercare il dna dei Maya negli Indios e non riuscire a leggere la grandezza dei popoli, delle vite, dei singoli ingegni, ma coglierne la traccia in un fondo d’occhi disperato di ricordo. Come la ricerca di qualcosa che è stato, e non riesce ad affiorare e genera solitudine nella consapevolezza d’essere appartenuti a qualcosa di più grande e comune. Vedere di tutto questo solo le coincidenze chimiche, quelle che danno forma agli occhi, scavano le guance, tengono minute le ossa. E non dare conto del malessere senza nome che racchiude il luogo, la città ch’era prima degli uomini ed ora è dell’occasione, del momento. Resta la forma che non basta più nel suo riempire l’aria, e nel restare muta d’oggi, mentre parla di un ricordo e di un altrove che non è verificabile. E quindi non è.

La megalopoli immagine dell’uomo e suo luogo. La città corpo. La casa corpo, funzione e sostanza d’essere, d’esistere. Non quindi i servizi che non si fruiscono, non l’occasione continua che non si può cogliere, ma il vivere del luogo e nel luogo.

Vivere, parola densa, sottovalutata, confusa con il consumare, il possedere, con l’ossimoro della durata dell’effimero. Parola sovrapposta alla religione del momento, della sensazione crescente, ovvero tutto quello che allontana dal peso dell’essere.

Essere, altra parola pastosa, che nasce dalla percezione del sé e travalica il contenitore, si spande e si contamina ( l’essere si contamina davvero) nel confine dove è ed al tempo stesso percepisce l’altro, si mischia, lo lascia entrare.

Difficile il cuore

e la parola a te dovuta.

Anche l’amore

a te dovuto,

arduo.

Difficile la condizione dell’uomo stretto tra ruolo, comunicazione, piacere, identità. E’ meglio vivere la propria contraddizione nella città immagine della semplicità, nella città corpo dov’ è centrale il sentire che ricorda ed apprende? Dove il segno architettonico è orizzontale. Quello più difficile, perché non totemico. Dove emerge il fermento del camminare, della conversazione, della comunicazione, del dubbio. Anche da soli. Dove il sé e la communitas sono presenti assieme ed è chiaro il nostro occupare lo spazio, non la scia di qualcosa che deve muoversi per non far domande. Oppure il luogo verticale, l’occasione continua, la megalopoli che offre sempre più software e non il tempo per fruirlo. In Cina progettano e realizzano città da 240 milioni di persone, dove esisterà tutto e tutto potrà essere fruito, purché si possa pagare. Dove tutto si toccherà per un attimo, dove il ricordo collettivo non esisterà, ma esisterà solo l’appartenenza. Le grandi città mondiali sono nella stessa scia, luoghi in cui tutto è possibile e perdonabile, dove l’uomo è parte pensando d’essere protagonista ed il tempo accelera. In queste città si è al centro del futuro, nel vortice che genera ciò che saremo. Ma in che termini saremo? Consumo? Possesso? Sovrapposizione continua? Sensazione?

Scegliere dove essere è dirimente, significa sapere cosa si vuol essere.

mantra della centrale (e mantra della vita)

Nel pericolo bisogna avere pazienza,

quando sembra tutto perduto, bisogna fare ed avere pazienza.

La forza della pazienza e del bene comune.

E quando tutto crolla bisogna avere la speranza della pazienza

solo attraverso la pazienza, qualcuno si salverà.

Lo penso per chi vive nella centrale,

ma anche per quelli fuori della centrale,

lo pensavo per i tecnici ed i pompieri di Chernobyl,

per tutti quelli che si lasciavano contaminare anziché fuggire.

Lo pensavo di Rigoni Stern che parlava della vita con voce paziente

mentre in Russia, nella ritirata, c’era quasi solo morte.

Lo penso per le piccole difficoltà che riducono l’orizzonte ad un angolo acuto,

lo penso quando non c’è pazienza per capire,

quando l’immagine impedisce di vedere.

Lo penso quando l’ amor proprio toglie la pazienza di costruirsi,

lo penso quando non si capisce e si continua lo stesso.

Quando c’è paura occorre pazienza,

quando è notte, senza conto d’ore, occorre la pazienza della luce,

quando si è soli, nella centrale o nel cuore dell’universo, occorre pazienza.