quando abbiamo smesso di essere noi?

Anna sta appoggiata a uno di quei passeggini da vecchi che hanno sostituito il bastone, una mano si tiene, l’altra si solleva e fa gesti aggraziati di richiamo. Anna è davanti alla sua casa, sul marciapiedi stretto della via, chiede per favore di seguirla, entra nella porta con l’architrave in pietra e il fiore scolpito; c’è un piccolo corridoio, a destra una cucina grande, quadri e fotografie alle pareti.
Anna mostra una seconda entrata, larga, con la legna tagliata e bene accatastato, racconta che i ragazzi l’hanno portata dentro, disposta per bene in quel disbrigo che va verso il fazzoletto d’orto.
Mi mostra la sua camera, Anna, il letto ben ordinato, il cassettone, l’armadio, la finestra verso il verde, la tenda che non c’è.
Ha bisogno che qualcuno le appenda la tenda che ha lavato e ora è sul cassettone, usciamo e scende una scala erta e stretta che porta in una cantina. È fresca, illuminata dalla finestra alta, a livello di terreno, ordinata come il resto della casa, lì c’è la scala.
Anna si inerpica mentre risalgo con la scala, è agile sui gradini, con la consuetudine che il corpo mette assieme alla mente e rende facile il muoversi familiare.
Le sistemo la tenda della sua camera, riporto la scala in cantina, mentre Anna non cessa di ringraziare, vorrebbe offrirmi un caffè, un liquore.
Le chiedo notizie dei visi che vedo nelle foto alle pareti, Anna sorride, questo è il figlio in California, questi i nipoti in Alaska. Tutti sorridono e guardano la mamma e la nonna, con quell’amore lontano che porta il pensiero ogni giorno verso chi è caro.
Anna è contenta, racconta che i nipoti telefonano ogni sera. Vive da sola Anna, il mondo è diventato a sua misura, è indipendente, ha il termosifone ma la sera accende la stufa economica e pare di sentire l’odore della legna, il calore secco che si spande nella casa, l’attesa della telefonata e la camera con il letto ben dotato di sogni, il bagno vicino, la giornata ben vissuta.
Anna vorrebbe sciogliere il vincolo di una cortesia ricevuta, ma è lei che ha fatto un dono, profuso serenità, nell’accettare un aiuto che la rende libera.
La strada, prima anonima, ha ora un luogo su cui posare gli occhi, rallentare il passo, sperare nella vista e in un saluto. Quand’è che abbiamo smesso di essere noi e siamo diventati soli?

8 pensieri su “quando abbiamo smesso di essere noi?

  1. Eppure nella storia che racconti si sente che c’è inclusione e speranza , Anna ha chiesto aiuto e lui glielo ha dato . Il luogo di incontro è diventato familiare . La storia mi piace .
    Noi non siamo più animali sociali ? Per me lo siamo tutt’oggi ma il caos spesso ci confonde, talvolta ci travolge . Avremmo bisogno di stabilire legami pregni di rispetto e d’amore inteso in senso ampio . “Homo homini lupus” non consente la vita , meglio essere soli .
    Non so se ho capito bene… Bella notte ✨ Willy 🤗

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  2. Come è bello quelli che scrivi. Tenerezza, amore, gentilezza, attenzione, aiuto, cura dei nostri cari, tempo: tutte cose che il genere umano, quello occidentale, dimentica sempre di più. Purtroppo sono altri i valori che lo guidano.

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  3. Grazie Marina per le tue parole belle e care. Siamo attorniato da solitudine e da piccole ribellioni di gentilezza, di richiesta discreta, di un ordine interiore che è pulizia dello spirito. Per questo e per molto d’altro, per la poesia, la quieta lettura, il silenzio o la conversazione gradita, possiamo sperare che tutto si ricomponga con maggiore rispetto e minore solitudine. Grazie 🤗

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